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La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

Cos’era Guido Ceronetti

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran…

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran gli aveva dedicato un capitolo nella sua raccolta di ritratti Esercizi di Ammirazione, del 1986, nel quale così tesseva la sua iconografia: «…lo si direbbe un eremita sedotto dall’inferno (dall’inferno del corpo), segno certo d’una salute precaria, anzi minacciata: sentire i propri organi, esserne coscienti fino all’ossessione». In effetti, Guido Ceronetti si è interrogato molto sul valore del corpo, non solo del proprio, o più precisamente sul punto di intonazione dell’esistente, snobbando la sua posizione. Guido Ceronetti era un intellettuale obliquo, sovente cattivo, attaccato al peso dei viventi tanto da sentire  la necessità di sfilacciarlo – questo peso – liberarlo dal groviglio filamentoso della storia. Quando, ad esempio, parla di civiltà delle automobili – che annulla la percezione dello spazio – si riferisce a sé come uomo a piedi: l’essere umano pedone che affina il suo sapersi vedere come «punto più debole della natura, candela da soffiare, pudendi scoperti».  In testi come Lo Scrittore Inesistente o La Lanterna del Filosofo (da cui è tratta la citazione soprastante), ma soprattutto ne Il Silenzio del Corpo, cerca di scardinare l’automatismo sensoriale dell’uomo negli anni del consumismo attraverso un vero e proprio culto della parola, che parallelamente trovava forma nelle sue rappresentazioni teatrali.

Guido Ceronetti è stato drammaturgo. Parlava dei suoi testi come di un complesso di parole date in offerta all’altare umanistico che è il teatro. Un teatro, il suo, proiettato al superamento – anche qui – della rappresentazione corporea – certo con le marionette, ma anche con la pura fonetica, per la fruizione della quale si rimanda ai suoi eccezionali radiodrammi per la serie delle Interviste Impossibili.

Attraverso il suo insistere filosofico sul corpo, ha intuito il misticismo new age e il vegetarianesimo almeno vent’anni prima che fosse mainstream, quando in ballo non c’erano movimenti politici con endogene gerarchie da scalare o notorietà, ma solo appercezioni gnoseologiche e altitudini morali.  Guido Ceronetti perseguiva scarti epifanici partendo dal circostante, dai dati che l’esistenza ha messo a disposizione: l’unica stratificazione materica a lui cara è stata la terra, quella del viaggio e dell’immersione paesaggistica. Ha scelto e amato Cetona, come la Svizzera italiana e la sua Torino; ha dato respiro descrittivista alla sua prosa nel suo Viaggio in Italia, con la profondità mistica dei simbolisti francesi, in un tenue anelito di riscatto: «Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un pallido aiuto alla pensabilità del mondo», scrive nel Viaggio.

Guido Ceronetti è stato altresì un traduttore. Ha tradotto i due libri biblici più vertiginosi: l’Ecclesiaste (o Qoelet) e Il Cantico dei Cantici. Forse uno dei pochi intellettuali del Novecento ad intendere la Bibbia come testo umanisticamente letterario e che – lontano da tutto l’aspetto dogmatico – ha fornito ad esso una postazione di rilievo nella riflessione basica delle letterature comparate.

Nell’ipermaterialismo dei nostri tempi, chi annulla la carne è considerato pessimista, così come l’Edipo Tiranno è percepito come osceno – in realtà il pessimismo di Ceronetti non era che un decimo del suo enorme apporto filosofico. Dal pessimismo mistico, Ceronetti lascia emergere una forte caratura ironica, l’uso del paradosso e della rappresentazione scarna, dell’oggettivizzazione, della conoscenza proteiforme.

La sua mistica nichilistica non si è mai tradotta in uno spudorato – e poco autentico – affidamento religioso, come ad esempio è accaduto in Huysmans, o nel modo in cui recentemente gli scellerati sceneggiatori di True Detective hanno semplificato il pensiero di Thomas Ligotti (altro intellettuale che se avesse avuto trent’anni in più, sarebbe sicuramente stato intercettato, tradotto e divulgato in Italia da Ceronetti), piuttosto nell’eresia (che – come ci insegna lui stesso – deriva da αἵρεσις sostantivizzazione di αἱρέω, e per aumento temporale ᾕρεον, e cioè un verbo la cui significazione rimanda all’atto dello scegliere, del conoscere tante opzioni così da permettersi la valutazione di tutte). Nella sua erudizione Guido Ceronetti ha fornito ai suoi lettori e ai suoi allievi la Scelta, la capacità di ognuno di accrescere una dossografia privata e considerare ogni elemento come degno di approfondimento. È stato erroneamente indicato come intellettuale provocatoriamente antisistemico, passivamente polemico, fuori dagli schemi, era in realtà un erudito capace di non sigillarsi in propugnacoli idealistici, ma aprirsi all’alterità totale. È forse per questo che, negli ultimi giorni di vita, ha scelto di attraversare il sacramento battesimale del Consalamentum, il battesimo dei catari, come a rilucere nel decadimento con un ultimo beffardo ghigno e santificare la morte attraverso l’epitome di un’eresia.

In tutto e per tutto, l’opera di Ceronetti avrà ancora un peso crescente, non tanto nei contenuti della nostra cultura, quanto nel metodo, nel procedimento, nella capacità di strutturare un itinerario del pensiero. Un antidoto all’ego, smisurata malattia dei nostri tempi.

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Un’immersione nel musical con la Compagnia Teatro Giovani e la Summer Musical Theatre

È una vera e propria immersione nel musical, quella proposta dalla Compagnia Teatro Giovani per la Summer Musical Theatre, lo stage di teatro, danza e recitazione per piccoli performers provenienti…

È una vera e propria immersione nel musical, quella proposta dalla Compagnia Teatro Giovani per la Summer Musical Theatre, lo stage di teatro, danza e recitazione per piccoli performers provenienti da tutta Italia, che si sta svolgendo in questi giorni presso l’Agriturismo Le Valcelle a Torrita di Siena.

Per l’alto numero di adesioni raggiunto, per la prima volta quest’anno sono stati organizzati due turni, anzichè uno soltanto, in modo da fornire una preparazione più attenta ai quasi 50 ragazzi iscritti. Sotto la direzione artistica di Marco Columbro, che talvolta torna in visita come ospite nel “campus”, vanno a formare il corpo docenti Antonello Angiolillo, per il canto, Barbara Pieruccetti, per la recitazione e Laura Ruocco, per la danza e lo studio del movimento.

Otto giornate di studio intenso compongono un programma che, oltre al perfezionamento artistico, offre un’esperienza di confronto per i ragazzi, come spiega la stessa Laura Ruocco: «I partecipanti allo stage variano per età e per livello di preparazione, quindi è importante che noi insegnanti individuiamo dei percorsi di studio accessibili e al tempo stesso interessanti, così che tutti possano avere un’opportunità di crescita».

Per questo motivo la macchina organizzativa si è mossa con largo anticipo rispetto all’inizio effettivo delle lezioni, trovando nel tema del circo un valido spunto per livelli di lettura di varia complessità, su cui declinare il programma di apprendimento della settimana. Ai partecipanti è stato inoltre fornito prima il materiale su cui lavorare, per arrivare allo stage con una preparazione di base.

