La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

Il soldato soddisfatto della sua impresa al 39° Cantiere di Montepulciano

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il…

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il teatro, fortunatamente, è la terapia migliore per tutte le malinconie, anche quelle meteoropatiche.

image(1)Venerdì 25 luglio la prima, in piazza grande a Montepulciano, è stato un turbinio di soddisfazioni. Una festa, continuata dentro il teatro Poliziano, dopo lo spettacolo; una “rimpatriata” di tanti vecchi e nuovi amici del Cantiere internazionale d’Arte.

Gianni Poliziani e Fabio Maestri hanno continuato a provare e riprovare le parti di commistione tra prosa e musica, anche dopo la prima;

Io, per me, ho insegnato alla troupe francese il significato profondo del Martini Spritz e dei vini toscani. Venendo loro da Bordeaux, sono giunti in valdichiana con la profonda convinzione che il vino migliore al mondo fosse francese. Per forza e per amore ho dovuto farli ricredere.

Le repliche di Sarteano e San Casciano dei Bagni sono state turbate dalle piogge di questo luglio, come abbiamo già detto, incompatibile con l’idea oggettivamente condivisa che le persone hanno di “estate”. Ma lo show è continuato lo stesso. Nonostante le intemperie. A Sarteano con un po’ di pazienza abbiamo atteso la fine dello scroscio. A San Casciano del Bagni ci siamo rifugiati dentro il teatro comunale (piccolissimo ma amorevole) nel quale abbiamo smontato lo spettacolo è proposto una “riduzione” molto particolare della mise en scène.
Cetona è stata la serata ideale per uno spettacolo di piazza. Un cielo sereno ha avvolto le nostre parole, i nostri gesti e le nostre tensioni.

Gli articoli che avete visto nei giorni scorsi peccano decisamente di ricercatezza e brillantezza nella retorica e nei contenuti. A mia discolpa debbo dire che sono stati stesi alle due di notte, ogni notte, dopo giornate intere (mattina-pomeriggio-sera) di prove intensive. I ritmi sono stati devastanti e la fluidità del pensiero ne ha risentito. Ma se mi dicessero di ripetere tutto, le ore sudate, le notti in bianco e la tensione prima di ogni spettacolo, direi di sì; tutto, rifarei tutto.

Proprio oggi la troupe torna a Bordeaux. È stata una meravigliosa esperienza che, come al solito quando si tratta di teatro, dispiace tantissimo aver concluso.

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Lasciatevi trasportare dalle magiche musiche dei Camillocromo

Noi de La Valdichiana.it, presenti ai Giardini in festa Musikally Imparkfect ad Abbadia di Montepulciano, abbiamo colto l’occasione il 27 giugno per fare delle domandine veloci veloci ai Camillocromo, stravagante…

Noi de La Valdichiana.it, presenti ai Giardini in festa Musikally Imparkfect ad Abbadia di Montepulciano, abbiamo colto l’occasione il 27 giugno per fare delle domandine veloci veloci ai Camillocromo, stravagante formazione di origine fiorentina. Dopo la loro esibizione, ci siamo infiltrati nel loro camerino e per tutta la durata dell’intervista ci siamo ritrovati immersi in un’altra epoca. Un’epoca sospesa a mezz’aria esattamente come la loro indescrivibile musica.

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L’originale nome “Camillocromo” viene dal camaleonte rosso del cartone animato La Pimpa, di nome Kamillo Kromo. I Camillocromo Beat Band sono infatti un gruppo camaleontico, che riesce a saltare in un batter d’occhio da un tipo di musica ad un altro, passando dallo swing al jazz, dal tango ai ritmi sudamericani, dai ritmi gipsy a quelli balcanici.

Quando è nato questo incredibile gruppo?

La prima formazione dei Camillocromo è nata tra il 2003 e il 2004, per volere di musicisti ognuno proveniente da esperienze musicali diverse. Abbiamo deciso di unirci per dare vita a un gruppo diverso dal solito con una musica unica e inimitabile.

Non pensiate che questi ragazzi siano conosciuti solo sulla scena italiana, perché dal 2005 vantano innumerevoli spettacoli oltre che in tutta Italia,  anche oltre confine (Francia, Spagna, Turchia, Spagna, Danimarca… )

Per arrivare a dei simili livelli di bravura (perché obiettivamente, siete eccezionali ), quanto allenamento è necessario?

Facciamo tanta pratica, non ci stanchiamo mai di provare né di sperimentare sonorità diverse. Andiamo molto d’accordo tra di noi, e questo è importantissimo per l’integrità del gruppo.

IMG_2053I componenti della Circus Swing Orchestra sono ben sei, ognuno indispensabile per la riuscita dello spettacolo. Alla fisarmonica troviamo Alberto Becucci, al clarinetto Jacopo Rugiadi. Al trombone Rodolfo Sarli, al susafono Giordano Geroni, Gabriele Stoppa tiene il tempo alla batteria e Francesco Masi suona in modo incredibile la tromba.  Il nuovo progetto ElectroSwing vede unire la straripante energia dei Camillocromo all’ eccezionale bravura di Ghiacciolo e Branzini, dj e producer di Torino, e al talento di Piero Gesuè, jazz singer e scat man salentino.

Lasciatevi stregare dalla loro magica musica, un po’ improvvisata, un po’ scritta a tavolino.

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Diario di bordo del soldato al 39° Cantiere di Montepulciano – Giorno 5 (ci siamo quasi)

Bene. Le cose sono andate più o meno così. Durante l’antigenerale il mio piede si è accidentalmente scontrato con uno dei neon della scenografia-istallazione, riportando una frattura metatarsale. “Ce n’est…

imageBene. Le cose sono andate più o meno così. Durante l’antigenerale il mio piede si è accidentalmente scontrato con uno dei neon della scenografia-istallazione, riportando una frattura metatarsale. “Ce n’est pas grave” mi dicono i registi. D’altronde è così. Ogni attore ha il suo mantra; alcuni si mettono sempre lo stesso paio di mutande, altri fanno volutamente degli errori durante la prova generale per scaramanzia, altri ancora seguono ossessivamente i soliti riti, le stesse frasi ripetute prima dell’ingresso in scena. Io mi faccio male per l’anti generale. Ormai è un’abitudine.

