La Valdichiana

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Categoria: Musica e Teatro

“I Dialoghi degli Dei” – La mitologia dell’Amore al Ciro Pinsuti di Sinalunga

I Dialoghi degli Dei, di Massimiliano Civica e I Sacchi di Sabbia, va in scena al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, Venerdì 14 Febbraio alle 21:15. Uno spettacolo tratto dal…

I Dialoghi degli Dei, di Massimiliano Civica e I Sacchi di Sabbia, va in scena al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, Venerdì 14 Febbraio alle 21:15. Uno spettacolo tratto dal testo omonimo di Luciano di Samosata, prodotto dalla compagnia Lombardi-Tiezzi, che vede sul palco Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano e Giulia Solano.

Per quanto sia una delle personalità più eclettiche e multiformi della letteratura greca, Luciano di Samòsata viene manualisticamente afferito al genere della satira menippea, la fase embrionale – come afferma la maggior parte dei filologi – del moderno romanzo. Samosata (oggi Samsat, in Turchia) divenne una città romana dal 72 d.C., Luciano nacque circa cinquant’anni dopo e crebbe in pieno principato di Adriano, nel tollerante clima culturale e nelle estetiche alessandrine del secondo secolo. Educato all’eloquenza, alla raffinatezza stilistica e al virtuosismo dialettico, Luciano di Samosata produce opere che sono veri e propri esempi letterari della nuova sofistica mediorientale. La sua opera è indicata come un esempio di libertà, di elasticità sia formale che nei contenuti, in cui tutto il bagaglio della cultura ellenistica e il retaggio classico diventano serbatoi da cui attingere liberamente elementi e riferimenti. 

Ne La Storia Vera, ad esempio, racconta – in modo deliberatamente e dichiaratamente finzionale – del viaggio che, assieme a un equipaggio di cinquanta compagni, intraprende oltre le colonne d’Ercole. È il primo romanzo weird and eerie della storia, in cui sono presenti guerre interplanetarie, voli astrali, nonché una tappa nelle Isole fortunate in cui il protagonista incontra gli storici greci defunti, tra cui Erodoto, che viene punito in eterno per “non aver scritto la verità” (con ovvi intenti provocatori e parodistici).

Il carattere dissacrante permea tutta la sua produzione, nella quale spiccano, per rilievo storico e per modernità, i Dialoghi. Ora, i Dialoghi sono un genere letterario di enorme fortuna nella produzione classica, ma mai nessuno si era spinto a confrontare in un dialogo, un dio e un mortale, pareggiando le loro capacità di confronto, le loro debolezze e le loro intimità. Ne I Dialoghi degli Dei, infatti, Zeus, Era, Eros, Dioniso, Ermes ed Apollo, così come Afrodite, Priapo, Endimione e Seleno, toccano le bassezze degli umani: tradimenti, pettegolezzi, ruberie, invidie e marette coniugali caratterizzano i “retroscena” del mito, che Luciano di Samòsata ci tratteggia con uno stille eccezionale, sia per modernità che per efficacia.

Dall’incontro tra Massimiliano Civica e I Sacchi di Sabbia è nato uno spettacolo teatrale che muove proprio da I Dialoghi degli Dei di Luciano. In questo allestimento gli Dei sono atterrati in una classe di un ginnasio, diventando oggetto concreto delle spietate interrogazioni con cui un’austera insegnante tormenta due suoi allievi. Seduti ai loro banchi di scuola e con i calzoni corti, i due maturi studenti, interrogati su tresche e malefatte degli immortali, sperimentano sulla propria pelle le ingiustizie della scuola, preludio alle future ingiustizie della vita. Nello spettacolo la libertà formale del testo di Luciano cozza con i rigidi metodi educativi dell’istituzione scolastica, muovendo qua e là, delle critiche al nozionismo e alla severità di alcuni esponenti del corpo docente italiano. Sarà un ottimo modo per celebrare San Valentino, sia che siate in coppia o meno, riflettere sulle relazioni e la comunicabilità tra gli esseri umani, la necessità di amore che muove le vite di tutti – dei o mortali che siano – e che caratterizza nel bene o nel male, le nostre vite.

Abbiamo incontrato Giovanni Guerrieri de I Sacchi di Sabbia per parlare dello spettacolo.

Nello spettacolo si ride tanto: Luciano di Samosata per gli studenti del classico è l’autore divertente del canone letterario in greco antico: è l’autore parodico, l’autore fantascientifico ante-litteram. Quanto vi ha aiutato questo aspetto del testo originale? Come avete lavorato, proprio in funzione della componente – molto presente ne I Dialoghi degli Dei – che è quella comica?

Giovanni Guerrieri: la scommessa che noi facciamo è proprio questa: quanto resiste della componente comica di un testo antico? Il comico è sempre legato al qui ed ora. Le dissacrazioni e le provocazioni di Luciano non possono arrivare al pubblico contemporaneo con la stessa forza dirompente che avevano nel II secolo. Lo stesso apparato mitologico che forse per la prima volta atterra tra gli umani e diventa oggetto di pettegolezzo, si scardina e Luciano rende gli dei umani troppo umani, più umani degli umani stessi: pieni di vizi, come gli umani. Quell’Olimpo, mitologico con un reale valore religioso, era già al crepuscolo, ma I Dialoghi degli Dei di Luciano aveva ancora una forza provocatoria. Oggi ovviamente quello che resta di provocatorio, secondo noi, sono le allusioni alla sfera erotica, all’intimità degli dei, agli amori extracoiniugali, agli amori omosessuali, paradossalmente sono questi tabù, questi giochi, che allora hanno avuto un risultato comico e che resistono ancora oggi. Noi abbiamo insistito su quelli, alleggerendo sostanzialmente lo spettacolo, rendendolo molto divertente.

Invece nell’espressione e nella resa attoriale del testo come è stato portato avanti il metodo di lavoro? Come vi siete divertiti a costruire le scene e il ritmo dello spettacolo?

Giovanni Guerrieri: Noi abbiamo spezzettato il testo. Abbiamo scelto il luogo più idoneo per far atterrare gli dei che è quello di un’aula ginnasiale. Attenzione, un’aula ginnasiale un po’ vintage.

Non si chiama nemmeno più Ginnasio..

