La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

Diario di Bordo del soldato al 39° Cantiere di Montepulciano – Giorno2

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un…

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un rovescio che ci ha costretti a provare al chiuso, nelle sale di palazzo del Capitano.

34Nel pomeriggio invece è esplosa la canicola estiva. Nella pausa mi sono mimetizzato nella folla di turisti mitteleuropei, con la maglietta dei Joy Division completamente intrisa del sudore delle prove. Montepulciano pullula di turisti e di avventori presenti per il cantiere internazionale d’arte. Se a questo ci aggiungiamo la quantità di musicisti, cantanti, attori, altri addetti ai lavori e tecnici vari, quello che si vive in questi giorni a Montepulciano è il clima di una cittadella di artisti, pensatori ed esseri in un vortice di esperienze che si mescolano e che nutrono ogni singolo momento della giornata, anche il più vuoto, di ricchezza e di crescita.
Probabilmente Hans Werner Henze aveva proprio questo in mente, quando nel 1976 fondò il Cantiere; un continuo scambio di retaggi, bagagli e formazioni tra artisti di tutto il mondo che si mescolano alle persone del territorio.

Oggi ho avuto modo di conoscere meglio Fabio Maestri, direttore dell’ensemble da camera “Igor Stravinsky”. Una vera e propria istituzione dell’insegnamento musicale (tiene corsi presso l’istituto “Briccialdi” di Terni, oltre a lavorare, come direttore d’orchestra, in giro per l’Italia). Pensavo di avere a che fare con un rigido didatta classicista, da bacchetta in mano, di quelli che impongono ore ed ore di solfeggio, con i movimenti della mano. Invece mi sono trovato di fronte una coscienza assolutamente moderna; tra i suoi guru ci sono Philip Glass, John Adams e Terry Riley, fosse per lui cambierebbe completamente la didattica della storia e della storia delle arti; farebbe iniziare i programmi dalla contemporaneità per poi procedere a ritroso, per una comprensione rovesciata del progresso storico. Gran personaggio, il Maestro Maestri…

image(1)Mi sono concentrato poi sui tatuaggi di Blanche Konrad, che interpreta la ballerina ne L’Histoire du Soldat. Tra i tanti mi ha colpito la scritta “en chantier” sul polpaccio destro. Ho cercato di spiegarle che “cantiere” (la traduzione letterale di chantier) è anche il nome della manifestazione a cui prende parte. Credo che abbia capito, nonostante il mio francese sia decisamente carente di lessicografia. Che belle le simmetrie esistenziali.

In tutto questo le prove continuano a ritmi e intensità fisicamente devastanti; ma ben venga, benedetto sia il sudore speso sopra i palchi scenici! Dopo cena siamo riusciti a provare sul palco, con i vestiti di scena.

Lo spettacolo prende sempre più forma, mentre la prima di venerdì 25 in piazza Grande si avvicina sempre di più.

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Diario di bordo di un soldato protagonista del 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno1

Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma…

image(1)Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma anche e soprattutto, del clima che si respira durante i giorni del 39° cantiere di  Montepulciano.

I registi de L’Histoire du Soldat sono Jean Philippe Clarac e Olivier Deloeuil; due ingegnosi metteursenscène di Bordeaux – francesi solo di nascita, considerando che hanno girato i teatri di mezzo mondo, lavorando da una parte all’altra dell’oceano per anni – che hanno allestito questo gioiello itinerante, il quale toccherà le piazze di Montepulciano, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni dal 25 al 29 luglio 2014.

I lavori per il palco (un ring da boxeur, in tavole di legno) sono iniziati nella mattinata del 20 luglio. In una giornata, dal caldo asfissiante, è stato portato a termine, in modo da permettere agli attori di testare le tavole del plateau, in tarda serata.

Il diavolo sarà interpretato dall’ormai smaliziato Gianni Poliziani, e la ballerina sarà Blanche Konrad, talento assoluto del teatro danza, una meravigliosa ninfa tatuata la cui grazia dei movimenti è il tocco perlaceo alla scena.

Dopo due ore di prove in mattinata, quattro nel pomeriggio, e due dopo cena, le forze scemano ed anche le percezioni. imageL‘aria del centro storico di Montepulciano però è già densa di arie liriche, di sinuosi fraseggi musicali, battute di scena, sensazioni immaginifiche.

Mentre eravamo chiusi nelle stanze di Palazzo del Capitano, in teatro si è consumato il trionfo dell’ultima replica de l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck, una meravigliosa opera-performance per la regia di Stefano Simone Pintor.
Il cantiere continua, e con lui tutto il flusso di immagini, parole e musica che lo compongono…

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Mad Shepherd: il cantante Stefano di Pietro ci racconta

I Mad Shepherd sono un gruppo alternative rock di Roma, formato da Stefano di Pietro (Voce), Salvatore Dragone (Chitarra), Francesco Leone (Basso e Seconda Voce) e Marco Fiorenza (Batteria). Un…

I Mad Shepherd sono un gruppo alternative rock di Roma, formato da Stefano di Pietro (Voce), Salvatore Dragone (Chitarra), Francesco Leone (Basso e Seconda Voce) e Marco Fiorenza (Batteria). Un progetto musicale relativamente recente, ma che ha saputo dare prova di grande talento e volontà di emergere. Due EP registrati tra il 2009 e il 2012; un brano incluso nella compilation “Riot on sunset vol.22” della 272 Records (Los Angeles); scelti nella selezione degli speaker di Radio Rock (FM 106.6) per “Festivàl” e per la finale del Contest “Suona i Foo Fighters e sali sul palco del Rock in Idrho” organizzato da Sony Music. Ora sono entrati in studio nel luglio 2013 per la produzione del loro primo album, Monarch, in uscita nell’autunno 2014, e il cui singolo omonimo è già disponibile online.

Una tappa importante per il gruppo sarà lunedì 21 luglio al Rock in Roma: si troveranno infatti tra i gruppi di apertura al concerto degli Editors. Con l’occasione abbiamo incontrato il cantante Stefano di Pietro per alcune domande sui Mad Shepherd.

Buon pomeriggio. Cominciamo dall’inizio: come si è formato il gruppo?

Per la prima volta nel 2009, con una prima formazione in cui c’erano l’attuale chitarrista e bassista (salvatore e Francesco). Ci sono stati vari cambi, ma alla fine non hanno mai trovano una stabilità, soprattutto dal punto di vista del cantante. Poi, due anni e mezzo fa, sono arrivato io e abbiamo cambiato molto a livello compositivo: io scrivo tutti i testi e tutte le melodie, anche alcune parti strumentali; ma collaboriamo molto in fase compositiva, molto spesso il chitarrista arriva con un arrangiamento, un riff, un giro d’accordi, anche il bassista, e io metto insieme un po’ tutto e e poi scrivo il testo e la melodia.

Avete subito iniziato a incidere il disco?

