La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

L’Amore è Punk – Intervista a Gian Maria Accusani

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato…

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato non appena è sceso dal palco dopo un partecipatissimo concerto, nel quale i brani del nuovo disco Paura e l’Amore si sono mescolate a perle del passato, tra cui anche canzoni dei Prozac+.

Dal movimento The Great Complotto alla formazione dei Sick Tamburo, Gian Maria Accusani racconta ai nostri microfoni la sua visione della scena Alternative Rock italiana.

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Ritmi latini, passione, armonia e amore: il Son (nei camerini coi Buena Vista Social Club)

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece,…

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece, è una leggenda fuori dagli schemi, come fuori dagli schemi sono l’isola di Cuba e tutto il suo popolo. Nessuna divinità, nessuna vicenda inverosimile: il mito dei BVSC è quanto di più terreno, quotidiano e vivo si possa pensare.

La band dei Super Abuelos (i super nonni) si è formata negli anni ’90, quando il musicista statunitense Ry Cooder decise di registrare un disco sulla musica cubana coinvolgendo i migliori interpreti dell’isola, tra cui il chitarrista Compay Segundo.

Nel 1997 è uscito l’omonimo album che ha riscosso un successo planetario, confermato dalla vittoria del Grammy l’anno seguente. Attualmente il numero di copie vendute supera di gran lunga gli otto milioni. La tradizione cubana del Son (genere musicale nato nelle province orientali dell’Isola) si presenta al mondo con una forza e una bellezza inaudite. Sulla band è stato girato anche un bellissimo documentario ambientato a l’Avana, con interviste ai membri e registrazioni di storici live.
Oggi l’eredità di Compay Segundo è affidata al figlio, che porta lo stesso nome, e a un mix di giovani e vecchie glorie che continuano a far sognare e danzare i palchi di tutto il mondo. I BVSC si sono esibiti alla Festa della Musica di Chianciano Terme dove li abbiamo intervistati nei camerini.

Il Grupo Compay Segundo è l’unica formazione scelta direttamente da Compay Segundo come suo successore spirituale. Come va il lavoro?

I musicisti che attualmente compongono il gruppo Compay Segundo sono quelli che hanno accompagnato Compay durante la sua vita artistica, sono i membri del progetto originale Buena Vista e ci sono anche dei giovani formidabili musicisti. Ci è stato lasciato un patrimonio importantissimo di canzoni, di storia, di vita e tradizione che sempre riproponiamo al pubblico con trasparenza e calore.

Compay Segundo una volta ha detto «io suono questa musica perché è storia. I giovani vogliono conoscere le loro radici e ci deve essere qualcuno che gliele mostra. Questa è la storia della musica, questo è ciò che rappresento». I giovani cubani sentono ancora questa necessità?

Certo! Abbiamo moltissimi gruppi di musica tradizionale cubana che si legano a Compay riproponendo le sue canzoni. Chiaro, con altri ritmi e con altre forme, ma sempre mantenendo quel legame profondo. La musica a Cuba è imprescindibile: fa parte dell’essere cubani.

Ancora Compay Segundo: «è una musica che va vissuta e condivisa. È questa la sua vera forza». Cosa significa?

Significa che dentro l’ambiente culturale cubano la musica accompagna il popolo in tutto ciò che fa. E il cubano sempre vede la musica come una forma di resistenza, di benessere, di felicità e allegria e quindi penso che quando Compay usava queste parole pensava soprattutto al suo popolo: era convinto che il cubano necessita della musica per realizzare tutti i sogni che ha nel cassetto. La storia dei BVSC ne è la conferma.

Compay Segundo dava molta importanza alle parole del cantante. Di cosa parlano le canzoni dei BVSC?

Parlano di esperienze personali e anche questioni quotidiane della vita del cubano. In una canzone, per esempio, si parla di matrimonio. Una ragazza e un giovane di umili famiglie volevano accasarsi e unirsi in matrimonio. Cominciarono a costruirsi una casa povera e la muchacha tutti i pomeriggi andava a prendere la terra al fiume e quando stava dentro l’acqua, il vestito si bagnava e diventava trasparente. Allora, come puoi immaginare, il desiderio del marito aumentava ogni giorno di più, perché la vedeva molto bella. Di questo parlano le canzoni: della vita quotidiana, delle relazioni, dell’amore, del rispetto della donna e soprattutto di armonia.

Com’era suonare, ballare e fare festa nella prima metà del ‘900? Quali le differenze rispetto a oggi?

Durante tutto lo sviluppo della musica si sono create nuove sonorità e nuovi strumenti. In quegli anni non esistevano gli strumenti elettrici, la televisione, la radio, ecc. Erano strumenti rudimentali, molto folclorici e oggi, con tutto lo sviluppo mediatico, la musica è cambiata molto e ha molte sonorità. Io ricordo che mio padre, Compay Segundo, quando sentiva le nuove canzoni mi diceva: “la musica di oggi non è la stessa della mia epoca e va cambiando, ma va bene perché la musica si esprime in nuove forme e noi siamo felici di questo”.

Nonostante i passaggi di testimone i BVSC sono rimasti legati alla tradizione e alla necessità di fare musica di altissimo livello: vera e propria arte. Da qualche anno è uscita un’altra forma musicale da Cuba: il reggaeton. Cosa ne pensano i BVSC? Sono curiosissimo!

Noi pensiamo che il reggaeton sia un’altra manifestazione della musica. La chiamano musica urbana, perché riflette molte cose che succedono nelle strade e nella vita domestica e la riflettono in una forma molto realistica. La differenza che c’è tra questa e la musica tradizionale è che esalta le relazioni tra persone e la convivenza tra la gente e molte volte viene fatto in modo deciso. Sono cose che sempre esistono nella canzone tradizionale e non devono staccarsi da essa.

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“Culture Contro la Paura” dell’Orchestra Multietnica di Arezzo: Intervista a Luca Baldini

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel…

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel suo senso etimologico, nel suo valore di interesse nei confronti della collettività e del bene condiviso degli esseri umani. In Piazza Signorelli, il 21 luglio 2019, è stato presentato il progetto Culture Contro la Paura: due ore di musica, graditissimi ospiti e flussi espressivi provenienti dai quattro angoli del mondo. Sul palco, diretti da Enrico Fink, 35 musicisti provenienti da Albania, Palestina, Libano, Nigeria, Costa d’Avorio, Argentina, Colombia, Bangladesh, Giappone, Romania, Russia, Svizzera e dalle più svariate regioni italiane, hanno accompagnato protagonisti della musica italiana del calibro di Brunori SAS, Lo Stato Sociale, Paolo Benvegnù, Dente, Luca Lanzi de La Casa del Vento insieme a Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, Alessandro Fiori nonché le voci di Emad Shuman e Paola Scoppa. Durante l’esibizione, poi, il fondale del palco si è animato con il live drawing del collettivo perugino dei BecomigX.
Abbiamo intervistato Luca “Roccia” Baldini, uno dei coordinatori dell’orchestra – nonché vicepresidente di Officine della Cultura e bassista, organico del progetto – a poche ore dallo spettacolo che ha riempito di gioia e di colore Piazza Signorelli di Cortona. Nel vorticoso viavai degli artisti, tra palco e backstage, nel caotico rumoreggiare del sound-check del pomeriggio di domenica 21 luglio, siamo riusciti a fargli qualche domanda.

Quale è stato il percorso, intrapreso dall’Orchestra Multietnica di Arezzo, che ha portato all’esibizione che vedremo stasera in chiusura del Cortona Mix Festival 2019?  

Luca Baldini: Dunque, il progetto dell’OMA va avanti ormai da 12 anni ed è nato inizialmente come percorso formativo, finalizzato alla conoscenza e all’approfondimento delle strutture di base delle tradizioni musicali delle aree del mediterraneo. Il progetto Culture Contro la Paura, invece, lo abbiamo iniziato lo scorso anno, come progetto interno all’OMA, coinvolgendo anche Dario Brunori, Paolo Benvegnù e Amanda Sandrelli. È nato in occasione di un mini-tour siciliano: abbiamo portato in giro un messaggio di integrazione in tre spettacoli che abbiamo fatto alla Valle dei Templi di Agrigento, al mercato di Ballarò e al Teatro di Verdura di Palermo. È stata una tre giorni di cultura dell’integrazione, in cui abbiamo condiviso una visione di mondo migliore con altri artisti, un mondo in cui potremmo essere tutti uguali. Da questa esperienza è partita la registrazione di un disco – intitolato appunto Culture Contro la Paura – che uscirà nei prossimi giorni, nel quale saranno presenti tutti gli ospiti che sono stati integrati nel percorso dell’OMA nel corso degli anni: ci sono Shel Shapiro, Dario Brunori, Raiz, Cisco, ma c’è anche la Bandabardò, Moni Ovadia e tantissimi altri. Questo è stato un espediente per ritrovarci e dare un messaggio importante, qui a Cortona. È la prima volta che facciamo un concerto con così tanti ospiti e siamo molto orgogliosi ed emozionati.