Giovanni Guerrieri: Ecco appunto! Siamo indietro nel tempo: gli studenti hanno i pantaloncini corti, la professoressa è molto severa… questo è stato il primo step, il cambio di contesto. Questa ambientazione ci è servita anche per spiegare alcuni elementi del testo. I dialoghi veri e propri sono intramezzati da una serie di gag, scene di quest’aula di ginnasio, dense di nozioni mitologiche. L’olimpo va recuperato nella testa degli spettatori, è necessario rinfescare un po’ la memoria di un pubblico che magari non si ricorda esattamente i nomi degli dei dell’Olimpo, le loro vicende. La strategia che abbiamo usato è quella dell’interrogazione, della spiegazione della professoressa. Una severissima prof. che interroga con esclamazioni, giochetti. Tutto questo è stato costruito in scena, come un gioco, prova dopo prova. Quello di costruire le interazioni tra di noi, direttamente in scena, è un metodo che noi portiamo avanti da molti anni. La commedia è costruita sul ritmo e cioè sul fatto che la battuta è veramente una battuta: un battere, un marcare il tempo. Le nostre sono partiture testuali che hanno molto apporto musicale, profondamente ritmico. Una battuta più lunga assorbe più tempo, a seconda dei piedi, come venivano definiti in metrica classica, no? La misura delle parole, specie in poesia, era scandita dai piedi, e cioè dal battere del piede, che marcava il ritmo dei versi…

Per questo spettacolo I Sacchi di Sabbia si Confrontano con Massimiliano Civica che viene dall’odin teatret, è stato allievo di Eugenio Barba: ecco, come si è costruito questo confronto e che arricchimento ha portato questa collaborazione.

Giovanni Guerrieri: Guarda, in due modi. Il primo riguarda il cambio di immaginario. Chi come noi lavora insieme da tantissimi anni – dal 1995 – ha sicuramente un affiatamento molto forte. La compagnia è invariata da 25 anni. Da un certo punto di vista questo si è rivelato fondamentale, per come ci comportiamo sul palco: conosciamo i nostri rispettivi tempi comici, conosciamo i nostri corpi e come li muoviamo, i nostri ritmi, eccetera. D’altro canto però è emerso di recente il timore che questi meccanismi consolidati si siano incalliti e che certe dinamiche rischino di essere sempre più uguali a sé stesse. Ecco che è intervenuto Massimiliano. Abbiamo sentito l’urgenza di cambiare mondo, di cambiare immaginario: i nostri spettacoli che hanno funzionato di più sono legati al mondo dell’avventura, come il nostro Sandokan, ad esempio, gira da anni e continua a girare, ha fatto più di 300 repliche. Massimiliano ci ha fornito un lasciapassare in un territorio che non è il nostro. Un confronto con qualcosa di diverso che sicuramente ci ha fatto riscoprire il gusto di imparare cose nuove. L’altra cosa che la sua presenza ha ridefinito è la dinamica tra di noi. Tendenzialmente sono sempre stato io, l’autore dei Sacchi di Sabbia, e ho sempre lavorato assumendomi inconsapevolmente il ruolo gestionale della scena, di capocomico. L’idea che questa gerarchia potesse essere scardinata, mi è sembrata stimolante: volevamo qualcuno che prendesse il timone in mano, che cambiasse queste gerarchie. Con Massimiliano Civica abbiamo lavorato anche in un altro spettacolo, intitolato Andromaca, e già stiamo preparando il nostro terzo lavoro insieme. Vuol dire che ci siamo trovati bene. 

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Donpasta e il suo show di suoni e parole per salvare la cultura del cibo

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I…

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I Villani, il film documentario presentato al Festival del cinema di Venezia nel 2018, dedicato a quattro storie popolari, di cibo, di pesca, di agricoltura, di allevamento. Sua l’idea di unire cibo, musica e parole in una performance capace di connettere il pubblico al senso ancestrale del cibo, indiscusso legame identitario tra luoghi e persone.

Donpasta, che dopo più di dieci tappe internazionali porta il suo progetto Food Sound System al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, il prossimo 8 febbraio alle ore 21.00, ha iniziato il suo percorso di riscoperta e divulgazione della cultura alimentare agli inizi del 2000, quando da studente fuori sede si è scoperto profondamente attaccato al ricordo della cucina tipica delle sue origini. Da allora, nel corso di tutti i suoi viaggi, ha accumulato storie, tradizioni e suggestioni legate all’eredità del cibo popolare e le ha condensate in un cooking djset, espressione di suoni, parole e passione.

Food Sound System
è una performance coinvolgente per i cinque sensi, un’esperienza che è al contempo scena e cultura, musica e profumo, improvvisazione e racconto di memorie lontane, presente e luoghi distanti, come ci ha raccontato proprio Donpasta.

In cosa consiste queste spettacolo, così originale e unico nel suo genere?

«Si tratta fondamentalmente di una commistione di musica e racconti di storie di cucina. Da salentino sono cresciuto osservando nelle occasioni di festa l’abbinamento indissolubile tra la tradizione del cibo e della musica: due dimensioni accomunate dalla caratteristica di essere il risultato di attività compiute per gli altri. La sequenzialità pressoché liturgica con le quali si esegue una ricetta antica o un ritmo tramandato da generazioni, si riassume nella sacralità di un rito che si quotidianamente si rinnova, sintetizzando una storia di secoli e accomunando le persone attorno ad un’esperienza condivisa».

Durante lo spettacolo, alle parole si uniscono la musica e le sonorità che tipicamente vengono prodotte in cucina. In che modo viene gestita l’improvvisazione?

«I luoghi, i cibi, le persone che incontro nei posti in cui si sposta Food Sound System sono ogni volta una fonte inesauribile di nuovi contenuti, aneddoti e storie da portare sul palco. L’interazione con un musicista è una pratica artistica riconducibile molto al jazz, per quanto riguarda il tratto di improvvisazione. Sul palco, i suoni originati durante la preparazione dei piatti vengono microfonati e vanno ad integrarsi con parole, gesti e musica, per restituire un corpo sonoro che è contingente al momento in cui si svolge lo spettacolo, ma conserva insieme la valenza infinita dello sfrigolio dell’olio o dell’incidere ritmico di un coltello su un tagliere. Sono rumori eterni, che prolungano la loro storia ogni giorno, nelle molteplici situazioni in cui vengono continuamente riprodotti. Nella data al Teatro Ciro Pinsuti, le gestualità e i tempi si uniranno alla musica di Davide Della Monica, con cui condivido la nascita dell’idea di Food Sound System».

