La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

Nei Panni dell’Altro – Intervista a Olga Rossi

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord…

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord a Sud lo stivale, tra tournée teatrali e set cinematografici. Tanto che, tra i lavori per il cinema con Gabriele Salvatores o Rocco Papaleo, e quelli per il teatro con Alessandro Gassman o Ottavia Piccolo – giusto per citarne alcuni – Olga Rossi trova occasioni per portare avanti progetti di propedeutica teatrale, e laboratori di recitazione, nel nostro territorio. Dopo il Diploma al Teatro Stabile di Torino, ha seguito corsi di perfezionamento con Luca Ronconi e Massimo Navone, per poi seguire seminari e workshop con Marcel Marceau, Julie Anne Stanzak e Nicolaj Karpov: non si può di certo negare che abbia avuto la possibilità di osservare da vicino il lavoro dei più grandi teatranti del nostro tempo.

Residente a Trequanda, già lo scorso anno ha curato un laboratorio teatrale dedicato alla Costituzione italiana e quest’anno, coinvolta dalla direzione del Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, si occuperà dei corsi di recitazione rivolti ai bambini delle scuole elementari e di quelli per adulti. Oltre a Olga Rossi, a coordinare i partecipanti dei laboratori di recitazione presso il teatro sinalunghese ci sarà anche Maria Claudia Massari, ormai volto noto del pubblico del Ciro Pinsuti, che porterà avanti i corsi per ragazzi delle scuole medie e per le scuole superiori.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Olga nella settimana in cui sono stati presentati i corsi attraverso lezioni-prova gratuite.

Quale percorso professionale/artistico ti ha portato a curare la propedeutica teatrale? Cosa ti interessa del lavoro di insegnante di teatro?

Il tempo. In mezzo alle  lunghe tournèe scavalcamontagne che durano mesi, così, per gioco, ho iniziato con i ragazzi del circolo Arci di Trequanda un percorso che mi ha convinta sempre di più della funzione sociale del teatro. Fosse per me aprirei un teatro e una biblioteca, con gli orari di un centro commerciale, in ogni paese. Per quanto riguarda l’insegnamento, non credo che il teatro si possa insegnare, ma se ti interessa puoi imparare a farlo.

Che tipo di lavoro attende i ragazzi che si iscriveranno ai corsi 2019/20 del Ciro Pinsuti?

Ai ragazzi, che poi sono più bambini – dato che con me saranno i piccoli delle elementari – leggerò le Favole al Telefono di Rodari: ogni giorno sarà una storia a guidare la nostra immaginazione. C’era una volta il signor Bianchi di Varese… le leggevo da piccola e l’idea di quel babbo che ogni sera, dal niente, inventava una storia per sua figlia, me la sono portata dietro per anni, poi ho capito perché. Ascoltare storie ci fa sentire meno soli.

Qual è la principale novità di questa stagione, sempre per quanto riguarda i laboratori, rispetto a quelle precedenti?

Non so bene rispondere in questi termini. Il lavoro appassionato di Maria Claudia, che da vent’anni ha cresciuto i ragazzi di Sinalunga e, agli albori, ha cresciuto anche me. Quello che Calamandrei dice a proposito della legge credo possa essere piuttosto universale, le regole del teatro sono vive perché dentro a queste formule circola il pensiero del nostro tempo; bisogna lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi e le nostre speranze. Il teatro è giovane e antico come la primavera, si rinnova sempre e le persone, se ne hanno voglia, possono fare altrettanto.

A quale tipo di persone sono rivolti i tuoi corsi?

Non esistono requisiti specifici, credo che piuttosto sia necessaria la voglia di provare a mettersi nei panni di qualcun altro, lasciare andare un pezzo delle proprie convinzioni per provare a capire cosa pensa qualcuno che non sia ‘io’; è un esercizio necessario in questi tempi.

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I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

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Berlino – Techno – Komfortrauschen: musica dal futuro (o da qualche Km più a Nord)

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto…

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto appena una volta in vita mia, ma sentito come mitico e familiare (e mi pare che una volta ci fosse anche un muro). Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è la musica. Anche questa me la immagino fredda e ubriacante, con suoni metallici e una costante ricerca di nuove sonorità, che scava, annusa e fruga febbrilmente gli anni del secolo scorso e quello che verrà. La Berlino musicale me la immagino un laboratorio sperimentale di suoni, generi, voci, testi. Ci starebbe proprio un bel viaggetto all’insegna della musica underground…

La prima cosa che ho pensato quando i Komfortrauschen hanno iniziato a suonare nella serata d’apertura dell’edizione 2019 del Live Rock Festival è stata: «Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto… [leggi sopra]».

I Komfortrauschen (comfort noise) sono un trio berlinese che, unendo chitarra, basso e batteria a una quantità esagerata di pedali sintetizzatori, creano un potente DJ set techno di altissima qualità. Il live che hanno proposto è stato una maratona di sudore ed elettronica, che ha fatto ballare il pubblico di Acquaviva senza sosta. E poi l’energia del sound, i loro vestiti bianchi e i balletti convulsi. Come fai a non intervistarli?

Prima di continuare a leggere vi consiglio di guardare questo loro video: tanto per farvi un’idea.

Raccontatemi la vostra storia

Ci siamo conosciuti 5 anni fa e abbiamo deciso di formare la band, perché eravamo tutti affascinati dalla musica elettronica. Non avevamo né sintetizzatori, né computer, ma soprattutto nessuno aveva la minima idea di come si usassero. C’era l’idea prima dell’oggetto: volevamo farlo, ma non sapevamo come si facesse.

E quindi cosa è successo? Perché avete appena fatto un concerto techno pazzesco…

Fondamentalmente le basi rimangono la chitarra, il basso e la batteria. È da lì che abbiamo iniziato e da lì continuiamo a strutturare le canzoni. Abbiamo studiato molto. Lentamente abbiamo imparato a usare i sintetizzatori, i pedali e la drum machine. La cosa importante è combinare tutti gli elementi in modo divertente e stupido e vedere cosa succede.

Direi che il risultato finale non è niente male…

Grazie. Pensa che a volte in studio ci guardiamo e diciamo «ragazzi questo è veramente stupido… rendiamolo più stupido!». La semplicità e la leggerezza ci portano a risultati che funzionano: divertono il pubblico e lo fanno ballare.

Quando il vostro manager vi ha proposto di venire a suonare al Live Rock Festival di Acquaviva, cosa avete pensato?

Nel 2015 abbiamo suonato in due date italiane ed è stato bellissimo. Fondamentalmente ci piace venire in Italia. Non è per niente male. Questo festival è molto interessante e poi c’è Leeroy Thornhill, uno dei fondatori dei Prodigy, quindi ci siamo detti “cosa stiamo aspettando? Andiamo!”

È strano attribuire significato a canzoni senza testi. Le vostre ce l’hanno?

Certo, sì. A volte c’è uno sfogo di aggressività che si trasforma in potenza elettronica. A noi piace ciò che è grande e metallico. Altre volte, come ho già detto, è puro divertimento, fantasia che gioca.

Com’è la scena musicale berlinese?