Sul palco insieme a voi ci sarà una presenza molto importante, sia per il messaggio – coerente con quello della OMA – sia per la stessa città di Cortona: sto parlando della Chitarra “Mare di Mezzo”.

LB: Sì, certamente! La chitarra che Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese, ha assemblato con frammenti di barconi arrivati a Lampedusa, sarà suonata da Francesco Moneti de La Casa del Vento e dei Modena City Ramblers. Sarà sul palco anche lo stesso Giulio Carlo Vecchini. Insomma, ci sarà un bel gruppo di amici. Personalmente devo dire che è stato molto faticoso. Veniamo da giorni di prove in teatro e siamo tutti un po’ stanchi. Come Officine della Cultura, poi, siamo anche coinvolti nell’organizzazione del Cortona Mix Festival e di conseguenza sono stati giorni molto intensi. Ma questo è il nostro gioiello e abbiamo fortemente voluto che chiudesse questa manifestazione. Abbiamo voluto chiudere ribadendo valori importantissimi, che non sono prettamente politici, ma sono etici. La politica si fa tutti i giorni, per strada, ma quando si parla di integrazione, di accoglienza e di apertura, penso che si entri in un ambito che è superiore della politica: si parla di etica, di valori assoluti.

L’OMA con questa compagine arriva in terra d’Arezzo dopo aver girato l’Italia. Rispetto alle tematiche citate, di integrazione e di accoglienza, come ti sembra che la terra d’Arezzo – e la Valdichiana – stia rispondendo?

LB: Vedo una grossa difficoltà delle persone rispetto a queste tematiche. È però una caratteristica comune di tutta l’Italia. È un periodo in cui le persone hanno veramente paura. La paura però nasce sempre dall’ignoranza, dal non conoscere – o peggio dal rifiutarsi di conoscere – le cose che stanno al di là del nostro campo visivo. L’unica soluzione è quella di cercare ogni giorno di far arrivare un messaggio di apertura e di ricerca. Le difficoltà ci sono, in Valdichiana così come nel resto d’Italia. Le abbiamo vissute anche sulla nostra pelle. Recentemente abbiamo portato in giro lo spettacolo Occident Express, con Ottavia Piccolo [di cui abbiamo parlato nel secondo numero di ValdichianaTeatro ndr] e mi sono accorto di come questo, in molti teatri, non sia stato accolto con grande entusiasmo. Le persone però si avvicinano a queste storie, le ascoltano, ne vengono coinvolte: ci rendiamo conto che le storie di chi viene da lontano sono anche nostre, sono vicine a noi, ci rendono complici. L’ignoranza è la malattia più grande dei nostri tempi, noi cerchiamo di curarla con quello che sappiamo fare meglio: suonare.

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Il Sogno Lucido del Cantiere Internazionale d’Arte

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’….

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’. Di seguito il racconto della serata. 

Un’Officina per Giovani Artisti: il vettore organizzativo del Cantiere Internazionale d’Arte indica questa direzione fin dalle linee programmatiche tracciate da Hans Werner Henze. Multidisciplinarietà e orizzontalità delle produzioni; artisti locali e artisti internazionali; non professionisti e professionisti; studenti specializzati e appassionati, tutti a intersecare esperienze e dati creativi.

La serata di mercoledì 24 luglio 2019 è stata, in questo, esemplificativa: sul palco allestito in Piazza Grande, tra i due colonnati di americane e il logo del Cantiere proiettato iconicamente sul travertino del Palazzo Comunale, si sono resi complementari due corpi di balletto, una corale con due voci soliste, una compagnia di prosa e un’orchestra. Sogni di Una Notte d’Estate è stato il titolo scelto per questa serata polimorfica che ha seguito come trait d’union la celebre commedia di William Shakespeare Sogno di Una Notte di Mezza Estate, con i suoi speculari rifacimenti operistici e figurativi.

 

L’orchestra della Royal Northern College of Music è già di per sé uno spettacolo. I ragazzi di Manchester, che ogni anno arricchiscono il centro storico di Montepulciano con esibizioni cristalline di brani classici e contemporanei, sono una delle ‘cartoline’ più belle della storia del Cantiere Internazionale d’Arte. La direzione dell’orchestra, per la serata dedicata ai Sogni di una Notte d’Estate, è stata ovviamente affidata al Maestro Roland Böer, direttore artistico e musicale del Festival. La serata è cominciata con l’ouverture operistica tratta dall’Oberon di Carl Maria von Weber, ispirata proprio al personaggio scespiriano, consorte di Titania e re degli elfi. La RNCM Symphony Orchestra di Manchester ha poi eseguito la Sinfonia n. 8 di Hans Werner Henze, composta nel 1993 e ispirata al Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Shakespeare. Ogni movimento è strettamente collegato a una breve sezione dell’opera teatrale: il primo movimento (Allegro) è ispirato dalla battuta di Puck, nel testo originale, «I’ll put a girdle round the earth/ In forty minutes» (Avvolgerò una cintura attorno al globo in quaranta minuti!) – Atto II, scena I – e all’invito da parte di Oberon, a Titania, di fare il giro del mondo «We the globe can compass soon / Swifter than the wandering moon» – Atto IV, Scena I. Henze raffigura il viaggio globale di Puck nella variazione di tonalità: l’Est è il Do Maggiore, il Polo Sud è rappresentato dalle note più basse della gamma dell’orchestra sinfonica moderna, mentre il Polo Nord è rappresentato da quelle più alte.
Il secondo movimento (Allegramente con comodo tenerezza e ballabilità) raffigura fonicamente la tentata seduzione di Nick Bottom da parte di Titania, mentre il movimento finale (Adagio) sembra far riecheggiare la battuta del monologo finale, sempre di Puck, «Se l’ombre nostre vi hanno offeso…» alla fine della commedia. Il secondo movimento indicato dallo stesso Henze come ballabile, ha visto stagliarsi sul piano di scena una coreografia di Maria Stella Poggioni, eseguita dalle ballerine della sua École de Ballet. La coreografia ha visto ondeggiare una serie di figure mobili, con dominanza dei colori freddi (il blu su tutti), la cui obliquità di posizione ha teso, per buona parte del balletto, verso un vertice centrale che si è presentificato – all’inizio e alla fine del balletto – come una figura femminile bendata: sono quindi il sogno e i movimenti dell’inconscio durante le fasi della notte, che vengono rappresentati nel balletto. Le ballerine si muovono entro un amnio onirico, composto da fraseggi propri del sogno, della postura notturna dei corpi. Questo, il primo dei due sogni che hanno scandito la serata.

 

La seconda parte ha invece visto in scena, insieme all’orchestra, il gruppo della Corale Poliziana, diretta da Judy Diodato, e con le voci del soprano Noemi Umani e del mezzo soprano Zhu Aoxue. La sezione musicale ha lasciato buona parte di piano scenico per la commedia scespiriana in prosa, con la regia di Carlo Pasquini e interpretata dal gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. La commedia in prosa è stata quindi puntualmente abbinata all’esecuzione integrale delle musiche di scena composte, sul testo di Shakespeare, da Felix Mendelssohn Bartholdy: in questo caso la rappresentazione teatrale è impreziosita dalla coreografia realizzata da Cristina Peruzzi per la sua Pétite École, con fraseggi di balletto perfettamente integrati nella complessità scenica di orchestra-coro-attori, tanto che spesso le ballerine assumono la vera e propria funzione di fatine – nelle scene boschive tra Oberon e Titania (interpretati in maniera originalissima ma equilibrata, dagli ottimi Giovanni Pomi e Emanuela Castiglionesi) – e di damigelle nel contesto del finale della commedia, sancito dai matrimoni fra i protagonisti.

Nei costumi curati da Milena Karinska, l’atmosfera arcadica si traduce in un’ambientazione lisergica, dai toni psichedelici – acuiti dai visual proiettati sulla facciata del duomo, che richiamano visioni braminiche, citando qua e là Jonas Mekas e i Tame Impala, montati da Noemi Leandri – che ben si sposano con la plot scespiriana del Sogno, in cui tutto l’equivoco della commedia ruota attorno al succo di viola del pensiero, il quale avrebbe il potere di far innamorare chiunque della prima cosa veduta al risveglio. Un po’ melevisione un po’ Woodstock, con uno straordinario Puck, interpretato da Federico Dottori – un Tonio Cartonio post-punk, in giacchetto di pelle e new era a rovescio – un po’ idillio arcadico, un po’ matrimonio gipsy, il Sogno di Carlo Pasquini è la conferma di quanto sia bello alterare le traiettorie, le visioni, le tradizioni, in funzione di un daimon creativo condiviso. I ragazzi della compagnia FUC rappresentano a oggi un tessuto culturale importante, sul quale il Cantiere e le istituzioni teatrali del territorio dovrebbero investire.

In tutto sono state due le ore di spettacolo (fluite con estrema leggerezza) che hanno tenuto una platea colma di spettatori nella splendida cornice di Piazza Grande, che sembrava quasi dipinta, per la bellezza che lo spettacolo in scena non ha fatto altro che rimarcare.