«Il tema del circo, inteso nell’accezione etimologica di “cerchio”, con un rimando a quel cerchio della vita dove ognuno occupa un ruolo, il proprio posto, è frutto di un lavoro creativo da parte dei ragazzi, che hanno già consegnato degli elaborati veramente interessanti» racconta Martina Bardelli, una delle organizzatrici dello stage, nonchè insegnante di musical.

«L’obiettivo di questa settimana di lezioni – prosegue Giulio Benvenuti, ormai celebre performer, ma sempre presente alle iniziative della Compagnia dove ha mosso i primi passi nel mondo del musical – è il lavoro sulla creazione del personaggio, che si concretizzerà con l’esecuzione dei brani tratti dal film “The Great Showman”, tra cui “This is me”, una riflessione sui propri difetti che a volte è necessario saper mettere in mostra e valorizzare, anzichè nascondere».

Concetti e temi importanti insomma, ma resi alla portata anche dei più piccoli con un lavoro di tematizzazione che ha assegnato a vari gruppi di allievi i ruoli di maghi, equilibristi, giocolieri e domatori.

Così le giornate trascorrono tra sedute di risveglio muscolare, al mattino, seguite nel pomeriggio da attività di improvvisazione teatrale, canto e recitazione dei testi, in vista del saggio finale in programma sabato 1 alle 17.30 all’agriturismo che ospita i ragazzi. Sarà una lezione aperta nella quale gli allievi esibiranno i progressi acquisiti durante la settimana di stage.

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Sarteano Jazz & Blues – Intervista a Battista Lena

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel…

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel 2018, alla XXVIII° Edizione, il festival sceglie come direttore artistico Battista Lena, uno dei più importanti chitarristi jazz d’Italia, docente di perfezionamento musicale a Siena e a Roccella Jonica nonché vero e proprio militante della musica: i suoi progetti musicali spaziano dall’opera jazz all’ambient, dalla colonna sonora alla propedeutica dello strumento. Dal 5 di agosto sarà presente a Sarteano, in occasione dell’anteprima del festival, presso il Chiostro Cennini, con il Pedro Spallati Quartet. Alle 19:00 i musicisti potranno incontrare il pubblico, presso il Teatro Comunale degli Arrischianti, moderati da Stefano Zenni, e a seguire Marco Lodoli leggerà dei brani dal suo libro “I Professori e gli Altri Professori”.

Abbiamo incontrato Battista Lena per rivolgergli qualche domanda sulla sua esperienza.

LaV: Il festival è alla sua ventinovesima edizione. Come si è evoluto nel tempo e come questa edizione si inserisce in questa evoluzione?

Battista Lena: Questo festival ha sempre avuto un carattere. Questo accade quando la persona che lo sovrintende ha una sincera passione per il Jazz come nel caso di Sergio Bologni. Per quanto mi riguarda ho cercato di non disperdere questa impostazione e questo patrimonio portando la mia esperienza di musicista militante.

LaV: Nel programma viene coinvolta anche la banda di Chianciano Terme e Sarteano: quali sono gli stimoli che un professionista riceve dal performare con i non-professionisti?

BL: Amo collaborare con i musicisti amatoriali, il primo esperimento, Banda Sonora, risale a oltre 20 anni fa (e fu ospitato al Sarteano Jazz&Blues) e da allora questo aspetto della mia attività non si è mai arrestato. Se non suonasse enfatico direi che ogni concerto è un piccolo miracolo di imperfezione e di dedizione che ancora trovo bellissimo.

LaV: Parlando del territorio: a pochi chilometri da Sarteano ci sono sia uno dei più importanti istituti di formazione jazzistica (il Siena Jazz), sia uno dei più importanti festival jazz d’Europa (Umbria Jazz). quali sono a tuo parere i punti di forza che può acquisire un festival dedicato a questa attitudine musicale in un luogo come Sarteano?

BL: Ovviamente non possiamo e non vogliamo misurarci con un colosso come Umbria Jazz. Qui però siamo liberi: il piccolo budget comporta una grande libertà, anche di sperimentare. È un festival rivolto naturalmente ai forestieri, ma anche molto alla comunità di Sarteano e nei prossimi anni potrebbe crescere ed aprirsi ad altre discipline.

LaV: Nell’attuale panorama contemporaneo, in cui la tecnologia e la standardizzazione dei suoni e degli schemi compositivi sembra ormai la pratica consolidata per il successo, cosa può trovare oggi il pubblico nel jazz? 

BL: Proprio nel momento in cui certe pratiche possono apparire totalizzanti si cerca il contrario: la libertà, la spontaneità di un linguaggio come quello jazzistico che non rifugge la complessità e che offre un ventaglio molto ampio di mondi espressivi.

Il Sarteano Jazz and Blues è prodotto dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, un’entità culturale attiva soprattutto nell’ambito del teatro di prosa: nel programma del festival è presente anche il reading di Marco Lodoli, nonché l’allestimento di Cosmonauti Russi, l’opera jazz che si avvale della prosa per l’assetto liricistico. Ma in generale, che rapporto c’è secondo te tra il jazz e le parole?  

BL: Fra musica in generale e parola esiste un rapporto complesso e talvolta conflittuale. Il senso della parola, il significato e l’assenza di significato della musica, che è autosufficiente come diceva Stravinskij. L’alchimia fra questi elementi, al di là delle formule già codificate per enfatizzare questo o quel sentimento, è ancora un ambito tutto da esplorare.

La tre giorni di festival decollerà venerdi 24 Agosto, in Piazza San Lorenzo Gabriele Mirabassi al clarinetto, Cristina Renzetti alla chitarra – e alla voce – e Roberto Taufic alla chitarra. Il 25 Agosto il Roberto Gatto Trio si esibirà in Piazza San Lorenzo e Domenica 26 l’opera di Battista Lena “Cosmonauti Russi”, chiuderà il programma con la partecipazione di Giorgio Tirabassi. Ogni sera, dalle 23:30, presso il Chiostro Cennini, gli After Hours composti da Marcello Lupoi, Andrea Ambrosi e Giovanni Paolo Liguori, animeranno i fine serata.

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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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“Nelle Scarpe di Giufà”: le storie secolari per capire il presente

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto…

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto dell’evento poliziano, gli attori e performer della Compagnia Arrischianti conciliano le proprie spinte creative con altre multiformi esperienze.  

Dopo tre anni Laura Fatini torna a portare in scena un testo costruito attorno alla figura di Giufà. Già nel contesto del festival Orizzonti di Chiusi del 2015, con la regia di Gabriele Valentini, era stata allestita la sua pièce Ballata per Giufà. Lo spettacolo al Castello di Sarteano 2018, riprende quello spunto del personaggio della tradizione orale, ma approfondisce sia le metriche drammaturgiche, sia i contenuti del personaggio, nonché si alimenta attraverso la dinamica del Cantiere Internazionale d’Arte, che vuole progetti costruiti per multidisciplinarietà e incontro tra artisti locali e internazionali. Nelle Scarpe di Giufà – questo il titolo dello spettacolo – va in scena da Giovedì 12 a Domenica 15 e da Mercoledì 18 a Domenica 22. Laura Fatini edifica uno spettacolo scritto con perizia quasi scientifica, e si avvale dell’ausilio di un gruppo drammaturgico affinato in anni di laboratori, progetti e propedeutica teatrale nelle stanze del teatro sarteanese: Calogero Dimino, Andrea Storelli, Francesco Pipparelli, Giordano Tiberi, Pierangelo Margheriti, Emma del Grasso, Laura Scovacricchi, Pina Ruiu, Flavia del Buono, Brunella Mosci, Alessandra Mazzetti, Giulia Peruzzi, Noemi Lo Bello, Giulia Roghi, Silvia De Bellis, Francesco Storelli, Matteo Caruso, Giacomo Testa e Giulia Rossi.