È molto elettronica, profonda, intensa per certi versi. Ci sono molti club che arrivano a negare l’ingresso al pubblico, perché straripano di persone all’interno. Ad altri club piace creare un certo clima o tendenza o moda che li caratterizzi e selezionano le persone da far entrare. Non è una mentalità completamente libera, ma se si vuole vedere il lato positivo, questo contribuisce a creare correnti artistiche che si sviluppano sempre di più. Le persone sono malate di musica a Berlino. Trovi molta gente che passa dalle 5 alle 7 ore nei locali, solo per ascoltare musica. Entra di notte ed esce con la luce del sole. È raro, invece, trovare chi viene a vedere esibizioni live e dopo due ore se ne va via. Ho amici che hanno passato 12 ore in dei club ad ascoltare musica. È uno stile di vita. Rispetto all’Italia c’è molta differenza: qua è tutto molto più inclusivo e super aperto, una sorta di festa collettiva ogni volta che c’è della musica sopra un palco.

In questo video potete DIREZIONARE VOI la telecamera: buona visione e buon ascolto!

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La complessità dell’essere genuini – Intervista a Rancore

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro…

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro è quello che segue la pubblicazione del suo ultimo disco “Musica per Bambini”, nel quale – secondo la critica – ha raggiunto la sua maturità stilistica. Il concerto di Acquaviva ha dimostrato come la sua performance sia principalmente fisica e necessiti un’attenta preparazione, quasi un allenamento. Tommaso Ghezzi lo ha intervistato per noi pochi minuti dopo il live, parlando del suo modo di preparare le esibizioni e le tematiche del suo ultimo disco.

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L’Amore è Punk – Intervista a Gian Maria Accusani

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato…

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato non appena è sceso dal palco dopo un partecipatissimo concerto, nel quale i brani del nuovo disco Paura e l’Amore si sono mescolate a perle del passato, tra cui anche canzoni dei Prozac+.

Dal movimento The Great Complotto alla formazione dei Sick Tamburo, Gian Maria Accusani racconta ai nostri microfoni la sua visione della scena Alternative Rock italiana.

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Ritmi latini, passione, armonia e amore: il Son (nei camerini coi Buena Vista Social Club)

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece,…

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece, è una leggenda fuori dagli schemi, come fuori dagli schemi sono l’isola di Cuba e tutto il suo popolo. Nessuna divinità, nessuna vicenda inverosimile: il mito dei BVSC è quanto di più terreno, quotidiano e vivo si possa pensare.

La band dei Super Abuelos (i super nonni) si è formata negli anni ’90, quando il musicista statunitense Ry Cooder decise di registrare un disco sulla musica cubana coinvolgendo i migliori interpreti dell’isola, tra cui il chitarrista Compay Segundo.

Nel 1997 è uscito l’omonimo album che ha riscosso un successo planetario, confermato dalla vittoria del Grammy l’anno seguente. Attualmente il numero di copie vendute supera di gran lunga gli otto milioni. La tradizione cubana del Son (genere musicale nato nelle province orientali dell’Isola) si presenta al mondo con una forza e una bellezza inaudite. Sulla band è stato girato anche un bellissimo documentario ambientato a l’Avana, con interviste ai membri e registrazioni di storici live.
Oggi l’eredità di Compay Segundo è affidata al figlio, che porta lo stesso nome, e a un mix di giovani e vecchie glorie che continuano a far sognare e danzare i palchi di tutto il mondo. I BVSC si sono esibiti alla Festa della Musica di Chianciano Terme dove li abbiamo intervistati nei camerini.

Il Grupo Compay Segundo è l’unica formazione scelta direttamente da Compay Segundo come suo successore spirituale. Come va il lavoro?

I musicisti che attualmente compongono il gruppo Compay Segundo sono quelli che hanno accompagnato Compay durante la sua vita artistica, sono i membri del progetto originale Buena Vista e ci sono anche dei giovani formidabili musicisti. Ci è stato lasciato un patrimonio importantissimo di canzoni, di storia, di vita e tradizione che sempre riproponiamo al pubblico con trasparenza e calore.

Compay Segundo una volta ha detto «io suono questa musica perché è storia. I giovani vogliono conoscere le loro radici e ci deve essere qualcuno che gliele mostra. Questa è la storia della musica, questo è ciò che rappresento». I giovani cubani sentono ancora questa necessità?

Certo! Abbiamo moltissimi gruppi di musica tradizionale cubana che si legano a Compay riproponendo le sue canzoni. Chiaro, con altri ritmi e con altre forme, ma sempre mantenendo quel legame profondo. La musica a Cuba è imprescindibile: fa parte dell’essere cubani.

Ancora Compay Segundo: «è una musica che va vissuta e condivisa. È questa la sua vera forza». Cosa significa?

Significa che dentro l’ambiente culturale cubano la musica accompagna il popolo in tutto ciò che fa. E il cubano sempre vede la musica come una forma di resistenza, di benessere, di felicità e allegria e quindi penso che quando Compay usava queste parole pensava soprattutto al suo popolo: era convinto che il cubano necessita della musica per realizzare tutti i sogni che ha nel cassetto. La storia dei BVSC ne è la conferma.

Compay Segundo dava molta importanza alle parole del cantante. Di cosa parlano le canzoni dei BVSC?

Parlano di esperienze personali e anche questioni quotidiane della vita del cubano. In una canzone, per esempio, si parla di matrimonio. Una ragazza e un giovane di umili famiglie volevano accasarsi e unirsi in matrimonio. Cominciarono a costruirsi una casa povera e la muchacha tutti i pomeriggi andava a prendere la terra al fiume e quando stava dentro l’acqua, il vestito si bagnava e diventava trasparente. Allora, come puoi immaginare, il desiderio del marito aumentava ogni giorno di più, perché la vedeva molto bella. Di questo parlano le canzoni: della vita quotidiana, delle relazioni, dell’amore, del rispetto della donna e soprattutto di armonia.

Com’era suonare, ballare e fare festa nella prima metà del ‘900? Quali le differenze rispetto a oggi?

Durante tutto lo sviluppo della musica si sono create nuove sonorità e nuovi strumenti. In quegli anni non esistevano gli strumenti elettrici, la televisione, la radio, ecc. Erano strumenti rudimentali, molto folclorici e oggi, con tutto lo sviluppo mediatico, la musica è cambiata molto e ha molte sonorità. Io ricordo che mio padre, Compay Segundo, quando sentiva le nuove canzoni mi diceva: “la musica di oggi non è la stessa della mia epoca e va cambiando, ma va bene perché la musica si esprime in nuove forme e noi siamo felici di questo”.

Nonostante i passaggi di testimone i BVSC sono rimasti legati alla tradizione e alla necessità di fare musica di altissimo livello: vera e propria arte. Da qualche anno è uscita un’altra forma musicale da Cuba: il reggaeton. Cosa ne pensano i BVSC? Sono curiosissimo!

Noi pensiamo che il reggaeton sia un’altra manifestazione della musica. La chiamano musica urbana, perché riflette molte cose che succedono nelle strade e nella vita domestica e la riflettono in una forma molto realistica. La differenza che c’è tra questa e la musica tradizionale è che esalta le relazioni tra persone e la convivenza tra la gente e molte volte viene fatto in modo deciso. Sono cose che sempre esistono nella canzone tradizionale e non devono staccarsi da essa.