Bene. La giornata di ieri è iniziata quindi con una serie non ben quantificabile di imprecazioni ma che si è risolta con un po’ di riposo.
Questo significa che mi sono presentato in Piazza Grande solo in tardissima serata, alle 23, dopo l’opera “I Falsari” di Pierre Thilloy, su testo di André Gide. Il rimpianto più grosso è il non aver potuto vedere gli altri spettacoli, perché troppo impegnato a preparare il mio. Io adoro Gide e adoro la musica elettronica che si mescola agli archi, quindi mi sono perso uno spettacolo che mi sarebbe sicuramente piaciuto. Peccato.

Comunque; Tutto molto bello. Lo spettacolo ha trovato le sue formule e le sue reazioni, ha scandito i ritmi delle sue particelle, dei suoi elementi e del loro mescolarsi.

Quello che mi preoccupa è il tempo. Questo luglio schifoso è tremendamente umido; e le tavole di legno cerato sulle quali recitiamo, se umide, diventano un pericolo reale.
Ma tutto andrà bene.

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Franc Cinelli, il cantautore vintage si racconta

Nome che tradisce le sue origini, bluesman, autore e polistrumentista, lui è Franc Cinelli, nato a Roma e cresciuto a Londra, da sempre diviso tra Inghilterra e Stati Uniti. Franc…

franc cinelli_3Nome che tradisce le sue origini, bluesman, autore e polistrumentista, lui è Franc Cinelli, nato a Roma e cresciuto a Londra, da sempre diviso tra Inghilterra e Stati Uniti. Franc Cinelli si è esibito in concerto lo scorso sabato 12 luglio al Mattatoio n°5 di Montepulciano e noi lo abbiamo incontrato, prima dello spettacolo, per farci raccontare un po’ di lui e della sua musica.

La storia musicale di Franc è alimentata da un suono che deriva dal country di tradizione americana. Perché hai scelto di fare musica blues, folk e country?

“Il blues è il primo genere di musica che mi ha appassionato fin da quando ero bambino. All’età di 12/13 anni sono andato a vedere un concerto di Eric Clapton al Royal Albert Hall a Londra dove suonò solo pezzi blues e da lì si è aperta una porta importantissima nella mia vita, è cambiato un po’ tutto. Ho cominciato ad andare in cerca dei personaggi che fanno blues, personaggi tipo Robert Johnson, Muddy Waters e Freddie King. Questo perché questo tipo di musica ha bisogno di personaggi e di persone più grandi degli artisti pop a cui siamo abituati oggi, questi personaggi hanno tutti una propria storia e una vita. Mi è sembrato un genere di musica sincero e che mi ha attratto sempre tantissimo, la mia musica non è blues al cento per cento, è un blues a modo mio! Poi dal blues a diventare alt-country la strada è stata abbastanza dritta”.

Come nascono i tuoi brani?

“Da quello che osservo e da quello che mi succede nella vita. Nell’ ultimo disco, quello uscito nel 2013, ci sono molte storie di personaggi, personaggi veri che fanno parte della mia vita, ed è una cosa divertente scrivere con questi personaggi in mente.”

Mi vuoi parlare del tuo album uscito nel 2013?

“L’album uscito nel 2013 dal titolo “I have not yet begun to fight”, che tradotto significa “non ho ancora imparato a combattere”, ovviamente è in modo ironico – ride – Contiene dieci brani che ho scritto e ho prodotto io nella mia casa discografia londinese, con un’ottima distribuzione in Italia. Adesso sto facendo la strada dell’artista indipendente e di questi miei dieci brani sono molto contento. Il mio folk e le mie storielle stanno facendo i loro passi per arrivare al pubblico e la cosa difficile dell’artista è questa, andarsi a cercare il proprio pubblico. Il mio è un genere che deve andare a cercare il pubblico, non è un genere televisivo, quello della musica blues è un circolo molto chiuso, io dopo l’apertura del concerto di Ligabue a Londra ho cominciato a farmi conoscere e sto cominciando a raccogliere quello che ho seminato fino ad ora. È molto difficile perché è stata dura, ma io sono molto determinato!”.

franc cinelli_1Franc Cinelli, infatti, ha aperto due importanti concerti di Ligabue alla Royal Albert Hall di Londra, un grande onore per Franc che da sempre stima la musica di Ligabue e che ha fatto conoscere a tutti i suoi amici londinesi. Dal tuo album emerge il brano “Passerà”, brano cantato in italiano, perché hai deciso di inserire un brano in italiano? E riesci meglio a scrivere in italiano o in inglese?

“Scrivo in italiano, penso in italiano e poi canto in inglese. La critica ha definito “Passerà” una canzone scritta in inglese e tradotta in italiano, la musica italiana la conosco bene perché il mio cantante preferito è Lucio Dalla. Nel disco nuovo, però, non ci saranno brani in italiano”.

Ti senti più legato all’Italia o all’Inghilterra?

“Io dico sempre che all’Italia appartiene il mio cuore, mi sento sempre cento per cento italiano, però a Londra ci vivo e le sono molto affezionato perché ci ho passato quasi tutta la mia vita. Mi sento molto legato anche Montepulciano, tre/quattro dei brani contenenti nel mio disco li ho scritti qua, perchè è il posto dove mi rifugio dopo una tournée, diciamo che per me è un’oasi felice che non può far altro che ispirare uno scrittore. Un posto bellissimo e personaggi particolari che meriterebbero tutti di far parte delle mie canzoni”

Progetti futuri?

“A febbraio del prossimo anno uscirà il mio nuovo disco. Stiamo già registrando i pezzi a Londra. E’ interessante sperimentare e provare a suonare pezzi nuovi ad un pubblico che già mi conosce per vedere le reazioni e il primo impatto, perché con il primo impatto valuti tante cose, tra cui le scelte degli arrangiamenti, delle parole e delle sensazioni che hanno fatto nascere quel brano. Quando sono in Italia io chiedo di più al mio pubblico perché canto generalmente in inglese, e quindi voglio capire se il mio genere piace o no, e poi esistono tanti tipi di applausi che fanno capire se un brano piace o meno”.