Sì, abbiamo iniziato praticamente subito a mettere su il disco, abbiamo preso un paio di pezzi che loro avevano già da prima, montati e rimontati, inserendo una nuova melodia voce e poi abbiamo iniziato a scrivere insieme da zero. Abbiamo trovato il batterista, un amico che aveva studiato con me, e abbiamo iniziato a registrare il disco l’estate scorsa, in uno studio a Guidonia, Revolver. All’inizio dovevamo stare solo due settimane poi il progetto è piaciuto e hanno deciso di coprodurre il disco, lasciandoci stare in studio più di due mesi a lavorare su tutto, finendo più o meno a ottobre di registrare.

Sai già quando esce il disco?

Orientativamente ad ottobre.

Parlami di Monarch.

Diciamo che è una specie di concept album. Il nome dell’album è venuto dopo la selezione delle canzoni, basati su un contesto di critica: descrivono uno scenario in cui alcuni elementi della realtà sono problematici, per esempio la comunicazione, che manca nella società contemporanea, su tutti i livelli, sia tra potere e sottomesso, diciamo, sia nelle relazioni interpersonali.

Qual è l’idea che sta dietro a questo nome?

Monarch è una tecnica di controllo mentale utilizzata dalla Cia: attraverso dei comandi fatti sotto ipnosi è possibile addestrare delle persone e attivarle quando serve (ovviamente non è ufficiale, la Cia di certo non lascia trapelare informazioni, ma ci sono molte ipotesi su questa tecnica). Insomma, Monarch è un po’ la metafora di quello che succede realmente, tutto sembra volto al controllo dell’individuo. Il concetto è quello. Questo si riflette nei testi: a livello sentimentale, per esempio, in canzoni come So it Goes, o anche California, oppure a livello più politico come Blood Thief, e Sickman of Europe, dedicata agli scontri in Turchia.

Parlami di una canzone. Un testo in particolare che ti piace, nel quale ti rivedi?

Direi che ogni testo ha la sua storia, alcuni sono più leggeri, però all’apparenza. Per esempio, California è una ballad che parla di sesso, fondamentalmente: ha un lato dove, in un primo piano, parla di quel tipo di sesso che si fa chiusi in una casa per tre giorni, dove si costruisce un certo tipo di intimità e di relazione interpersonale. Al di sotto, in un secondo piano, c’è la relazione tra mondo esterno e mondo interno, ossia la capacità di poter costruire una realtà alternativa con una persona che sia diversa da quella di fuori. Mi piace in questo senso il ruolo dell’arte che, a differenza della ricerca – perché io vengo da lì, ho finito da poco un dottorato in filosofia del linguaggio –, ti permette di essere metaforico, quindi di non dire mai una cosa specifica, di lasciare aperte le porte.

Collaborazioni importanti per il vostro nuovo album. Parlami dell’esperienza.

Walter Babbini. Tra gli altri ha lavorato all’ultimo disco di Zucchero, lavora a livelli molto alti, si è occupato di registrazione e produzione artistica. Valter Sacripanti, un professionista alla batteria, ha fatto tutti i pezzi perché il vecchio batterista ci ha lasciato in corso di registrazione, prima che arrivasse l’attuale. Infine, Howie Weinberg, ci siamo scambiati delle mail: ha fatto il mastering a Los Angeles e credo gli sia piaciuto il progetto perché ci ha permesso di farlo a prezzi abbordabili per un progetto indipendente. Lui è un pezzo grosso, ti dico solo che ha fatto il mastering di Nevermind dei Nirvana, da più di vent’anni è al top.

Il 21 luglio sarete in apertura del concerto degli Editors: cosa ne pensi?

Sicuramente è una bella responsabilità, suoneremo all’ingresso però comunque tutte le persone che entreranno per gli Editors sentiranno noi: è una bella possibilità, e noi non abbiamo paura. Quando hai queste possibilità, che sono rarissime, te la devi giocare al cento per cento; col tempo e con le prove acquisisci una certa sicurezza e ci devi credere. Sicuro ci sono tanti gruppi più bravi di noi, ma magari non ce la faranno perché non ci credono abbastanza. Per riuscire non serve solo la musica, ma anche l’impegno e la performance. Credo nella nostra musica e che non faremo una brutta figura.

Un’ultima domanda: Cosa significa giostrarsi all’interno del mondo musicale in Italia?

Diciamo che, se nel mondo lavorativo ogni 20 porte una forse si apre, nel mondo della musica ogni 800 porte una forse si apre, qundi devi rompere a tutti, scriveranno delle cose imbarazzanti, ti diranno delle cose senza senso però è così: scrivere a 200 locali, rompere a 200 etichette e alcune non ti risponderanno, alcune ti risponderanno male, ma poi riuscirai. A livello di pressioni di case discografiche, le più importanti non vogliono musica diversa da quella italiana in italia. Tendenzialmente ti dicono: se il tuo prodotto è in italiano lo valuto, altrimenti non lo considero.

Voi avete avuto difficoltà?

Sì, assolutamente. Le case italiane non sono interessate a un prodotto che non sia in italiano e, appunto, noi cantiamo in inglese. Solitamente, la qualità del prodotto deve rimanere semplice; e se hai un prodotto che viene forzatamente reso semplice, non vende nel resto del mondo perché viene considerato vecchio. È un discorso totalmente fallimentare, tant’è che la Sony a Roma ha chiuso e la Universal Italia fattura meno di quella svizzera: è una follia. Stiamo parlando di 50 milioni di persone contro 6 miliardi. Alla fine si riduce che qui ci sono due tendenze, diciamo, due possibilità di carriera tradizionali in italia: uno è l’interprete, cioè hai una bella voce, sviluppi tutta la tecnica del mondo e fai The voice, Amici e X Factor, è una tradizione che esiste anche fuori, oppure, fai il turnista e allora a quel punto devi essere molto bravo e competitivo sul mercato, però chiaramente lavori per qualcun altro. Il concetto di Band è molto più raro in Italia.

Cosa consigli per chi vuole uscire da questo contesto italiano?

Sicuramente ostinarsi a fare musica in inglese. Poi, ascoltare musica internazionale, perché ovviamente se uno si ascolta Battisti e poi fa musica in inglese, rimane un Battisti in inglese; bisogna avere delle influenze internazionali,così diventa più facile che il prodotto sia qualcosa di internazionale. Da noi succede un po’ un’anomalia: ci sono dei gruppi in italia, come i Ministri, che sono molto famosi, ma fanno solo tour italiani; una cosa del genere è assurda per un gruppo inglese. Voglio dire, tu sei famoso, ma poi fai solo Birmingham, Oxford, Cambridge. Loro vanno subito almeno nelle nazioni confinanti, in Olanda e Belgio, per esempio. Bada bene, non è un problema di lingua, non è un confine linguistico, è un problema di qualità della musica: se un italiano fa musica italiana, è musica italiana, che difficilmente raggiunge gli standard di  qualità internazionali. Questo va cambiato.