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“Culture Contro la Paura” dell’Orchestra Multietnica di Arezzo: Intervista a Luca Baldini

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel…

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel suo senso etimologico, nel suo valore di interesse nei confronti della collettività e del bene condiviso degli esseri umani. In Piazza Signorelli, il 21 luglio 2019, è stato presentato il progetto Culture Contro la Paura: due ore di musica, graditissimi ospiti e flussi espressivi provenienti dai quattro angoli del mondo. Sul palco, diretti da Enrico Fink, 35 musicisti provenienti da Albania, Palestina, Libano, Nigeria, Costa d’Avorio, Argentina, Colombia, Bangladesh, Giappone, Romania, Russia, Svizzera e dalle più svariate regioni italiane, hanno accompagnato protagonisti della musica italiana del calibro di Brunori SAS, Lo Stato Sociale, Paolo Benvegnù, Dente, Luca Lanzi de La Casa del Vento insieme a Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, Alessandro Fiori nonché le voci di Emad Shuman e Paola Scoppa. Durante l’esibizione, poi, il fondale del palco si è animato con il live drawing del collettivo perugino dei BecomigX.
Abbiamo intervistato Luca “Roccia” Baldini, uno dei coordinatori dell’orchestra – nonché vicepresidente di Officine della Cultura e bassista, organico del progetto – a poche ore dallo spettacolo che ha riempito di gioia e di colore Piazza Signorelli di Cortona. Nel vorticoso viavai degli artisti, tra palco e backstage, nel caotico rumoreggiare del sound-check del pomeriggio di domenica 21 luglio, siamo riusciti a fargli qualche domanda.

Quale è stato il percorso, intrapreso dall’Orchestra Multietnica di Arezzo, che ha portato all’esibizione che vedremo stasera in chiusura del Cortona Mix Festival 2019?  

Luca Baldini: Dunque, il progetto dell’OMA va avanti ormai da 12 anni ed è nato inizialmente come percorso formativo, finalizzato alla conoscenza e all’approfondimento delle strutture di base delle tradizioni musicali delle aree del mediterraneo. Il progetto Culture Contro la Paura, invece, lo abbiamo iniziato lo scorso anno, come progetto interno all’OMA, coinvolgendo anche Dario Brunori, Paolo Benvegnù e Amanda Sandrelli. È nato in occasione di un mini-tour siciliano: abbiamo portato in giro un messaggio di integrazione in tre spettacoli che abbiamo fatto alla Valle dei Templi di Agrigento, al mercato di Ballarò e al Teatro di Verdura di Palermo. È stata una tre giorni di cultura dell’integrazione, in cui abbiamo condiviso una visione di mondo migliore con altri artisti, un mondo in cui potremmo essere tutti uguali. Da questa esperienza è partita la registrazione di un disco – intitolato appunto Culture Contro la Paura – che uscirà nei prossimi giorni, nel quale saranno presenti tutti gli ospiti che sono stati integrati nel percorso dell’OMA nel corso degli anni: ci sono Shel Shapiro, Dario Brunori, Raiz, Cisco, ma c’è anche la Bandabardò, Moni Ovadia e tantissimi altri. Questo è stato un espediente per ritrovarci e dare un messaggio importante, qui a Cortona. È la prima volta che facciamo un concerto con così tanti ospiti e siamo molto orgogliosi ed emozionati.

Sul palco insieme a voi ci sarà una presenza molto importante, sia per il messaggio – coerente con quello della OMA – sia per la stessa città di Cortona: sto parlando della Chitarra “Mare di Mezzo”.

LB: Sì, certamente! La chitarra che Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese, ha assemblato con frammenti di barconi arrivati a Lampedusa, sarà suonata da Francesco Moneti de La Casa del Vento e dei Modena City Ramblers. Sarà sul palco anche lo stesso Giulio Carlo Vecchini. Insomma, ci sarà un bel gruppo di amici. Personalmente devo dire che è stato molto faticoso. Veniamo da giorni di prove in teatro e siamo tutti un po’ stanchi. Come Officine della Cultura, poi, siamo anche coinvolti nell’organizzazione del Cortona Mix Festival e di conseguenza sono stati giorni molto intensi. Ma questo è il nostro gioiello e abbiamo fortemente voluto che chiudesse questa manifestazione. Abbiamo voluto chiudere ribadendo valori importantissimi, che non sono prettamente politici, ma sono etici. La politica si fa tutti i giorni, per strada, ma quando si parla di integrazione, di accoglienza e di apertura, penso che si entri in un ambito che è superiore della politica: si parla di etica, di valori assoluti.

L’OMA con questa compagine arriva in terra d’Arezzo dopo aver girato l’Italia. Rispetto alle tematiche citate, di integrazione e di accoglienza, come ti sembra che la terra d’Arezzo – e la Valdichiana – stia rispondendo?

LB: Vedo una grossa difficoltà delle persone rispetto a queste tematiche. È però una caratteristica comune di tutta l’Italia. È un periodo in cui le persone hanno veramente paura. La paura però nasce sempre dall’ignoranza, dal non conoscere – o peggio dal rifiutarsi di conoscere – le cose che stanno al di là del nostro campo visivo. L’unica soluzione è quella di cercare ogni giorno di far arrivare un messaggio di apertura e di ricerca. Le difficoltà ci sono, in Valdichiana così come nel resto d’Italia. Le abbiamo vissute anche sulla nostra pelle. Recentemente abbiamo portato in giro lo spettacolo Occident Express, con Ottavia Piccolo [di cui abbiamo parlato nel secondo numero di ValdichianaTeatro ndr] e mi sono accorto di come questo, in molti teatri, non sia stato accolto con grande entusiasmo. Le persone però si avvicinano a queste storie, le ascoltano, ne vengono coinvolte: ci rendiamo conto che le storie di chi viene da lontano sono anche nostre, sono vicine a noi, ci rendono complici. L’ignoranza è la malattia più grande dei nostri tempi, noi cerchiamo di curarla con quello che sappiamo fare meglio: suonare.

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Il Sogno Lucido del Cantiere Internazionale d’Arte

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’….

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’. Di seguito il racconto della serata. 

Un’Officina per Giovani Artisti: il vettore organizzativo del Cantiere Internazionale d’Arte indica questa direzione fin dalle linee programmatiche tracciate da Hans Werner Henze. Multidisciplinarietà e orizzontalità delle produzioni; artisti locali e artisti internazionali; non professionisti e professionisti; studenti specializzati e appassionati, tutti a intersecare esperienze e dati creativi.

La serata di mercoledì 24 luglio 2019 è stata, in questo, esemplificativa: sul palco allestito in Piazza Grande, tra i due colonnati di americane e il logo del Cantiere proiettato iconicamente sul travertino del Palazzo Comunale, si sono resi complementari due corpi di balletto, una corale con due voci soliste, una compagnia di prosa e un’orchestra. Sogni di Una Notte d’Estate è stato il titolo scelto per questa serata polimorfica che ha seguito come trait d’union la celebre commedia di William Shakespeare Sogno di Una Notte di Mezza Estate, con i suoi speculari rifacimenti operistici e figurativi.