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Le molteplici intersezioni del Cantiere Internazionale d’Arte

Foto di Michele Vino Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma…

Foto di Michele Vino

Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma multidisciplinare che sta convincendo il nutrito pubblico che riempie, in queste calde sere d’estate, le platee allestite dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte. Si conclude oggi la prima settimana di Festival. Ne abbiamo tratto una riflessione. 

Se si cercasse una parola chiave, un lemma caleidoscopico, per indicare la traiettoria metodologica, che guidi le pratiche creative di questa edizione del Cantiere Internazionale d’Arte, questa sarebbe intersezione. Le intersezioni – ma anche gli scambi, le sovrapposizioni – sono di tipo geografico, disciplinare e relativo alle produzioni. È geografico perché sono molti i comuni coinvolti, così come moltissime sono le location, definite anche dal programma Luoghi-Incontro, attraverso il quale il Cantiere – congiuntamente alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena – coinvolge le piazze, i musei, i mercati dei diversi centri. È disciplinare perché stiamo parlando di un festival, fondato da Hans Werner Henze, che si poneva come officina per giovani artisti, che proprio dallo scambio tra generi ed esperienze, faceva scaturire nuove espressione e crescita comune. È relativo alle produzioni perché coinvolge i virgulti creativi del territorio, le associazioni presenti, le istituzioni, i gruppi di lavoro già coesi, e li scontra con esperienze internazionali e professionali, per farli reagire insieme.

Quello di quest’anno è un habitat espanso, un’ulteriore estensione di dominio, un allargamento del perimetro d’azione che sta tracciando un vero e proprio processo educativo di area. Il Cantiere non è più preminentemente “di Montepulciano”; il Cantiere è ormai un’istituzione culturale in Valdichiana e Valdorcia, posto come garante di un reticolo culturale di scambio, di confronto, di approfondimento centrifugo, disseminante esperienze artistiche in tutto il sud della provincia di Siena. La cognizione culturale del territorio ha conosciuto tempi più brillanti. L’indirizzo smaccatamente politico – poiché l’arte è sempre politica – dell’iniziativa cantieristica acquista quindi, nel presente periodo storico, una marca di necessarietà.

Molte delle intersezioni tematiche – che partono dalle espressioni musicali e teatrali – sono state quest’anno rivolte alla storia della letteratura. Il testo è tornato a essere portante nei moduli degli spettacoli. In un’epoca in cui la parola viene esautorata – bistrattata, screditata – e sono le frequenze, invece, a essere investite di potere comunicativo, ecco che gli spettacoli del Cantiere tornano a pareggiare le livellature tra i due codici: musica e parola.

In Passion, il musical che ha aperto questa quarantaquattresima edizione, lo spunto testuale viene da un classico minore della nostra letteratura. Pilastro delle metriche romanzesche della scapigliatura, Fosca di Iginio Ugo Tarchetti è il basamento testuale per quello che secondo il programma di sala è un “musical”, ma che rappresenta un’intersezione – anche qui – tra vari generi compositivi. Passion è l’ultima, pluripremiata partitura dell’autore colossale Stephen Sondheim, il liricista americano che ha partorito – tra le altre cose – West Side Story e Sweeney Todd che per questa lavoro si è ispirato al film Passione d’amore di Ettore Scola, derivato dal romanzo di Tarchetti. Il cinema torna anche in L’Uomo Visibile, la serata che ha visto coinvolte proiezioni di pellicole dell’era del muto con musiche eseguite dal vivo e approfondimenti, nel contesto della Fortezza di Montepulciano, con Francesco Finocchiaro, Julie Brown, Richard Heyman e Elisabeth Trautwein-Heyman.

 

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni sono invece stati il serbatoio testuale, dal quale Gabriele Valentini ha edotto il suo Rodrigo – appunti su un malamore. La drammaturgia è intersecata ai suoni e alle musiche di Davide Vannuccini e ai visual di Simone Pucci, giocate con proiezioni efficacissime nella facciata di Villa Fanelli, nel parco del Castello di Sarteano. Il resto delle luci è affidato agli attori stessi, che tengono torce i cui getti fotonici non mantengono linee fisse: sono orizzontali, ma anche verticali e obliqui. Modificando le direzioni dei coni di luce, la tecnica di scena diventa dominante, nell’economia generale della messa in scena. Quella che viene operato in Rodrigo è un’epochè, una sospensione del giudizio anti-romantica (e quindi anti-manzoniana), in cui il fulcro della vicenda dei Promessi Sposi viene deliberatamente focalizzata sulla figura del villain. Con accenni alla contemporaneità (dal #metoo agli osteggiamenti della diversità) e incursioni citazionistiche del romanzo originale, Gabriele Valentini elabora un’ottima interpretazione contemporanea della figura di Don Rodrigo, post-freudiana, in cui il sogno che l’antagonista dei Promessi Sposi fa nel capitolo XXXIII, durante la notte in cui egli stesso contagia la peste, viene esposto sulla scena come esplosione inconscia, ridda di un rimosso emotivo. Nel patchwork testuale è presente anche il Capitolo V – che di fatto funge da antifona, da profezia che si auto-adempie – in cui Fra Cristoforo (molto ben interpretato, qui, da Francesco Storelli) giunge al palazzotto del nobile e viene invitato al banchetto che si sta tenendo a corte. Tutto, nello spettacolo, viene tenuto insieme da un’atmosfera onirica, in un amnio fatto di torce e proiezioni astrali. Musica, proiezioni e luce, sono un’arma scenica potentissima, il cui calibro si misura – in questo caso – in volume.

Sempre di prominente presenza Arrischianti è lo spettacolo La Goccia e il Fuoco, nato da un’idea del Maestro Luciano Garosi, con la drammaturgia – e la regia – di Laura Fatini, con Maria Pina Ruiu e Giovanni Fabiani. Lo spettacolo è impostato come un dialogo a due voci: una è effettivamente una voce, quella di George Sand, interpretata da una superlativa Maria Pina Ruiu, e l’altra è quella di Fryderyk Chopin, il quale – ovviamente – non si esprime sulla scena a parole, ma attraverso i suoi brani (eseguiti, appunto, dal pianista Giovanni Fabiani). La storia d’amore tra i due si consumò dal 1838 al 1847, tra Parigi, Nohant e Palma di Maiorca.

George Sand la proto femminista, George Sand l’integerrima autrice di Lélia e de La Piccola Fadette, George Sand che si opponeva alle convenzioni soffocanti del suo tempo, di fronte al guazzabuglio dell’innamoramento pare afflitta e debilitata, oltraggiata dai dardi di amore. Un amore sconvolgente, ma immaturo, che si traccia più sulla carta che sulle lenzuola delle camere da letto. Niente bisogna risparmiarsi quando si hanno mani per scrivere e per suonare, afferma la Sand di Laura Fatini, che dal suo scrittoio ripercorre tutto il carteggio che tra i due c’è stato, lungo quei dieci anni di tormentata relazione. La goccia e il fuoco del titolo sono i due tropi attraverso i quali queste due figure storiche si configurano in scena, un fuoco che brucia, trancia, che si consuma velocemente, e dall’altra parte la goccia che lentamente spegne i fuochi, intride la carta fino a renderla illeggibile, distruggerla, sebbene sia stato il fuoco a bruciare fattivamente l’epistolario. Un amore che si consuma anche sulla tela, in un famoso dipinto di Delacroix, rimasto però solo abbozzato (siamo rimasti abbozzati persino su una tela, dice) e che – ironia del mercato – venne tagliato in due dal proprietario, pensando che i ritratti singoli divisi avessero un valore più alto.

Un Cantiere Internazionale d’Arte che quindi valorizza le intersezioni, le sovrapposizioni, le complementarità, che connette e cuce insieme, che educa e diverte. Una quarantaquattresima edizione che riluce d’amore, di passione e di follia.

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Voce ruvida e imperfetta, Nada Malanima si racconta a Chianciano Terme

‘Sul porto di Livorno hai lasciato il cuore’. È iniziata con una citazione di Piero Ciampi, cantautore e poeta italiano dalla vita tormentata scomparso negli anni ’80, la tappa chiancianese…

‘Sul porto di Livorno hai lasciato il cuore’. È iniziata con una citazione di Piero Ciampi, cantautore e poeta italiano dalla vita tormentata scomparso negli anni ’80, la tappa chiancianese della cantautrice italiana Nada Malanima, che il 5 luglio scorso ha animato il centro storico di Chianciano Terme. Il concerto faceva parte del programma della rassegna di eventi estivi “Chianciano Terme da Vivere”, organizzato da Combo Produzioni per conto dell’amministrazione comunale di Chianciano Terme, con il coinvolgimento di Terme di Chianciano, Centro Commerciale Naturale, Associazione Albergatori Chianciano Terme e Pro Loco di Chianciano Terme.