 

I Mad Shepherd suoneranno in alcune date nei prossimi giorni:

Venerdì 18 Luglio Live @Pool Party – Hosted by Le Mille Eventi (Roma)
Lunedì 21 Luglio Live @Rock in Roma Opening The Editors (Roma)
Giovedì 24 Luglio Live Unplugged @ Blackmarket tiber (Roma)
Giovedì 8 Agosto Live@RockInDay Festival (San Vito Dei Normanni – Puglia)
Mercoledì 13 Agosto Live@Tarantula (Sellia Marina – Calabria)

 

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Orcia Dance Festival: musica dance e beneficienza si incontrano

Sabato 19 luglio dalle ore 22:00, nella splendida cornice degli Horti Leonini a San Quirico d’Orcia, torna l’Orcia Dance Festival, giunto già alla sua terza edizione. Un festival nato dalla…

Sabato 19 luglio dalle ore 22:00, nella splendida cornice degli Horti Leonini a San Quirico d’Orcia, torna l’Orcia Dance Festival, giunto già alla sua terza edizione. Un festival nato dalla collaborazione tra Area 51 di San Quirico e Tony House di Radicofani.

mod10492198_10203893471518274_1638359810543956023_nUn festival nato dalla voglia di portare la musica dance nel cuore della Val d’Orcia, e che poi si è trasformato di anno in anno in un evento a scopo benefico. Gli incassi degli eventi organizzati, vanno infatti in beneficienza, e quest’anno le associazioni scelte sono ben due: AISM (Associzione Italiana Sclerosi Multipla) e Women with Broken Wings (contro la violenza sulle donne).

“Non c’è un criterio particolare con cui scegliamo le associazioni a cui donare gli incassi. Noi dello staff ci riuniamo e ne parliamo. ” spiega Andrea, uno degli organizzatori e dj dello staff Area 51.

Marco Bresciani

Marco Bresciani

Oltre ai dj di Area 51 (Pippo, Alex, Andrea G.) e Tony House (Paul Menzies e Dave_En),  special guest della serata sarà Marco Bresciani, dj conosciuto nelle zone e acclamato in tutta la Toscana. Bresciani, ormai da molti anni presente sulla scena notturna, è da molti considerato impareggiabile per la competenza che dimostra nel suo lavoro oltre che per la sua travolgente simpatia. Non a caso, molte sono le discoteche che richiedono la sua presenza

“Ha accettato il nostro invito a partecipare all’evento perché l’idea di devolvere gli incassi in beneficienza gli è piaciuta molto – continua Andrea – Abbiamo scelto di chiamare lui perché oltre ad essere molto conosciuto e amato, è anche molto competente nel suo lavoro”.

Un evento unico nelle zone, atteso con impazienza dai molti fan di Bresciani, pronti a ballare sulle note del loro dj preferito.

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I Baustelle in Piazza Grande: emozione per il ritorno della band poliziana

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini…

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini durante la nostra chiacchierata nel pomeriggio, è fondamentalmente questo. Certo i paesaggi della Valdichiana sono un po’ cambiati, con loro anche i percorsi della gente che li abita, ma le tempeste, gli obblighi e le oppressioni che spesso derivano dall’animo animale della provincia italiana, che li ha spinti a scrivere I provinciali nei tardi anni novanta, restano invariati. Loro, i Baustelle, hanno saputo dapprima subire, poi assorbire certe oppressioni riuscendole a metterle dentro le canzoni, parlando di questi luoghi come nessun’altro ha fatto mai. Probabilmente una maieutica spirituale, un rituale laico di elevazione e di coscienza; i Baustelle hanno esercitato la diretta traslazione figurata di uno stato ambientale della provincia contemporanea. Il 12 luglio duemilaquattordici, in Piazza Grande, a Montepulciano, i Baustelle sono tornati in patria.

Sarebbe limitativo dire che abbiano portato una tappa del tour di Fantasma, non si sono semplicemente “esibiti”, come solitamente li si può sentire in giro per l’Italia, quella di sabato è stata un’opera performativa totale, che ha coinvolto il cielo, le persone, i fantasmi chianini di ieri e di oggi. Il loro live arriva a concludere una giornata densa di incontri e avvenimenti, nel centro storico poliziano, in seno alla manifestazione “Luci sul Lavoro” che ha visto passare importanti personalità del mondo politico e imprenditoriale italiano.

Concludere il Fantasma Tour a Montepulciano determina una forza simbolica che varca la retorica ovvia del “ritorno a casa” della band poliziana; il disco è stato infatti inciso nei locali della Fortezza, a pochi metri dal duomo, sul sagrato del quale è stato allestito il palco, il cui organo liturgico è uno degli strumenti utilizzati per gli arrangiamenti delle tracce. È la fine di un ciclo, quindi; il disco viene finalmente suonato nel luogo in cui ha preso vita esattamente due anni fa, durante l’estate del 2012.

Proprio lo scorrere del tempo, concept centrale di Fantasma, è stato il contenuto implicito della scaletta scelta per il live; Il Futuro, Nessuno e Radioattività aprono la setlist con una rivelazione epifanica del negativo, tutta la tragedia del tempus edax, tutta la volgare e brutale voracità del passare degli anni, immesso in ogni singola parola scandita dagli ictus della melodia, a rimbalzare nelle pareti del palazzo comunale da una parte e del palazzo Contucci dall’altra, e definire così una vigoria evocativa sublimante, per tutti i presenti in piazza Grande.

Baustelle Foto di Carlo Pellegrini

Sulle battute finali de Il Corvo Joe, la pioggia inizia a battere, sempre più incalzante, sui master, sui monitor di palco, sui mixer, sulle luci. Non c’è niente da fare. I tecnici fanno cenno ai musicisti di fermarsi ed uscire dal palco. Il sagrato viene immediatamente coperto mentre la tempesta si abbatte sulla piazza, seminando il viavai generale del pubblico che cerca riparo sotto le tettoie, dentro i loggiati, nei bar, nelle osterie.

Il concerto si ferma. Rotto a metà. Come le storie d’amore di cui non riusciamo a credere la fine. Desertificato come il futuro di cui ci parla Bianconi, come le piazze in pieno inverno. Il rituale della maieutica interrotto dalla pioggia, l’epifania svuotata. La piazza si sgombra. Sul palco ci sono pozze d’acqua impossibili da asciugare. Il concerto non può ricominciare.

Dopo un’ora di attesa Claudio Brasini appare con la chitarra acustica già imbracciata sotto il loggiato di palazzo del capitano, insieme a lui il resto della band. In pochi attimi il gruppo viene circondato dai fan. È di nuovo concerto. Senza elettricità. Solo con le chitarre acustiche, una tromba e una percussione. Sotto le logge di piazza grande, durante la tempesta, come quando si faceva “chiodo” a scuola.

Ecco; nella situazione descritta Francesco Bianconi canta Le Rane. È questa composizione di contesto e azione che lascia assurgere la serata di sabato a dignità letteraria; Le Rane, il brano più esplicitamente collegato a quei luoghi, il brano più arrabbiato, e contemporaneamente frustrante e dimesso, nei confronti del tempo che scorre, il brano della doppia distanza, una fisica che divide Milano, la città della carriera e della maturità, dalla Valdichiana, luogo di impulso naturale primordiale, di inconscio puerile, ed una emotiva e temporale. Sotto quella pioggia battente i Baustelle si confermano cantori del nostro tempo, e del tragico della nostra quotidianità.