Questo spettacolo si presenta dunque come manifesto di un piano di difesa della cultura legata al cibo. Qual è l’obiettivo di questo percorso?

«Di pari passo all’abbassamento della qualità degli alimenti, a cui ha contribuito anche il potenziamento del commercio internazionale, va sempre più scomparendo la memoria collettiva fondata sul proseguimento delle tradizioni popolari. La sfida è dunque quella di rimettere in circolo le esperienze legate alla storia e all’identità dei luoghi, trasmettere emozioni legate al ricordo dei sapori che stanno alla base di un bagaglio collettivo comune».

A cosa si deve ricondurre, secondo Donpasta, questo processo culturale di perdita della stima delle proprie radici culturali?

«Laddove la modernità ha più mutato i connotati dei luoghi, maggiore è stata la perdita della memoria anche alimentare, oltre che dell’autenticità del sistema valoriale complessivo, fortemente compromesso dai meccanismi capitalistici».

La memoria del cibo che posto trova negli equilibri sociali attuali e come si pone rispetto all’integrazione di altre culture?

«L’integrazione sta alla base della nascita della tradizione. A svalutare l’identità culturale non è lo straniero, ma i processi della modernità. Quando si pensa che lo straniero costituisca una minaccia alla sopravvivenza delle tradizioni locali, si dimentica forse che, soprattutto in Italia, la cultura del cibo che oggi possiamo apprezzare è frutto di contaminazioni con altre storie, spostamenti da regioni e stati, migrazioni di popoli. È una storia che prosegue da secoli, magari un tempo era più lenta, oggi avviene tutto molto più velocemente, ma è un processo che non si è certo innescato negli ultimi dieci anni, e al quale sicuramente si deve quello che attualmente si ammira».

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“Dall’Inferno all’Infinito”: intervista a Monica Guerritore per un viaggio dell’anima attraverso la letteratura

Monica Guerritore arriva al Teatro Poliziano, venerdì 7 Febbraio, per portarci nelle profondità dell’animo umano in un viaggio Dall’Inferno all’Infinito. Un percorso dell’anima ma anche della letteratura: Dante, Pasolini, Morante,…

Monica Guerritore arriva al Teatro Poliziano, venerdì 7 Febbraio, per portarci nelle profondità dell’animo umano in un viaggio Dall’Inferno all’Infinito. Un percorso dell’anima ma anche della letteratura: Dante, Pasolini, Morante, Valduga, Hugo, Pavese, Leopardi sono tutti sul palco con lei.
Come ci sono arrivati?
È il 2004 e siamo a Verona. Monica Guerritore studia la Divina Commedia per una lettura al Teatro Romano e le appare chiaramente quello che c’è dietro al viaggio di Dante: un tessuto psicanalitico dell’inconscio.
Tornata a casa legge Anima di James Hillman, psicanalista archetipico, e la sua intuizione viene confermata. L’attrice e autrice decide allora di raccontare al pubblico quello che ogni Canto ci porta dal punto di vista dell’inconscio.
Com’è, però, che sul percorso dantesco si sono innestati tutti gli altri brani? L’abbiamo chiesto alla stessa Guerritore.

Come sono stati selezionati i testi legati a Dante? C’è stata una ricerca razionale e pensata oppure è stata una scelta dettata da ispirazioni del momento?
“È stata un’associazione non logica, ma un’associazione libera come si fa in psicanalisi.
Ho preso con molta semplicità il primo verso del primo Canto e ho cominciato a pensare a una discesa: ho immaginato la notte in cui Dante comincia a scrivere, ho immaginato la sua età. E ho seguito questo viaggio, questo precipitare dentro l’animo che si riempie di suggestioni, di immagini a cui Dante dà dei nomi per renderle comprensibili, ma sotto nascondono sempre degli archetipi.
Hillman racconta quello che c’è sotto le cose. E ogni racconto, ogni canto, ogni opera ha sotto un mito che lo sostiene, il resto è scenografia. Quello che c’è sotto si lega anche se ciò che sta sopra non appartiene alla stessa epoca, se la musica non è la stessa. Quindi ci sono delle associazioni che nascono dai miti sottostanti, dai temi portanti e dagli archetipi.
A Dante si parano davanti tre fiere? Le fiere equivalgono, in psicanalisi, ai predatori della psiche. Ad aiutarlo arriva Virgilio, che è il super io; Virgilio poi lascia il posto a Beatrice che è la prima luce e da lei mi è naturalmente venuta in mente Francesca, l’amore carnale.
Dal Conte Ugolino che divora i corpi dei figli – uno dei temi portanti della psicanalisi, quello del padre che divora i figli – mi è venuto spontaneo pensare alla madre di Pasolini, che per troppo amore lo divora, e poi ho pensato alla madre della Morante e da lei sono passata alla Valduga… e si va così, potrei continuare, perché ogni volta che lo faccio mi viene in mente altro.
Non c’è un collegamento razionale, non è una scrittura lineare: procede per suggestioni, per sensazioni.
È molto complesso da spiegare, ma molto semplice da vedere.”

Ha raccontato e scritto che, come altri suoi spettacoli, questo viaggio Dall’Inferno all’Infinito è nato per essere modificato e rimpastato. Come è cambiato dalla sua nascita?
“Lo spettacolo è finito, perché è quello che doveva essere. L’idea è quella che avevo immaginato: precipitare dentro invece che fuori, perché è dentro che trovi l’infinito, nella solitudine. Il viaggio verso Dio, verso la bellezza, quel “uscimmo a riveder le stelle” è un viaggio che si fa solo entrando dentro di sé. La ricerca di noi stessi è quello che facciamo quando andiamo in compagnia dei poeti e questo è proprio lo spettacolo come l’avevo immaginato.
Poi le tessere che lo compongono a volte si spostano, a volte si amplificano e altre si riducono perché è materia dinamica.”