Nada è arrivata a Chianciano Terme con un progetto nato nel 1994 dalla collaborazione con Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti, chitarra e contrabbasso degli Avion Travel, che prese il nome di ‘Nada Trio‘. Il supergruppo pubblicò un disco omonimo che raccolse molti apprezzamenti, vincendo il Premio Tenco e il premio Musicultura di Recanati, e che fu seguito da un tour internazionale.
Dopo anni di concerti, Nada, Mesolella e Spinetti sono tornati in studio nell’inverno del 2017 per registrare insieme un nuovo album, dal titolo“Nada Trio: La Posa”. Purtroppo, alla fine delle registrazioni scompare il grande Fausto Mesolella, la cui morte improvvisa ha posto fine all’attività del gruppo.

Nada, con la sua voce potentissima, rustica e abrasiva, al pubblico chiancianese ha riproposto molte canzoni di questi due dischi, partendo da “Sul porto di Livorno” e proseguendo con la popolare “Ma che freddo fa”; non ha tralasciato grandi successi come “Amore disperato”, “Il cuore è uno zingaro”, “Ti stringerò” e classici della tradizione popolare come “Maremma” e “Malachianta”. Non sono mancati brani dalla sua discografia da solista, inclusa la sua ultima fatica cantautoriale “È un momento difficile, tesoro”. Ad accompagnarla durante il concerto Andrea Mucciarelli, talentuoso chitarrista della scuola jazz/blues senese.

La cantautrice livornese ha raccontato al pubblico di una sé giovanissima arrivata al successo a soli 15 anni, nel 1969, conMa che freddo fa“. Un successo pazzesco che però la fece crescere troppo in fretta, ingabbiandola nel mondo dello spettacolo e spingendola nel tunnel dell’anoressia. Fu proprio questo momento così difficile della sua vita che la legò a Piero Ciampi, a cui era molto legata: abbandonò l’immagine adolescenziale, costruita ad arte dai discografici, e si avvicinò alla poesia.  Nell’album “Ho Scoperto Che Esisto Anch’io“, Nada cantò i brani scritti per lei da Piero e Pino Pavone, produttore del disco insieme all’arrangiatore Gianni Marchetti.

Con “Amore disperatoNada ritornò verso il genere pop: il brano divenne subito un tormentone e la cantautrice venne consacrata come una cantante a tutto tondo. Dopo essersi classificata ultima al Festival di Sanremo 1987 decise di allontanarsi dalle scene per poi farvi ritorno qualche anno più tardi nelle vesti di cantautrice. Da qui iniziò a scrivere brani per Franco Battiato e per la Piccola Orchestra Avion Travel. Nell’ultimo decennio, Nada ha raggiunto la piena maturità artistica (nel 2003 ha debuttato anche come scrittrice con “Le mie madri” per Fazi editori e ha vinto il premio “Alghero donna” nella sezione poesia) di cui ha dato prova anche in “Occupo Poco Spazio“, album del 2014.

Il 18 gennaio del 2019 è uscito È un momento difficile, tesoro, la sua ultima fatica che vede il ritorno alla produzione di John Parish dopo lo splendido lavoro fatto in “Tutto l’amore che mi manca” (2004). Il brano “Senza un perché” tratto dall’album è stato inserito da Paolo Sorrentino all’interno della colonna sonora della serie TV “The Young Pope”, un successo mondiale distribuito in oltre centoquaranta paesi.

Ho sempre provato attraverso i miei dischi e i miei libri a cercare di raccontare quello che sento e avverto, sia dentro che fuori di me. È esattamente da questa disposizione d’animo che è nato “È un momento difficile, tesoro”. Il disco è un’espressione che esprime un malessere ma mi fa sorridere; è sicuramente appropriata al mio sentire, al mio chiedermi se con queste canzoni sono effettivamente riuscita a descrivere bene frammenti di vita e stati d’animo, tanto da riuscire a sintetizzare in un’unica idea le emozioni e i pensieri che in quest’ultimo periodo mi hanno profondamente coinvolta – spiega Nada – “È un momento difficile, tesoro”: dieci canzoni nate negli abissi del mio nero profondo, per poi misteriosamente raggiungere i colori e la leggerezza del pensiero, finalmente libero di andare dove portano sentimento e ragione che si uniscono per diventare tutt’uno. Anema e core, avrebbe detto il mio grande amico Fausto Mesolella, a cui dedico le parole di questa opera”.

Nada, a tratti ironica e profonda, ha regalato al pubblico chiancianese una serata autentica e densa di ricordi; ha saputo raccontare con semplicità e onestà, con la sua inconfondibile voce ruvida e imperfetta, le storie della sua vita. Tra gli applausi e le urla della folla, Nada si è congedata con un grande inchino, mimando un grande abbraccio per contraccambiare il calore riservatole in una serata di luglio in cui il vento e la musica hanno accompagnato e cullato le emozioni degli spettatori.

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“On The Road. Again” – Una Playlist Folk Rock

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo…

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo drammaturgico che alterna prosa e musica, scritto appositamente per voci narranti e per band, che ci porta nelle ambientazioni americane on the road delle canzoni di Woody Guthrie, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Sul palco infatti saranno presenti i “Dudes, con Matteo Micheletti alla voce, chitarra, e all’armonica, Mattia Mignarri alla chitarra solista, Andrea Fei alla batteria e Gianluca Lorenzoni al basso. Le voci che legheranno i brani con i racconti di quell’America, saranno di Martina Belvisi, Alessandro Manzini, Massimo Giulio Benicchi e Luca Morelli. La scena vedrà anche la presenza dei ballerini della scuola di danza “In Punta di Piedi”, che attraverso le performance coreutiche, aiuteranno il pubblico ad immergersi nelle strade d’America. Lo spettacolo segue una linea narrativa che lega le parole di alcuni brani che hanno raccontato quel lato polveroso degli Stati Uniti. Noi de LaValdichiana abbiamo saputo in anteprima le canzoni che saranno eseguite durante lo spettacolo e le abbiamo già messe in heavy-rotation nelle nostre playlist. Ne approfittiamo per approfondirne cinque – per non spoilerarle tutte – che invitiamo i lettori a riascoltare.

  • Bruce Springsteen – The ghost of Tom Joad

Le strade d’America sono l’èpos dei menestrelli folk-rock. Hanno scalfito l’iconografia del cantautorato mondiale come aedi novecenteschi, che tra gli accordi di settima raccontano il disagio esistenziale nelle viscere degli USA. Le loro ambientazioni ci mostrano una nazione diversa da quella abitualmente illuminata dai riflettori dell’opulenza americana: emarginazione, white trash, segregazione, convivenze forzate, povertà, fughe e attraversamenti di confine. Ben prima di Guthrie e di Leadbelly, però, erano stati gli autori modernisti – Faulkner, Caldwell, Dos Passos e soprattutto Steinbeck – ad immergersi nella melma del sottoproletariato statuinitense, dell’America povera e indistinta, meticcia, l’America delle comunità nere e dei migranti interni che dalle zone depresse del Midwest e del Southern si spostavano verso la California. John Steinbeck scrisse un romanzo nel 1939 dal titolo The Grapes of Wrath, tradotto in italiano con Furore (titolo fortemente voluto da Valentino Bompiani, forse influenzato da un altro romanzo affine, ma più vecchio di dieci anni – anche se sarà pubblicato solo nel 1947 – The Sound and the Fury/L’Urlo e il Furore di William Faulkner) che racconta proprio una storia di WASP impoveriti, i quali avevano visto il fallimento delle loro fattorie dopo la crisi del ’29, l’esproprio da parte delle banche dei loro possedimenti, e che il cataclisma delle Dust Bowl degli anni ‘30 aveva definitivamente spinto ad emigrare. Il protagonista del romanzo è Tom Joad, secondogenito della famiglia di cui si narra la traversata. Nel 1995 Bruce Springsteen scrive una canzone intitolata proprio The Ghost of Tom Joad, che darà poi il titolo al disco in cui sarà contenuta. Oltre a The Grapes of Wrath, però, la canzone prende ispirazione anche da “The Ballad of Tom Joad” di Woody Guthrie, che a sua volta è stato ispirato dall’adattamento cinematografico di John Ford del romanzo di Steinbeck. Springsteen concepì la canzone come un tributo a Guthrie stesso e la connotò degli stilemi che caratterizzavano le canzoni di protesta degli anni Trenta.