Sorridendo, Francesco invita il contenuto pubblico a dividere il canto tra maschi e femmine per Gomma, proprio come al liceo. Le nuvole rimangono a giacere sulla volta celeste, a tratti torna a piovere e ogni goccia sembra scandire il battiti di un futuro imminente.

C’è qualcosa di profondamente adolescenziale e smaliziato, profondamente cosciente dei propri mezzi e della propria indefessa disinvoltura, nell’improvvisare un unplugged sotto il loggiato di piazza Grande per i pochi rimasti a combattere il freddo, la tempesta, con i capelli arricciati dall’umidità, i cappucci del keeway stretti al mento e la sinusite incipiente. Mentre Rachele Bastreghi viene circondata dai flash fissi degli smartphone, che sono lucciole immobili, piccole fibre di luce che cercano d’illuminare i sentori dell’attimo, la sensazione è quella che pur combattendo la turpitudine delle abitudini di questi paesini da diecimila anime, loro per primi non hanno rinnegato – e non rinnegheranno mai – l’appartenenza netta a questa provincia.

Mai come questa volta i Baustelle sono riusciti ad incarnare la complessità di questa Valdichiana, spesso indicata come gretta, opprimente e dannatamente detestabile, ma che allo stesso tempo riesce a persuadere l’appartenenza della sua gente con il solo ausilio della sua incontrovertibile bellezza e la fa sentire parte del suo paesaggio allo stesso modo degli alberi, dei vigneti, dei campi di grano ai lati delle strade e delle rane nelle notti piovose d’estate.

Baustelle

Foto di Rachele Paganelli

Scaletta

Titoli di Coda

Futuro

Nessuno

Radioattività

I Provinciali

Cristina

Contà l’inverni

Monumentale

La morte non esiste più

La moda del lento

La canzone del Parco

La canzone di Alain Delon

EN

Il Corvo Joe

Sotto i portici

Gomma

Le Rane

La Guerra è Finita

Sergio

Charlie fa Surf

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I Metallica e il sogno del concerto di un’intramontabile band

Caldo, polvere, ressa di corpi umani uniti tra loro: questa l’immagine che si ha di un concerto metal. Una cultura di borchie e magliette dalle scritte indecifrabili. Capelli lunghi, lasciati…

Caldo, polvere, ressa di corpi umani uniti tra loro: questa l’immagine che si ha di un concerto metal. Una cultura di borchie e magliette dalle scritte indecifrabili. Capelli lunghi, lasciati liberi al vento, tatuaggi e piercing, l’aspetto di una società che vive al di fuori della società stessa.

Questo era il metal di tanti anni fa, un periodo che i Metallica si portano dietro come eredità musicale. Loro sono stati tra i primi: insieme ai fan loro coetanei, rappresentano una delle tante storie musicali degli anni d’oro della musica. All’epoca giovani, appena travolti da quel nuovo genere così trasgressivo e invitante.

Adesso il pubblico dei concerti metal ha davvero tutto un altro sapore; sì, rimangono il caldo e la polvere, ma che bellezza osservare una tale eterogeneità di persone, dal giovane erede del metallo vecchio stile, al signore di mezza età vestito in camicia che ripensa alle glorie passate. Alle famiglie, ebbene sì, rigorosamente più indietro. Bimbi di 5, 8 anni, con gli occhioni contenti e ammirati, in braccio a padri e madri vestiti con semplici jeans e maglietta.

Sonisphere 2014. Un giorno metal al Rock in Roma all’Ippodromo delle Capannelle, il 1 luglio, che si preannunciava già sulla carta come un successo clamoroso. Dopo averlo vissuto si può dire che, di certo, non ha deluso le aspettative.

I gruppi ospiti sono, in ordine, i norvegesi Kvelertak, i danesi Volbeat e gli americani Alice in Chains e poi, naturalmente, i leggendari Metallica. Soltanto i loro nomi evocano un tripudio di riff a profusione e chitarre distorte lanciate al massimo della velocità.

Causa immenso traffico in direzione Capannelle, riesco ad arrivare appena in tempo per l’inizio dei Volbeat. Ore 18:00. Il caldo è appena tollerabile grazie a una leggera brezza, ma nessuno dei fan all’interno dell’Arena concerti sembra soffrirne. Magliette dei Metallica che si perdono nella polvere tirata su da migliaia di passi in movimento, passi diretti verso la birra più vicina o alla ricerca di qualche amico perduto.

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C’è davvero tanta gente, e sono tutti su di giri: i Metallica non tornavano a Roma da cinque anni, durante il tour attraverso il quale presentarono il loro album Death Magnetic al pubblico romano. Questa, poi, è un’occasione unica per chi è venuto ad ascoltare la band di Los Angeles: si tratta infatti di Metallica by Request, un concerto la cui setlist è realizzata interamente con i risultati delle canzoni più votate dai fan stessi. Ha, quindi, tutta l’aria di essere un concerto memorabile, dove ogni pezzo suonato sarà un classico tra i più amati della band. Ancor di più, l’ultimo brano è deciso sul momento: i megaschermi ai lati del palco richiedono durante ogni pausa disponibile di votare tra tre canzoni (The Four Horsemen, Fuel e Whiskey in the Jar) la preferita da esibire. Mentre suonano i Volbeat, la vincitrice indiscussa sembra essere la terza, ma sarà surclassata all’ultimissimo momento da Fuel.

I Volbeat sono sul palco: coloro che non li conoscono sono attratti irresistibilmente dalla loro carica emotiva. Il cantante esprime tutta l’energia possibile, si vede che trovarsi su quel palco lo rende euforico, e lo esprime in particolar modo durante la canzone The Mirror and The Ripper.

Personalmente sono invece molto curiosa di ascoltare gli Alice in Chains, gruppo con il quale sono quasi cresciuta, immancabile nei cd misti che creavo al liceo. Si esibiscono un’oretta dopo, e suonano almeno fino alle 20.30, forse di più. Il pubblico si compatta, catturato dagli assoli di Jerry Cantrell alla chitarra.

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Salutando a malincuore gli Alice, arriva il momento di una lunga, trepidante attesa. I Metallica, da vere star, si fanno attendere quasi un’ora. Il desiderio di sentirli diventa insostenibile per i fan. Il motivo è semplice, tutto deve essere perfetto: soundcheck, pedane, megaschermi. Tutto è preparato dallo staff del Rock in Roma con la massima cura.

A un certo punto è silenzio, e scema dolcemente la musica registrata per far posto alla musica di Ennio Morricone, L’Estasi dell’oro, con tanto di video da Il buono il brutto e il cattivo di Sergio Leone. Il prologo tradizionale dei concerti dei Metallica. Un inizio che manda tutti in delirio, soprattutto visto che a consacrare l’ingresso della band sul palco è Battery, seguita a ruota da Master of Puppets.