Come e quanto la poesia e la letteratura ci possono aiutare nell’affrontare le nostre ombre, nel vivere con l’inconscio?
“Intanto ci aiutano a prenderne atto, a prendere coscienza che esiste. E per fortuna esiste, questa visione che va al di là dei cinque sensi, che rende il viaggio non bello, ma ricco. Il popolo interiore che sono le nostre ombre è comunque in movimento ed è importante ascoltarlo, perché altrimenti diventa una materia indistinta caotica e noi finiamo preda di movimenti che non capiamo, non gestiamo e non sappiamo da dove vengano.
Attraverso la letteratura o qualsiasi opera letteraria o visiva troviamo compagni, rappresentazioni simboliche, perché danno corpo a quelle ombre.”

Queste parole che lei porta in scena vengono tolte dalla loro collocazione storica. Questo le rende attuali, ma non le lega a questo momento. Le rende invece atemporali, vicine a tutti i tempi e a nessuno. Perché secondo lei accade questo?
“Intanto perché le togliamo dalla metrica: ce le hanno insegnate in un certo modo, con la metrica, con il tempo, con il ritmo. Se invece le ascoltiamo così come sono, come un racconto, fanno veramente impressione.
Le ascolti come se fossero nuove, le riscopri e poi le metti in tutte le caselle in cui ognuno del pubblico vuole metterle: diventano tue, sei tu che fai un’esperienza personale.
Il Conte Ugolino, la “Supplica a mia madre”, il brano di Madame Bovary… sono tutte cose che riscopri perché vengono allontanate dal modo consueto cui siamo abituati, in cui il suono diventa più importante della scrittura.
Io invece cerco di ridare ogni brano alla scrittura così com’è. Non devo essere brava, dobbiamo rileggere insieme queste meraviglia assolute.”

Che rapporto ha e ha avuto con gli artisti che ha portato sul palco?
“La Morante è quella che negli ultimi anni mi ha più indicato una strada che è molto simile al mio modo di creare. Nell’incipit del Menzogna e Sortilegio le arrivano, di notte, questi personaggi che vogliono essere raccontati e diventano sempre più reali, come i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello.
Per me accade in modo simile: il personaggio arriva e poi in un lavoro alchemico piano piano prende forma e corpo e poi si scrive, come ho fatto con Giovanna d’Arco o nel mio ultimo libro Quel che so di lei.
È un modo abbastanza visionario, questo mio modo di creare spettacoli e scrivere, ed è la Morante che mi ha raccontato come accade.
Mentre Dante sicuramente è quello che più mi ha trascinato in questo viaggio alla scoperta di sé. Io da quando lo studio ho sempre visto questa immersione nel profondo. Lui addirittura parla dell’animo in terza persona, lo vede, lo materializza nella sua immaginazione, non è più lui. “Vidi io l’animo mio…”: è incredibile.
Dante mi ha accompagnato nella profondità di un viaggio all’interno di sé.”

Questo viaggio nelle profondità dell’anima per uscire “a riveder le stelle” e raggiungere l’Infinito vi aspetta venerdì 7 febbraio al Teatro Poliziano, alle 21.15.

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Favolah, il nuovo musical che racconta l’intramontabile incanto delle fiabe

Per eccellenza la dimensione delle favole è quella che non smette mai di affascinare. Per il potere che ha di suggerire immaginari fantastici e suscitare la meraviglia di storie incredibili,…

Per eccellenza la dimensione delle favole è quella che non smette mai di affascinare. Per il potere che ha di suggerire immaginari fantastici e suscitare la meraviglia di storie incredibili, catalizza l’attenzione non soltanto dei bambini, ma diviene a ogni età la porta d’accesso a un mondo ideale, governato dalla regola che i buoni valori trovino sempre il modo di trionfare sulle forze negative che si frappongono tra i personaggi e il lieto fine. Le favole hanno da sempre rappresentato l’elemento fondamentale di ogni cultura, un espediente per raccontare eventi primordiali, oppure per giustificare avvenimenti indipendenti dalla volontà umana, o ancora per affidare alle generazioni future i valori su cui si è costituita la loro civiltà. Nella storia della letteratura, innumerevoli personaggi di fantasia sono diventati modelli da seguire o rifuggire, le morali contenute nelle pagine delle favole insegnamenti per la vita. Non c’è nessuno a cui non sia mai stata raccontata una favola e, di questo, il merito indiscutibile è anche degli autori, capaci di delineare personaggi semplici, ma perfetti in tutta la loro varietà di pregi e difetti umani, rimasti nel cuore oltreché nei ricordi, fin dalla prima lettura.

Quanto importante sia stato il loro ruolo è il tema centrale di Favolah, il musical portato in scena dalla Compagnia Evoluzione Theatre Company su un testo di Eleonora Benedetti e Erica Picchi, con la regia di Martin Loberto, le coreografie di Erica Picchi e la direzione musicale di Emanuele Derosas. Una pièce che sabato 1 febbraio arriva al Teatro degli Oscuri dopo aver conquistato un ampio consenso di pubblico e critica, ed essersi aggiudicato, nel 2019, il PRemio Italiano del Musical Originale e ben 5 Broadway World Italy nelle categorie miglior testo, miglior spettacolo con partitura originale, miglior partitura musicale, migliore attrice protagonista e miglior attore non protagonista. Uno spettacolo completamente inedito nel testo e nelle musiche che prende vita da una domanda: cosa sarebbe successo se nel passato le favole non fossero state scritte? E così la scena si apre su Charles Perrault, uno degli scrittori di fiabe più celebre di tutti i tempi, vissuto in Francia nel XVII secolo.

Caduto in miseria e disilluso che possano esistere “lieti fini”, egli ha deciso di smettere di scrivere racconti. Ci vorrà l’aiuto delle due fate Polaris e Altair per convincere Perrault a credere di nuovo nella sua missione e finire di mettere in ordine le sue fiabe. Sul palco si alterneranno i personaggi delle sue storie più note, ma in una versione inaspettata, per uno spettacolo che, come spiega il regista:

«È uno show per tutti, divertente per i bambini e capace di ricordare ai grandi di essere stati anch’essi bambini. In uno scenario incantato, le favole svelano quanto la loro espressività sia efficace e resistente alla prova del tempo. Sebbene le epoche siano cambiate e le favole presentino situazioni semplici rispetto alla complessità del presente, le loro morali restano principi validi e applicabili in qualsiasi società civile moderna».