Giufà è il nome siciliano di Nasr Eddin Hodja fu un filosofo che visse in Turchia nel XIII secolo. Con il tempo è diventato il protagonista di molte storie tradizionali dell’Asia Minore, e grazie alle migrazioni, ai commerci e alle guerre, le sue storie hanno viaggiato con coloro che si spostavano da quei luoghi ai Balcani, all’Europa Occidentale e oltre, seguendo le rotte migratorie attraverso il Mediterraneo. Questo personaggio ha quindi cambiato molti nomi ed è diventato il protagonista di tante avventure tramandate oralmente nei secoli, circolando in tutti i popoli di Europa, Asia e Medio Oriente.

Nelle Scarpe di Giufà gioca con la potenza umanistica di questo personaggio, il suo tenere in sé un impianto culturale millenario, le storie mescolate di tutti i popoli. «Il percorso è nato nel 2014 nato dall’idea di Orizzonti “voci del mediterraneo”» racconta Laura Fatini «Giufà è una “maschera” che mi fu presentata da Francesco Storelli come personaggio-ponte. Da lì è nato uno studio che è rimasto ininterrotto per quattro anni». Negli ultimi anni Laura Fatini ha intrapreso uno studio storico, antropologico e comparatistico sulla tradizione orale di Giufà. «L’allestimento che presentiamo quest’anno al castello è la parte finale di un progetto. Non semplicemente uno spettacolo».

È di fatto una delle punte dell’iceberg del “progetto Giufà”, nato dal percorso che gli Arrischianti hanno intrapreso con il programma formativo  The Complete Freedom of Truth (TCFT), creato insieme a Opera Circus, concepito per offrire scambi culturali, residenze e formazione a una rete crescente di giovani in tutta Europa; è stato inoltre commissionato da Glyndebourne come parte di un lavoro tuttora in corso e che ha come obiettivo principale quello di presentare l’opera lirica contemporanea ad un pubblico più ampio. «Quando sono andata a Bournemouth, due anni fa, ho conosciuto Sara Ross, la compositrice delle musiche originali di questo spettacolo e che è in residenza artistica proprio in questi giorni a Montepulciano, presso l’Istituto di musica Henze. Ovviamente la mia fissa relativa a Giufà emerge sempre, quando incontro altre persone da altri paesi d’Europa:  Sara è portoghese e da lei esiste la figura di Manuel Tolo, in tutto assimilabile al Giufà siciliano. Ha scritto allora dei brani su questo argomento, nel 2016,  e da allora si è concretizzata la possibilità di lavorare a un progetto insieme. Nel contempo abbiamo lavorato con i migranti, ho avuto modo di confrontarmi con il professor Mugnaini dell’università di Siena, e tutti questi elementi hanno contribuito ad affinare lo spettacolo che stiamo per presentare al pubblico».

Lo spettacolo al castello di Sarteano è, come si è detto, l’apertura del Cantiere Internazionale d’Arte, in co-produzione con l’Accademia degli Arrischianti e in collaborazione con l’Istituto di Musica Henze, da cui arrivano i musicisti che eseguiranno i brani, lungo il percorso. «Dopo 7 anni ci presentiamo allo spettacolo al Castello con un testo originale.» Continua Laura Fatini «La base di lavoro è stata l’esperienza della compagnia Arrischianti e della sua compenetrazione nel territorio. Riusciamo a mettere in scena venti attori di varie età. La complementarità tra le discipline che da decenni anima il cantiere ci ha stimolato a scegliere di lavorare con una compositrice portoghese,  che siamo riusciti ad avere grazie alla vittoria del bando emesso dalla fondazione Monte dei Paschi Patrimoni in Movimento. abbiamo una scenografa inglese, Ella Squirrell – che faceva parte di TCFT – che grazie ad una borsa di studio universitaria in Italia, ha avuto la possibilità di lavorare con noi. In questi giorni a Sarteano c’è un’asse in movimento, che unisce Portogallo e Inghilterra, attraverso i partner Opera Circus, Glyndebourne, Crisis Classroom e Battle Festival. C’è anche un sito www.thegiufaproject.com nel quale vengono raccolte tutte le esperienze percorse finora. Vi consigliamo vivamente di dargli un’occhiata prima di partecipare allo spettacolo».

La tradizione delle storie di Giufà ci insegna che ognuno danza con un demone diverso ma in fondo uguale, identico nelle sue tensioni e nella sua connessione con il circostante, ognuno calpesta spazi già per millenni marcati, da popoli e storie, terre attraversate da migrazioni, incontri, scontri, lingue franche – come il piccolo moresco, la lingua franca mediterranea che si parlava in tutti i porti tra Europa, Africa e Medio Oriente, tenuta viva dal XIII al XIX secolo – in una complessità storica che ci portiamo dentro, nei kilometri di dna, nei kilometri di mare che da sempre unisce le terre e mai le divide.

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Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

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Shi Yang Shi al Poliziano, un’autobiografia sospesa tra due culture

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher. Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi…

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher.
Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi due bandiere, quella cinese e quella italiana.

È chiaro fin da subito che Arle-Chino, traduttore/traditore di due padroni (Tong Men-G), andato in scena domenica 13 al Teatro Poliziano, è qualcosa di più complesso di un semplice spettacolo: è un one man show che per due ore oscilla costantemente tra l’italiano e il cinese mandarino, un’esperienza dualistica che ha grande coscienza della natura del suo pubblico, al Poliziano formato in parte dalla popolazione locale e in parte da una delegazione dell’Università per Stranieri di Siena, con larga partecipazione cinese. Due lingue, due codici, due culture, ma un solo attore sul palcoscenico.

“我叫 Yang Shi”
Io sono Yang Shi, esordisce. Attorno a lui la scenografia consiste in tre semplici teli bianchi di sfondo e alcuni sacchi di riso – un mare di riso – sparpagliati sul palco.

Shi Yang è nato in Cina, a Jǐnán, nel 1979. Lo spettacolo è un’autobiografia che parte dal 1800, dalla storia della sua trisavola, dei suoi bisnonni, dei suoi genitori e dei suoi zii; un fiume che in uno scorrere naturale e organico prosegue nel racconto dell’infanzia di Yang, del suo arrivo in Italia a 11 anni, per sfociare alla fine nel teatro stesso. La storia, rilegata in un volume dal titolo ‘Cuore di Seta: la mia storia italiana Made in China‘ che l’attore ha presentato a fine spettacolo, racconta le vicissitudini di un bambino che da primo della classe nella sua scuola in Cina si ritrova a essere bocciato in Italia, che da una situazione di agio si ritrova a lavare i piatti – abusivamente – in un albergo in Calabria. Un viaggio tortuoso, imprevedibile e senza dubbio avventuroso, se è vero che le avventure sono spesso momenti difficili che ricordiamo con ironia e a cui siamo felici di essere sopravvissuti. Dalla poltrona del teatro, la vita di Yang appare come una mulattiera fatta di salite e discese improvvise, sempre caratterizzata da un terreno accidentato anche nei punti in cui il sentiero si fa più largo, in cui lui diventa l’interprete dei VIP, in cui viene arruolato da Le Iene. Nel 2009, Yang collabora con lo Spazio Compost di Prato, un centro indipendente e multietnico di ricerca, formazione e produzione artistica, il cui destino si è però scontrato con un panorama culturale italiano arido.