 

L’orchestra della Royal Northern College of Music è già di per sé uno spettacolo. I ragazzi di Manchester, che ogni anno arricchiscono il centro storico di Montepulciano con esibizioni cristalline di brani classici e contemporanei, sono una delle ‘cartoline’ più belle della storia del Cantiere Internazionale d’Arte. La direzione dell’orchestra, per la serata dedicata ai Sogni di una Notte d’Estate, è stata ovviamente affidata al Maestro Roland Böer, direttore artistico e musicale del Festival. La serata è cominciata con l’ouverture operistica tratta dall’Oberon di Carl Maria von Weber, ispirata proprio al personaggio scespiriano, consorte di Titania e re degli elfi. La RNCM Symphony Orchestra di Manchester ha poi eseguito la Sinfonia n. 8 di Hans Werner Henze, composta nel 1993 e ispirata al Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Shakespeare. Ogni movimento è strettamente collegato a una breve sezione dell’opera teatrale: il primo movimento (Allegro) è ispirato dalla battuta di Puck, nel testo originale, «I’ll put a girdle round the earth/ In forty minutes» (Avvolgerò una cintura attorno al globo in quaranta minuti!) – Atto II, scena I – e all’invito da parte di Oberon, a Titania, di fare il giro del mondo «We the globe can compass soon / Swifter than the wandering moon» – Atto IV, Scena I. Henze raffigura il viaggio globale di Puck nella variazione di tonalità: l’Est è il Do Maggiore, il Polo Sud è rappresentato dalle note più basse della gamma dell’orchestra sinfonica moderna, mentre il Polo Nord è rappresentato da quelle più alte.
Il secondo movimento (Allegramente con comodo tenerezza e ballabilità) raffigura fonicamente la tentata seduzione di Nick Bottom da parte di Titania, mentre il movimento finale (Adagio) sembra far riecheggiare la battuta del monologo finale, sempre di Puck, «Se l’ombre nostre vi hanno offeso…» alla fine della commedia. Il secondo movimento indicato dallo stesso Henze come ballabile, ha visto stagliarsi sul piano di scena una coreografia di Maria Stella Poggioni, eseguita dalle ballerine della sua École de Ballet. La coreografia ha visto ondeggiare una serie di figure mobili, con dominanza dei colori freddi (il blu su tutti), la cui obliquità di posizione ha teso, per buona parte del balletto, verso un vertice centrale che si è presentificato – all’inizio e alla fine del balletto – come una figura femminile bendata: sono quindi il sogno e i movimenti dell’inconscio durante le fasi della notte, che vengono rappresentati nel balletto. Le ballerine si muovono entro un amnio onirico, composto da fraseggi propri del sogno, della postura notturna dei corpi. Questo, il primo dei due sogni che hanno scandito la serata.

 

La seconda parte ha invece visto in scena, insieme all’orchestra, il gruppo della Corale Poliziana, diretta da Judy Diodato, e con le voci del soprano Noemi Umani e del mezzo soprano Zhu Aoxue. La sezione musicale ha lasciato buona parte di piano scenico per la commedia scespiriana in prosa, con la regia di Carlo Pasquini e interpretata dal gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. La commedia in prosa è stata quindi puntualmente abbinata all’esecuzione integrale delle musiche di scena composte, sul testo di Shakespeare, da Felix Mendelssohn Bartholdy: in questo caso la rappresentazione teatrale è impreziosita dalla coreografia realizzata da Cristina Peruzzi per la sua Pétite École, con fraseggi di balletto perfettamente integrati nella complessità scenica di orchestra-coro-attori, tanto che spesso le ballerine assumono la vera e propria funzione di fatine – nelle scene boschive tra Oberon e Titania (interpretati in maniera originalissima ma equilibrata, dagli ottimi Giovanni Pomi e Emanuela Castiglionesi) – e di damigelle nel contesto del finale della commedia, sancito dai matrimoni fra i protagonisti.

Nei costumi curati da Milena Karinska, l’atmosfera arcadica si traduce in un’ambientazione lisergica, dai toni psichedelici – acuiti dai visual proiettati sulla facciata del duomo, che richiamano visioni braminiche, citando qua e là Jonas Mekas e i Tame Impala, montati da Noemi Leandri – che ben si sposano con la plot scespiriana del Sogno, in cui tutto l’equivoco della commedia ruota attorno al succo di viola del pensiero, il quale avrebbe il potere di far innamorare chiunque della prima cosa veduta al risveglio. Un po’ melevisione un po’ Woodstock, con uno straordinario Puck, interpretato da Federico Dottori – un Tonio Cartonio post-punk, in giacchetto di pelle e new era a rovescio – un po’ idillio arcadico, un po’ matrimonio gipsy, il Sogno di Carlo Pasquini è la conferma di quanto sia bello alterare le traiettorie, le visioni, le tradizioni, in funzione di un daimon creativo condiviso. I ragazzi della compagnia FUC rappresentano a oggi un tessuto culturale importante, sul quale il Cantiere e le istituzioni teatrali del territorio dovrebbero investire.

In tutto sono state due le ore di spettacolo (fluite con estrema leggerezza) che hanno tenuto una platea colma di spettatori nella splendida cornice di Piazza Grande, che sembrava quasi dipinta, per la bellezza che lo spettacolo in scena non ha fatto altro che rimarcare.

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Le molteplici intersezioni del Cantiere Internazionale d’Arte

Foto di Michele Vino Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma…

Foto di Michele Vino

Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma multidisciplinare che sta convincendo il nutrito pubblico che riempie, in queste calde sere d’estate, le platee allestite dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte. Si conclude oggi la prima settimana di Festival. Ne abbiamo tratto una riflessione. 

Se si cercasse una parola chiave, un lemma caleidoscopico, per indicare la traiettoria metodologica, che guidi le pratiche creative di questa edizione del Cantiere Internazionale d’Arte, questa sarebbe intersezione. Le intersezioni – ma anche gli scambi, le sovrapposizioni – sono di tipo geografico, disciplinare e relativo alle produzioni. È geografico perché sono molti i comuni coinvolti, così come moltissime sono le location, definite anche dal programma Luoghi-Incontro, attraverso il quale il Cantiere – congiuntamente alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena – coinvolge le piazze, i musei, i mercati dei diversi centri. È disciplinare perché stiamo parlando di un festival, fondato da Hans Werner Henze, che si poneva come officina per giovani artisti, che proprio dallo scambio tra generi ed esperienze, faceva scaturire nuove espressione e crescita comune. È relativo alle produzioni perché coinvolge i virgulti creativi del territorio, le associazioni presenti, le istituzioni, i gruppi di lavoro già coesi, e li scontra con esperienze internazionali e professionali, per farli reagire insieme.

Quello di quest’anno è un habitat espanso, un’ulteriore estensione di dominio, un allargamento del perimetro d’azione che sta tracciando un vero e proprio processo educativo di area. Il Cantiere non è più preminentemente “di Montepulciano”; il Cantiere è ormai un’istituzione culturale in Valdichiana e Valdorcia, posto come garante di un reticolo culturale di scambio, di confronto, di approfondimento centrifugo, disseminante esperienze artistiche in tutto il sud della provincia di Siena. La cognizione culturale del territorio ha conosciuto tempi più brillanti. L’indirizzo smaccatamente politico – poiché l’arte è sempre politica – dell’iniziativa cantieristica acquista quindi, nel presente periodo storico, una marca di necessarietà.