Quella di Franc è una musica a cui piace raccontare le cose semplici della vita in maniera spensierata e allo stesso tempo piena di promesse e speranze, “…come il sole che tramonta sul deserto, ricca di candore fanciullesco…”, così parla la stampa inglese di lui.

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Diario di bordo del soldato al 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno 4

Stiamo ultimando la preparazione de l’histoire du Soldat. Tutto sembra procedere per il meglio. Ho fatto una scoperta molto interessante; Blanche Konrad si arrabbia se la chiami “ballerina”. Lei è…

Stiamo ultimando la preparazione de l’histoire du Soldat. Tutto sembra procedere per il meglio.

Ho fatto una scoperta molto interessante; Blanche Konrad si arrabbia se la chiami “ballerina”. Lei è prima di tutto una performer. Ha studiato arte visuale e non danza. Ha approfondito le arti plastiche durante i suoi anni di studi per poi debordare la propria esperienza verso tutte le forme di proiezione artistica della persona; è per questo che ama definirsi “in cantiere”, in continua ricerca di approfondimento in aree che non la competono.

imageClarac-Deloeuil le Lab è invece una casa di produzione, fondata da Olivier Deloeuil e Jean Philippe Clarac nel 2009, sebbene i due lavorassero insieme sin dal 2001. È curioso che nessuno dei due ha avuto una formazione teatrale, Olivier è uno scienziato politico mentre Jean Philippe uno storico dell’arte.
È stato rincuorante venire a conoscenza di questa pluralità formativa, questo multiforme ingegno postmoderno che non interessa i percorsi disciplinari intrapresi dal singolo, ma deborda, cresce, ricerca. I nostri bagagli culturali sono conoscenze attive dilatabili e adattabili. Sono modi di stare al mondo; la ragion pratica poi, silenziosamente, consegue.

Questo dovremmo insegnare nelle scuole.

Infine Gianni Poliziani. Praticamente l’istituzione teatrale del territorio. Presente dagli anni ’70 nei circuiti istrionici italiani. Negli ultimi anni partecipa, a ritmo serratissimo, alle produzioni della fondazione del cantiere internazionale e della nuova accademia degli Arrischianti di Sarteano. Per noi sbarbatelli ingenui ragazzetti è da subito divenuto un modello, un esempio a cui rubare elementi con lo sguardo mentre si ha la fortuna di condividere le scene con lui. Non c’è accademia di arti drammatiche che tenga, stare accanto a lui sul palco è una delle migliori scuole.

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Diario di bordo del soldato al 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno 3

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte…

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte precisione con cui esaudisce  ogni nostra più strampalata richiesta.

Ieri, 22 luglio, ci siamo concentrati sulla fisicità; Blanche ha insegnato a Gianni Poliziani le teorie e le tecniche della posa artistica. Io ho cercato di migliorare alcuni tratti scenici, alcune tessiture gestuali, con l’aiuto di Jean Philippe Clarac e Blanche Konrad.

IMG_20140722_233848In tarda serata abbiamo provato con l’orchestra. Ecco che rispetto alle prove senza orchestra, nelle quali ci basavamo su un disco, agire la scena con dei musicisti che suonano ha un impatto ben più esaltante. L’orchestra è un’entità viva che entra a far parte della scena, e gli ictus, gli accenti che determinano variazioni dell’azione sono decisamente più percepibili, coesistono con la diegesi;  si mescolano con la narratologia di palco.

Ho scoperto che i direttori d’orchestra sono più cattivi, nei confronti dei loro musicisti, che i registi di prosa nei confronti dei loro attori.

Oggi sono arrivati gli inglesi; parte dell’orchestra del Royal College of Music di Manchester. Hanno già riempito le strade di Montepulciano dei loro cori ed hanno già consumato ingenti quantità di alcolici. Ho scoperto che i registi francesi hanno un odio viscerale nei confronti degli inglesi; “les anglais… je deteste!”

Il palco non è propriamente convenzionale; le scelte di regia sono orientate verso il ripristino del sentore originale di Stravinsky, di Ramuz e di Ansermet, i quali motivati da una ricerca sperimentale di sintetismo scenico e da una ristrettezza economica dovuta al disastro della prima guerra mondiale, portarono in giro per la Svizzera del 1918 uno spettacolo itinerante, con una strumentazione facilmente trasportabile (ridotta a violino e contrabbasso per gli archi, per i legni il clarinetto e il fagotto, per gli ottoni la cornetta a pistoni e il trombone e per le percussioni un solo batterista), una scena semispoglia, da teatro ambulante.

IMG_20140722_230957Di fatto la nudità della scena vuole elevarsi a metafora di una situazione europea a cento anni dalla prima guerra mondiale; i conflitti che prima venivano scanditi dai colpi di mitraglia e dalle giornate di posizione in trincea, oggi – sebbene superati i dissidi bellici – vengono sostituiti da una forma di unità assai precaria, da squilibri socioeconomici ahimè ancora presenti sulla scena europea, dopo cento anni. La compravendita dell’anima che il Diavolo impone al povero Soldato de l’Histoire, di fatto, vuole essere questo; una narrazione dell’Europa di ieri ma soprattutto di oggi.

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Diario di Bordo del soldato al 39° Cantiere di Montepulciano – Giorno2

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un…

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un rovescio che ci ha costretti a provare al chiuso, nelle sale di palazzo del Capitano.