  • Bob Dylan – The Times They Are A-Changin

La title-track del disco di Bob Dylan uscito nel 1964, il terzo della sua carriera, dopo essere assurto nell’empireo della canzone folk americana con Freewheelin’, è probabilmente uno dei brani più importanti del novecento. Sul finire del 1963, Tom Wilson, produttore della Columbia Records, non aveva molta fiducia nel cantautore di Duluth. Credeva che l’interesse mediatico nei confronti del folk pertenesse soltanto ad una minima fetta di mercato discografico, composta per lo più da vecchi nostalgici bianchi del sud. Quando sentì il brano però, capì che quella formula espressiva avrebbe falcato gli oceani. Nei riverberi idealistici che ancora oggi tremano, tra le plettrate delle chitarre acustiche di tutto il mondo, è presente un tasso poetico incommensurabile. Quello di Dylan è un anatema futuribile nei confronti del passatismo (ironico che sia espresso attraverso le forme di una canzone tradizionale in giro di Sol), è un memento dello scorrere eracliteo del tempo, una ballata eterna il cui messaggio sembra vibrare da un passato ancestrale, fuori da tempo e storia. Robert Dylan – che aveva allora già cambiato ufficialmente il suo cognome anagrafico, Zimmermann, presso la Corte Suprema – scrisse il brano tra il settembre e l’ottobre del 1963, nel suo appartamento al Greenwich Village. Il 22 Novembre, poche ore dopo l’omicidio di Kennedy, eseguì la canzone per la prima volta dal vivo: «La dovetti suonare la sera stessa in cui Kennedy morì» ha avuto modo di dichiarare, «In qualche modo divenne una costante canzone di apertura e lo restò a lungo».

  • Woody Guthrie – This Land Is Your Land

Nel gennaio del 1961 Dylan entra in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Greystone Park. In un lettino c’è Woody Guthrie, affetto dalla còrea di Huntington; una malattina neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un grave declino cognitivo e psichico. Guthrie muove la testa da destra a sinistra come un pendolo, ha la fronte sempre corrugata, le sopracciglia alzate, come ad esprimere un dubbio sempiterno. Mentre Dylan porge verso di lui una copia di Bound for Glory, l’autobiografia dello stesso Guthrie scritta nel 1943, il trovatore dell’Oklahoma, neanche cinquantenne, tiene lo sguardo fisso verso il basso, alternando agli sparuti momenti di lucidità, una profonda catatonia. Quell’incontro però rappresenta l’illuminazione per Bob Dylan, una specie di investitura poetica da parte del suo principale riferimento artistico: l’anno successivo uscirà il suo disco d’esordio.  In quella stessa stanza d’ospedale Dylan conobbe anche un vecchio amico di Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott: da lui Dylan assimilerà la voce nasale e l’andamento antiprosodico delle vocali, che saranno la sua cifra stilistica almeno fino a Nashville Skyline, del 1969.

This Land Is Your Land è senza dubbio il brano più celebre di Woody Guthrie. La canzone che ancora oggi, negli Stati Uniti, viene urlata dai cortei di protesta, come colonna sonora di tutte le lotte progressiste. Bruce Springsteen l’ha definita “la più grande canzone mai scritta sull’America”. L’icona del ragazzo spettinato, che salta sui treni con la chitarra sulla quale è graffiata la scritta “this machine kills fascists“, è stata canonizzata in più occasioni: nel film Bound Of Glory – tratto proprio dalla sua opera, e conosciuto in italiano con Questa Terra è La Mia Terra di Hal Ashby- e in I’m Not There, il celebre film di Todd Haynes, sulla poliedrica figura di Bob Dylan, in tutte le sue articolate espressioni.

  • Creedence Clearwater Revival – Run Through the Jungle

La canzone è stata scritta dal cantante, chitarrista e compositore dei Creedence, John Fogerty. Fu incluso nel loro album del 1970 Cosmo’s Factory, il quinto del gruppo. Il titolo e i testi della canzone, così come il contesto storico in cui questa è stata pubblicata, hanno eletto da subito il brano ad inno contro la guerra del Vietnam. Certo è che gli stessi Creedence Clearwater Revival si erano già schierati in opposizione alle politiche militari degli Stati Uniti: per dirne una su tutte, nel 1969 avevano pubblicato Fortunate Son, nella quale era esplicita l’adesione ai movimenti pacifisti. Tuttavia, in un’intervista del 2016 concessa a Rolling Stone, Fogerty ha spiegato che Run Through the Jungle parla più specificatamente della proliferazione di armi negli Stati Uniti. «La cosa di cui volevo parlare era il controllo delle armi e la proliferazione delle armi» ha dichiarato Fogerty, «Ricordo di aver letto da qualche parte che ci fosse una pistola per ogni uomo, donna e bambino, in America. Trovai questa notizia sconcertante. Mi sembra che proprio da quella lettura, uno dei primi versi della canzone che scrissi fu Two hundred million guns are loaded (Sono state caricate 200 milioni di pistole). Ho sempre pensato che fosse inquietante vivere in America, che fosse una tale giungla per i nostri cittadini solo passeggiare nel nostro paese, ci sono così tante pistole private possedute sì da persone responsabili, ma anche da molte persone irresponsabili».

  • Bruce Springsteen – The River

Assieme a Bringing It All Back Home di Dylan, The River è uno dei dischi più iconici della storia del folk rock americano. Il capolavoro ‘On The Road’ di Bruce Springsteen, che ci dà un’immagine di America fatta di ruggine, in cui la ruvidità della voce del Boss esprime tutta la passione atavica della working class. La canzone che dà il titolo al disco fu registrata alla Power Station di New York tra il luglio e l’agosto del 1979. Il brano fortemente descrittivo, traccia la vicenda di un io-narrante che dall’adolescenza si ritrova a confrontarsi con la vita adulta di padre e lavoratore in colletto blu. Nella prima esecuzione dal vivo della canzone nel 1979, Springsteen affermò che lo spunto narrativo del brano arrivò dalla vicenda di sua sorella Virginia “Ginny” e da suo cognato Mickey, entrambi minorenni quando divennero genitori. La canzone è una melanconica ballata per acustica e armonica, in cui si cantano le illusioni perdute della working class americana, costretta a mettere da parte i sogni, al fine di perseguire un’agognata serenità familiare. Nel brano già si avvertono i vettori creativi che saranno precipui  nell’album successivo – forse ancora più ingombrante nel canone della storia del cantautorato internazionale – Nebraska.

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Con “La Bella e La Bestia” la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico

Con La Bella e La Bestia, la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico della Valdichiana e non solo. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e…

Con La Bella e La Bestia, la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico della Valdichiana e non solo. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e domenica 12 maggio alle 17:15, attori e danzatori, musicisti e coristi si esibiranno sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano per far rivivere una storia senza età che da sempre fa sognare adulti e bambini: La Bella e la Bestia

La retta disegnata dal percorso della Filodrammatica di Sinalunga è senza dubbio ascendente. Il musical La bella e la bestia, firmato Filodrammatica di Sinalunga – e nato dalla collaborazione con la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte Montepulciano – arriva fuori abbonamento, al Teatro Poliziano. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e domenica 12 maggio alle 17:15, 46 elementi tra attori e danzatori, 45 musicisti e 35 coristi si esibiranno sul palco del Poliziano per far rivivere una storia senza età che da sempre fa sognare adulti e bambini.

In un castello incantato un giovane principe viziato e prepotente deve fare i conti con il suo passato. Trasformato in una ripugnante Bestia a causa della sua crudeltà, dovrà imparare ad amare e a farsi amare, prima che l’ultimo petalo della rosa magica cada, così da spezzare l’incantesimo. Liberamente tratto all’omonimo film d’animazione del 1991, nella versione filodrammatica la regia è firmata da Marco Mosconi, le musiche dal Maestro Alessio Tiezzi e le coreografie da Maria Stella Poggioni. Un lavoro in parallelo iniziato diversi mesi fa: da una parte il lavoro notevole e incessante degli attori e dei danzatori guidati dal regista Mosconi e della coreografa Poggioni, dall’altra un importante  e meticoloso lavoro portato avanti dal Maestro Tiezzi con l’orchestra e la corale poliziana che ha curato la parte musicale dello spettacolo. Nel musical niente è lasciato al caso. Anche i costumi, realizzati dal costumista Massimo Gottardi, e tutti gli oggetti di scena, come mobili e piccoli utensili di legno elaborati da Samuele Goti, sono stati curati nei minimi particolari ricercando la perfezione degli arredi originali nell’imponente castello in cui padrone è stato trasformato in una Bestia dal cuore tenere.

Abbiamo incontrato i direttori dei vari settori a pochi giorni dallo spettacolo. Ecco le interviste.

Dopo mesi di lavoro, finalmente questo musical vede la luce…

Marco Mosconi: Abbiamo iniziato a settembre, con una prova a settimana, per poi infittire gli appuntamenti. Siamo abbastanza emozionati, ma soprattutto entusiasti di quello che abbiamo fatto. Stiamo collaborando con tante persone, in ogni settore si è creato uno splendido gruppo di lavoro, ed è questa la cosa che ci dà più soddisfazione. Nello spettacolo abbiamo in un certo senso tutta la Valdichiana riunita, visto che il gruppo che lavora allo spettacolo coinvolge persone che vengono da Chiusi, da Torrita, Sinalunga, Montepulciano…  Ecco, è bellissimo vedere tutte persone che lavorano insieme con entusiasmo e con gioia.

Come è avvenuto il lavoro di riscrittura del testo? Quali sono stati i riferimenti utilizzati? 

