La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

I Belindà presentano il loro primo album: “Non è un traguardo, ma un punto di partenza”

Hai Mai, Lucy! Lucy!, Fanta, Bambini Consumati, Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio, Gioia, Night Runner. Sono questi i titoli degli otto brani che compongono…

Hai Mai, Lucy! Lucy!, Fanta, Bambini Consumati, Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio, Gioia, Night Runner.

Sono questi i titoli degli otto brani che compongono l’album d’esordio dei Belindà, la band formata da Simone Rocchi – voce e chitarra acustica, Andrea Guazzini – voce e chitarra elettrica, Riccardo Mattiucci al basso e Giacomo Bastiani alla batteria. Quattro giovani musicisti che dal 2016 portano la loro musica in giro per la Valdichiana, arricchendo il proprio curriculum di esperienze esaltanti, come la partecipazione a Sanremo Rock nel 2017; l’apertura del concerto dei Baustelle nel 2018; l’incontro sul palco con il frontman dei Nobraino, Lorenzo Kruger; la presenza, durante la scorsa edizione, nella timeline del Mengo Music Fest di Arezzo. Durante il tour di circa 50 date che li ha impegnati l’ultimo anno, i Belindà hanno avuto occasione di presentare i propri brani, adesso finalmente racchiusi all’interno del loro primo album, disponibile dal 2 dicembre scorso su Spotify, iTunes, Amazon Music e YouTube.

Simone Rocchi e Giacomo Bastiani hanno raccontato di come questo non si tratti dunque di un disco di inediti, ma di una sintesi del lavoro svolto sinora:

“Un traguardo necessario per assumere la consapevolezza di chi sono i Belindà e presentarli al pubblico nelle varie essenze che li caratterizzano”.

Belindà, alla vecchia maniera, prende il nome della band e dà rappresentazione delle influenze che più hanno guidato il suo intendere fare musica in questi primi anni, a partire dai generi più apprezzati dai componenti del gruppo.

“L’album si articola in otto brani, con richiami che vanno dal jazz all’heavy metal, composti da noi in tempi e situazioni tutti diversi tra loro. Ogni pezzo ha una storia a sé, perciò l’aspetto più difficile nel lavorare a questo album è stato proprio trovare un ordine che facesse da filo conduttore per tutti i brani, in un certo senso individuare la strada su cui ripercorrere le varie tappe del nostro percorso fin qui. L’idea di pubblicare un album è nata per riassumere, in qualche modo, quanto fatto dal nostro debutto: si è trattato di un passaggio obbligato prima di rimetterci a comporre cose nuove. È stato un lavoro lungo, anche perché lo abbiamo svolto parallelamente a svariati impegni personali, ma sentivamo che avremmo potuto pensare ai prossimi progetti soltanto dopo aver chiuso questo capitolo. Grazie alla collaborazione con Enrico Zoi, che ci ha affiancato in tutta la produzione, siamo arrivati alla selezione dei brani da inserire nell’album, su cui abbiamo lavorato per circa un anno, avvalendoci anche della professionalità di Marco Romanelli e Tommaso Bianchi per mix e mastering”.

Belindà è un disco autoprodotto, che parla dei Belindà in tutto e per tutto, a partire dalla copertina, per la quale è stata scelta l’immagine dello scorso tour, alle sonorità, quasi totalmente prive di elementi esterni.

Belindà si apre con Hai Mai, brano più spiccatamente pop, nato in un momento di interrogativi sul futuro, seguito da Lucy! Lucy!, singolo di cui il videoclip è già stato pubblicato lo scorso 20 settembre per la regia di Edoardo Terrosi; Fanta, che riassume le suggestioni sul tema del viaggio raccolte tra i nostri sostenitori durante il ritorno da Sanremo, e Bambini Consumati, una ballad che incontra il rock, ancora presente in Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio?, Gioia e Night Runner“.

Cosa dice dei Belindà questo album?

“Il progetto, nella sua completezza, non sta ad indicare un punto di arrivo, o la volontà di lanciare uno specifico messaggio, se non quello di voler rendere ancor più solida la base su cui costruire la strada futura dei Belindà. L’unione di sound e generi, che può risaltare come caratteristica principale del disco, si manifesta come sintomo dell’entusiasmo con cui siamo diventati i Belindà, siamo cresciuti di concerto in concerto, tenendoci volutamente a distanza dei talent, ci siamo alimentati considerando la musica una necessità, con la prospettiva sì di farla conoscere ma non per inseguire la celebrità. I Belindà sono il risultato di un flusso continuo di riflessioni da esprimere, per un intento introspettivo che come termine ultimo non ha l’apparenza, ma la ricerca di chi insieme a noi può riconoscere e condividere certe verità”.