34Nel pomeriggio invece è esplosa la canicola estiva. Nella pausa mi sono mimetizzato nella folla di turisti mitteleuropei, con la maglietta dei Joy Division completamente intrisa del sudore delle prove. Montepulciano pullula di turisti e di avventori presenti per il cantiere internazionale d’arte. Se a questo ci aggiungiamo la quantità di musicisti, cantanti, attori, altri addetti ai lavori e tecnici vari, quello che si vive in questi giorni a Montepulciano è il clima di una cittadella di artisti, pensatori ed esseri in un vortice di esperienze che si mescolano e che nutrono ogni singolo momento della giornata, anche il più vuoto, di ricchezza e di crescita.
Probabilmente Hans Werner Henze aveva proprio questo in mente, quando nel 1976 fondò il Cantiere; un continuo scambio di retaggi, bagagli e formazioni tra artisti di tutto il mondo che si mescolano alle persone del territorio.

Oggi ho avuto modo di conoscere meglio Fabio Maestri, direttore dell’ensemble da camera “Igor Stravinsky”. Una vera e propria istituzione dell’insegnamento musicale (tiene corsi presso l’istituto “Briccialdi” di Terni, oltre a lavorare, come direttore d’orchestra, in giro per l’Italia). Pensavo di avere a che fare con un rigido didatta classicista, da bacchetta in mano, di quelli che impongono ore ed ore di solfeggio, con i movimenti della mano. Invece mi sono trovato di fronte una coscienza assolutamente moderna; tra i suoi guru ci sono Philip Glass, John Adams e Terry Riley, fosse per lui cambierebbe completamente la didattica della storia e della storia delle arti; farebbe iniziare i programmi dalla contemporaneità per poi procedere a ritroso, per una comprensione rovesciata del progresso storico. Gran personaggio, il Maestro Maestri…

image(1)Mi sono concentrato poi sui tatuaggi di Blanche Konrad, che interpreta la ballerina ne L’Histoire du Soldat. Tra i tanti mi ha colpito la scritta “en chantier” sul polpaccio destro. Ho cercato di spiegarle che “cantiere” (la traduzione letterale di chantier) è anche il nome della manifestazione a cui prende parte. Credo che abbia capito, nonostante il mio francese sia decisamente carente di lessicografia. Che belle le simmetrie esistenziali.

In tutto questo le prove continuano a ritmi e intensità fisicamente devastanti; ma ben venga, benedetto sia il sudore speso sopra i palchi scenici! Dopo cena siamo riusciti a provare sul palco, con i vestiti di scena.

Lo spettacolo prende sempre più forma, mentre la prima di venerdì 25 in piazza Grande si avvicina sempre di più.

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Diario di bordo di un soldato protagonista del 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno1

Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma…

image(1)Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma anche e soprattutto, del clima che si respira durante i giorni del 39° cantiere di  Montepulciano.

I registi de L’Histoire du Soldat sono Jean Philippe Clarac e Olivier Deloeuil; due ingegnosi metteursenscène di Bordeaux – francesi solo di nascita, considerando che hanno girato i teatri di mezzo mondo, lavorando da una parte all’altra dell’oceano per anni – che hanno allestito questo gioiello itinerante, il quale toccherà le piazze di Montepulciano, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni dal 25 al 29 luglio 2014.

I lavori per il palco (un ring da boxeur, in tavole di legno) sono iniziati nella mattinata del 20 luglio. In una giornata, dal caldo asfissiante, è stato portato a termine, in modo da permettere agli attori di testare le tavole del plateau, in tarda serata.

Il diavolo sarà interpretato dall’ormai smaliziato Gianni Poliziani, e la ballerina sarà Blanche Konrad, talento assoluto del teatro danza, una meravigliosa ninfa tatuata la cui grazia dei movimenti è il tocco perlaceo alla scena.

Dopo due ore di prove in mattinata, quattro nel pomeriggio, e due dopo cena, le forze scemano ed anche le percezioni. imageL‘aria del centro storico di Montepulciano però è già densa di arie liriche, di sinuosi fraseggi musicali, battute di scena, sensazioni immaginifiche.

Mentre eravamo chiusi nelle stanze di Palazzo del Capitano, in teatro si è consumato il trionfo dell’ultima replica de l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck, una meravigliosa opera-performance per la regia di Stefano Simone Pintor.
Il cantiere continua, e con lui tutto il flusso di immagini, parole e musica che lo compongono…

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Mad Shepherd: il cantante Stefano di Pietro ci racconta

I Mad Shepherd sono un gruppo alternative rock di Roma, formato da Stefano di Pietro (Voce), Salvatore Dragone (Chitarra), Francesco Leone (Basso e Seconda Voce) e Marco Fiorenza (Batteria). Un…

I Mad Shepherd sono un gruppo alternative rock di Roma, formato da Stefano di Pietro (Voce), Salvatore Dragone (Chitarra), Francesco Leone (Basso e Seconda Voce) e Marco Fiorenza (Batteria). Un progetto musicale relativamente recente, ma che ha saputo dare prova di grande talento e volontà di emergere. Due EP registrati tra il 2009 e il 2012; un brano incluso nella compilation “Riot on sunset vol.22” della 272 Records (Los Angeles); scelti nella selezione degli speaker di Radio Rock (FM 106.6) per “Festivàl” e per la finale del Contest “Suona i Foo Fighters e sali sul palco del Rock in Idrho” organizzato da Sony Music. Ora sono entrati in studio nel luglio 2013 per la produzione del loro primo album, Monarch, in uscita nell’autunno 2014, e il cui singolo omonimo è già disponibile online.

Una tappa importante per il gruppo sarà lunedì 21 luglio al Rock in Roma: si troveranno infatti tra i gruppi di apertura al concerto degli Editors. Con l’occasione abbiamo incontrato il cantante Stefano di Pietro per alcune domande sui Mad Shepherd.

Buon pomeriggio. Cominciamo dall’inizio: come si è formato il gruppo?

Per la prima volta nel 2009, con una prima formazione in cui c’erano l’attuale chitarrista e bassista (salvatore e Francesco). Ci sono stati vari cambi, ma alla fine non hanno mai trovano una stabilità, soprattutto dal punto di vista del cantante. Poi, due anni e mezzo fa, sono arrivato io e abbiamo cambiato molto a livello compositivo: io scrivo tutti i testi e tutte le melodie, anche alcune parti strumentali; ma collaboriamo molto in fase compositiva, molto spesso il chitarrista arriva con un arrangiamento, un riff, un giro d’accordi, anche il bassista, e io metto insieme un po’ tutto e e poi scrivo il testo e la melodia.