MM: I modelli utilizzati sono stati sia il classico cartone animato Disney, sia il musical, che ad oggi sembra essere uno dei più rappresentati negli Stati Uniti. Abbiamo cercato di unire insieme le due versioni,  ovviamente con i testi delle canzoni in italiano. Ah, i testi non saranno propriamente fedeli a quelli presenti nel cartone animato. Quindi mi rivolgo soprattutto ai bambini: non vi arrabbiate se non sentirete esattamente le versioni delle canzoni Disney, perché le abbiamo cambiate per renderle più coerenti con il resto del testo. Godetevi lo spettacolo!

La Bella e La Bestia è soprattutto uno spettacolo in costume: Massimo Gottardi si è occupato degli abiti che i personaggi in scena indosseranno. Com’è andato il lavoro? 

Massimo Gottardi: Mi sono ispirato sia al cartone che al film. In più mi sono documentato con moltissimi video online, per cercare spunti e ispirazioni. Il mio metodo consiste nell’andare in giro e trovare i tessuti per poi adattarli al personaggio. In più c’è molto di mio, della visione che ho avuto io dei caratteri. Il lavoro è stato abbastanza lungo. Ogni abito ha bisogno di molto tempo di lavorazione. Serve molta attenzione al particolare, nel cercare la passamaneria giusta, i colori giusti da abbinare… è un lavoro che mi prende costantemente, ad ogni ora del giorno e della notte.

Per quanto riguarda le musiche, invece, come si è articolato il lavoro sugli arrangiamenti? Avete lavorato insieme, in due luoghi diversi coordinandovi tra di voi…

Alessio Tiezzi: È stata un’operazione un po’ complessa, che speriamo porti i giusti frutti. Io ho lavorato separatamente, sia da Marco Mosconi che ha curato la regia della scena, sia da Judy Diodati, che invece ha preparato il coro. Ho messo insieme il tutto e mi sono concentrato sulla parte orchestrale. Abbiamo fatto prove coordinate per poi arrivare ad unire le componenti passo dopo passo. I nostri ragazzi stanno studiando da mesi. Il progetto è molto ambizioso, perché mette insieme molte discipline che si compenetrano: sarà uno spettacolo a 360 gradi. Noi siamo ovviamente un po’ tesi e agitati, ma sicuramente fiduciosi. Faremo del nostro meglio!

E per Maria Stella Poggioni, invece, come è stato confrontarsi con questa nuova avventura della Filodrammatica

Maria Stella Poggioni: Io mi occupo del comparto coreografico della Filodrammatica da molti anni: la sfida che ho accettato quest’anno è stata quella relativa al numero di partecipanti. Perché abbiamo avuto una grande partecipazione da parte di ragazzi e adulti. Ci sono molte persone in scena. Quindi abbiamo riservato particolare cura e attenzione al montaggio e alla cura delle coreografia dovuto al grande numero degli elementi. Ai filodrammatici abbiamo affiancato un gruppo di allieve dell’ècole de ballet, la scuola di danza di Sinalunga. I linguaggi coreografici risultano variegati: a momenti brillanti ed espressivi si affiancheranno movimenti più tecnici e accademici. È  stato un lavoro impegnativo ma molto interessante.

 

Il cast è composto da  Luca Mosconi nel ruolo de La Bestia, Belle sarà Sara Anselmi. Il padre di Belle è Brunero Terrosi, Fabio Panfi è Il Fornaio mentre Il Libraio è interpretato da Francesco Bartolini. Gabriele Paolucci è Gaston e il personaggio di Letont è interpretato da Marco Checcarelli, Lumiere da Roberta Faggi e Tockins Giacomo Graziani. Mrs Bric è interpretata da Rebecca Papa, Chicco da Guido Terrosi, Spolverina da Ilaria Dragoni, il Guardaroba da Federica Goti, lo Specchio da Benedetta Checcarelli, la Strega a narratrice da Vanessa Marcocci, il Cuoco da Fabio Terrosi, il direttore del manicomio da Carlo Stefanucci Le tre Gemelle sono Federica Terrosi, Samantha Giorni e Sharon Vannuzzi, infine gli uomini e le donne del villaggio sono Fortunata Tulisi, Francesca Panzarella, Rosaria Giuliano, Paola Aretini, Giovanna Benocci, Michela Rossi, Monica Marziali, Valentina Mariottini, Samuele Goti, Marco Biancucci, Giacomo Paolucci, Ivan Colombo, Barbara Rosati. Con loro anche le ballerine Caterina Graziani, Roberta Rosellino, Giovanna Manganiello, Elena Marras, Beatrice Marras, Lucrezia Massai, Andreana Lanzara, Bianca Boncompagni e Teresa Graziani.

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Roberto Ciufoli: «I Cattivi non sono mai cattivi davvero»

Roberto Ciufoli torna a Torrita di Siena per il secondo anno consecutivo. Quest’anno sale sul palco del Teatro degli Oscuri con Cattivi . Lo fa sabato 4 Maggio 2019, nel canonico…

Roberto Ciufoli torna a Torrita di Siena per il secondo anno consecutivo. Quest’anno sale sul palco del Teatro degli Oscuri con Cattivi . Lo fa sabato 4 Maggio 2019, nel canonico doppio appuntamento del teatro in piazza Matteotti, alle 19.00 e alle 21.15. 

I Cattivi in genere sono affascinanti. Sarà forse perché per essere buoni basta soltanto esserlo, mentre per essere cattivi si ha bisogno di un pensiero forte e di una personalità marcata… Fatto è che spesso in letteratura, teatro o cinema, i personaggi “cattivi” creano più interesse dei “buoni”; il nero del cattivo è un velo che copre gli altri colori, mostrandone a tratti uno scorcio, mentre il bianco del buono è una spugna che tutti gli altri colori assorbe. Quando poi a disegnarne i tratti è la penna di Shakespeare, i “cattivi” diventano monumenti da visitare e da ammirare. Roberto Ciufoli analizza queste e molte altre questioni nel suo nuovo spettacolo, che lo porterà di nuovo a calcare le tavole dell’Oscuri di Torrita, dopo il successo di Tipi.  Lo abbiamo intervistato.

 

LaV: Sei già passato a Torrita lo scorso anno, con uno spettacolo da solista, intitolato Tipi. Oggi torni con un Cattivi: ecco spiegaci un po’ questo titolo…

Roberto Ciufoli: Come impianto drammaturgico, Cattivi assomiglia a Tipi, nel senso che sono solo e parlo di “tipologie”. Se prima parlavo di tipologie umane diverse, e quindi di atteggiamenti o caratteri di persone, adesso parlo di tipologie di cattivi. O meglio, di “cattivi”, che siamo abituati a considerare tali: Caino e Abele, Giuda, i Cattivi Disney, fino ai villain letterari. Ognuno di questi cattivi ha avuto un motivo per essere giudicato tale. Io cerco di smuovere questa definizione fino anche a sospendere il giudizio. Prendo in esame anche personaggi borderline, come ad esempio Adamo e Eva, che non si definirebbero cattivi. Altri invece sono cattivi per antonomasia, come il Riccardo III di Shakespeare. Lo spettacolo è divertente perché sono tipologie di cattivi che vengono visti da un punto di vista non convenzionale, perché i cattivi non sono mai cattivi davvero.

 

LaV: Come in Tipi anche in questa occasione lavori molto con il tuo bagaglio, inserendo citazioni e tributi: in Cattivi cosa vedremo nello spettacolo?

Roberto Ciufoli: Sì, di Adamo ed Eva ad esempio ne parlo leggendo anche alcuni piccoli estratti dal Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain. Poi, analizzando figure che socialmente sono considerate cattive, leggerò L’Elogio del Ladro di Elio Petri, da La Proprietà non è Più un Furto. Leggerò anche un pezzo dal Riccardo III di Shakespeare. Sono solo alcuni riferimenti che ho inserito in un testo che poi, per la maggior parte, è originale.

 

LaV: La linea che si traccia resta nell’ambito della commedia o si sposta verso il monologo drammatico?

Roberto Ciufoli: No, il monologo drammatico no… Non esageriamo. La linea della commedia c’è, in ogni caso. Come sempre nella commedia, però, c’è una linea più seria, che serve anche ad aiutare il pubblico ad interpretare le cose che accadono. Voglio dire: questo è un elemento fondamentale nella storia del teatro. Nelle tragedie di Shakespeare ci sono personaggi comici, che aiutano a capire meglio la portata tragica dei componimenti. Credo che ci dovrebbe essere sempre uno spazio per la lacrima nella commedia e per la risata nella tragedia. Seguo una linea di narrazione che va ad analizzare un panorama contenente una grande diversità di personaggi, di situazioni e di considerazioni: il fil-rouge è quello dell’essere divertenti.

 

LaV: Stai girando l’Italia con diversi spettacoli, come si gestisce questa pluralità di interpretazioni?