Molte delle intersezioni tematiche – che partono dalle espressioni musicali e teatrali – sono state quest’anno rivolte alla storia della letteratura. Il testo è tornato a essere portante nei moduli degli spettacoli. In un’epoca in cui la parola viene esautorata – bistrattata, screditata – e sono le frequenze, invece, a essere investite di potere comunicativo, ecco che gli spettacoli del Cantiere tornano a pareggiare le livellature tra i due codici: musica e parola.

In Passion, il musical che ha aperto questa quarantaquattresima edizione, lo spunto testuale viene da un classico minore della nostra letteratura. Pilastro delle metriche romanzesche della scapigliatura, Fosca di Iginio Ugo Tarchetti è il basamento testuale per quello che secondo il programma di sala è un “musical”, ma che rappresenta un’intersezione – anche qui – tra vari generi compositivi. Passion è l’ultima, pluripremiata partitura dell’autore colossale Stephen Sondheim, il liricista americano che ha partorito – tra le altre cose – West Side Story e Sweeney Todd che per questa lavoro si è ispirato al film Passione d’amore di Ettore Scola, derivato dal romanzo di Tarchetti. Il cinema torna anche in L’Uomo Visibile, la serata che ha visto coinvolte proiezioni di pellicole dell’era del muto con musiche eseguite dal vivo e approfondimenti, nel contesto della Fortezza di Montepulciano, con Francesco Finocchiaro, Julie Brown, Richard Heyman e Elisabeth Trautwein-Heyman.

 

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni sono invece stati il serbatoio testuale, dal quale Gabriele Valentini ha edotto il suo Rodrigo – appunti su un malamore. La drammaturgia è intersecata ai suoni e alle musiche di Davide Vannuccini e ai visual di Simone Pucci, giocate con proiezioni efficacissime nella facciata di Villa Fanelli, nel parco del Castello di Sarteano. Il resto delle luci è affidato agli attori stessi, che tengono torce i cui getti fotonici non mantengono linee fisse: sono orizzontali, ma anche verticali e obliqui. Modificando le direzioni dei coni di luce, la tecnica di scena diventa dominante, nell’economia generale della messa in scena. Quella che viene operato in Rodrigo è un’epochè, una sospensione del giudizio anti-romantica (e quindi anti-manzoniana), in cui il fulcro della vicenda dei Promessi Sposi viene deliberatamente focalizzata sulla figura del villain. Con accenni alla contemporaneità (dal #metoo agli osteggiamenti della diversità) e incursioni citazionistiche del romanzo originale, Gabriele Valentini elabora un’ottima interpretazione contemporanea della figura di Don Rodrigo, post-freudiana, in cui il sogno che l’antagonista dei Promessi Sposi fa nel capitolo XXXIII, durante la notte in cui egli stesso contagia la peste, viene esposto sulla scena come esplosione inconscia, ridda di un rimosso emotivo. Nel patchwork testuale è presente anche il Capitolo V – che di fatto funge da antifona, da profezia che si auto-adempie – in cui Fra Cristoforo (molto ben interpretato, qui, da Francesco Storelli) giunge al palazzotto del nobile e viene invitato al banchetto che si sta tenendo a corte. Tutto, nello spettacolo, viene tenuto insieme da un’atmosfera onirica, in un amnio fatto di torce e proiezioni astrali. Musica, proiezioni e luce, sono un’arma scenica potentissima, il cui calibro si misura – in questo caso – in volume.

Sempre di prominente presenza Arrischianti è lo spettacolo La Goccia e il Fuoco, nato da un’idea del Maestro Luciano Garosi, con la drammaturgia – e la regia – di Laura Fatini, con Maria Pina Ruiu e Giovanni Fabiani. Lo spettacolo è impostato come un dialogo a due voci: una è effettivamente una voce, quella di George Sand, interpretata da una superlativa Maria Pina Ruiu, e l’altra è quella di Fryderyk Chopin, il quale – ovviamente – non si esprime sulla scena a parole, ma attraverso i suoi brani (eseguiti, appunto, dal pianista Giovanni Fabiani). La storia d’amore tra i due si consumò dal 1838 al 1847, tra Parigi, Nohant e Palma di Maiorca.

George Sand la proto femminista, George Sand l’integerrima autrice di Lélia e de La Piccola Fadette, George Sand che si opponeva alle convenzioni soffocanti del suo tempo, di fronte al guazzabuglio dell’innamoramento pare afflitta e debilitata, oltraggiata dai dardi di amore. Un amore sconvolgente, ma immaturo, che si traccia più sulla carta che sulle lenzuola delle camere da letto. Niente bisogna risparmiarsi quando si hanno mani per scrivere e per suonare, afferma la Sand di Laura Fatini, che dal suo scrittoio ripercorre tutto il carteggio che tra i due c’è stato, lungo quei dieci anni di tormentata relazione. La goccia e il fuoco del titolo sono i due tropi attraverso i quali queste due figure storiche si configurano in scena, un fuoco che brucia, trancia, che si consuma velocemente, e dall’altra parte la goccia che lentamente spegne i fuochi, intride la carta fino a renderla illeggibile, distruggerla, sebbene sia stato il fuoco a bruciare fattivamente l’epistolario. Un amore che si consuma anche sulla tela, in un famoso dipinto di Delacroix, rimasto però solo abbozzato (siamo rimasti abbozzati persino su una tela, dice) e che – ironia del mercato – venne tagliato in due dal proprietario, pensando che i ritratti singoli divisi avessero un valore più alto.

Un Cantiere Internazionale d’Arte che quindi valorizza le intersezioni, le sovrapposizioni, le complementarità, che connette e cuce insieme, che educa e diverte. Una quarantaquattresima edizione che riluce d’amore, di passione e di follia.

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Voce ruvida e imperfetta, Nada Malanima si racconta a Chianciano Terme

‘Sul porto di Livorno hai lasciato il cuore’. È iniziata con una citazione di Piero Ciampi, cantautore e poeta italiano dalla vita tormentata scomparso negli anni ’80, la tappa chiancianese…

‘Sul porto di Livorno hai lasciato il cuore’. È iniziata con una citazione di Piero Ciampi, cantautore e poeta italiano dalla vita tormentata scomparso negli anni ’80, la tappa chiancianese della cantautrice italiana Nada Malanima, che il 5 luglio scorso ha animato il centro storico di Chianciano Terme. Il concerto faceva parte del programma della rassegna di eventi estivi “Chianciano Terme da Vivere”, organizzato da Combo Produzioni per conto dell’amministrazione comunale di Chianciano Terme, con il coinvolgimento di Terme di Chianciano, Centro Commerciale Naturale, Associazione Albergatori Chianciano Terme e Pro Loco di Chianciano Terme.

Nada è arrivata a Chianciano Terme con un progetto nato nel 1994 dalla collaborazione con Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti, chitarra e contrabbasso degli Avion Travel, che prese il nome di ‘Nada Trio‘. Il supergruppo pubblicò un disco omonimo che raccolse molti apprezzamenti, vincendo il Premio Tenco e il premio Musicultura di Recanati, e che fu seguito da un tour internazionale.
Dopo anni di concerti, Nada, Mesolella e Spinetti sono tornati in studio nell’inverno del 2017 per registrare insieme un nuovo album, dal titolo“Nada Trio: La Posa”. Purtroppo, alla fine delle registrazioni scompare il grande Fausto Mesolella, la cui morte improvvisa ha posto fine all’attività del gruppo.