Avete subito iniziato a incidere il disco?

Sì, abbiamo iniziato praticamente subito a mettere su il disco, abbiamo preso un paio di pezzi che loro avevano già da prima, montati e rimontati, inserendo una nuova melodia voce e poi abbiamo iniziato a scrivere insieme da zero. Abbiamo trovato il batterista, un amico che aveva studiato con me, e abbiamo iniziato a registrare il disco l’estate scorsa, in uno studio a Guidonia, Revolver. All’inizio dovevamo stare solo due settimane poi il progetto è piaciuto e hanno deciso di coprodurre il disco, lasciandoci stare in studio più di due mesi a lavorare su tutto, finendo più o meno a ottobre di registrare.

Sai già quando esce il disco?

Orientativamente ad ottobre.

Parlami di Monarch.

Diciamo che è una specie di concept album. Il nome dell’album è venuto dopo la selezione delle canzoni, basati su un contesto di critica: descrivono uno scenario in cui alcuni elementi della realtà sono problematici, per esempio la comunicazione, che manca nella società contemporanea, su tutti i livelli, sia tra potere e sottomesso, diciamo, sia nelle relazioni interpersonali.

Qual è l’idea che sta dietro a questo nome?

Monarch è una tecnica di controllo mentale utilizzata dalla Cia: attraverso dei comandi fatti sotto ipnosi è possibile addestrare delle persone e attivarle quando serve (ovviamente non è ufficiale, la Cia di certo non lascia trapelare informazioni, ma ci sono molte ipotesi su questa tecnica). Insomma, Monarch è un po’ la metafora di quello che succede realmente, tutto sembra volto al controllo dell’individuo. Il concetto è quello. Questo si riflette nei testi: a livello sentimentale, per esempio, in canzoni come So it Goes, o anche California, oppure a livello più politico come Blood Thief, e Sickman of Europe, dedicata agli scontri in Turchia.

Parlami di una canzone. Un testo in particolare che ti piace, nel quale ti rivedi?

Direi che ogni testo ha la sua storia, alcuni sono più leggeri, però all’apparenza. Per esempio, California è una ballad che parla di sesso, fondamentalmente: ha un lato dove, in un primo piano, parla di quel tipo di sesso che si fa chiusi in una casa per tre giorni, dove si costruisce un certo tipo di intimità e di relazione interpersonale. Al di sotto, in un secondo piano, c’è la relazione tra mondo esterno e mondo interno, ossia la capacità di poter costruire una realtà alternativa con una persona che sia diversa da quella di fuori. Mi piace in questo senso il ruolo dell’arte che, a differenza della ricerca – perché io vengo da lì, ho finito da poco un dottorato in filosofia del linguaggio –, ti permette di essere metaforico, quindi di non dire mai una cosa specifica, di lasciare aperte le porte.

Collaborazioni importanti per il vostro nuovo album. Parlami dell’esperienza.

Walter Babbini. Tra gli altri ha lavorato all’ultimo disco di Zucchero, lavora a livelli molto alti, si è occupato di registrazione e produzione artistica. Valter Sacripanti, un professionista alla batteria, ha fatto tutti i pezzi perché il vecchio batterista ci ha lasciato in corso di registrazione, prima che arrivasse l’attuale. Infine, Howie Weinberg, ci siamo scambiati delle mail: ha fatto il mastering a Los Angeles e credo gli sia piaciuto il progetto perché ci ha permesso di farlo a prezzi abbordabili per un progetto indipendente. Lui è un pezzo grosso, ti dico solo che ha fatto il mastering di Nevermind dei Nirvana, da più di vent’anni è al top.

Il 21 luglio sarete in apertura del concerto degli Editors: cosa ne pensi?

Sicuramente è una bella responsabilità, suoneremo all’ingresso però comunque tutte le persone che entreranno per gli Editors sentiranno noi: è una bella possibilità, e noi non abbiamo paura. Quando hai queste possibilità, che sono rarissime, te la devi giocare al cento per cento; col tempo e con le prove acquisisci una certa sicurezza e ci devi credere. Sicuro ci sono tanti gruppi più bravi di noi, ma magari non ce la faranno perché non ci credono abbastanza. Per riuscire non serve solo la musica, ma anche l’impegno e la performance. Credo nella nostra musica e che non faremo una brutta figura.

Un’ultima domanda: Cosa significa giostrarsi all’interno del mondo musicale in Italia?

Diciamo che, se nel mondo lavorativo ogni 20 porte una forse si apre, nel mondo della musica ogni 800 porte una forse si apre, qundi devi rompere a tutti, scriveranno delle cose imbarazzanti, ti diranno delle cose senza senso però è così: scrivere a 200 locali, rompere a 200 etichette e alcune non ti risponderanno, alcune ti risponderanno male, ma poi riuscirai. A livello di pressioni di case discografiche, le più importanti non vogliono musica diversa da quella italiana in italia. Tendenzialmente ti dicono: se il tuo prodotto è in italiano lo valuto, altrimenti non lo considero.

Voi avete avuto difficoltà?

Sì, assolutamente. Le case italiane non sono interessate a un prodotto che non sia in italiano e, appunto, noi cantiamo in inglese. Solitamente, la qualità del prodotto deve rimanere semplice; e se hai un prodotto che viene forzatamente reso semplice, non vende nel resto del mondo perché viene considerato vecchio. È un discorso totalmente fallimentare, tant’è che la Sony a Roma ha chiuso e la Universal Italia fattura meno di quella svizzera: è una follia. Stiamo parlando di 50 milioni di persone contro 6 miliardi. Alla fine si riduce che qui ci sono due tendenze, diciamo, due possibilità di carriera tradizionali in italia: uno è l’interprete, cioè hai una bella voce, sviluppi tutta la tecnica del mondo e fai The voice, Amici e X Factor, è una tradizione che esiste anche fuori, oppure, fai il turnista e allora a quel punto devi essere molto bravo e competitivo sul mercato, però chiaramente lavori per qualcun altro. Il concetto di Band è molto più raro in Italia.