Roberto Ciufoli: Adesso ho Cattivi e cerco di concentrarmi su questo. Ce ne sono molti altri, certo. Ormai siamo tornati ai repertori, come nella vecchia commedia dell’arte. Ogni sera si recita a soggetto e il soggetto è sempre diverso. Il teatro italiano funziona così: tutti hanno diversi spettacoli all’attivo e li rimettono in scena a seconda delle disposizioni. Io sono molto felice di portare questo spettacolo al teatro degli Oscuri. Non vedo l’ora di tornare a Torrita. Quel pubblico mi ha accolto benissimo lo scorso anno e il teatro è veramente molto bello. Ha tutti i parametri giusti per poter essere il luogo ideale per Cattivi.

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Chi semina bene, raccoglie Semidarte 2.0: al Teatro Mascagni va in scena “Bambini”

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La…

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La regia di Bambini è di Andrea Storelli, e gli attori in scena sono Emma Bali, Pietro Carloncelli, Daniele Cesaretti, Pauline D’Antonio, Teddy Edu, Riccardo Laiali, Noemi Lo Bello, Benedetta Margheriti, Carlotta Margheriti, Mascia Massarelli, Claudia Pronti, Giacomo Testa e lo stesso Andrea Storelli. Le scenografie sono curate da Piero Scaccini, Enrico Mearini e Fabrizio Nenci, mentre la fonica da Flavio Storelli.

 

Sin da bambini hanno passato ore sulle poltroncine rosse del teatro di Chiusi, osservando i “grandi” della storica compagnia chiusina Semidarte: alle prime e alle repliche, sia durante le prove tecniche che durante le letture di copione. Hanno respirato talmente tanto i profumi di legno secco del palco e le polveri delle quinte di scena, che quasi mantengono a mente battute e fraseggi di copione che hanno inscenato gli adulti anni fa. Così, nel 2013, lo spunto di costituire un gruppo teatrale “giovane” a Chiusi, che fosse speculare a quello della generazione precedente alla loro, arriva da Andrea Storelli e Benedetta Margheriti. Per la scelta del nome da dare al gruppo, da subito non hanno dubbi: Semidarte 2.0, una nuova versione “aggiornata” rispetto a quel teatro analogico dei decenni precedenti. Mantengono alto il ritmo delle produzioni: sono cinque, ad oggi, gli spettacoli rappresentati: Attento alla Cioccolata, Callaghan!, Rumors, Se devi dire una bugia dilla grossa, il letto Ovale e, tra pochi giorni saranno di nuovo in scena con Bambini. Uno spettacolo corale, molto nutrito, con 13 attori in scena che elaborano un testo apparentemente leggero e ironico, che cela però una profonda – e attualissima – riflessione sul passaggio dalla giovinezza all’età adulta, sul confronto che ognuno si ritrova a dover fare con le proprie ambizioni, i propri risultati.

«Appena finito uno spettacolo si pensa già ad un altro» mi scrive Benedetta Margheriti «Infatti a Settembre 2018, il nostro regista Andrea Storelli ci ha convocati per parlare e decidere le sorti del nuovo copione. Tutti insieme abbiamo deciso che era arrivato il momento di cambiare, di avvicinarci ad un nuovo genere teatrale, che si allontanasse dalla commedia brillante, la quale ci ha accompagnato per ben quattro spettacoli. Andrea ci ha proposto Bambini, commedia di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. Durante la prima lettura siamo rimasti molto colpiti dalla storia e dalla comicità amara che viene fuori dal testo».

Il rischio che molto spesso corrono i nuclei creativi del territorio è legato al fatto che ogni generazione subisce ormai una diaspora generalizzata tra i 20 e i 30 anni. I Semidarte 2.0 non temono sfaldamenti: «Quest’anno ci sono stati cambiamenti anche per quanto riguarda gli attori della compagnia» continua Benedetta «Si sono uniti a noi ragazzi che vengono da Sarteano, Sant’Albino e Torrita di Siena; inoltre siamo stati molto fieri di lavorare con Mascia Massarelli, che è stata per molti anni attrice del vecchio collettivo “Semidarte”, a cui la nostra compagnia 2.0 è molto legata. Un’adulta “supervisionatrice”, su di lei si può contare».

In Bambini ci si interroga su quanto l’essere “adulti” faccia perdere quel “fanciullino” che è in noi, quello di cui abbiamo sentito parlare in molti testi poetici e che sparisce molto facilmente quando deve fare i conti con la realtà che lo circonda. «È un testo che ci ha permesso momenti di estrema comicità e momenti di riflessione, in cui l’attore si interroga e si deve sapere ascoltare per tirare fuori emozioni vere. Ci siamo ritrovati anche a confrontarci sul fanciullino che ognuno di noi porta ancora dentro, anche fisicamente: stiamo letteralmente rovistando nelle nostre rispettive case, spolverando vecchi bauli, in cerca di giocattoli, cianfrusaglie infantili, oggetti che ci appartenevano quando eravamo bambini, da portare in scena»

 

 

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Simone Montedoro: «”La Casa di Famiglia” è uno spettacolo che coinvolge tutti»

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo…

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo spettacolo alle 19 e secondo spettacolo alle 21.15. Con La Casa di Famiglia, tornano sul palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, gli interpreti dalla commedia Finchè Giudice non ci Separi dopo il grande successo riscosso nelle ultime due stagioni teatrali, Simone Montedoro, Toni FornariLuca Angeletti e Laura Ruocco. Scritta nel 2011, e ancora attualissima, La casa di famiglia  è una delle prime commedie scritte dal quartetto di autori del Teatro Golden, Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli.

La casa di famiglia racconta la storia di quattro fratelli caratterialmente molto diversi tra loro, Giacinto, Oreste, Alex e Fanny. Una cosa hanno in comune: La Casa di Famiglia, dove sono nati e dove hanno trascorso la loro infanzia.  Il loro padre è in coma da due anni e la casa vuota è da tempo inutilizzata. Un giorno Alex convoca i fratelli per annunciare che ha ricevuto un’offerta milionaria per cedere la casa di famiglia. Alex vorrebbe venderla mentre gli altri non sono d’accordo.

Simone Montedoro è uno dei protagonisti della commedia, nonché volto molto noto della televisione italiana, e ci ha concesso un’intervista che riportiamo qui di seguito. 

LaV: Questo testo è già stato elaborato in una funzione cinematografica e parte del pubblico ha già avuto modo di apprezzarlo al cinema. Quali sono i valori aggiuntivi che la versione teatrale apporta a quella filmica?

Simone Montedoro: ti rispondo sinceramente: il film non l’ho ancora visto. (ride) Augusto Fornari è arrabbiato con me per questo motivo… Devo dire però che parlando con chi ha visto sia il fim che lo spettacolo, la preferenza del pubblico cade sempre sulla versione teatrale, ma non è un caso. Lo spettatore a teatro è più esposto a quello che viene raccontato. È più coinvolto. Il testo funziona in entrambi i linguaggi, perché gli autori sono geniali, ma a teatro chi ci guarda rimane più affascinato. C’è anche da dire che a teatro il racconto di drammaturgia è leggermente diverso: noi sul palco scenico cominciamo la storia con l’accordarci per mettere in vendita una casa, dopo le diatribe e i vecchi rancori che esistono tra fratelli, mentre il film inizia che la casa già è stata venduta. Quindi non è esattamente la stessa vicenda, attenzione. A chi ha già visto La Casa di Famiglia al cinema dico: venite a maggior ragione a teatro, che è una forma diversa di vedere anche la stessa storia, che vi può coinvolgere in maniera diversa. La Casa di Famiglia è uno spettacolo che coinvolge tutti, che racconta sentimenti nei quali tutti possono identificarsi.

LaV: Gli spettacoli che arrivano dai teatri delle grandi città molto spesso devono apportare cambiamenti strutturali quando si ritrovano a recitare in piccoli teatri: La Casa di Famiglia come si confronta con i differenti spazi in cui viene ospitato?

SM: Guarda, la scenografia – che è bellissima fatta da Ivan Stefanutti – è stata proprio studiata insieme ad Augusto per essere adattata e ricomposta in quanti più spazi diversi possibili. Ha un’elasticità di produzione che può essere messa ovunque. A livello recitativo siamo forse più compatti nei palchi più angusti, ma siamo talmente affiatati che ci adattiamo ovunque, anche in un salotto. Il teatro degli Oscuri di Torrita è una bomboniera bellissima, con un palco piccolo, ma risolviamo i problemi legati allo spazio in maniera molto funzionale al contesto nel quale recitiamo. La scenografia è stata studiata per essere allestita anche in spazi addirittura più piccoli di questo. Lavoro con persone che fanno teatro ormai da tantissimo tempo e quindi hanno piena consapevolezza.

LaV: La tua carriera è sicuramente poliedrica. Ti abbiamo visto, a teatro così come al cinema e in televisione, intraprendere linguaggi diversi e forme diverse di confronto con il pubblico. Come cambia l’approccio con la scena, nei vari media?