Difficile descrivere l’emozione, e l’adrenalina che attraversa ogni singola persona. I Metallica suonano veloci, Master of Puppets è decisamente più movimentata rispetto alla versione studio: James Hetfield è incontenibile e non dimostra per niente l’età che ha; Kirk Hammett esegue alla perfezione ogni nota; Lars Ulrich, che è stato giudicato come “andato” dimostra invece un’ottima precisione ritmica. Allo stacco all’interno del brano, si appoggia sulla grancassa, apparentemente già esausto, ma senza neanche guardarsi con gli altri riparte all’unisono senza nessun tentennamento. Un po’ di smorfie sul viso da parte del bassista Robert Trujillo, mentre muove le dita freneticamente sullo strumento, ma anche lui si destreggia abilmente per tutta la durata del brano.

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James Hetfield si lancia in uno dei numerosissimi saluti al pubblico di Roma, pubblico che a quanto pare rimane nel cuore della band. Si volta verso Kirk e gli dice: «Hey, come on, say hello to Roma», dando il via a un bellissimo assolo arpeggiato del chitarrista.

James passa il microfono a Riccardo, un fan italiano che al grido «Do you want heavy?» introduce Sad But True, scatenando l’entusiasmo dei fan.

Arriva il momento di Fade to Black, e tutti ascoltano estasiati l’intro alla chitarra di Kirk, meraviglioso. A seguire i virtuosismi del brano strumentale Orion e le melodie di One, accompagnata da giochi pirotecnici e spari; ancora, For whom the bell tolls e Blackened, durante le quali il pubblico riesce con la sua voce a sovrastare il microfono.

Prima delle canzoni previste per la fine, ossia Enter Sandman e Creeping Death, Nothing Else Matter fa alzare le braccia e i telefonini di tutti i 32.000 fan presenti.

I Metallica hanno già sforato le due ore di concerto, ma non gli basta: è il momento di Fuel, eletta dai voti. Doveva essere l’ultimissima, e invece no. Seek & Destroy fa impazzire tutti in un pogo scatenato, lasciando ormai il pubblico senza voce.

Durante i saluti e il consueto lancio di plettri e bacchette, i Four Horsemen si passano il microfono a vicenda. Il genuino entusiasmo che mostrano nei vari «We will come back!», «You are fantastic!», lascia un sorriso sulle labbra di ognuno. Davvero, a tutti resta ben chiaro il motivo per il quale i Metallica rimangono, dopo così tanti anni, una delle band più importanti di sempre.

 

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Avere vent’anni: gli “Essenza”, una band dal rock velenoso

Negli anni ’90 l’allora leader dei CSI Giovanni Lindo Ferretti (ex Cccp) tentò l’utopia di creare un’etichetta discografica alternativa (“I dischi del mulo”) che partisse da un principio: produrre band…

Negli anni ’90 l’allora leader dei CSI Giovanni Lindo Ferretti (ex Cccp) tentò l’utopia di creare un’etichetta discografica alternativa (“I dischi del mulo”) che partisse da un principio: produrre band alternative senza musicisti di professione, o viziati studenti fuori corso, ma fatte da persone normali, lavoratori, che dedicavano tempo libero alla musica. Così nacquero gli “Ustmamò” e i “Discilpinatha”. Ecco, se questo esperimento di “musica proletaria” fosse ancora in piedi, consiglierei a Lindo Ferretti una ruspante rockband nostrana, dove a cantare è un elettricista di vent’anni e a suonare la batteria un giovane fornaio: gli “Essenza”.

Gli Essenza sono una rockband di Sarteano di poco più di vent’anni ed hanno qualità che fanno la differenza: faccia tosta, energia e soprattutto uno stile. Netto, chiaro, magari acerbo e spesso sopra le righe, ma tutto loro.

essenza CD okIl loro primo disco da studio autoprodotto “Il mio veleno” (registrato, missato ottimamente da Alessandro Cristofori) mi è rimasto incastrato nel lettore cd, ed ho deciso che meritano una recensione. Alcuni miei amici trentenni sono scettici, ormai ascoltano i “Talking heads” o gli “Arcade fire” e forse dimenticano quando eravamo divertiti, innamorati, incasinati e incazzati senza soluzione di continuità anche noi. A vent’anni, appunto.

Chi per caso si è trovato davanti a loro in un live non è rimasto indifferente. Gli Essenza sono goliardici nei modi, nell’atteggiamento e nei testi. Francesco Garosi, il cantante, cala rime a metà tra cantato e hip hop su basi funk e hard rock (negli anni ’90 lo avremmo chiamato “crossover”). Poggia su una verve e su un’ironia incontenibile, che crescendo dovrà imparare a dosare meglio, ma tiene il palco e fa viaggiare la band alla velocità della luce. Nei momenti migliori, sembrano usciti fuori da una puntata di South Park.

“Protesto”, “Diverso” o “Il mio veleno” raccontano l’urgenza di stanare l’ipocrisia raccontata dai media. Sono lontani anni luce da una generazione omologata da “Amici” o dal “Grande fratello”; o anche dai talent stile “the Voice”. Non cercano citazioni colte (una sola concessione cinematografica con “Qualcuno volò sul nido del Cuculo”), ma non toccano mai niente per farlo rimanere fermo. Sono diretti, la rima si chiude sempre su una provocazione (almeno) accettabile. Schiaffeggiano il buon gusto bipartisan di questi tempi, irridono la tv noiosa e finto perbenista, vedono la politica da talk show come una roba lontanissima, ma non sono per niente apolitici. A volte, va detto, rischiano di esagerare nelle parolacce (servirebbe un “explicit lyric” in copertina come per i rapper di una volta), ma sono veri come un gavettone di acqua gelida. E si salvano sempre, trovando la strada dell’ironia e nel non prendersi mai troppo sul serio.

“Cenere”, forse il pezzo migliore assieme alla title track, fa emergere un inaspettato lato introverso nell’unica ballad del disco. Un lato che affiora anche in “903” (nota marca di grappa barriccata), la storia semplice di una delusione d’amore raccontata, o meglio, difesa dalle prese in giro degli amici al bar di paese. Dove niente si può nascondere, ma tutto si racconta e si giudica, come in un’immensa seduta psicoanalitica collettiva. Ordinaria vita di provincia.

Si fa fatica a non premere play una seconda volta. E si perdonano alcune soluzioni facili e qualche passaggio forse troppo demenziale, grazie ad un’energia vitale e alla qualità dell’esecuzione musicale. Valerio Marabissi, giovane fornaio, alla batteria è un metronomo funk, certe linee di basso di Alessio Zeppoloni ( che sostiene il cantante con cori e doppie voci) non possono che ricordare la fluidità di Flea, e le chitarre di Andrea Puliti (si intuiscono ore di studio e buono ascolti) non sono mai invadenti.

essenza live2Gli Essenza meritano di essere visti dal vivo e ascoltati su cd, ma soprattutto di crescere in pace. Qualcuno gli rimprovera un eccessiva goliardia nei testi e nei live (non è difficile vederli iniziare un concerto in mutande), ma mi chiedo: con le dovute proporzioni (Sarteano non è Los Angeles), forse i Red Hot Chili Peppers prima di rileccare suoni e immagine erano tanto diversi? Vi ricordate, per caso, dove stavano i calzini?