Sarà anche per questo che tra gli obiettivi della band c’è l’augurio di portare avanti la propria musica e riuscire ad arrivare ad un sempre maggior numero di persone.

Nessun commento su I Belindà presentano il loro primo album: “Non è un traguardo, ma un punto di partenza”

Ottavia Piccolo e Occident Express: i migranti “sono persone che cercano di vivere, semplicemente”

Sabato 14 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa. Haifa viene da Mosul…

Sabato 14 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa.
Haifa viene da Mosul e, dopo aver rischiato la morte a causa dell’ISIS, prende la nipotina di quattro anni e si mette in viaggio. Lottando per la vita percorre 5.000 chilometri e arriva infine in Svezia, ma nel frattempo affronta un viaggio, lungo la cosiddetta “rotta dei Balcani”, in cui affronterà la morte più volte e incontrerà la cattiveria e la bontà umana.
La storia di Haifa è una storia vera, raccolta e trasposta in scena. Ci ricorda che dentro il “fenomeno” della migrazione di cui tanto si parla ci sono persone, non numeri. L’Orchestra Multietnica di Arezzo ce la fa vivere con suoni e atmosfere, Ottavia Piccolo ce la racconta.
Con lei abbiamo parlato di questo lavoro (non spettacolo, perché “non vogliamo spettacolizzare una tragedia così epocale”).

Le è stato chiesto più volte perché abbia deciso di interpretare Haifa. Ha detto che interpretare questo personaggio è stato il suo modo di non voltare la testa dall’altra parte di fronte ai viaggi di queste persone. La motivazione per continuare a interpretarla è la stessa o è un’altra?

La motivazione è la stessa perché purtroppo continuiamo a pensare che queste persone siano soltanto un problema e ci dimentichiamo che sono persone che cercano di vivere, semplicemente, e che sono, come da sempre è successo, esseri umani che si spostano da dove c’è la guerra a dove non c’è, da dove c’è la fame a dove si spera di trovare qualcosa da mangiare. Mi piacerebbe molto che diventasse fuori moda parlare di argomenti di questo genere. Invece se si pensa a tutto quello che viene detto di queste persone, mi sembra veramente necessario continuare a raccontare.
Abbiamo fatto ormai circa 90 repliche di questo nostro viaggio e abbiamo visto che la gente è toccata dall’argomento e non credo che tutti quelli che vengono a vedere il nostro lavoro la pensino come me. Ma nello stesso tempo quando si racconta la storia di persone l’atteggiamento cambia, perché uno se ci pensa dice “Forse poteva capitare anche a me: che ne so che succede nel mondo, se un domani non sarò costretto a lasciare la mia casa”. Nessuno di noi ci pensa, però quante volte è successo?! Mi viene in mente la ex Jugoslavia: persone che vivevano le une accanto alle altre, di etnie diverse, di religioni diverse e nessuno aveva mai pensato che improvvisamente il proprio vicino di casa potesse diventare il proprio aguzzino.
Chi viene a vederci e a sentirci forse esce con un’immagine un po’ diversa da quella che viene veicolata comunemente dai mezzi di informazione.

Un viaggio ci trasforma sempre. Un viaggio come quello di Haifa, però, è una trasformazione continua ed estrema, che la porta ad avere occhi diversi con cui guardare il mondo. Cosa è cambiato nel suo sguardo da quando ha iniziato a lavorare a questo racconto?

Ho scoperto che sono molto più simile ad Haifa. Mi sono abituata a pensare davvero di raccontare una storia che potrebbe essere la mia. Gli incontri che questa donna fa per caso – incontra il bene e il male, la cattiveria ma anche la generosità degli esseri umani – mi hanno cambiato nel senso che mi danno una certa speranza che il mondo sia meno peggio di quello che ci raccontiamo.

Haifa, come le dice la sorella, è nata per stare ferma, ma finisce suo malgrado a viaggiare. C’è una cosa che lei non era nata per fare e invece si è ritrovata a fare?

Guardi, non lo so. Sono nata per recitare nel senso che ho cominciato a fare teatro che avevo 11 anni e sono ancora qui che giro per l’Italia e la cosa mi piace ancora, per cui da questo punto di vista sono diversa da Haifa. Volevo avere una famiglia e ce l’ho. Sinceramente ho avuto una vita molto fortunata per cui ho sempre fatto quello che mi piaceva e penso di continuare a farlo fino a che mi regge il fisico. No, per adesso no, non c’è una cosa che non volevo fare… ecco, meglio così.