Nada, con la sua voce potentissima, rustica e abrasiva, al pubblico chiancianese ha riproposto molte canzoni di questi due dischi, partendo da “Sul porto di Livorno” e proseguendo con la popolare “Ma che freddo fa”; non ha tralasciato grandi successi come “Amore disperato”, “Il cuore è uno zingaro”, “Ti stringerò” e classici della tradizione popolare come “Maremma” e “Malachianta”. Non sono mancati brani dalla sua discografia da solista, inclusa la sua ultima fatica cantautoriale “È un momento difficile, tesoro”. Ad accompagnarla durante il concerto Andrea Mucciarelli, talentuoso chitarrista della scuola jazz/blues senese.

La cantautrice livornese ha raccontato al pubblico di una sé giovanissima arrivata al successo a soli 15 anni, nel 1969, conMa che freddo fa“. Un successo pazzesco che però la fece crescere troppo in fretta, ingabbiandola nel mondo dello spettacolo e spingendola nel tunnel dell’anoressia. Fu proprio questo momento così difficile della sua vita che la legò a Piero Ciampi, a cui era molto legata: abbandonò l’immagine adolescenziale, costruita ad arte dai discografici, e si avvicinò alla poesia.  Nell’album “Ho Scoperto Che Esisto Anch’io“, Nada cantò i brani scritti per lei da Piero e Pino Pavone, produttore del disco insieme all’arrangiatore Gianni Marchetti.

Con “Amore disperatoNada ritornò verso il genere pop: il brano divenne subito un tormentone e la cantautrice venne consacrata come una cantante a tutto tondo. Dopo essersi classificata ultima al Festival di Sanremo 1987 decise di allontanarsi dalle scene per poi farvi ritorno qualche anno più tardi nelle vesti di cantautrice. Da qui iniziò a scrivere brani per Franco Battiato e per la Piccola Orchestra Avion Travel. Nell’ultimo decennio, Nada ha raggiunto la piena maturità artistica (nel 2003 ha debuttato anche come scrittrice con “Le mie madri” per Fazi editori e ha vinto il premio “Alghero donna” nella sezione poesia) di cui ha dato prova anche in “Occupo Poco Spazio“, album del 2014.

Il 18 gennaio del 2019 è uscito È un momento difficile, tesoro, la sua ultima fatica che vede il ritorno alla produzione di John Parish dopo lo splendido lavoro fatto in “Tutto l’amore che mi manca” (2004). Il brano “Senza un perché” tratto dall’album è stato inserito da Paolo Sorrentino all’interno della colonna sonora della serie TV “The Young Pope”, un successo mondiale distribuito in oltre centoquaranta paesi.

Ho sempre provato attraverso i miei dischi e i miei libri a cercare di raccontare quello che sento e avverto, sia dentro che fuori di me. È esattamente da questa disposizione d’animo che è nato “È un momento difficile, tesoro”. Il disco è un’espressione che esprime un malessere ma mi fa sorridere; è sicuramente appropriata al mio sentire, al mio chiedermi se con queste canzoni sono effettivamente riuscita a descrivere bene frammenti di vita e stati d’animo, tanto da riuscire a sintetizzare in un’unica idea le emozioni e i pensieri che in quest’ultimo periodo mi hanno profondamente coinvolta – spiega Nada – “È un momento difficile, tesoro”: dieci canzoni nate negli abissi del mio nero profondo, per poi misteriosamente raggiungere i colori e la leggerezza del pensiero, finalmente libero di andare dove portano sentimento e ragione che si uniscono per diventare tutt’uno. Anema e core, avrebbe detto il mio grande amico Fausto Mesolella, a cui dedico le parole di questa opera”.

Nada, a tratti ironica e profonda, ha regalato al pubblico chiancianese una serata autentica e densa di ricordi; ha saputo raccontare con semplicità e onestà, con la sua inconfondibile voce ruvida e imperfetta, le storie della sua vita. Tra gli applausi e le urla della folla, Nada si è congedata con un grande inchino, mimando un grande abbraccio per contraccambiare il calore riservatole in una serata di luglio in cui il vento e la musica hanno accompagnato e cullato le emozioni degli spettatori.

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“On The Road. Again” – Una Playlist Folk Rock

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo…

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo drammaturgico che alterna prosa e musica, scritto appositamente per voci narranti e per band, che ci porta nelle ambientazioni americane on the road delle canzoni di Woody Guthrie, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Sul palco infatti saranno presenti i “Dudes, con Matteo Micheletti alla voce, chitarra, e all’armonica, Mattia Mignarri alla chitarra solista, Andrea Fei alla batteria e Gianluca Lorenzoni al basso. Le voci che legheranno i brani con i racconti di quell’America, saranno di Martina Belvisi, Alessandro Manzini, Massimo Giulio Benicchi e Luca Morelli. La scena vedrà anche la presenza dei ballerini della scuola di danza “In Punta di Piedi”, che attraverso le performance coreutiche, aiuteranno il pubblico ad immergersi nelle strade d’America. Lo spettacolo segue una linea narrativa che lega le parole di alcuni brani che hanno raccontato quel lato polveroso degli Stati Uniti. Noi de LaValdichiana abbiamo saputo in anteprima le canzoni che saranno eseguite durante lo spettacolo e le abbiamo già messe in heavy-rotation nelle nostre playlist. Ne approfittiamo per approfondirne cinque – per non spoilerarle tutte – che invitiamo i lettori a riascoltare.

  • Bruce Springsteen – The ghost of Tom Joad

Le strade d’America sono l’èpos dei menestrelli folk-rock. Hanno scalfito l’iconografia del cantautorato mondiale come aedi novecenteschi, che tra gli accordi di settima raccontano il disagio esistenziale nelle viscere degli USA. Le loro ambientazioni ci mostrano una nazione diversa da quella abitualmente illuminata dai riflettori dell’opulenza americana: emarginazione, white trash, segregazione, convivenze forzate, povertà, fughe e attraversamenti di confine. Ben prima di Guthrie e di Leadbelly, però, erano stati gli autori modernisti – Faulkner, Caldwell, Dos Passos e soprattutto Steinbeck – ad immergersi nella melma del sottoproletariato statuinitense, dell’America povera e indistinta, meticcia, l’America delle comunità nere e dei migranti interni che dalle zone depresse del Midwest e del Southern si spostavano verso la California. John Steinbeck scrisse un romanzo nel 1939 dal titolo The Grapes of Wrath, tradotto in italiano con Furore (titolo fortemente voluto da Valentino Bompiani, forse influenzato da un altro romanzo affine, ma più vecchio di dieci anni – anche se sarà pubblicato solo nel 1947 – The Sound and the Fury/L’Urlo e il Furore di William Faulkner) che racconta proprio una storia di WASP impoveriti, i quali avevano visto il fallimento delle loro fattorie dopo la crisi del ’29, l’esproprio da parte delle banche dei loro possedimenti, e che il cataclisma delle Dust Bowl degli anni ‘30 aveva definitivamente spinto ad emigrare. Il protagonista del romanzo è Tom Joad, secondogenito della famiglia di cui si narra la traversata. Nel 1995 Bruce Springsteen scrive una canzone intitolata proprio The Ghost of Tom Joad, che darà poi il titolo al disco in cui sarà contenuta. Oltre a The Grapes of Wrath, però, la canzone prende ispirazione anche da “The Ballad of Tom Joad” di Woody Guthrie, che a sua volta è stato ispirato dall’adattamento cinematografico di John Ford del romanzo di Steinbeck. Springsteen concepì la canzone come un tributo a Guthrie stesso e la connotò degli stilemi che caratterizzavano le canzoni di protesta degli anni Trenta.