In Favolah Perrault ha smarrito le coordinate per far ritrovare ai suoi personaggi la loro strada e alle fiabe il lieto fine. Rifiutarsi di ultimare i racconti avrebbe significato non consegnare una raccolta di mondi immaginari, senza la quale il mondo sarebbe stato un posto più grigio. L’arrivo sulla scena delle due fate viaggiatrici nel tempo è l’intervento necessario a scongiurare un futuro senza favole e la perdita della fantasia nei bambini, che senza gli scritti di Perrault oggi non potrebbero conoscere i racconti racchiusi ne Histoires ou contes du temps passé, avec des moralitez, la raccolta pubblicata nel 1697, e divenuta celebre con il titolo Contes de ma mère l’Oye, in cui sono contenuti i classici della narrativa La bella addormentata nel bosco, Cappuccetto rosso, Il gatto con gli stivali, Cenerentola, Pollicino, Pelle d’asino.


L’Evoluzione Theatre Company, nata nel 2012 e attualmente formata da otto artisti, affronta in Favolah l’origine di questi racconti, giunti ad essere conosciuti dal pubblico attraverso adattamenti cinematografici che li hanno in parte modificati, ma ancora oggi universalmente riconosciuti come riserva infinita di magia. Lo spettacolo è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 1 febbraio alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni: Valdichiana Teatro

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Giorno della Memoria: Livia Castellana chiede “Se questo è un uomo” tra luci e ombre

C’è il treno, c’è il lager. Tutto è in penombra, anche la voce di Livia Castellana che racconta. Inizia così il racconto di Se questo è un uomo al Teatro…

C’è il treno, c’è il lager. Tutto è in penombra, anche la voce di Livia Castellana che racconta. Inizia così il racconto di Se questo è un uomo al Teatro degli Arrischianti. Il volto dell’attrice lo vediamo per la prima volta quando gli ebrei appena arrivati al campo vengono spogliati e rasati: ritroviamo l’umanità di chi racconta quando viene tolta a chi è raccontato. Poi tornano le ombre, le luci di taglio, i controluce per tutto il racconto, passando da una penombra all’altra, fino a quando i prigionieri non sono che “involucri vuoti”. È così che si sentono, privati di tutto, anche della forza vitale, ed è proprio in questo momento che la luce sul palco ci mostra tutta l’umanità dell’attrice: di nuovo in contrasto, di nuovo ritroviamo l’umanità visiva quando perdiamo quella dello spirito.

In questo gioco di umanità perduta e ritrovata, la voce di Livia Castellana regge tutto il racconto. Le parole di Primo Levi non dipingono spesso immagini nitide e quindi trasmetterle oralmente è ancora più difficile, ma Livia Castellana riesce a far arrivare tutto nella testa dello spettatore. Nella sua voce c’è tutta la sofferenza dell’autore e degli altri ebrei, c’è tutta l’incredulità di chi non capisce, di chi non crede a quello che gli sta succedendo e per questo non grida, non alza la voce: sussurra.

Sussurra ma non ti fa perdere una parola di quel racconto ed è giusto che sia così, perché l’evidenza di quello che è successo non ha bisogno di strepiti. L’attrice si muove pochissimo sulla scena: compie pochi passi da una posizione all’altra, i gesti che fa sono ridotti al minimo. È un peccato quindi che questi movimenti non abbiano un significato che va oltre loro stessi: la mano che si alza è una mano che si alza, la camminata da un punto all’altro è solo un cambio di posizione (eccezion fatta per quella finale). Invece, data proprio la rarefazione, queste azioni avrebbero potuto portare nello spettacolo cose che non si potevano dire, parole che la voce non aveva modo di esprimere. Per tutta l’ora dello spettacolo, comunque, l’attenzione rimane sul palco.

Quello che a tratti manca è, credo, l’umanità su cui si interroga Primo Levi. Quando scrisse il romanzo, l’autore non voleva descrivere gli orrori del campo, perché in tanti l’avevano già fatto all’epoca, ma interrogarsi su come l’umanità sopravvivesse in quel luogo. Nella selezione di brani fatta per questo spettacolo, invece, molto spazio è dedicato a cosa fosse il campo, come funzionasse. L’effetto che il lager ha su chi lo vive emerge a tratti, ma non è il fulcro del racconto. Certamente non tutto poteva essere contenuto in sessanta minuti, ma dov’è, ad esempio, il Canto di Ulisse che permette a Primo Levi di ritrovare la sua umanità nel lager? È una mancanza che, nella mia bocca, sa di occasione sprecata.

Lo stesso, per pura opinione personale, vale per la mancanza di riferimenti al presente. Le parole pronunciate in scena ne mostravano di appigli a situazioni lontane ma anche vicinissime, e visto il contesto storico che viviamo era forse il caso di afferrarli e renderli evidenti. Non che non si colgano: le parole di Primo Levi bastano a far realizzare quanto di allora abbiamo intorno anche adesso; sarebbe stato però più interessante intesserli nel racconto, perché ricordare non è fine a se stesso.

Questa produzione della Nuova Accademia degli Arrischianti ha i suoi pregi e i suoi difetti. È comunque una messa in scena a cui è giusto dedicare un’ora del proprio tempo. Anzi, è necessario, come è necessario ravvivare continuamente la Memoria, trovandoci dentro tutte le sofferenze e le ombre umane: la voce di Livia Castellana sa mettere in luce entrambe.

Per chiudere, è curioso notare come questo sia l’unico spettacolo andato in scena a teatro esattamente il Giorno della Memoria nelle stagioni teatrali della Valdichiana senese. Non so perché, ma è così. Data la sua unicità, allora è forse il caso di andarlo a vedere nella replica di Venerdì 31 Gennaio, ore 21:15, al Teatro Mascagni.

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Platonov, la commedia del passato che ha molto da dire sui ventenni di oggi

Sabato 25 gennaio 2020 va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano Platonov – Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove, una commedia da Anton…

Sabato 25 gennaio 2020 va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano Platonov – Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove, una commedia da Anton Čechov con la riscrittura scenica di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo. Lo spettacolo è realizzato dalla compagnia di ricerca teatrale Il Mulino di Amleto, che gli spettatori poliziani hanno già potuta ammirare nel 2018, in occasione della replica de Il Misantropo di Molière. Come allora, anche per questo Platonov  la regia – così come la già citata riscrittura – è di Marco Lorenzi. Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dalla replica in Valdichiana.