Haifa parte perché vede il futuro negli occhi della nipote. Pensa che l’Occidente guardi negli occhi dei suoi bambini? Cosa ci vede?

Credo che se non ci sbrighiamo a guardare negli occhi dei nostri figli e dei nostri nipoti il mondo andrà a rotoli. Ci stanno dicendo che gli abbiamo lasciato un mondo schifoso che sta sull’orlo del baratro e non facciamo niente per tornare indietro. Non guardiamo in faccia la realtà, secondo me, e quindi i nostri figli e i nostri nipoti ci potrebbero veramente, come dire, accusare di averli traditi. Ma soprattutto non guardiamo al di là del nostro naso e non vediamo che disastri abbiamo fatto in tutto il mondo. Non soltanto dal punto di vista dell’ecologia, ma anche quello che abbiamo combinato nei paesi dove siamo andati, in cui abbiamo distrutto le economie, non abbiamo fatto nulla e adesso ci lamentiamo perché le persone di quei paesi cercano una vita migliore da noi. Da questo punto di vista io sono abbastanza ottimista se guardo in faccia le giovani generazioni: spero di non sbagliarmi.

Il lavoro si chiude con un monito: “Non sprecate l’aria.” In un intervista di qualche tempo fa non si diceva ottimista per come l’Occidente avrebbe affrontato le storie di queste persone in viaggio. In una più recente diceva però che nessuno spettatore è mai venuto a dirle che ciò che raccontate non è vero e che “gli esseri umani presi uno per uno sono meglio di quello che ci vogliono raccontare.”

Vado un poco random: il giorno che mi sveglio e leggo sul giornale che hanno trovato 39 cadaveri dentro un container mi dico “non c’è salvezza”. Il giorno dopo succede che un gruppo di ragazzi mi racconta che sta facendo un lavoro di integrazione con gente di tutto il mondo che è venuta nel nostro paese e allora mi dico “Visto? C’è speranza.”
Ho visto tante cose brutte ma mi aggrappo a quelle meno brutte, ecco. Per cui il nostro “non sprecate l’aria”, l’urlo finale che mandiamo vuol dire proprio non sprechiamo l’aria, quella che ci serve per vivere, non rendiamola più velenosa di quanto già non sia, e nello stesso tempo stiamo attenti anche a quelli che ci sono vicini e che camminano con noi. Insomma, c’è un minimo di speranza anche nella disperazione.

Considerando che sono passati due anni dalla prima volta che avete portato in scena questo racconto, pensa che qualcosa sia cambiato? L’Occidente ha bisogno di un altro monito o “non sprecate l’aria” è ancora ciò che dobbiamo sentirci dire?

Credo che le altre grida siano tutte conseguenti a questa, voglio dire le altre grida che possiamo fare per cercare di smuovere chi ci governa o anche di smuovere noi stessi.
Perché ci raccontiamo che la colpa è sempre di qualcun altro, di chi ci sta sopra, di chi ci sta accanto, ma poi in realtà nessuno di noi fa abbastanza per salvare e per salvarci.
Siamo sommersi da oggetti che ci hanno fatto credere che siano necessari quando ci sono persone che non hanno l’acqua e quindi non possono vivere. Noi ci riteniamo poveri se non riusciamo ad ottenere l’ultimo oggetto della corsa consumistica. Non lo so: un giorno sono ottimista, il giorno dopo sono disperata. Per fortuna tutte le sere che raccontiamo questa storia, io insieme a tutti i miei compagni musicisti in scena, mi conforto e dico “Noi ce l’abbiamo messo del nostro per aiutare gli altri a pensare a quello che ci succede intorno.” Speriamo che funzioni. Intanto noi continuiamo.

Haifa dopo tutti i suoi viaggi arriva anche a Montepulciano sabato 14 Dicembre alle 21:15. Partiamo con lei e usciamo dal Teatro Poliziano con occhi diversi.

Nessun commento su Ottavia Piccolo e Occident Express: i migranti “sono persone che cercano di vivere, semplicemente”

Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

Nessun commento su Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Giulio Benvenuti: «La regia delle Adorabili Scanzonette è il mio regalo alla Compagnia Teatro Giovani Torrita»

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di…

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di per sé un bene prezioso. Come nel caso de Le Adorabili Scanzonette, il nuovo musical prodotto dalla Compagnia Teatrale Giovani Torrita, che debutta sabato 30 novembre al Teatro degli Oscuri, con la regia di Giulio Benvenuti. Una veste inedita per il giovane attore che proprio all’interno della Compagnia ha intrapreso la carriera artistica e adesso vi torna da professionista affermato, quale è ormai da anni nel panorama italiano del musical, portando in “regalo”, come segno di rispetto e gratitudine, la firma sulla regia di questo spettacolo inedito.