Last but not least, lode alla scelta di non cedere alle cover, ma di presentare uno spettacolo loro dall’inizio alla fine. Con un loro immaginario, fatto di serate annoiate al bar, ribellioni acerbe, un mondo dove i buoni e i cattivi si capiscono subito, racconti di amici strambi (“Un tipo messo male” mi ricorda vagamente “Perché Pippo è uno sballato”, il fumetto di Andrea Pazienza); ma soprattutto quell’odore di intere nottate in sala prove, dove si suda e si limano rime, riff e melodie, per sopravvivere ad un piccolo paese di provincia. Chi non è stato così a vent’anni?

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Tori Amos: il tour della consapevolezza (e delle canzoni ritrovate)

Per questo Unrepentant Geraldines Tour 2014, Tori Amos ha voluto strafare, agli occhi di una persona normale. O forse, agli occhi di un appassionato, ha voluto fare ciò che le è sempre…

Per questo Unrepentant Geraldines Tour 2014, Tori Amos ha voluto strafare, agli occhi di una persona normale. O forse, agli occhi di un appassionato, ha voluto fare ciò che le è sempre venuto bene, solo che la Nostra se l’era dimenticato… Per poco meno di due lustri (eccezione fatta per i tour 2010, 2011 e 2012, che hanno segnato una netta e commovente ripresa). Che cosa sa far bene? Sa dare ogni volta una nuova vita e una nuova veste a una sua canzone, soprattutto quando questa è stata apparentemente dimenticata per anni, ed è un motivo per cui vederla live secondo chi scrive è diventato più importante che un disco – che sinceramente, dopo “Scarlet’s Walk“, uno dei miei album preferiti scritti da lei, poteva anche iniziare a farne uno ogni cinque, sei, sette anni, che ci saremmo risparmiati certi capitoli evitabili della sua carriera, sino a quel momento impeccabile. Ed è anche colpa dei fan più accaniti, di quelli “io perdono tutto a Tori Amos“, che hanno fatto sì che ci fossero anche dei momenti raccapriccianti ed estremamente tristi nella sua carriera. Ma questo è un altro discorso.

Pregare non è nel mio stile, ma se Tori iniziasse a prendere esempio da Peter Gabriel, che è undici anni che non fa un disco di inediti in studio, eppure fa ancora tour con l’energia di un ragazzino e la fame non la fa a 63 anni suonati… Sarebbe meglio. Torniamo al discorso serio.

Torniamo alle canzoni dimenticate, che hanno goduto di nuova vita, ne prendo due come un puro esempio: “iieee” e “In The Springtime Of His Voodoo“, rispettivamente tratte da “From The Choirgirl Hotel” – album splendido per quello che mi riguarda – e da “Boys For Pele” – un album difficile, un po’ deprimente e indigesto, sempre per quello che mi riguarda. Soprattutto per la seconda canzone, data la provenienza, è quella che ha goduto di una splendida rivisitazione e riarrangiamento: nella data di Milano del 3 Giugno, alla quale ero presente, mi sono trovata di fronte a una cavalcata piena di brio e allegria. Era una canzone energica, come si era sempre meritata di essere. Anche “iieee”, proposta in altre date, era decisamente viva, sofferta e sentita nell’arrangiamento senza band – ed era la prima volta in assoluto che veniva eseguita senza band, dal lontano… 2003, forse? Così come qualsiasi brano preso da “The Beekeeper“, eseguito solo al pianoforte, ed eventualmente tastiera o pianoide, gode della bellezza cristallina che ha sempre avuto in potenza, ma chissà per quale oscuro motivo, quell’album nel 2005 sembrava una scialba jam session con la sua band, con arrangiamenti noiosi e piatti. “Marys Of The Sea” e “The Power Of Orange Knickers” (non ridete!) in questo tour 2014 godono di ottima salute e sono canzoni semplicemente splendide. Per non parlare delle innumerevoli cover che ha proposto nel corso del tour: da mangiarsi le mani per non aver visto “Red Rain” di Peter Gabriel, se non su YouTube, proposta nella data di Zurigo; ma non solo, ha omaggiato Conchita Wurst in una data in Austria con “Rise Like A Phoenix”, mentre in Russia ha avuto un momento estremamente trash (però le si ascoltava tutti, da adolescenti) con “Not Gonna Get Us” delle Tatu. Parlando personalmente, poi, ho sempre avuto un debole per la sua versione di “Total Eclipse Of The Heart“, di Bonnie Tyler e di “Running To Stand Still” degli U2. 

Un altro aspetto che rende questo tour unico, poi, è il fatto che al momento, Tori stia tirando fuori tutto il suo repertorio: si è perso il conto delle canzoni che ha suonato, tra cover e brani suoi, ma si è abbastanza certi che abbia superato le 250 canzoni. È andata a riprendere brani che non suonava da tempo, che suonava poco e li ha riproposti. E questo, forse, è anche merito del fatto che lei accetti richieste da parte dei fan per quanto riguarda le canzoni da suonare (e personalmente, posso dire che due volte su due ha esaudito i miei desideri): chissà, ora che sta terminando il tour europeo, in quello americano riserverà nuove sorprese e canzoni rispolverate per l’occasione. Sperando anche nel buongusto dei fan americani, che sono quelli più accaniti e, appunto, con meno cognizione di cosa sia trash o che cosa sia memorabile. Scusate fan americani, ma non mi siete mai andati troppo giù, perché avete sempre fatto parte di quella categoria “Ma American Doll Posse è un bell’album. Devi solo dargli del tempo” e siete sempre stati quelli che si sbrodolavano anche di fronte a una brutta canzone di Tori. Ricordatevi che dovreste essere degli EWF, degli ears with feet. E che Tori a suo tempo andava tenuta con i piedi per terra, sempre per la faccenda che si sarebbe risparmiata dei momenti imbarazzanti nella sua carriera.

In tutto questo, infine, c’è una cosa che mi ha fatto veramente piacere: rivedere Tori con i suoi capelli, sgonfia dal botox degli anni 2005 – 2009, in forma, sorridente e piena di energia. Consapevole anche dei suoi splendidi 50 anni.

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Feet’n Tones, sound vintage ed energico del gruppo aretino elettro-roots

La Valdichiana.it ha intervistato un gruppo elettro-roots aretino, nato nel 2007, loro sono i Feet’n Tones, che letteralmente tradotto significa Fententoni, volete sapere qualcosa in più su di loro? Leggete…

La Valdichiana.it ha intervistato un gruppo elettro-roots aretino, nato nel 2007, loro sono i Feet’n Tones, che letteralmente tradotto significa Fententoni, volete sapere qualcosa in più su di loro? Leggete la nostra intervista!

Feet’n Tones, nati ad Arezzo nel 2007 dalle ceneri di un progetto punk aretino, un lungo percorso musicale che li ha portati ad essere un vero un gruppo Elettro-Roots, sound vintage, moderno ed energico allo stesso tempo, i Feet’n Tones sono riusciti in poco tempo a crearsi un pubblico vasto, e adesso, sono pronti a conquistare tutta l’Italia con il loro nuovo singolo.