Qui i ruoli per tutti gli stranieri, compresi quelli per gli italiani dalle facce ‘diverse’, sono ancora relegati alla marginalità. Fare teatro indipendente per anni in Italia è quasi impossibile, se non scendi ai compromessi politici. Infatti il pjt Compost Prato è fallito nel 2016 dopo 7 anni di attività a Prato.

Lo spettacolo di Yang mostra in modo chiaro quanto questa forma d’arte si presti più di molte altre, forse per la sua natura sia gestuale che narrativa, a facilitare la comprensione tra culture diverse e a favorire l’integrazione.

In Italia ho scoperto quanto il teatro sia importante per riconnettersi alle proprie origini e sia un luogo di libertà per potersi esprimere senza troppo farsi imbavagliare dai meccanismi produttivi. Dico ‘troppo’ perchè, ovviamente, il teatro professionale ha un mercato e delle sue regole. Conosco poco il teatro mainstream italiano per aver fatto solo due anni di tournée con Madre Coraggio (di Isa Danieli, regia di Cristina Pezzoli) dieci anni fa, ma posso dire che il tipo di teatro sociale a cui ho partecipato io ha giovato moltissimo alla cittadinanza tutta per confrontarsi profondamente sui temi come difficoltà della convivenza tra cinesi ed italiani e altre comunità, le regole, il futuro ecc.

Il mondo è pieno di porte chiuse, dice Yang.
Il teatro, in quanto frammento delle possibilità artistiche date all’uomo dalla sua mente, può essere allora inteso come una scialuppa di salvataggio che rende agevole l’esplorazione del proprio super-ego che, conducendoci tra rapide e acque tranquille, ci permette trovare tutte le chiavi necessarie per dialogare con noi stessi.

Yang ha intrapreso la via del teatro quasi all’improvviso, abbandonando un corso di laurea alla Bocconi, trovando in esso la vera realizzazione.

In genere, un artista dice che sa fare bene solo quello che fa, ovvero l’arte. Il mio caso è il contrario: posso fare molte altre cose, ma solo quando recito e mi occupo di comunicare con tutto me stesso, in scena come davanti alla telecamera, mi realizzo totalmente. Da bambino in Cina dipingevo e l’Italia mi ha fatto completamente perdere quella passione. Ahaha, ho trovato la colpa nello Stivale! No, è il Karma… intesa come concatenazione di cause ed effetto magari proveniente da vite precedenti, che mi ha portato qui. E a 24 anni ho lasciato per disperazione la Bocconi, che stavo per completare, per passare alla Paolo Grassi, perché volevo provarci con la recitazione, complice anche l’incoraggiamento di Gong Li e Tian Zhuangzhuang, grande attrice e grande regista conosciuti traducendo al Venezia Film Festival, subito dopo aver finito quell’estate stessa di fare, per il settimo anno consecutivo, il vous compra a Cesenatico (l’Università l’ho lasciata ad aprile 2016).

Lo spettacolo ripercorre i momenti difficili che Yang ha dovuto superare nel corso della sua infanzia e adolescenza. A me, occidentale che solo ora sta approfondendo lo studio della filosofia europea, è venuto spontaneo fare una riflessione sul fenomeno della spersonalizzazione, nel suo senso più antropologico, che viene associato talvolta sia alla guerra sia al mondo del lavoro. Eppure, quando vado a porre la mia domanda a Yang, lui la stronca sul nascere:

No Alessia, il concetto dell’uomo al centro del mondo viene dalle vostre origini elleniche, illuministiche e oggi democratiche. Non fa parte della cultura confuciana da cui provengo io, legata al sacrificio e alla giustificazione di questo per progredire socialmente. Solo quando sono cresciuto artisticamente, dopo i 24, anni mi sono reso conto che, vuoi per motivi culturali vuoi per karma, intesa come concatenazione delle cause e degli effetti, strada facendo mi ero fatto “fregare” il sogno da me stesso…

Nel titolo dello spettacolo, Yang si riferisce a sé stesso come “traduttore/traditore al servizio di due padroni”. Due padroni, la Cina e l’Italia, che si contendono la sua fedeltà, che si aspettano da lui una presa di posizione, una dichiarazione, una certezza. La doppia fedeltà è una cosa inaccettabile per chi esercita il potere, perché rappresenta l’incertezza di controllo su un individuo. Tu che sei fedele a due padroni, quando scoppierà la guerra, con chi ti schiererai? Quando verrà dato un ordine, a chi ubbidirai? Quando dovrai votare, a chi darai ascolto? Un dubbio inaccettabile, una minaccia al controllo. Esatto, una minaccia. Le persone hanno bisogno di sentirsi al sicuro entro i confini di quello che conoscono, della loro confortevole, ripetitiva quotidianità, delle loro immutabili certezze scolpite nella pietra. Come è possibile che uno sia cinese e italiano allo stesso tempo? No, le persone hanno bisogno di capire le cose attraverso etichette chiare, semplici, per sentirsi al sicuro. L’ambiguità è sempre spiacevole per la mente umana.

La più antica e potente emozione umana è la paura – scriveva Howard Phillips Lovecraft – e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto”. Per questo abbiamo bisogno di stereotipi che ci facilitino l’inquadramento delle cose e delle persone, in modo che possiamo sapere subito come comportarci per non incorrere in qualche pericolo sconosciuto. Come ci si comporta nei confronti di qualcosa che è indefinibile e fluido, e che sfugge alle limitazioni delle etichette e dei concetti semplici?

Anche se, nel nostro piccolo, tutti apparteniamo a più mondi e ci siamo lasciati alle spalle quel momento nel tempo e nello spazio che era per noi un nido sicuro – la casa dei nostri genitori, il nostro paesino d’origine – più le distanze si fanno grandi più è difficile capirsi e comunicare una volta che ci si trova a dover interagire faccia a faccia. Il nostro bisogno di etichettare tutto, anche noi stessi, ci costringe spesso a cercare un compromesso o un equilibrio nella definizione della nostra identità, un percorso diverso per ciascuno, che dura per tutta la vita. Così è stato anche per Yang.

Penso di essere meno squilibrato di prima grazie al percorso buddhista tibetano e la terapia psicologica che mi hanno permesso, soprattutto dopo aver lasciato Prato, di trovare gradualmente una profonda pace, specie dopo aver concluso di scrivere il libro “Cuore di seta: la mia storia italiana made in China”. Nella stesura di questo, infatti, quando ho dovuto toccare le pagine più intime del mio rapporto adolescenziale con me stesso e i miei genitori, nella quasi totale chiusura in cui vivevo (anni ’90 a Milano), ho capito che quel dolore andava affrontato con tutto me stesso, per uscire dai meccanismi della dipendenza affettiva e i suoi derivati. Solo così, mi dicevo, avrei potuto uscirne più forte e magari consegnare ai lettori una storia pacificata in cui identificarsi o ispirarsi.

Yang, straniero in Cina e in Italia, è in realtà una somma maggiore delle sue parti. È più di un Cinese e più di un Italiano perché porta in sé entrambe pur essendo qualcosa che solo chi è entrambe le cose può essere. E chi vuole vedere in lui solo il cinese Shi Yang o solo l’italiano Yang Shi non capirà immediatamente l’essenza di questa terza identità che lui rappresenta, la loro sintesi, Shi Yang Shi.