Cosa consigli per chi vuole uscire da questo contesto italiano?

Sicuramente ostinarsi a fare musica in inglese. Poi, ascoltare musica internazionale, perché ovviamente se uno si ascolta Battisti e poi fa musica in inglese, rimane un Battisti in inglese; bisogna avere delle influenze internazionali,così diventa più facile che il prodotto sia qualcosa di internazionale. Da noi succede un po’ un’anomalia: ci sono dei gruppi in italia, come i Ministri, che sono molto famosi, ma fanno solo tour italiani; una cosa del genere è assurda per un gruppo inglese. Voglio dire, tu sei famoso, ma poi fai solo Birmingham, Oxford, Cambridge. Loro vanno subito almeno nelle nazioni confinanti, in Olanda e Belgio, per esempio. Bada bene, non è un problema di lingua, non è un confine linguistico, è un problema di qualità della musica: se un italiano fa musica italiana, è musica italiana, che difficilmente raggiunge gli standard di  qualità internazionali. Questo va cambiato.

 

I Mad Shepherd suoneranno in alcune date nei prossimi giorni:

Venerdì 18 Luglio Live @Pool Party – Hosted by Le Mille Eventi (Roma)
Lunedì 21 Luglio Live @Rock in Roma Opening The Editors (Roma)
Giovedì 24 Luglio Live Unplugged @ Blackmarket tiber (Roma)
Giovedì 8 Agosto Live@RockInDay Festival (San Vito Dei Normanni – Puglia)
Mercoledì 13 Agosto Live@Tarantula (Sellia Marina – Calabria)

 

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Orcia Dance Festival: musica dance e beneficienza si incontrano

Sabato 19 luglio dalle ore 22:00, nella splendida cornice degli Horti Leonini a San Quirico d’Orcia, torna l’Orcia Dance Festival, giunto già alla sua terza edizione. Un festival nato dalla…

Sabato 19 luglio dalle ore 22:00, nella splendida cornice degli Horti Leonini a San Quirico d’Orcia, torna l’Orcia Dance Festival, giunto già alla sua terza edizione. Un festival nato dalla collaborazione tra Area 51 di San Quirico e Tony House di Radicofani.

mod10492198_10203893471518274_1638359810543956023_nUn festival nato dalla voglia di portare la musica dance nel cuore della Val d’Orcia, e che poi si è trasformato di anno in anno in un evento a scopo benefico. Gli incassi degli eventi organizzati, vanno infatti in beneficienza, e quest’anno le associazioni scelte sono ben due: AISM (Associzione Italiana Sclerosi Multipla) e Women with Broken Wings (contro la violenza sulle donne).

“Non c’è un criterio particolare con cui scegliamo le associazioni a cui donare gli incassi. Noi dello staff ci riuniamo e ne parliamo. ” spiega Andrea, uno degli organizzatori e dj dello staff Area 51.

Marco Bresciani

Marco Bresciani

Oltre ai dj di Area 51 (Pippo, Alex, Andrea G.) e Tony House (Paul Menzies e Dave_En),  special guest della serata sarà Marco Bresciani, dj conosciuto nelle zone e acclamato in tutta la Toscana. Bresciani, ormai da molti anni presente sulla scena notturna, è da molti considerato impareggiabile per la competenza che dimostra nel suo lavoro oltre che per la sua travolgente simpatia. Non a caso, molte sono le discoteche che richiedono la sua presenza

“Ha accettato il nostro invito a partecipare all’evento perché l’idea di devolvere gli incassi in beneficienza gli è piaciuta molto – continua Andrea – Abbiamo scelto di chiamare lui perché oltre ad essere molto conosciuto e amato, è anche molto competente nel suo lavoro”.

Un evento unico nelle zone, atteso con impazienza dai molti fan di Bresciani, pronti a ballare sulle note del loro dj preferito.

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I Baustelle in Piazza Grande: emozione per il ritorno della band poliziana

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini…

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini durante la nostra chiacchierata nel pomeriggio, è fondamentalmente questo. Certo i paesaggi della Valdichiana sono un po’ cambiati, con loro anche i percorsi della gente che li abita, ma le tempeste, gli obblighi e le oppressioni che spesso derivano dall’animo animale della provincia italiana, che li ha spinti a scrivere I provinciali nei tardi anni novanta, restano invariati. Loro, i Baustelle, hanno saputo dapprima subire, poi assorbire certe oppressioni riuscendole a metterle dentro le canzoni, parlando di questi luoghi come nessun’altro ha fatto mai. Probabilmente una maieutica spirituale, un rituale laico di elevazione e di coscienza; i Baustelle hanno esercitato la diretta traslazione figurata di uno stato ambientale della provincia contemporanea. Il 12 luglio duemilaquattordici, in Piazza Grande, a Montepulciano, i Baustelle sono tornati in patria.

Sarebbe limitativo dire che abbiano portato una tappa del tour di Fantasma, non si sono semplicemente “esibiti”, come solitamente li si può sentire in giro per l’Italia, quella di sabato è stata un’opera performativa totale, che ha coinvolto il cielo, le persone, i fantasmi chianini di ieri e di oggi. Il loro live arriva a concludere una giornata densa di incontri e avvenimenti, nel centro storico poliziano, in seno alla manifestazione “Luci sul Lavoro” che ha visto passare importanti personalità del mondo politico e imprenditoriale italiano.

Concludere il Fantasma Tour a Montepulciano determina una forza simbolica che varca la retorica ovvia del “ritorno a casa” della band poliziana; il disco è stato infatti inciso nei locali della Fortezza, a pochi metri dal duomo, sul sagrato del quale è stato allestito il palco, il cui organo liturgico è uno degli strumenti utilizzati per gli arrangiamenti delle tracce. È la fine di un ciclo, quindi; il disco viene finalmente suonato nel luogo in cui ha preso vita esattamente due anni fa, durante l’estate del 2012.