CuraMedievale (voce-chitarra), Corda (tastiere-tromba), Peste Conte (chitarra), O’ Professore (sax), LaVecchia (basso), Il Francese (batteria) sono i componenti di questo gruppo di Fententoni, traduzione letterale del nome e presa in giro a tutti quei gruppi italiani che per darsi un tono scelgono la lingua inglese per la reputazione. La musica dei Feet’n Tones si ispira ad altra musica, si può definire “un furto personalizzato” che rimanda a Rancid, Amy Winehouse, agli Specials e i Madness ai NoDoubt, da Toots and the Maytals, agli Operation Ivy, da Bob Marley a Skrillex. Un misto tra 2Tone e Roots, generi musicali un pò datati, ma che questo gruppo ha saputo trovare un modo originale per trasportali ai giorni nostri, un beta molto ben definito e un suono grezzo, che trasmette energia allo stato puro.

Da pochi giorni è uscito il loro nuovo singolo “Musica” e La Valdichiana.it, sempre alla ricerca di gruppi nuovi e originali da farvi conoscere, li ha raggiunti per saperne di più di loro e dei loro pezzi.

“”Musica” racconta di come la musica, scusate in gioco di parole, rappresenti per noi uno “spazio di libertà” all’interno di una società opprimente, che vuole per forza cucirci addosso un ruolo che sia funzionale ad essa. – ci raccontano i Feet’n Tones – Non si tratta però di una lamentela, quanto di un messaggio propositivo: ognuno di noi ha il diritto/dovere di cercare e di difendere questi spazi, ovunque essi si trovino. In questo pezzo abbiamo cercato di affiancare a un beat molto minimale e serrato una melodia solare. Ecco perché abbiamo scelto un parco in una giornata di sole, la piscina e i colori accesi. Volevamo che la luce del video rappresentasse bene le atmosfere del pezzo”.

Foto_Feet_VideoclipIl brano è accompagnato da un video girato da un regista molto noto nel settore, Giorgio Fazio, videomaker di Laura Pausini, Alessandro Casillo e molti altri, in stile “back and forth”, sincronizzando a tempo i frame del video con il beat del brano, ottenendo così un risultato molto particolare. Come è stato collaborare con lui?

“La collaborazione con Giorgio Fazio di “Wittori” è stata uno dei momenti più esaltanti degli ultimi mesi. Ha dimostrato una grande sensibilità artistica, calandosi perfettamente nel mondo “fetente”. O più esattamente, crediamo che Giorgio sia sempre stato Feet’n Tone, solo che non lo sapeva. – ci spiegano.

Cosa ne pensate del panorama musicale italiano?

“A parte alcuni nomi, che stimiamo profondamente, pensiamo che in generale ci sia una bella montagna di … talento. Ci piacerebbe lavorare con Tim Armstrong, Skrillex e Toots (and the Maytals), sarebbe un bel tridente da Champions League”.

I Feet’n Tones, oltre ad un mini-tour estivo che li terrà impegnati fino a settembre, hanno in tasca diversi pezzi nuovi:

“Noi vogliamo stupire il pubblico con delle scelte promozionali diverse da quelle canoniche, seguiteci e vedrete”.

Vorremmo ricordare che il singolo “Musica”, è scaricabile su ITunes a questo indirizzo: https://itunes.apple.com/it/album/musica-single/id869502068, ed è stato curato da grandi professionisti del settore e mixato al Revolver Studio di Roma, che ha ospitato artisti del calibro di Zucchero per l’album la Sesìon Cubana, i Negrita, il Maestro Piovani e molti altri.

Noi ringraziamo i Feet’n Tones per questa intervista, vi invitiamo a vedere il video in puro stile Fetentone, che trovate qui sotto e facciamo un grande in bocca a lupo a questa bomba di energia!

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Caustic Love di Paolo Nutini e Museica di Caparezza: le ultime novità

Due le novità che vale la pena menzionare per questo mese di aprile 2014. Il 15 aprile è uscito il nuovo album di Paolo Nutini, Caustic Love; il 22 aprile,…

Due le novità che vale la pena menzionare per questo mese di aprile 2014. Il 15 aprile è uscito il nuovo album di Paolo Nutini, Caustic Love; il 22 aprile, invece, è arrivato il concept album di recente produzione di Michele Salvemini, in arte Caparezza, dal titolo Museica.

Caustic Love, a distanza di cinque anni da Sunny Side Up, l’ultima opera del musicista e cantante scozzese di origini italiane, si trova ora al primo posto della classifica album in Gran Bretagna. Non solo, è il primo disco a superare le centomila copie vendute nel 2014 in Uk, precisamente 109.000, solo nella prima settimana di vendite.
L’album, rispetto al precedente, ha testi più ricercati. In alcuni brani è data particolare attenzione alle tematiche inerenti all’amore; quello incondizionato, come in Better Man, ma anche intriso di parentesi dolorose, come nella canzone Numpty. Una maturità artistica che permette di apprezzare ulteriormente questo artista, anche grazie a citazioni importanti: mi riferisco a Iron Sky, forse la canzone migliore di tutto l’album, composta da un intermezzo estratto dal Grande Dittatore di Charlie Chaplin. Per quanto riguarda le tendenze sonore, troviamo ritmi funky e la voce blues, piena, commovente e intrisa di soul, di Nutini.

Video di  Iron Sky

Di tutt’altro genere è il concept album di Caparezza, Museica: ben 19 brani, a tema arte. Guidando l’ascoltatore dalla prima all’ultima canzone, Caparezza costruisce la sua opera immaginando un museo nel quale si entra attraverso il primo pezzo, Canzone all’entrata, e dal quale si esce con l’ultimo, Canzone all’uscita, appunto. Nel mezzo, una scorsa di quadri, canzone dopo canzone, attraverso cui delinea un percorso di pensieri e riflessioni su temi contemporanei. Con citazioni e riferimenti storici, dal passato per narrare il presente, Museica diventa una critica alla società attuale, rimanendo in linea con gli album precedenti di Caparezza. In Mica Van Gogh (dal viaggio ad Amsterdam viene l’idea dell’album stesso), per esempio, il cantante crea un efficace parallelo tra il pittore olandese e un adolescente moderno; Caparezza stuzzica con frasi dal tono ironico, fin troppo veritiere: «Lui 300 lettere, letteratura fine, tu 160 caratteri, due faccine, fine».

I riferimenti sono molteplici, Goya, Fontana, Giotto, Duchamp e i dadaisti: in Cover, le copertine degli album di grandi come Nirvana, Beatles, Velvet Underground. Ogni brano da ascoltare parola per parola, ogni rima una riflessione profonda. Il mio preferito, Fai da tela, ispirato al dipinto Il piccolo cervo di Frida Kahlo. diventa una riflessione sull’apparenza della società moderna, sulla superficialità costruita delle identità, mediate dalle personalità altrui:

«Ognuno di noi è una tela bianca che viene dipinta dai giudizi altrui; viviamo nell’illusione di essere noi stessi, in realtà siamo come ci dipingono gli altri».

Infine, È tardi, realizzato con la collaborazione di Michael Franti, il brano contro la frenesia contemporanea, dove tutti sono sempre in ritardo per fare qualsiasi cosa. Penultimo dell’album, inizia a condurre verso l’uscita del museo, a seguito di una eterogenea, quanto incredibilmente costruttiva, visita guidata.