Questo suo essere la crasi di due culture è proprio quello che lo rende una minaccia per l’immutabilità sterile dell’ordine, perché per essere compreso obbliga le persone ad ascoltarlo, a pensare invece di soddisfarsi di quei concetti semplici che mantengono la mente in un lieto letargo. Il sapere che porta dentro di sé è quel tipo di potere che rende liberi di pensare e ragionare autonomamente, che distacca l’individuo dall’apatia della familiarità e gli apre le porte su un mondo nuovo. Si può imparare a capire l’indefinito, a coglierne la bellezza.

E non si può certo dire che la Cina sia povera di questa bellezza indefinita, un Paese che affascina sia per la sua storia millenaria che per la sua vastità e la sua ricchezza culturale. Eppure, rimane ancora un luogo misterioso per noi europei, nonostante la sua importanza sulla scacchiera politica ed economica mondiale, anche se i segni di avvicinamento tra la cultura occidentale e quella cinese si fanno sempre più marcati.

Assolutamente ci sono questi segni e anche moltissimi! Più che nascondersi dietro alla parola ‘europei‘, però, secondo me gli italiani dovrebbero riconoscersi di essere piuttosto indietro rispetto a tutto il potenziale che hanno di conoscere profondamente i cinesi, anche per via della storia che ci accomuna, tanto per cominciare (mi riferisco a Marco Polo e a Matteo Ricci. Gli unici due stranieri che i cinesi conoscono da sempre sono italiani!). E, magari, trarne vantaggio, non solo economico. Peccato essere così indietro, rispetto ai tedeschi e ai francesi per esempio. Le ragioni si perdono nell’italianità stessa che fatica a mettersi d’accordo e a fare sistema. Penso però alla mia amica Diletta di Pistoia e alle sue fotografie di questi giorni su Facebook con Long, il neomarito conosciuto a Firenze. Ora vivono da anni a Nanchino e hanno appena celebrato ‘il mio grasso truzzo matrimonio cinese‘! Sono molto idealista sul futuro tra i due paesi e i due popoli. D’altronde, se non mi raccontassi sane frottole per motivarmi, come porterei speranza in giro per l’Italia? La realtà è molto più complessa e forse crudele, ma per fortuna non sono uno studioso della statistica.

Lo spettacolo, portato a Montepulciano dal Chinese Corner della Biblioteca Calamandrei, si conclude con un richiamo a kintsugi, l’arte giapponese di riparare le ceramiche riempiendone le crepe di lacca e oro. Yang, una raffinata porcellana danneggiata dalle asperità della vita, è riuscito a ricomporsi e ha scelto di non nascondere quelle cicatrici che sono parte integrante della sua storia e che, rimarginandosi, l’hanno reso una persona non solo più forte, ma anche più preziosa.

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Vivaio Arrischianti: intervista a Ludovico Cosner

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori,…

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori, quello sarteanese differisce dagli altri per la sua ambizione di formazione globale: non solo attori escono dalle stanze del teatro in piazza XXIV Giugno, ma anche tecnici, direttori di scena, scenografi, costumisti e registi.

Probabilmente la formazione di un regista è la più delicata tra le propedeutiche, rischiosissima in contesti come quello del teatro locale. Laura Fatini però ha indicato Ludovico Cosner come regista per questo spettacolo. Lo abbiamo incontrato prima del debutto e gli abbiamo rivolto alcune domande.

La Valdichiana: La domanda iniziale è scontata: cosa ti ha spinto a metterti nella scomoda posizione della regia? Quale è stato il percorso che ti ha portato ad approfondire questo mestiere?

Ludovico Cosner: A fare il regista ci sono finito un po’ per caso. Il mio percorso da assistente alla regia, principalmente di Laura Fatini, è iniziato perché volevo imparare proprio da Laura come scrivere meglio. Lei mi ha suggerito di vedere come funzionava il teatro, altrimenti non sarei stato in grado di scrivere in modo adeguato per la scena. Ho quindi assistito Laura in moltissimi spettacoli, sia per gli Arrischianti che per l’Orto del Merlo (Compagnia di Cetona). Laura ha dovuto gradualmente lasciare la guida di quest’ultima per impegni lavorativi e quindi nell’estate 2016 mi sono trovato a collaborare alla regia dello spettacolo “Le donne al governo”, sempre di Laura. Questo spettacolo è stato riportato in scena nell’inverno 2017 al Festival di Teatro Artigianale di Città della Pieve e, a causa di impegni vari, né Laura né Giulia Peruzzi (che aveva collaborato con me alla regia estiva) hanno potuto affiancarmi nella gestione degli attori in scena. A quel punto Laura ha pensato che fossi pronto per una “avventura in solitaria” e mi ha proposto di occuparmi dello spettacolo dell’estate 2017: dati i presupposti dell’Orto del Merlo (costruire rete sociale attraverso il teatro) era importante che a dirigere la Compagnia fosse qualcuno che ne faceva parte, non un esterno chiamato a svolgere un lavoro. Così ho adattato “Il Povero Piero” e del risultato (“Morte a Sorpresa”) ho curato la regia. Per me è stata una rivelazione. Fino a quel momento pensavo che la regia potesse interessarmi solo come attività collaterale alla “vita di Compagnia” e, soprattutto, all’attività drammaturgica. Invece dalla prima prova in cui ho potuto mettere in scena una mia visione (nel 2016 la regia era comunque di Laura) ho realizzato che c’era un nuovo mondo che volevo esplorare…probabilmente perché le mie giovanili attitudini dittatoriali trovavano finalmente sfogo! Da quel momento è cambiato il modo in cui vedo il mondo e, soprattutto, ogni forma di intrattenimento di cui fruisco. Nel mio cervello è scattato qualcosa e si è aperta una nuova porta su una stanza che fino all’anno scorso avevo pensato di esplorare solo attraverso la narrazione. Poi a ben guardare è cambiato anche il mio modo di scrivere. È diventato tutto molto più personale, con una visione più decisa e più chiara. Che non vuol dire migliore, ma per me sicuramente più soddisfacente. Adesso mi trovo a dirigere il mio primo spettacolo in un teatro (l’Orto del Merlo va in scena all’aperto) e quest’estate proprio a Cetona andrà in scena il mio primo testo originale. Sul perché io adesso stia scegliendo consapevolmente di occuparmi di regia, posso rispondere (in modo forse un po’ melenso) che sto trovando la mia voce nel mondo.

LaV: Laura Fatini ha scritto di averti indicato solamente il testo e gli oggetti da utilizzare (una scopa, un bicchiere, un pezzo di stoffa): secondo te è stato un modo per fornirti libertà creative o per metterti alla prova?