  • Bob Dylan – The Times They Are A-Changin

La title-track del disco di Bob Dylan uscito nel 1964, il terzo della sua carriera, dopo essere assurto nell’empireo della canzone folk americana con Freewheelin’, è probabilmente uno dei brani più importanti del novecento. Sul finire del 1963, Tom Wilson, produttore della Columbia Records, non aveva molta fiducia nel cantautore di Duluth. Credeva che l’interesse mediatico nei confronti del folk pertenesse soltanto ad una minima fetta di mercato discografico, composta per lo più da vecchi nostalgici bianchi del sud. Quando sentì il brano però, capì che quella formula espressiva avrebbe falcato gli oceani. Nei riverberi idealistici che ancora oggi tremano, tra le plettrate delle chitarre acustiche di tutto il mondo, è presente un tasso poetico incommensurabile. Quello di Dylan è un anatema futuribile nei confronti del passatismo (ironico che sia espresso attraverso le forme di una canzone tradizionale in giro di Sol), è un memento dello scorrere eracliteo del tempo, una ballata eterna il cui messaggio sembra vibrare da un passato ancestrale, fuori da tempo e storia. Robert Dylan – che aveva allora già cambiato ufficialmente il suo cognome anagrafico, Zimmermann, presso la Corte Suprema – scrisse il brano tra il settembre e l’ottobre del 1963, nel suo appartamento al Greenwich Village. Il 22 Novembre, poche ore dopo l’omicidio di Kennedy, eseguì la canzone per la prima volta dal vivo: «La dovetti suonare la sera stessa in cui Kennedy morì» ha avuto modo di dichiarare, «In qualche modo divenne una costante canzone di apertura e lo restò a lungo».

  • Woody Guthrie – This Land Is Your Land

Nel gennaio del 1961 Dylan entra in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Greystone Park. In un lettino c’è Woody Guthrie, affetto dalla còrea di Huntington; una malattina neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un grave declino cognitivo e psichico. Guthrie muove la testa da destra a sinistra come un pendolo, ha la fronte sempre corrugata, le sopracciglia alzate, come ad esprimere un dubbio sempiterno. Mentre Dylan porge verso di lui una copia di Bound for Glory, l’autobiografia dello stesso Guthrie scritta nel 1943, il trovatore dell’Oklahoma, neanche cinquantenne, tiene lo sguardo fisso verso il basso, alternando agli sparuti momenti di lucidità, una profonda catatonia. Quell’incontro però rappresenta l’illuminazione per Bob Dylan, una specie di investitura poetica da parte del suo principale riferimento artistico: l’anno successivo uscirà il suo disco d’esordio.  In quella stessa stanza d’ospedale Dylan conobbe anche un vecchio amico di Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott: da lui Dylan assimilerà la voce nasale e l’andamento antiprosodico delle vocali, che saranno la sua cifra stilistica almeno fino a Nashville Skyline, del 1969.

This Land Is Your Land è senza dubbio il brano più celebre di Woody Guthrie. La canzone che ancora oggi, negli Stati Uniti, viene urlata dai cortei di protesta, come colonna sonora di tutte le lotte progressiste. Bruce Springsteen l’ha definita “la più grande canzone mai scritta sull’America”. L’icona del ragazzo spettinato, che salta sui treni con la chitarra sulla quale è graffiata la scritta “this machine kills fascists“, è stata canonizzata in più occasioni: nel film Bound Of Glory – tratto proprio dalla sua opera, e conosciuto in italiano con Questa Terra è La Mia Terra di Hal Ashby- e in I’m Not There, il celebre film di Todd Haynes, sulla poliedrica figura di Bob Dylan, in tutte le sue articolate espressioni.

  • Creedence Clearwater Revival – Run Through the Jungle

La canzone è stata scritta dal cantante, chitarrista e compositore dei Creedence, John Fogerty. Fu incluso nel loro album del 1970 Cosmo’s Factory, il quinto del gruppo. Il titolo e i testi della canzone, così come il contesto storico in cui questa è stata pubblicata, hanno eletto da subito il brano ad inno contro la guerra del Vietnam. Certo è che gli stessi Creedence Clearwater Revival si erano già schierati in opposizione alle politiche militari degli Stati Uniti: per dirne una su tutte, nel 1969 avevano pubblicato Fortunate Son, nella quale era esplicita l’adesione ai movimenti pacifisti. Tuttavia, in un’intervista del 2016 concessa a Rolling Stone, Fogerty ha spiegato che Run Through the Jungle parla più specificatamente della proliferazione di armi negli Stati Uniti. «La cosa di cui volevo parlare era il controllo delle armi e la proliferazione delle armi» ha dichiarato Fogerty, «Ricordo di aver letto da qualche parte che ci fosse una pistola per ogni uomo, donna e bambino, in America. Trovai questa notizia sconcertante. Mi sembra che proprio da quella lettura, uno dei primi versi della canzone che scrissi fu Two hundred million guns are loaded (Sono state caricate 200 milioni di pistole). Ho sempre pensato che fosse inquietante vivere in America, che fosse una tale giungla per i nostri cittadini solo passeggiare nel nostro paese, ci sono così tante pistole private possedute sì da persone responsabili, ma anche da molte persone irresponsabili».

  • Bruce Springsteen – The River

Assieme a Bringing It All Back Home di Dylan, The River è uno dei dischi più iconici della storia del folk rock americano. Il capolavoro ‘On The Road’ di Bruce Springsteen, che ci dà un’immagine di America fatta di ruggine, in cui la ruvidità della voce del Boss esprime tutta la passione atavica della working class. La canzone che dà il titolo al disco fu registrata alla Power Station di New York tra il luglio e l’agosto del 1979. Il brano fortemente descrittivo, traccia la vicenda di un io-narrante che dall’adolescenza si ritrova a confrontarsi con la vita adulta di padre e lavoratore in colletto blu. Nella prima esecuzione dal vivo della canzone nel 1979, Springsteen affermò che lo spunto narrativo del brano arrivò dalla vicenda di sua sorella Virginia “Ginny” e da suo cognato Mickey, entrambi minorenni quando divennero genitori. La canzone è una melanconica ballata per acustica e armonica, in cui si cantano le illusioni perdute della working class americana, costretta a mettere da parte i sogni, al fine di perseguire un’agognata serenità familiare. Nel brano già si avvertono i vettori creativi che saranno precipui  nell’album successivo – forse ancora più ingombrante nel canone della storia del cantautorato internazionale – Nebraska.

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Con “La Bella e La Bestia” la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico

Con La Bella e La Bestia, la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico della Valdichiana e non solo. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e…

Con La Bella e La Bestia, la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico della Valdichiana e non solo. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e domenica 12 maggio alle 17:15, attori e danzatori, musicisti e coristi si esibiranno sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano per far rivivere una storia senza età che da sempre fa sognare adulti e bambini: La Bella e la Bestia

La retta disegnata dal percorso della Filodrammatica di Sinalunga è senza dubbio ascendente. Il musical La bella e la bestia, firmato Filodrammatica di Sinalunga – e nato dalla collaborazione con la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte Montepulciano – arriva fuori abbonamento, al Teatro Poliziano. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e domenica 12 maggio alle 17:15, 46 elementi tra attori e danzatori, 45 musicisti e 35 coristi si esibiranno sul palco del Poliziano per far rivivere una storia senza età che da sempre fa sognare adulti e bambini.