Ok Boomer, il meme che ha imperversato negli ultimi mesi del 2019, ci mostra un conflitto generazionale dai molteplici sottotesti, ma che muove da una matrice ben precisa: il mondo che i padri hanno lasciato ai figli è devastato, è in crisi, è rovinato dall’inquinamento, è prossimo alla fine per colpa dell’egoismo scriteriato, dello sviluppo insostenibile che è andato crescendo da cinquant’anni a questa parte. L’espressione la usano i ventenni, e la veicolano con lo strumento espressivo più efficace che conoscono: internet.

Nel 1880 un precoce e irrequieto Anton Pavlovič Čechov, stabilitosi da pochissimi mesi a Mosca, dopo aver concluso gli studi ginnasiali a Taganrog, aggregò tutta la sua irriverenza, tutte le sue tensioni giovanili, tutto il disprezzo per la cittadina di provincia da cui veniva, e tutti i suoi interrogativi sul futuro, in un testo teatrale monumentale senza titolo: spedì quindi l’enorme plico di 230 pagine all’attrice Marija Ermolova, una superstar della compagnia stabile presso il Teatro Maly di San Pietroburgo, con tanto di dedica e profonda fiducia nel grande successo che una lettrice così importante gli avrebbe garantito. Anton attese una risposta per mesi e quando questa giunse si configurò come una prima grande bastonata nella carriera del futuro autore e drammaturgo: «Ho letto il suo manoscritto. Dovrebbe occuparsi d’altro, cambiare mestiere», rispose la Ermolova. L’amarezza fu tanta da convincere Čechov a distruggere il manoscritto e abbandonare la scrittura di testi teatrali: per cinque anni, infatti, si occuperà esclusivamente di racconti. L’opera fu riscoperta solo dopo la morte del grande autore russo e venne messa in scena solo a partire dagli anni ’20 del novecento. I titoli utilizzati furono principalmente due: Bezotcovščina (Orfano di Padre) e Platonov

Quanto i vent’anni di Čechov nel 1880 sono assimilabili ai vent’anni del 2020? Ne abbiamo parlato con Marco Lorenzi, che sul testo di Platonov ha operato un particolarissimo lavoro di riscrittura scenica.

Comincerò facendoti una domanda sulla metodologia de Il Mulino di Amleto. Quello a cui assistiamo, quando si vedono i lavori a cui la compagnia ci abituato con spettacoli quali Il Misantropo, La Tempesta e molti altri, tutti fedelmente eseguiti dal punto di vista testuale ma rimodulati dal punto di vista scenico: qual è il processo di lavoro nel confronto con i testi classici?

Marco Lorenzi: Il lavoro che facciamo di rilettura sulla grande drammaturgia classica lo riassumiamo in una formula: “affrontare i testi classici come fossero contemporanei e i contemporanei come fossero dei classici”. Quello che cerchiamo di fare – in tutto il processo creativo dalla rilettura del testo al concetto dello spazio scenico, al lavoro in sala prove – muove da un assunto ben preciso: gli autori classici hanno avuto la capacità straordinaria di leggere l’universalità dei caratteri umani. Al di là delle piccole trame che hanno pensato, sono diventati patrimoni dell’umanità per la lettura che hanno dato della vita degli uomini e del mondo intorno a loro. È incredibile come l’essere umano, analizzato nell’ottica di Molière per esempio, sia sempre contemporaneo a sé stesso. Le neuroscienze oggi attestano la stessa cosa: dal punto di vista emotivo ed emozionale la nostra evoluzione è molto più lenta dello sviluppo tecnologico. Dal punto emotivo siamo similissimi a Platone o Socrate. Questa capacità dei grandi autori di entrare dentro il nucleo dell’essere umano è perennemente contemporanea. Parliamo di esseri umani che reiterano una condizione. Questa cosa è ancora più chiara soprattutto se si ha una capacità o volontà di entrare dentro i meccanismi di certe drammaturgie del passato e volerle leggere bene. Quello che invece invecchia e passa facilmente con il tempo, sono le forme. Shakespeare, Molière, Čechov, ma anche Sarah Kane, descrivono questa profonda conoscenza dell’essere umano con le tecniche e le forme del loro tempo. Queste forme invecchiano. Quello che facciamo noi, quello che fa Il Mulino di Amleto, in fase di creazione è, una volta individuata questa noce, il che-cosa alla base del testo, andiamo a cercare quelle forme, del nostro tempo, equivalenti a quelle indicate nell’originale. Forme che possano essere comunicative per la forma della vita di oggi.

E come reagisce a questo tipo di lavoro il “pubblico di Netflix”, abituato ormai in maniera pervasiva ad altre forme di narrazione?

ML: Partiamo dal presupposto che se noi cercassimo una concorrenzialità verso Netflix partiremmo sconfitti. L’efficacia del linguaggio della serialità cinetelevisiva è completamente differente. Il teatro vive di presenza. Ha questa peculiarità stratosferica per cui una cosa che accade tra esseri umani che sono contemporaneamente nello stesso spazio. Senza illuderci che stiamo guardando una mimesi della realtà, uno spaccato di vita reale, sappiamo benissimo tutti che ciò che accade in scena ne è una suggestione, un simbolo, una metafora se vogliamo, in cui il pubblico è coinvolto, insieme all’attore, da una o più domande che ci riguardano. Questo è il motivo per cui lo spettatore, nel nostro processo creativo, non è un referente dello spettacolo, ma è un agente, è continuamente preso in considerazione. Molto spesso viene chiamato in causa direttamente. Non è lo spettatore di una storia da vedere comodamente seduti, non è un lineare sviluppo di trama da seguire: per questo tipo di narrazione pura ci sono altri – e più efficaci – mezzi di comunicazione. Il pubblico dei nostri spettacoli si ritrova partecipe di quello che fondamentalmente è un meccanismo rituale: ci ritroviamo insieme, a teatro, in quella che è una comunità temporanea, formata da attori e spettatori, a interrogarci su quello che vuol dire essere umani. La reazione dello spettatore – mi viene da dire – è che si trova quasi sempre piacevolmente spiazzato di fronte a un Čechov rappresentato con questi metodi.