LC: Il Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore, di cui “Il Ballo degli Inadatti” è l’evento conclusivo per l’anno 2017-18, quest’anno è diventato un laboratorio anche per un regista: il Laboratorio è stato condotto come sempre da Laura, che però ha pensato poi di usare lo spettacolo conclusivo come momento di crescita sia per gli attori che per me. Proprio in quest’ottica, le scelte che Laura mi ha “imposto” sono state un modo per mettermi alla prova: lei si è messa nel ruolo di commissionatrice dello spettacolo e ha cercato di mettermi nelle condizioni in cui un regista può trovarsi nel lavorare ad uno spettacolo su commissione. Al tempo stesso, quando Laura mi ha comunicato queste limitazioni, mi ha anche ricordato che spesso dai limiti deriva uno scatto di creatività. E in effetti così è stato. I tre oggetti, per esempio, sono diventati di tutto: porte, chitarre, scettri del potere, fruste… C’è poi anche da dire che il reperimento degli oggetti di scena (con conseguente lavoro su di essi per renderli adatti) è sempre stata un’operazione a me poco congeniale. Si vede che proprio non è nelle mie predisposizioni, anche se me ne occupo in molti spettacoli. Però questa volta avere solo quegli oggetti, già decisi, mi ha anche liberato dalla ricerca di tutto quello che altrimenti mi sarebbe potuto servire!

LaV: Quali sono i tuoi “riferimenti”, i modelli o gli spunti che muovono le scelte dell’artificio drammaturgico?

LC: Dopo aver letto questa risposta Laura probabilmente mi dirà per l’ennesima volta “Ti devo dare tutti i numeri di Hystrio che ho a casa!” Il fatto è che nell’ambito teatrale ho una certa ignoranza. Non ho mai studiato davvero il teatro, non ho mai fatto un lavoro sui classici. Piano piano sto cercando di sopperire alla mancanza, che però intanto c’è ed è inutile negarlo. Ovviamente, nei modelli che posso prendere a riferimento per il teatro c’è Laura, e sarebbe anche strano il contrario, sebbene in realtà via via che mi chiarisco le idee su che tipo di regista voglio essere diventa evidente una certa differenza artistica tra di noi. D’altra parte non posso non tenere presente l’altro regista degli Arrischianti, ovvero Gabriele Valentini. Con lui ho lavorato meno, ma se chiedi a qualsiasi attore Arrischianti che è stato diretto da me o che ha visto un mio spettacolo ti dirà che ho proprio dei tratti “valentiniani”: credo si riferiscano a un certo gusto per l’estetica e, forse ancor di più, a idee sceniche che sono kitsch, o trash.

Per “Il Ballo degli Inadatti” in particolare, la mia idea di regia è stata stravolta dalla visione del “Macbettu”. Non sto dicendo che il mio spettacolo assomigli al “Macbettu” o lo possa anche solo guardare da lontano, però il gioco degli attori con la scenografia nello spettacolo di Alessandro Serra mi ha spinto a usare al massimo delle possibilità quel poco di scena che abbiamo noi. Vedere il “Macbettu”, più in generale, mi ha spronato ad osare.

Se poi usciamo dall’ambito strettamente teatrale, uno dei punti fissi che ho in testa sono i musical con quei loro momenti di irrealtà assoluta. Oppure mi diverte molto guardare i videoclip di artisti vari, perché quando sono fatti bene hanno un piglio teatrale che mi stimola. Certamente molte cose che si realizzano in video in teatro non si potrebbero fare, ma mi piace attivare percorsi mentali diversi che poi magari si incontrino in punti inaspettati.

LaV: Come ti sembra il confronto con una compagnia di coetanei?

LC: Sono passato dal dirigere (l’estate scorsa) una compagnia fatta quasi solo di persone che hanno l’età dei miei genitori ad una compagnia in cui sono quasi tutti nella mia fascia d’età, e devo confessarti che nel momento in cui ho iniziato a lavorare allo spettacolo non ci avevo neanche pensato a questa differenza. Me ne sono reso conto adesso che mi hai posto la domanda. Sarà che, sia in un caso che nell’altro, sono quasi tutte persone che già conoscevo. Sarà forse per altri motivi. In ogni caso, il confronto con i coetanei non è stato particolarmente diverso da quello con persone più grandi. Ho visto che bene o male tutti si fidano di me (oppure riescono a farmelo credere!). Penso che il mio vero problema sarebbe confrontarmi con una compagnia fatta completamente di bambini o comunque ragazzi molto più piccoli di me!

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“A Sciuquè” agli Oscuri di Torrita: intervista a Ivano Picciallo

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00…

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21.15, ed è un gioiellino del teatro sociale contemporaneo. Lo spettacolo è nato qualche anno fa in forma di monologo, ma oggi assume la coralità del racconto con una compagnia di cinque attori, i quali, con la leggerezza – mai banale – della commedia, approfondiscono una delle piaghe sociali dei nostri tempi: il gioco d’azzardo. È proprio sul termine “gioco” che si associa alla ludopatia, che Ivano Picciallo, autore e interprete del testo, ha focalizzato la riflessione, chiedendosi quale fosse il senso di utilizzare la stessa parola per indicare sia l’attività dei bambini che calciano un pallone, sia gli adulti che passano ore davanti alle slot-machine.

Adelaide Di Bitonto, Giuseppe Innocente, Igor Petrotto, Ivano Picciallo e Francesco Zaccaro, della compagnia L’Mamand e I Nuovi Scalzi, raccontano la vita di Nicola dall’infanzia all’età adulta, attraversando quadri scenici per ogni fase dell’esistenza. Lo spettacolo ha vinto il Premio della Direzione della Nico Pepe al Premio Nazionale Giovani Realtà e Teatro e il Premio come miglior spettacolo 2017 al Roma Fringe Festival.

Abbiamo incontrato Ivano Picciallo pochi giorni prima della tappa Torritese.

LaV: A Sciuquè, già a partire dal titolo ci si potrebbe chiedere il motivo per cui è stata scelta una parola dialettale ad indicare il gioco…

Ivano Picciallo: Letteralmente significa “a giocare”. Lo spettacolo vuole analizzare il gioco nelle sue diverse forme e nelle varie fasi della vita. C’è anche un sottotitolo che è: Ai bambini non piace giocare da soli e neanche ai grandi. Abbiamo scoperto che è difficile giocare da soli. È dalla condivisione che viene fuori il gioco. Il dialetto lo abbiamo scelto per dare un colore genuino al titolo. La compagnia con cui stiamo girando è composta da due attori siciliani, due pugliesi e uno lucano. Inizialmente volevamo uniformare il linguaggio, magari rendere tutto in italiano, ma poi abbiamo scelto di utilizzare i nostri dialetti. È stato il modo migliore per dare verità al pubblico. Aggiunge una cifra di veridicità che altrimenti sarebbe andata perduta.

LaV: Che tipo di risposta avete percepito nel pubblico che ha già assistito allo spettacolo, visto che si parla di un argomento che ha un rilievo sociale molto particolare?

IP: Lo spettacolo in fondo è molto semplice, anche nella sua forma. Risponde a una domanda semplice che è trasversale: cosa si intende quando si dice “andiamo a giocare?”. È una domanda che ha colpito tutti. Tutti si sono trovati a giocare da bambini, adulti e adolescenti. Eravamo spaventati per l’elemento linguistico, perché recitiamo con gli accenti dei nostri dialetti, e invece ci siamo accorti che più ci allontaniamo dalle nostre regioni e più il riscontro è positivo. Forse perché la gente si riconosce in questi cliché, in questi colori, e quindi si diverte. Lo spettacolo anche rispetto alla tematica sociale è molto cauto.  Non facciamo inchiesta su questa piaga, ma ci soffermiamo sul concetto di gioco, sulla domanda “cos’è il gioco?”, e sul modo con il quale noi la intendiamo.