Proprio lo scorrere del tempo, concept centrale di Fantasma, è stato il contenuto implicito della scaletta scelta per il live; Il Futuro, Nessuno e Radioattività aprono la setlist con una rivelazione epifanica del negativo, tutta la tragedia del tempus edax, tutta la volgare e brutale voracità del passare degli anni, immesso in ogni singola parola scandita dagli ictus della melodia, a rimbalzare nelle pareti del palazzo comunale da una parte e del palazzo Contucci dall’altra, e definire così una vigoria evocativa sublimante, per tutti i presenti in piazza Grande.

Baustelle Foto di Carlo Pellegrini

Sulle battute finali de Il Corvo Joe, la pioggia inizia a battere, sempre più incalzante, sui master, sui monitor di palco, sui mixer, sulle luci. Non c’è niente da fare. I tecnici fanno cenno ai musicisti di fermarsi ed uscire dal palco. Il sagrato viene immediatamente coperto mentre la tempesta si abbatte sulla piazza, seminando il viavai generale del pubblico che cerca riparo sotto le tettoie, dentro i loggiati, nei bar, nelle osterie.

Il concerto si ferma. Rotto a metà. Come le storie d’amore di cui non riusciamo a credere la fine. Desertificato come il futuro di cui ci parla Bianconi, come le piazze in pieno inverno. Il rituale della maieutica interrotto dalla pioggia, l’epifania svuotata. La piazza si sgombra. Sul palco ci sono pozze d’acqua impossibili da asciugare. Il concerto non può ricominciare.

Dopo un’ora di attesa Claudio Brasini appare con la chitarra acustica già imbracciata sotto il loggiato di palazzo del capitano, insieme a lui il resto della band. In pochi attimi il gruppo viene circondato dai fan. È di nuovo concerto. Senza elettricità. Solo con le chitarre acustiche, una tromba e una percussione. Sotto le logge di piazza grande, durante la tempesta, come quando si faceva “chiodo” a scuola.

Ecco; nella situazione descritta Francesco Bianconi canta Le Rane. È questa composizione di contesto e azione che lascia assurgere la serata di sabato a dignità letteraria; Le Rane, il brano più esplicitamente collegato a quei luoghi, il brano più arrabbiato, e contemporaneamente frustrante e dimesso, nei confronti del tempo che scorre, il brano della doppia distanza, una fisica che divide Milano, la città della carriera e della maturità, dalla Valdichiana, luogo di impulso naturale primordiale, di inconscio puerile, ed una emotiva e temporale. Sotto quella pioggia battente i Baustelle si confermano cantori del nostro tempo, e del tragico della nostra quotidianità.

Sorridendo, Francesco invita il contenuto pubblico a dividere il canto tra maschi e femmine per Gomma, proprio come al liceo. Le nuvole rimangono a giacere sulla volta celeste, a tratti torna a piovere e ogni goccia sembra scandire il battiti di un futuro imminente.

C’è qualcosa di profondamente adolescenziale e smaliziato, profondamente cosciente dei propri mezzi e della propria indefessa disinvoltura, nell’improvvisare un unplugged sotto il loggiato di piazza Grande per i pochi rimasti a combattere il freddo, la tempesta, con i capelli arricciati dall’umidità, i cappucci del keeway stretti al mento e la sinusite incipiente. Mentre Rachele Bastreghi viene circondata dai flash fissi degli smartphone, che sono lucciole immobili, piccole fibre di luce che cercano d’illuminare i sentori dell’attimo, la sensazione è quella che pur combattendo la turpitudine delle abitudini di questi paesini da diecimila anime, loro per primi non hanno rinnegato – e non rinnegheranno mai – l’appartenenza netta a questa provincia.

Mai come questa volta i Baustelle sono riusciti ad incarnare la complessità di questa Valdichiana, spesso indicata come gretta, opprimente e dannatamente detestabile, ma che allo stesso tempo riesce a persuadere l’appartenenza della sua gente con il solo ausilio della sua incontrovertibile bellezza e la fa sentire parte del suo paesaggio allo stesso modo degli alberi, dei vigneti, dei campi di grano ai lati delle strade e delle rane nelle notti piovose d’estate.

Baustelle

Foto di Rachele Paganelli

Scaletta

Titoli di Coda

Futuro

Nessuno

Radioattività

I Provinciali

Cristina

Contà l’inverni

Monumentale

La morte non esiste più

La moda del lento

La canzone del Parco

La canzone di Alain Delon

EN

Il Corvo Joe

Sotto i portici

Gomma

Le Rane

La Guerra è Finita

Sergio

Charlie fa Surf

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I Metallica e il sogno del concerto di un’intramontabile band

Caldo, polvere, ressa di corpi umani uniti tra loro: questa l’immagine che si ha di un concerto metal. Una cultura di borchie e magliette dalle scritte indecifrabili. Capelli lunghi, lasciati…

Caldo, polvere, ressa di corpi umani uniti tra loro: questa l’immagine che si ha di un concerto metal. Una cultura di borchie e magliette dalle scritte indecifrabili. Capelli lunghi, lasciati liberi al vento, tatuaggi e piercing, l’aspetto di una società che vive al di fuori della società stessa.

Questo era il metal di tanti anni fa, un periodo che i Metallica si portano dietro come eredità musicale. Loro sono stati tra i primi: insieme ai fan loro coetanei, rappresentano una delle tante storie musicali degli anni d’oro della musica. All’epoca giovani, appena travolti da quel nuovo genere così trasgressivo e invitante.

Adesso il pubblico dei concerti metal ha davvero tutto un altro sapore; sì, rimangono il caldo e la polvere, ma che bellezza osservare una tale eterogeneità di persone, dal giovane erede del metallo vecchio stile, al signore di mezza età vestito in camicia che ripensa alle glorie passate. Alle famiglie, ebbene sì, rigorosamente più indietro. Bimbi di 5, 8 anni, con gli occhioni contenti e ammirati, in braccio a padri e madri vestiti con semplici jeans e maglietta.