Platonov è un testo scritto da un ventenne. Lo si capisce soprattutto dalla riflessione sul talento e sull’aspettativa nei confronti del futuro. Sembra parlare più ai ventenni di oggi che a quelli del tardo XIX secolo. Nel testo, a un certo punto, appare questa battuta, affidata proprio al protagonista, che ben riassume la tematica: «Ricordate quando voi vedevate in me un Lord Byron, e io sognavo di diventare ministro o un Cristoforo Colombo? Sono maestro elementare, Sòfia Egòrovna, nient’altro». C’è a tuo parere una tacca di rappresentazione generazionale di quelli che banalmente chiamiamo giovani d’oggi?

ML: I temi in Platonov sono tantissimi. È un testo sconfinato: l’originale è composto da 230 pagine. Un’enciclopedia. Sicuramente tra le tematiche più forti, intorno alle quali poi abbiamo costruito il riadattamento del testo e la reazione dello spettacolo, sono stati il rapporto generazionale e il concetto di eredità, tra padri e figli. Un’eredità che ovviamente non è solo intesa da un punto di vista economico, ma anche morale, valoriale, sociale. Sono gli insegnamenti di cui una nuova generazione si sente sprovvista, a causa di una generazione precedente, di padri, che è fuggita. Questo fa sì che ci sia una generazione fragile e smarrita. Questa è una cosa che ci riguarda terribilmente. Un altro tema molto forte in Platonov intrecciato al tema precedente – ovviamente per quanto riguarda la lettura che ne diamo noi – che si esplicita nel rapporto tra Platonov e Sofja, è riassunto da una battuta estraniante: «ma perché non viviamo come avremmo potuto?». Questa è la domanda gigantesca che riguarda la nostra attualissima incapacità di credere nel presente e raccontarci continuamente che la felicità sarà domani, o che la nostra felicità è stata nel passato e mai nel presente. La felicità, da sempre, è sempre altrove.

Se questo materiale ha resistito al giudizio del tempo, probabilmente ha toccato nervi emotivi negli esseri umani che, purtroppo o per fortuna, rimangono scoperti…

Siamo ancora quegli esseri umani che racconta Čechov, cambiati forse nella forma che diamo alle nostre giornate, ma non nei contenuti.


Foto di Manuela Giusto

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Nel Festival Nazionale del Teatro Amatoriale di Acquaviva tutta la passione per il teatro

Si inaugura sabato 18 gennaio l’edizione 2020 del Festival Nazionale del Teatro Amatoriale, la rassegna organizzata dall’associazione Il Fierale, che da cinque anni ospita compagnie da tutta Italia al Teatro…

Si inaugura sabato 18 gennaio l’edizione 2020 del Festival Nazionale del Teatro Amatoriale, la rassegna organizzata dall’associazione Il Fierale, che da cinque anni ospita compagnie da tutta Italia al Teatro dei Concordi di Acquaviva.
Dopo i primi due spettacoli, GiGaVa Comiconcerto e La Banda degli Onesti, la stagione teatrale prevede infatti l’arrivo di sei compagnie amatoriali che si susseguiranno sino a fine marzo, dopodichè, sabato 18 aprile, si svolgeranno le premiazioni della rappresentazione che ha ricevuto maggiori consensi da parte del pubblico.

Dal 2016, anno del suo esordio, il Festival rappresenta un’occasione di incontro con molteplici realtà del Teatro Amatoriale italiano, un ambito che riscuote sempre più interesse a livello culturale, basti pensare che ad oggi la Federazione Italiana Teatro Amatori conta 1.500 associazioni artistiche affiliate, con oltre 20.000 soci iscritti. Una dimensione che l’Associazione Il Fierale, distinta per l’attenzione riservata alla crescita della comunità di Acquaviva anche attraverso l’espressione dello spettacolo, non poteva non considerare all’interno delle tante iniziative proposte durante l’anno.

Il Teatro dei Concordi è difatti sede di numerosi appuntamenti che coinvolgono gli appassionati di teatro, a partire dai progetti Vivaio dei Concordi e Teatro Danza, rivolti alle fasce d’età più giovani, alla Compagnia Colpi di Scena e alla Compagnia dei Concordi con i suoi spettacoli musicali. Un ambiente vivace dal punto di vista culturale che molto deve alla sensibilità dimostrata dagli abitanti di Acquaviva nei confronti dell’arte teatrale, dimostrata nel continuo perfezionamento dei laboratori organizzati e dalla volontà di rendere il Teatro dei Concordi un serio punto di riferimento dove, oltre alle iniziative di formazione, poter apprezzare una stagione teatrale completa di numerosi eventi. Questo fu il proposito che caratterizzò la costruzione del Teatro, inaugurato nel 1908, e il suo recupero nei primi anni ’80, dopo decenni di utilizzo come sala per feste. A seguito del restauro e della gestione da parte dell’Associazione culturale Le Aie, nel 2014 venne affidato all’Associazione Il Fierale.

Il Festival del Teatro Amatoriale rende onore alla vocazione maturata in oltre un secolo di attività, di essere per Acquaviva un luogo per la valorizzazione della cultura del teatro popolare, oltre che a costituire un momento di conoscenza di nuove Compagnie. Nel corso delle prime quattro edizioni, sono state più di 20 le compagini arrivate ad Acquaviva per partecipare al Festival, tra le quali quest’anno si nota il ritorno della Compagnia Teatrale Arca di Trevi e della Compagnia Teatrale Costellazione di Formia.

L’appuntamento che inaugura l’edizione 2020 del Festival Nazionale del Teatro Amatoriale è Rumors, la commedia brillante firmata da Neil Simon, portata in scena dalla Compagnia Laboratorio Terzo Millennio, proveniente dalla provincia di Savona. Seguono Il Berretto a Sonagli, di Pirandello, sabato 1 febbraio a cura della Compagnia Luna Nova di Latina; Nemici come prima, di Gianni Clementi, sabato 15 febbraio, con la Compagnia Teatrale Arca di Trevi; Intrappolata, commedia noir scritta da Steve Braunstein, sabato 29 febbraio, con la Compagnia Teatranti Quanto Basta di Calci; Oh Dio mio!, di Anat Gov, sabato 14 marzo a cura della Compagnia CLAET di Ancona e Chocolat, uno spettacolo di teatro fisico su un testo scritto da Roberta Costantini e liberamente ispirato a Chocolat di Joanne Harris, con la Compagnia Teatrale Costellazione di Formia.