LaV: Perché secondo te, dalle statistiche notiamo che la ludopatia è in crescita negli adolescenti, nei sedicenni, perché c’è questo trend malauguratamente positivo tra i più giovani?

IP: Siamo passati dall’analogico al digitale in tutti i campi della nostra vita. Il gioco digitale è schermato, ci isola. Fino agli anni ’90 il gioco era profondamente connesso alla condivisione e ai rapporti interpersonali. Il protagonista dello spettacolo ricorda scene degli anni ’80 e ’90 in cui i bambini giocavano in strada: oggi i bambini non giocano più in strada, si gioca su internet e in questo mondo virtuale si agevola l’isolamento. Lo stesso che incontrano i grandi che giocano alle macchinette…

LaV: E in questo senso la pratica teatrale può essere considerata “gioco”?

IP: Questo spettacolo è stato di fatto un gioco. È nato come monologo. Poi solo successivamente abbiamo iniziato ad aggiungere gli altri attori, che si sono inseriti nel flusso scenico attraverso l’improvvisazione, il piacere di condividere il gioco del teatro.

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La sintesi comica del presente: un’intervista a Cinzia Leone

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e…

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e allo stesso tempo parodiche di  una contemporaneità così complessa, Cinzia Leone ci accompagna in un vagone ferroviario immaginario in cui l’umanità varia si concentra. Attraverso l’ellissi del linguaggio, le forzature comiche del racconto, quella che emerge è un’analisi dello stato attuale delle cose. Abbiamo incontrato la protagonista dello spettacolo, nonché autrice del testo insieme a Fabio Mureddu, pochi giorni prima della tappa chiusina.

LV: Innanzi tutto è uno dei casi in cui è curioso magari sapere il concepimento di questo spettacolo: Qual è stata la scintilla, prima della scrittura. E come poi si è svolto il lavoro…

Cinzia Leone: Disorient Express è uno spettacolo su l’eccesso di aggiornamenti. Mi è venuto in mente in un momento nel quale non riuscivo più a fermare la realtà; nemmeno a capire dove stesse, la realtà. Un giorno ero con la signora che mi dà una mano a sistemare casa: parlavamo dei personaggi storici e del fatto che, da quando c’è internet, sono riusciti a mettere in discussione l’integrità di qualsiasi personaggio. Ad un certo punto, scherzando, le ho detto: «Spero che almeno Madre Teresa di Calcutta me la lascino integra…», «Nooo!» mi fa lei «Era ‘na fija de ‘na mig****a! Le piaceva vedere soffrire la gente». Lì mi sono detta voi siete pazzi, ed ho sentito la necessità di scrivere questo spettacolo. Mi è venuto in mente un telegiornale disorientativo, che desse una notizia e contemporaneamente la smentisse.

LV: Questo spettacolo va in giro da ormai quasi tre anni: come si è evoluta questa idea nel corso del lasso temporale in cui Disorient Express è stato rappresentato?

Cinzia Leone: È uno dei casi in cui le cose le comprendo e le capisco dopo averle cominciate a scrivere. Mi sono resa conto di come l’argomento centrale di Disorient Express sia “la contraddizione della democrazia”. Sia chiaro, io sono profondamente democratica, ma è necessario analizzare la contraddizione che comporta la democrazia, per capire il mondo che ci circonda. La rete è stata lo strumento più democratico che gli esseri umani abbiano mai inventato; è però, allo stesso tempo, un luogo nel quale sette miliardi di persone possono esprimere la loro opinione. La domanda che mi continuo a porre è: perché si sono stappate le necessità da parte di tutti di esprimersi, di dire la loro, molti anche menando con violenza le loro opinioni? La risposta che mi do è perché la paura, all’interno di una democrazia in cui tutti parlano, è quella di rimanere soffocati, di non essere più ascoltati, visibili. Nel momento in cui parliamo tutti, non si vede più nessuno.

LV: Si dice che molti problemi legati all’utilizzo del mezzo della rete – e delle difficoltà che ne conseguono – siano dati dai non-nativi digitali. Poi però si scopre che ci sono anche ventenni o trentenni, di fatto cresciuti su internet, che cadono in errori inverecondi. Dal tuo punto di vista, dove sta il problema e – mi rendo conto della difficoltà – come si potrebbe risolvere?

Cinzia Leone: Ci sono delle evoluzioni storiche che presentano delle difficoltà e queste non si risolvono, si logorano nel tempo, man mano che le cose prendono una nuova forma e si radicalizzano nel sociale. Io non esprimo giudizi nei confronti di cosa viene condiviso: ognuno condivide quello che gli pare. Che siano gattini o che siano due tette. Non è questa la chiave di lettura da adottare e non è questo il problema legato alla democrazia. Io penso che queste siano contraddizioni del presente da accettare, da assecondare. La vita va avanti grazie alle contraddizioni. La vita si riproduce costantemente grazie alle sue contraddizioni.

LV: Che tipo di consiglio daresti ad un adolescente che comincia ora a voler fare teatro con l’obiettivo di far ridere?

Cinzia Leone: Il consiglio che do, non solo ai giovani, è quello di pensare. La cosa migliore per far ridere è capire: comprendere quello che vuoi raccontare, focalizzarne un aspetto. Bisogna osservare ciò che c’è intorno, elaborarlo e riproporlo in una sintesi comica. Questo è quello che mi viene da dire. Sfruttare questa caleidoscopica realtà che ogni giorno si apre ai nostri occhi, per farne motivo di osservazione. La realtà è un laboratorio sperimentale dei comportamenti degli esseri umani che continuano, nonostante tutto, ad essere incredibilmente interessanti.

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Siamo tutti misantropi? – Molière al Teatro Poliziano

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia,…

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Marco Lorenzi, Federico Manfredi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella. La regia e l’adattamento sono di Marco Lorenzi.

Visti ad adeguata distanza, i comportamenti degli uomini appaiono in tutta la loro vanità: torbide meccaniche di conforto, mosse da un irriducibile vigore istintuale, decise dalle leggi di natura e dalle convenzioni giusnaturalistiche acquisite dal nostro codice. I motivi per cui ci arrabbiamo, per cui perdiamo tempo o ci definiamo tristi, i motivi per cui cambiamo umore, odiamo gli altri o concludiamo male storie d’amore. Di certo non serve analizzare i costumi di un assetto sociale esotico e lontano da noi, con la presbiopia dell’antropologo eurocentrista, poiché finanche nei contesti borghesi la vacuità e l’inconsistenza del paradigma umano sono – per l’occhio distaccato – visibilissime. Dopo mesi di abbruttita campagna elettorale, di affronti e dimostrazioni d’odio istituzionale a cuor leggero, una strana forma di anacoresi misantropica coinvolge tutti. Stiamo forse diventando tutti più cattivi, superficiali, individualisti e chiusi in noi stessi? Forse non farebbe male rispolverare qualche vecchio classico del teatro moderno.

Il Misantropo di Molière è un testo  del 1666, in un contesto nel quale lo stato assoluto di Luigi XIV si sta solidificando non solo dal punto di vista amministrativo, ma anche – e soprattutto – dal punto di vista etico, definendo una normalizzazione dei costumi finalizzata alla fortificazione della coscienza nazionale e, conseguentemente,  di asservimento al Re Sole. Nonostante il suo piglio simultaneamente realistico – nella drammaturgia – e parodico – nella dinamica psicologica dei personaggi – il teatro di Molière ebbe accesso alle stanze dorate del regno: la sua compagnia arrivò addirittura ad essere stabile presso la sala del Palais-Royal. Qui presentò tutti i maggiori titoli della sua produzione, tra cui Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amorex: una commedia statica in cinque atti, nella quale si scorrono quadri salottieri aristocratici, in cui spicca il personaggio di Alceste. Molière stesso interpretò il protagonista di questa commedia, tanto inamovibile nella sua sicumera, tanto protervo e sussiegoso, quanto debole ed esposto ai più banali espedienti della vita di società.