Sonisphere 2014. Un giorno metal al Rock in Roma all’Ippodromo delle Capannelle, il 1 luglio, che si preannunciava già sulla carta come un successo clamoroso. Dopo averlo vissuto si può dire che, di certo, non ha deluso le aspettative.

I gruppi ospiti sono, in ordine, i norvegesi Kvelertak, i danesi Volbeat e gli americani Alice in Chains e poi, naturalmente, i leggendari Metallica. Soltanto i loro nomi evocano un tripudio di riff a profusione e chitarre distorte lanciate al massimo della velocità.

Causa immenso traffico in direzione Capannelle, riesco ad arrivare appena in tempo per l’inizio dei Volbeat. Ore 18:00. Il caldo è appena tollerabile grazie a una leggera brezza, ma nessuno dei fan all’interno dell’Arena concerti sembra soffrirne. Magliette dei Metallica che si perdono nella polvere tirata su da migliaia di passi in movimento, passi diretti verso la birra più vicina o alla ricerca di qualche amico perduto.

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C’è davvero tanta gente, e sono tutti su di giri: i Metallica non tornavano a Roma da cinque anni, durante il tour attraverso il quale presentarono il loro album Death Magnetic al pubblico romano. Questa, poi, è un’occasione unica per chi è venuto ad ascoltare la band di Los Angeles: si tratta infatti di Metallica by Request, un concerto la cui setlist è realizzata interamente con i risultati delle canzoni più votate dai fan stessi. Ha, quindi, tutta l’aria di essere un concerto memorabile, dove ogni pezzo suonato sarà un classico tra i più amati della band. Ancor di più, l’ultimo brano è deciso sul momento: i megaschermi ai lati del palco richiedono durante ogni pausa disponibile di votare tra tre canzoni (The Four Horsemen, Fuel e Whiskey in the Jar) la preferita da esibire. Mentre suonano i Volbeat, la vincitrice indiscussa sembra essere la terza, ma sarà surclassata all’ultimissimo momento da Fuel.

I Volbeat sono sul palco: coloro che non li conoscono sono attratti irresistibilmente dalla loro carica emotiva. Il cantante esprime tutta l’energia possibile, si vede che trovarsi su quel palco lo rende euforico, e lo esprime in particolar modo durante la canzone The Mirror and The Ripper.

Personalmente sono invece molto curiosa di ascoltare gli Alice in Chains, gruppo con il quale sono quasi cresciuta, immancabile nei cd misti che creavo al liceo. Si esibiscono un’oretta dopo, e suonano almeno fino alle 20.30, forse di più. Il pubblico si compatta, catturato dagli assoli di Jerry Cantrell alla chitarra.

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Salutando a malincuore gli Alice, arriva il momento di una lunga, trepidante attesa. I Metallica, da vere star, si fanno attendere quasi un’ora. Il desiderio di sentirli diventa insostenibile per i fan. Il motivo è semplice, tutto deve essere perfetto: soundcheck, pedane, megaschermi. Tutto è preparato dallo staff del Rock in Roma con la massima cura.

A un certo punto è silenzio, e scema dolcemente la musica registrata per far posto alla musica di Ennio Morricone, L’Estasi dell’oro, con tanto di video da Il buono il brutto e il cattivo di Sergio Leone. Il prologo tradizionale dei concerti dei Metallica. Un inizio che manda tutti in delirio, soprattutto visto che a consacrare l’ingresso della band sul palco è Battery, seguita a ruota da Master of Puppets.

Difficile descrivere l’emozione, e l’adrenalina che attraversa ogni singola persona. I Metallica suonano veloci, Master of Puppets è decisamente più movimentata rispetto alla versione studio: James Hetfield è incontenibile e non dimostra per niente l’età che ha; Kirk Hammett esegue alla perfezione ogni nota; Lars Ulrich, che è stato giudicato come “andato” dimostra invece un’ottima precisione ritmica. Allo stacco all’interno del brano, si appoggia sulla grancassa, apparentemente già esausto, ma senza neanche guardarsi con gli altri riparte all’unisono senza nessun tentennamento. Un po’ di smorfie sul viso da parte del bassista Robert Trujillo, mentre muove le dita freneticamente sullo strumento, ma anche lui si destreggia abilmente per tutta la durata del brano.

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James Hetfield si lancia in uno dei numerosissimi saluti al pubblico di Roma, pubblico che a quanto pare rimane nel cuore della band. Si volta verso Kirk e gli dice: «Hey, come on, say hello to Roma», dando il via a un bellissimo assolo arpeggiato del chitarrista.

James passa il microfono a Riccardo, un fan italiano che al grido «Do you want heavy?» introduce Sad But True, scatenando l’entusiasmo dei fan.

Arriva il momento di Fade to Black, e tutti ascoltano estasiati l’intro alla chitarra di Kirk, meraviglioso. A seguire i virtuosismi del brano strumentale Orion e le melodie di One, accompagnata da giochi pirotecnici e spari; ancora, For whom the bell tolls e Blackened, durante le quali il pubblico riesce con la sua voce a sovrastare il microfono.

Prima delle canzoni previste per la fine, ossia Enter Sandman e Creeping Death, Nothing Else Matter fa alzare le braccia e i telefonini di tutti i 32.000 fan presenti.

I Metallica hanno già sforato le due ore di concerto, ma non gli basta: è il momento di Fuel, eletta dai voti. Doveva essere l’ultimissima, e invece no. Seek & Destroy fa impazzire tutti in un pogo scatenato, lasciando ormai il pubblico senza voce.

Durante i saluti e il consueto lancio di plettri e bacchette, i Four Horsemen si passano il microfono a vicenda. Il genuino entusiasmo che mostrano nei vari «We will come back!», «You are fantastic!», lascia un sorriso sulle labbra di ognuno. Davvero, a tutti resta ben chiaro il motivo per il quale i Metallica rimangono, dopo così tanti anni, una delle band più importanti di sempre.

 

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