In un castello incantato un giovane principe viziato e prepotente deve fare i conti con il suo passato. Trasformato in una ripugnante Bestia a causa della sua crudeltà, dovrà imparare ad amare e a farsi amare, prima che l’ultimo petalo della rosa magica cada, così da spezzare l’incantesimo. Liberamente tratto all’omonimo film d’animazione del 1991, nella versione filodrammatica la regia è firmata da Marco Mosconi, le musiche dal Maestro Alessio Tiezzi e le coreografie da Maria Stella Poggioni. Un lavoro in parallelo iniziato diversi mesi fa: da una parte il lavoro notevole e incessante degli attori e dei danzatori guidati dal regista Mosconi e della coreografa Poggioni, dall’altra un importante  e meticoloso lavoro portato avanti dal Maestro Tiezzi con l’orchestra e la corale poliziana che ha curato la parte musicale dello spettacolo. Nel musical niente è lasciato al caso. Anche i costumi, realizzati dal costumista Massimo Gottardi, e tutti gli oggetti di scena, come mobili e piccoli utensili di legno elaborati da Samuele Goti, sono stati curati nei minimi particolari ricercando la perfezione degli arredi originali nell’imponente castello in cui padrone è stato trasformato in una Bestia dal cuore tenere.

Abbiamo incontrato i direttori dei vari settori a pochi giorni dallo spettacolo. Ecco le interviste.

Dopo mesi di lavoro, finalmente questo musical vede la luce…

Marco Mosconi: Abbiamo iniziato a settembre, con una prova a settimana, per poi infittire gli appuntamenti. Siamo abbastanza emozionati, ma soprattutto entusiasti di quello che abbiamo fatto. Stiamo collaborando con tante persone, in ogni settore si è creato uno splendido gruppo di lavoro, ed è questa la cosa che ci dà più soddisfazione. Nello spettacolo abbiamo in un certo senso tutta la Valdichiana riunita, visto che il gruppo che lavora allo spettacolo coinvolge persone che vengono da Chiusi, da Torrita, Sinalunga, Montepulciano…  Ecco, è bellissimo vedere tutte persone che lavorano insieme con entusiasmo e con gioia.

Come è avvenuto il lavoro di riscrittura del testo? Quali sono stati i riferimenti utilizzati? 

MM: I modelli utilizzati sono stati sia il classico cartone animato Disney, sia il musical, che ad oggi sembra essere uno dei più rappresentati negli Stati Uniti. Abbiamo cercato di unire insieme le due versioni,  ovviamente con i testi delle canzoni in italiano. Ah, i testi non saranno propriamente fedeli a quelli presenti nel cartone animato. Quindi mi rivolgo soprattutto ai bambini: non vi arrabbiate se non sentirete esattamente le versioni delle canzoni Disney, perché le abbiamo cambiate per renderle più coerenti con il resto del testo. Godetevi lo spettacolo!

La Bella e La Bestia è soprattutto uno spettacolo in costume: Massimo Gottardi si è occupato degli abiti che i personaggi in scena indosseranno. Com’è andato il lavoro? 

Massimo Gottardi: Mi sono ispirato sia al cartone che al film. In più mi sono documentato con moltissimi video online, per cercare spunti e ispirazioni. Il mio metodo consiste nell’andare in giro e trovare i tessuti per poi adattarli al personaggio. In più c’è molto di mio, della visione che ho avuto io dei caratteri. Il lavoro è stato abbastanza lungo. Ogni abito ha bisogno di molto tempo di lavorazione. Serve molta attenzione al particolare, nel cercare la passamaneria giusta, i colori giusti da abbinare… è un lavoro che mi prende costantemente, ad ogni ora del giorno e della notte.

Per quanto riguarda le musiche, invece, come si è articolato il lavoro sugli arrangiamenti? Avete lavorato insieme, in due luoghi diversi coordinandovi tra di voi…

Alessio Tiezzi: È stata un’operazione un po’ complessa, che speriamo porti i giusti frutti. Io ho lavorato separatamente, sia da Marco Mosconi che ha curato la regia della scena, sia da Judy Diodati, che invece ha preparato il coro. Ho messo insieme il tutto e mi sono concentrato sulla parte orchestrale. Abbiamo fatto prove coordinate per poi arrivare ad unire le componenti passo dopo passo. I nostri ragazzi stanno studiando da mesi. Il progetto è molto ambizioso, perché mette insieme molte discipline che si compenetrano: sarà uno spettacolo a 360 gradi. Noi siamo ovviamente un po’ tesi e agitati, ma sicuramente fiduciosi. Faremo del nostro meglio!

E per Maria Stella Poggioni, invece, come è stato confrontarsi con questa nuova avventura della Filodrammatica

Maria Stella Poggioni: Io mi occupo del comparto coreografico della Filodrammatica da molti anni: la sfida che ho accettato quest’anno è stata quella relativa al numero di partecipanti. Perché abbiamo avuto una grande partecipazione da parte di ragazzi e adulti. Ci sono molte persone in scena. Quindi abbiamo riservato particolare cura e attenzione al montaggio e alla cura delle coreografia dovuto al grande numero degli elementi. Ai filodrammatici abbiamo affiancato un gruppo di allieve dell’ècole de ballet, la scuola di danza di Sinalunga. I linguaggi coreografici risultano variegati: a momenti brillanti ed espressivi si affiancheranno movimenti più tecnici e accademici. È  stato un lavoro impegnativo ma molto interessante.

 

Il cast è composto da  Luca Mosconi nel ruolo de La Bestia, Belle sarà Sara Anselmi. Il padre di Belle è Brunero Terrosi, Fabio Panfi è Il Fornaio mentre Il Libraio è interpretato da Francesco Bartolini. Gabriele Paolucci è Gaston e il personaggio di Letont è interpretato da Marco Checcarelli, Lumiere da Roberta Faggi e Tockins Giacomo Graziani. Mrs Bric è interpretata da Rebecca Papa, Chicco da Guido Terrosi, Spolverina da Ilaria Dragoni, il Guardaroba da Federica Goti, lo Specchio da Benedetta Checcarelli, la Strega a narratrice da Vanessa Marcocci, il Cuoco da Fabio Terrosi, il direttore del manicomio da Carlo Stefanucci Le tre Gemelle sono Federica Terrosi, Samantha Giorni e Sharon Vannuzzi, infine gli uomini e le donne del villaggio sono Fortunata Tulisi, Francesca Panzarella, Rosaria Giuliano, Paola Aretini, Giovanna Benocci, Michela Rossi, Monica Marziali, Valentina Mariottini, Samuele Goti, Marco Biancucci, Giacomo Paolucci, Ivan Colombo, Barbara Rosati. Con loro anche le ballerine Caterina Graziani, Roberta Rosellino, Giovanna Manganiello, Elena Marras, Beatrice Marras, Lucrezia Massai, Andreana Lanzara, Bianca Boncompagni e Teresa Graziani.

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