SM: A me piace questo lavoro. Fare l’attore è un mestiere complesso e pieno di sfaccettature. Ci possono essere tanti campi che si sfumano intorno a quello che può essere semplicemente recitare su un palco scenico, o davanti a una camera, una cinepresa. Credo che sia interessante spaziare, dove possibile, in questi campi. Ovviamente senza esagerare! Se mi fanno partecipare a Sanremo con una canzone potrei essere in difficoltà, poiché non sono un cantante… Però ecco: mettere piede nelle dimensioni che girano intorno a quello che è l’intrattenimento, è molto interessante. Una delle esperienze più recenti che mi hanno particolarmente affascinato è stata la conduzione, insieme ad Anna Ferzetti, del Prima Festival. Si trattava della striscia televisiva che è andata in onda, in diretta ogni sera da Sanremo, pochi minuti prima dell’inizio dello show sul palco dell’Ariston. Il codice di comunicazione che ho sperimentato in questo programma è completamente diverso, rispetto al mio modo di relazionarmi con la scena. Ti faccio un esempio: io e Anna ci guardavamo in faccia quando interagivamo, ma ci hanno subito corretto: dovevamo guardare in camera, parlare tra noi, ma stare concentrati sul pubblico da casa. È stato molto interessante. L’attore quindi è un animale che si muove in tutte le sfere ambientali possibili, che deve spaziare in tutti i linguaggi, senza porsi il problema delle dimensioni della scena.

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La disponibilità delle parole – un’intervista a Roberto Latini

Mercoledì 27 marzo, alle 21.15, al Teatro Poliziano, Roberto Latini interpreta con la sua originalità stilistica il Cantico dei Cantici, un’opera in versi dell’Antico Testamento. Lo spettacolo è adattato, diretto…

Mercoledì 27 marzo, alle 21.15, al Teatro Poliziano, Roberto Latini interpreta con la sua originalità stilistica il Cantico dei Cantici, un’opera in versi dell’Antico Testamento. Lo spettacolo è adattato, diretto e interpretato dallo stesso Roberto Latini, mentre assumono un significato rilevante le musiche curate da Gianluca Misiti, anch’egli insignito del Premio Ubu per il miglior progetto sonoro. Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dallo spettacolo a Montepulciano. 

Vista da una postura disinteressata e pigra, potremmo banalmente ridurre l’opera di Roberto Latini a recipiente postmoderno, collage autoreferenziale di citazioni, e individuare in lui un gesticolatore dell’ipermodernità in ambito teatrale: in realtà Latini raggiunge – e sovente supera – la grande lezione di teatro di ricerca pop di Bob Wilson, muovendo, anziché dai formalismi del teatro anglosassonne, dalla chirurgia della rappresentazione di Carmelo Bene: in lui convergono decenni di ricerca scenica, da Leo de Berardinis con Perla Peragallo, fino allo stesso Bene passando per Demetrio Stratos, risultando la personalità teatrale più interessante del panorama italiano. Il Cantico dei Cantici, sua ultima fatica, è un’occasione  (termine a Latini molto caro), in cui far accadere il teatro. Un’opportunità di proporre l’occasione-teatro, nella speranza che esso accada. Ne abbiamo parlato, tra le altre cose, nella chiacchierata che segue.

 

LaV: L’immaginario che consegni al pubblico è estremamente variegato. La domanda è: da quale bagaglio di base è stata partorita questa operazione, mossa dal Cantico dei Cantici?

Roberto Latini: Allora, parto da un assunto fondamentale, che ripeto sempre a me stesso così come lo ripeto alle persone con cui lavoro: non disturbate lo spettacolo. Cioè che non siano gli spettatori a “vedere” uno spettacolo, ma che possano essi stessi portarsi via il proprio. Che il pubblico possa cioè avere a che fare con qualcosa che noi proponiamo soltanto e non rappresentiamo davvero. Questo produce a catena una serie di conseguenze: mettere insieme la Carrà con un testo della Bibbia (cosa che avviene nel suo Cantico, ndr) significa avere a che fare con quello che siamo. Essere capaci di stare di fronte alla sensazione data da un testo come quello, riportandolo anche nella specificità del quotidiano. Avere a che fare con l’altezza del Cantico dei Cantici senza osservarla come qualcosa da tenere sotto teca, ma con la quale avere a che fare direttamente.

 

LaV: Il Cantico dei Cantici arriva, per il pubblico locale, dopo il tuo adattamento de I Giganti della Montagna: si è passati quindi dal tardo Pirandello, anzi dal postremo Pirandello, quindi da una meccanica drammaturgica novecentesca, a qualcosa di – passami il termine – archetipico della letteratura. Come avviene la selezione dei testi e delle parole nel tuo lavoro e nel tuo metodo?

Roberto Latini: Ho sempre pensato che gli unici personaggi da interpretare negli spettacoli fossero solo le parole. Nei lavori che hai citato non c’è un attore che interpreta dei ruoli, bensì che interpreta delle parole. Nel Pirandello, ne i Giganti della Montagna, sono stato solo in scena e l’unico personaggio che ho sentito di interpretare sono state le parole del testo. Allo stesso modo, nel Cantico dei Cantici non mi interessa interpretare dei personaggi, non è importante che io sia maschile o femminile, non è importante che io aggiusti la voce a seconda di chi parla. Non è importante capire chi, ma è l’avere a che fare con che cosa. Questo è quello che accade se davvero ci mettiamo nella disponibilità delle parole.

 

LaV: Nel Cantico, quindi, sono state le parole a veicolare il vettore creativo drammaturgico?

Roberto Latini: Parole tra senso e sensazione. Il Cantico dei Cantici è certo un archetipo, come hai detto giustamente tu. Lo conosciamo tutti ancor prima di conoscerlo. È il testo più saccheggiato della storia delle letterature: dai romanzi alle canzoni. Un verso lo abbiamo certamente sentito da qualche parte nella nostra vita, quando ancora non abbiamo nemmeno saputo riconoscere da dove fosse né da dove potesse arrivare. Per me lavorarci sopra è stato un tornare, con coscienza e consapevolezza, su un testo antichissimo che avevo conosciuto. C’è stato bisogno andare avanti, per me, per la mia carriera trentennale, raggiungere il Pirandello del Novecento, per poi potersi voltare e guardare indietro…

 

LaV: C’è una definizione in teatrese che avrebbe tutte le ragioni per essere detestata, mi riferisco a “teatro di parola”. Preferirei che si parlasse di questo spettacolo e del tuo lavoro come un “teatro di voce”, o un “teatro di suono” piuttosto. Ti chiedo però, in quale percentuale la parola è significato in sé, e quanto è fonetica? 

Roberto Latini: Questo sta alla disponibilità sensibile di ogni spettatore. Io ho a che fare con dei suoni articolati, che diventano voce. La capacità di senso o di restare suono è nella disponibilità di chi ascolta, anzi di chi sente. Sentire: una parola più precisa, nelle sue molteplici e bellissime accezioni.  Ovviamente lavorare con un compositore come Gianluca Misiti è una cosa che mi vizia da venticinque anni, rispetto a quello che abbiamo proposto dal palco. Abbiamo sempre lavorato su cose che hanno delle strutture musicali o che hanno a che fare con dei concetti musicali, come la dinamica. La dinamica è uno di quei concetti musicali che sono approdati al teatro. Ecco una dimostrazione di come il teatro ha imparato ad arrivare ad altre forme di comunicazione e inglobarle. Tutto questo fa del teatro un luogo in evoluzione.

 

LaV: Dinamica è sì un termine musicale, ma è comunque mutuato dalla fisica; è una semantica interessantissima questa. La dinamica ha a che fare con la mobilità dei corpi e arriva a debordare nella definizione di una gestualità artistica, anche questo coinvolge la mutlidisciplina del teatro contemporaneo…

Roberto Latini: Interessante è anche il fatto che ci siano parole che io non potrei emettere se il corpo non assumesse certe posizioni… oppure tutto ciò che concerne la temperatura del testo, che va raggiunta e può essere espressa dalla temperatura della voce. Contestualmente a questo la voce deve arrivare dentro la temperatura delle parole. Anche il concetto di temperatura è molto bello ed è assolutamente fisico.  Se il mio corpo non arriva a quella data temperatura, non posso portare allo stesso livello la voce e quindi anche le parole. Quindi, forse, anche l’ascolto.

 

LaV: Di recente hai annunciato che la compagnia Fortebraccio Teatro non esiste più formalmente. Ecco quale è stata la dinamica che ha mosso questa decisione e qual è soprattutto l’emergenza di base che questo gesto esprime?

Roberto Latini: Quest’anno sarebbe stato il ventesimo di contributo ministeriale. Secondo me il sistema così com’è non funziona e non può funzionare. Il contributo  essenzialmente serve a mantenere nella sopravvivenza compagnie e teatri, in un galleggiamento che è mortificante rispetto all’aspirazione artistica. Ho deciso – e di questo mi prendo la piena responsabilità – di  rinunciare ai contributi ministeriali poiché sentivo insidiare, da quei contributi e da quelle richieste numeriche, un pericolo per l’espressione artistica da cui ci siamo tenuti lungamente a riparo. Per certi versi ci sarebbe convenuto rimanere dentro quel sistema e fare meno, molto meno: fare davvero per finta. Sinceramente, preferisco fare finta per davvero.

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