Video Cover

A cura di Chiara Magliacane

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Momenti Musicali – In Viaggio Con Spotify

Momenti Musicali – In Viaggio Con Spotify Ascolti sparsi e consigliatissimi. Tra università, viaggi in treno e Festival Internazionali del Giornalismo, conviene prepararsi delle playlist a prova di noia o…

Momenti Musicali – In Viaggio Con Spotify

Ascolti sparsi e consigliatissimi. Tra università, viaggi in treno e Festival Internazionali del Giornalismo, conviene prepararsi delle playlist a prova di noia o di sonno! 

Benedetta sia Spotify, l’applicazione che mi ha salvato durante un lungo viaggio in treno verso Milano, tra bambini urlanti e gente in piedi nel vagone (e le loro ingombranti borse in faccia o in testa), dove il mio iPod aveva deciso di non funzionare. Non potendo attaccare bottone con i vicini di posto, tutti addormentati, ho fatto partire Spotify e una bella playlist di canzoni nuove che mi hanno colpito particolarmente. Non sono mai stata particolarmente fan delle applicazioni per ascoltare musica in streaming, ma mi devo ricredere, perché si fanno tante scoperte interessanti in pochissimo tempo, scoperte nuove o anche meno nuove… Ecco cosa e chi ho scoperto in viaggio con Spotify. O chi e che cosa ho ritrovato per strada.

Cesare Cremonini – Logico

Ebbene sì, non ho mai nascosto che Cremonini mi piaccia e parecchio, ma questa nuova canzone è spaziale. Energica, anche un po’ inaspettata per un panorama rock italiano tutto da rivedere. Mi piace tantissimo la parte elettronica (poco sfruttata forse, nel rock e nel pop italiano più mainstream) e la voce di Cesare si sposa perfettamente in un contesto diverso dal solito.

Fitz&The Tantrums – The Walker

Okay. Okay. Era già la canzone dello spot ufficiale degli Oscar con Ellen DeGeneres, ma su Spotify l’ho ritrovata e ho iniziato a fischiettarla e a riascoltarla. Ne ho approfittato per ascoltare tutto l’album e vi consiglio caldamente di farlo, perché è di qualità ed è molto divertente e piacevole. Il pop in questo momento ha gli arrangiamenti migliori di qualsiasi altro genere. 

Stromae – Tous Les Mêmes

Testo geniale. Voce molto bella e in un francese molto gradevole (avete mai sentito un francese, un uomo francese, parlare nella sua lingua madre? Ecco. Io sì). Un mix di generi interessantissimi e una canzone orecchiabilissima (adoro quegli ottoni!) e con un gusto un po’ retro sulle strofe. 

The Philadelphia Experiment – The Philadelphia Experiment

Quest’album e questo progetto sono piuttosto datati (se il 2001 si può dire datato… Era l’altroieri!), ma per chi ama le sonorità più particolari, questi sono da ascoltare, il loro mix tra jazz e funk vi stupirà! E date un’occhiata alla line-up… A dir poco mostruosa!

Anna F. – DNA

Ho scoperto Anna F. ascoltando tutto l’album, non sapendo affatto che “DNA” fosse una hit o qualcosa di simile a un tormentone. Infatti, non è nemmeno la mia canzone preferita di “King In The Mirror” , il suo album uscito quest’anno. Mi piace, nel complesso è frizzante, ha anche piccole raffinatezze a livello di arrangiamento e non è banale. Anche i suoi album precedenti meritano. 

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Momenti Musicali – Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame

Momenti Musicali – Rock ’n’ Roll Hall Of Fame Un momento decisamente emozionante e atteso, per quello che riguarda la musica rock, è la cerimonia della Rock ’n’ Roll Hall…

Momenti Musicali – Rock ’n’ Roll Hall Of Fame

Un momento decisamente emozionante e atteso, per quello che riguarda la musica rock, è la cerimonia della Rock ’n’ Roll Hall Of Fame. Quella del 2014 si è svolta la scorsa settimana, giovedì 10 Aprile, al Barclays Center di New York, nella zona di Brooklyn. Ogni anno, parecchi artisti influenti vi entrano, ma quest’anno, per motivi anche di gusti personali, ha avuto sicuramente più appeal.

Gli artisti che sono entrati con tutti gli onori sono stati Peter Gabriel, Kiss, Nirvana, Cat Stevens, Linda Ronstadt, la E Street Band tra gli altri

L’amato Peter Gabriel entra ufficialmente nella Rock ’n’ Roll Hall Of Fame per la seconda volta: la prima volta, quattro anni fa, nel 2010, in quanto ex-cantante dei Genesis. Il suo discorso è stato molto bello, ed era caratterizzato per avere quei principi in cui ha sempre creduto Peter Gabriel, nella sua lunga carriera: creatività, lungimiranza, innovazione, voglia di sperimentare. E questi principi sono stati ribaditi, per le nuove generazioni di musicisti. L’artista inglese si è esibito con Chris Martin dei Coldplay (che aveva presentato Peter Gabriel con un discorso molto sentito e sincero), cantando “Washing Of The Water”, per poi lasciare Gabriel a “Digging In The Dirt” e “In Your Eyes”, con la straordinaria partecipazione dell’artista e amico, il senegalese Youssou N’Dour, che aveva cantato già nella versione in studio della canzone, nel 1986, per l’album “So”.

Freddezza e rigidità per i Kiss, in polemica con gli organizzatori della cerimonia, per non esser stati indotti prima nella Rock ’n’ Roll Of Fame, senza contare le infinite polemiche tra membri ed ex-membri. Ricevono il premio in fretta e furia, e non si esibiscono. Meglio evitare qualsiasi commento poco fine sul comportamento della band, evidentemente malata di protagonismo o alla ricerca del “fare notizia” più degli altri artisti premiati quella sera. Se si è in polemica e in rotta con gli organizzatori, la coerenza insegnerebbe di non partecipare nemmeno a una cerimonia del genere. Se ci si reputa tanto fondamentali per il rock, basterebbe fare buona musica… No?

Molto graziosa l’idea dei Nirvana di esibirsi, senza Kurt Cobain per ovvi motivi (no, non l’hanno avvistato vivo assieme a Elvis Presley e a John Lennon da qualche parte), ma con quattro voci femminili di tutto rispetto a rendere onore alla voce indimenticabile: Lorde, Joan Jett, Kim Gordon e St.Vincent.

Commovente Linda Ronstadt, impossibilitata a cantare perché malata di Parkinson, omaggiata da Carrie Underwood, Emmylou Harris, Bonnie Raitt, Sheryl Crow e Stevie Nicks. Voci di tutto rispetto per una grandissima artista. Energica e grintosa l’esibizione della E Street Band (nel frattempo, Bruce Springsteen è già ampiamente entrato nella Rock ’n’ Roll Hall Of Fame).

In generale, è stata una cerimonia lunga, anche un poco noiosa e un po’ impegnativa da seguire in tutta la sua interezza (ben 5 ore!), ma quest’anno valeva la pena di raccontarvela, dati alcuni dei nomi in ballo.

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