Pur ricevendo i plausi dell’aristocrazia a lui contemporanea, questa non mancò di riservargli piccole angherie, come le frequenti richieste di revisione dei testi, le censure costanti, nonché i ripetuti attacchi da parte di singoli personaggi della società parigina: molti aneddoti celebri vedono il drammaturgo oggetto di espliciti affronti, come quello del duca di La Feuillade che, riconosciutosi nel personaggio del Marchese della Critica alla scuola delle mogli, gli strofinò sul viso con violenza i bottoni del suo vestito  urlandogli battute del personaggio ( «Torta alla crema! Torta alla crema!») oppure Monsieur d’Armagnac, scudiero di Francia, che lo aggredì e lo percosse in strada, ma soprattutto con il duca di Montausier che minacciò di bastonarlo a morte per averlo preso a modello nel creare il personaggio di Alceste ne Il Misantropo.

 

La sua grande capacità è stata quella di schiodare il teatro seicentesco dai canoni del tempo, dal manierismo classico del teatro delle coorti, e spostarlo verso una dimensione collettiva. È forse con Il Misantropo di Molière che nasce ante litteram il Teatro borghese. Sebbene i personaggi rappresentati siano aristocratici in pieno Ancièn Régime, le strutture drammaturgiche di rappresentazione umana – quasi scientifica e naturalista – i nuclei concettuali affrontati (la venialità, gli schiribizzi, i tic dell’alta società, le ipocrisie imperanti) saranno poi i cardini per tutto il teatro di prosa – con le ovvie e dovute specificazioni – attivo fino ad oggi.

L’occasione di vedere questo spettacolo, rappresentato con tutti crismi della contemporaneità, è sabato 17 marzo al Teatro Poliziano di Montepulciano, da parte della Compagnia Il Mulino di Amleto. La rappresentazione fa perno sulla carica innovativa, sulla grande capacità di lettura con distacco del comportamento umano più prossimo.  La vicenda di Alceste e del suo sforzo intransigente di andare oltre l’apparenza ci riconnette con il valore umano della comprensione. In questa nuova produzione nata in collaborazione con La Corte Ospitale, Il Mulino di Amleto scatena la sua intensa creatività per svelare tutta la contemporaneità di un grande classico.

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Il Dante Pop al Teatro Mascagni – Intervista ad Alessandro Fullin

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento…

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento di ricerca e di intima penitenza da cui partire per poter incontrare la misericordia di Dio» – a dirlo è stato il Pontefice emerito Joseph Ratzinger, Benedetto XVI. Quando lo viene a sapere Dante, nell’aldilà, si dispera. Un terzo del suo capolavoro diventa improvvisamente vano. Non dandosi per vinto, l’Alighieri ricomincia il percorso intrapreso secoli prima per riscrivere il sommo poema.

È la trama basica de La Divina, spettacolo comico di Alessandro Fullin, che per l’occasione si accompagna a Tiziana Catalano, Sergio Cavallaro, Simone Faraon, Paolo Mazzini, Mario Contenti e Ivano Fornaro. Sarà in scena al teatro Mascagni di Chiusi Domenica 11 Marzo alle 21:15.

Lo abbiamo incontrato qualche giorno prima per rivolgergli alcune domande.

La Valdichiana: L’ultima volta che sei stato a Chiusi era il 2014 e presentavi Parco Botanico. Come si concilia questa doppia anima di scrittore e interprete sul palco?

Alessandro Fullin: Ma guarda, è perché ho la partita IVA. Me ne invento di tutti i colori pur di fare un po’ di reddito. Dipingo anche. Farei anche danza classica se potessi, sebbene a 53 anni non abbia più l’età. Altrimenti salterei e ballerei. Avendo la Partita IVA ho capito di possedere una creatività a cicli trimestrali, alternati tra scrittura e grida in teatro. Ecco, l’ambivalenza si concilia per ragioni fiscali.

La Valdichiana: Adesso torni al teatro Mascagni con La Divina. È un tributo o una dissacrazione?

Alessandro Fullin: Il buon Dante è un po’ lontano da noi. È un essere eterno, quindi non si ha la paura di offenderlo. Non so cosa penserebbe del mio lavoro la persona-Dante, forse qualche perplessità gli sorgerebbe…

La Valdichiana: Una volta Gigi Proietti disse di non essere affine alle riletture dei classici poiché di questi tempi non siamo molto sicuri che il pubblico abbia già fatto la prima lettura. Secondo te il pubblico oggi è abbastanza colto e preparato per accogliere le riletture?

Alessandro Fullin: Oddio, è difficile. Certo, quando tu fai una rilettura devi avere un testo in comune con il pubblico, una storia comune. C’è da dire che oggi il pubblico è molto vario anche in questo. C’era molta meno differenza tra me e mio papà, ad esempio, rispetto alle ultime generazioni. Sia io che mio padre leggevamo Salgari, oggi i ragazzini credo che neanche sappiano chi sia. È molto difficile rispondere alla odmanda con una generazione di mezzo che ha subito un cambio di riferimenti così brusco. Un uomo di cinquanta anni ha storie diverse da quelle di uno di venti. Posso dire però che in questo spettacolo mi difendo bene da questa divergenza, attraverso l’utilizzo della cultura pop. Cito tra gli altri Guerre Stellari che – attenzione – è l’unica storia che abbiamo in comune da almeno tre generazioni. Poi attenzione Io non sono un esperto di Commedia dantesca. Ho cercato di scegliere il best of della Commedia, le cose che anche per sbaglio uno deve conoscere. Poi ci mescolo insieme anche gli ABBA, in un frullatore pop. Se non sai chi siano Paolo e Francesca vabbene, perché comunque dentro c’è anche la Signora in Giallo, e si ride lo stesso. C’è un grande colore.

La Valdichiana: Come si fa oggi, in questo contesto storico sociale, a fare comicità intelligente?

Alessandro Fullin: La comicità è un’arte che invecchia molto rapidamente, forse l’arte che invecchia più rapidamente in assoluto. Spesso la comicità più efficace è anche quella più attualizzata, molto basata sul senso comune di un determinato momento storico. Ovviamente tende a modificarsi nel giro di pochi anni. Se noi guardiamo alcuni comici del passato, ad esempio di venti anni fa, ci sembra che dormano, oggi non fanno ridere. Certo rimangono stelle polari come Totò, che è figlio del suo tempo, ma ci fa ridere ancora oggi; penso però a Macario che se lo guardiamo oggi rimaniamo un po’ perplessi. In passato invece aveva un successo enorme. Ecco oggi una comicità intelligente è atemporale. Io ho la presunzione che funzioni per un tempo più lungo… un periodo quantomeno sufficiente a coprire quello della mia vita. A me non piace poi buttare degli spettacoli perché “vecchi”. Piccole Gonne ad esempio va in giro da quasi cinque anni, ancora fa ridere e spero che non invecchi mai.

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