Per quanto riguarda lo spettacolo di apertura, la trama è quella ben conosciuta della spassosa commedia di Neil Simon: il vice sindaco di New York, Charley Brock, e sua moglie invitano nella propria casa degli amici per festeggiare i dieci anni di matrimonio. Gli invitati sono tutti cittadini facoltosi: avvocati, un candidato al Senato, uno psicanalista. I primi arrivati a casa dei Brock trovano però uno spettacolo tragico: il loro ospite è a terra in un lago di sangue e della moglie non vi è traccia. Temendo uno scandalo negli illustri ambienti della city, gli amici decidono a non rivelare agli altri ospiti ciò che hanno visto, ma l’arrivo di questi rende l’intenzione via via più difficile, tanto che si innesca un crescendo di contraddizioni, equivoci e pettegolezzi (da cui il titolo rumors), che non fanno altro che intricare le cose. La situazione peggiora con l’incombere degli incidenti domestici che capitano ai personaggi, in un ritmo frenetico di avvenimenti che innalza la tensione fino all’arrivo della polizia.

Il regista, Carlo Deprati, dichiara di aver raccolto una sfida mettendo in scena questa commedia, vista la complessità del testo, che richiede agli attori una precisione professionale in battute e tempi scenici, ma che al contempo è la promessa di una performance divertente.

I biglietti per gli spettacoli e gli abbonamenti al festival sono disponibili in prevendita o in prenotazione presso il negozio “Arredo Culicchi” in via F.lli Braschi 71, Acquaviva di Montepulciano (dalle ore 17 alle ore 19) o al numero di telefono 0578767562.

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“Amleto. Uno studio”, Loredana Scaramella racconta il dramma shakesperiano

La celebre opera shakesperiana Amleto arriva al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, in una versione inedita, frutto di un adattamento a cura della Compagnia Juniores del corso di…

La celebre opera shakesperiana Amleto arriva al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, in una versione inedita, frutto di un adattamento a cura della Compagnia Juniores del corso di alta formazione professionale del Teatro Golden di Roma, guidata dalla regia di Loredana Scaramella. Il prossimo 18 gennaio, la messa in scena di questo spettacolo segna l’esito di uno studio condotto dai giovani attori sul testo di Shakespeare, proprio sotto la supervisione di Loredana Scaramella, loro insegnante, oltre che nome ben noto nel panorama teatrale e televisivo per le attività non solo di recitazione, ma anche di regia, casting e scrittura.
È stata lei a presentare Amleto. Uno studio.

A cosa si deve il progetto di affrontare un classico della drammaturgia come Amleto?

«Dopo un lungo lavoro svolto sui sonetti, è arrivato dagli attori il proposito di misurarsi con un testo compiuto di Shakespeare. L’approfondimento su un’opera tragica del calibro di Amleto è un’idea ambiziosa ma opportuna per chi vuole intraprendere una carriera nella recitazione. E poi c’è da dire che un’opera del genere si può affrontare solo con l’incoscienza dei giovani o con tanti anni di esperienza alle spalle».

L’adattamento in Amleto. Uno studio che tipo di modifiche ha richiesto rispetto all’opera originale?

«Questo spettacolo risulta da una riduzione del testo: sono stati sacrificati i dettagli sul contesto politico che fa da sfondo alla vicenda, mentre è stata data attenzione ai rapporti umani che intercorrono tra i personaggi. Gli attori sono stati coinvolti in un lavoro di scrittura a cui hanno partecipato ricercando fonti iconografiche e bibliografiche, su cui costruire le relazioni personali presenti nella trama».

In che modo oggi può rivelarsi attuale Amleto?

«Il tema centrale dell’opera, dal quale si snodano le azioni dei personaggi, è la vendetta, un piano che tuttavia non trova compimento in quanto interviene la riflessione. L’uomo che pensa, che si interroga, viene frenato nell’azione dalla potenza del dubbio, e per questo alla fine non riesce a muoversi dallo stallo in cui si trova. In questo sta l’affinità con l’uomo dell’era moderna. In un tale stato di sospensione dell’animo, anche l’impalcatura su cui corrono le scene e che caratterizza ogni singolo personaggio assume la duplicità di uno schema binario: in Amleto coesiste la nobile statura dell’eroe tragico e il ruolo del foux, il folle a cui, solo, nella società è consentito di dire ciò che nessuno può rivelare. Il suo progetto di vendetta non realizza il culmine della tragedia, ma allo stesso tempo le allusioni alla sfera di imperfezione e finitezza che circonda Amleto si esprime in chiave umoristica».

Quali elementi completano le azioni sul palcoscenico?

«Senza dubbio le musiche, in parte originali e in parte basate su adattamenti, definiscono le ambientazioni attraverso la loro forza evocativa, così come i movimenti scenici, perfezionati da Alberto Bellandi e Laura Ruocco, costituiscono nella loro caratteristica intermittenza non solo una scelta stilistica di astrazione ma anche un espediente narrativo utile alla rappresentazione delle sequenze».

Cosa risulta dunque come esito di questo lavoro?

«Amleto. Uno studio è una favola nera velata di umorismo, interpretata da attori che hanno fatto della loro età un valore aggiunto nel vestire i panni dei personaggi più giovani e una connotazione di freschezza e vivacità per quanto riguarda i ruoli più maturi. Una destinazione raggiunta sul palco al termine di un percorso di crescita e studio, approfondimento e ricerca, portato avanti dagli studenti, per cui merita senz’altro una menzione Andrea Maia, produttore e direttore artistico del Teatro Golden, che pur nell’ambito di un teatro privato ha deciso di investire nel futuro degli allievi della scuola».

Amleto. Uno studio è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 18 gennaio 2020, doppio appuntamento alle ore 19 e alle ore 21.15. Tutte le informazioni sulla stagione teatrale a questo link.

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