«Le Adorabili Scanzonette è nato dal desiderio che la Compagnia tornasse a produrre uno spettacolo, a distanza di anni dai successi di The Rocky Horror Experience e The Wedding Singer, poichè in questi anni in tanti ci siamo allontanati dal Teatro degli Oscuri proprio per studiare e perfezionarci e poi abbiamo continuato altrove il nostro percorso artistico. Sono state Martina Bardelli e Mikela Rebua, attualmente insegnanti presso la scuola della Compagnia, ad avanzare la proposta di intraprendere un nuovo progetto, magari ispirato a The Marvelous Wonderettes, musical ambientato nella Springfield degli anni ’50 e ’60, su libretto scritto alla fine del XX secolo da Roger Bean, in scena off-Broadway fino al 2016. E poiché credo che uno spettacolo non arrivi mai a caso nella vita di una persona, ho immediatamente accettato. Ma a condizione di attingere da The Marvelous Wonderettes solo la trama di questo jukebox musical, che si svolge durante un classico ballo di fine anno di una scuola americana, per sostituire i brani con dei riferimenti musicali italiani. Gli anni ’50 e ’60 sono stati un periodo fiorente per la musica italiana e quindi, con gli arrangiamenti vocali e la direzione musicale di Giovanni Giannini, ho voluto dar spazio a quella invece di ricalcare il repertorio originale, che a noi è per lo più sconosciuto. Così anche per quanto riguarda i testi, è seguita una fase di riscrittura che ha portato alla nascita delle quattro protagoniste Nives, Dora, Carmen e Milly: le Adorabili Scanzonette, interpretate da Martina Bardelli, Emma De Nola, Lisa Lucchesi e Mikela Rebua».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti infatti prende il nome dal quartetto composto da queste quattro amiche accomunate dalla passione per il canto, che salgono sul palco in occasione della festa di fine anno della loro scuola. Inizia in questo modo un viaggio nella musica degli anni ’50, di fronte ad un uditorio che è al tempo stesso pubblico della festa liceale e dello spettacolo. Quali temi mette in luce la storia?

«Nel corso dei due atti, le Adorabili Scanzonette si lasciano conoscere, ciascuna con la sua personalità e con il colore che la abita, smentendo le ambizioni decise da quell’omologazione sociale a cui, soprattutto nell’epoca in cui è ambientata la vicenda, era soggetta la figura femminile. Il punto di approdo di questo percorso, sia di crescita per le protagoniste che di scoperta da parte del pubblico, si realizza nella festa d’istituto del 1968, quando le Adorabili Scanzonette sono chiamate a cantare ancora una volta. È lì che si scopre quante cose sono successe nell’arco di dieci anni, quanto gli avvenimenti hanno cambiato le quattro protagoniste, ormai lontane dai tempi di Miss Liceo, quali percorsi di vita hanno intrapreso e se la loro amicizia ha resistito agli eventi, ora che anche la musica è cambiata e già manifesta i sintomi delle rivoluzioni che hanno caratterizzato la fine degli anni ’60. La scena si svolge all’interno di una cornice entro la quale si può scandagliare l’animo delle protagoniste e la loro sempre minor aderenza ai dettami che le vogliono così “adorabili”, quando non necessariamente sentono di esserlo. C’è la valorizzazione del singolo carattere, apprezzabile nella sua dimensione di unicità, che però riesce a integrarsi con gli altri tre per giungere ad un’armonia perfetta, come poi del resto è accaduto alle quattro interpreti durante la preparazione dello spettacolo. Hanno saputo trovare una sintesi che gli consentisse di unire le loro voci e al tempo stesso dare risalto alle diverse personalità delle Scanzonette».

E il risultato quale è stato?

«Uno spettacolo che vuole trasmettere armonia al pubblico, chiamato ad essere partecipe e non solo spettatore della scena. Si può dire che ogni volta che si va a teatro è una festa, ma questa volta a maggior ragione, poichè fin dall’ingresso il pubblico si calerà nell’atmosfera della storia, realizzata grazie alla collaborazione di tanti che negli anni hanno gravitato attorno alla Compagnia. A partire dalle scenografie di Matteo Benvenuti, Federigo Bardelli e Maurizio Vanni, alla consulenza vocale di Antonello Angiolillo, docente della Summer Musical Theatre, ai consigli sempre preziosi della direttrice artistica della stagione teatrale Laura Ruocco, fino alla partecipazione, nello spettacolo, di Viola Battenti, proveniente dai nostri corsi di Spaziomusical. Per questo motivo, firmare la regia de “Le Adorabili Scanzonette” ha rappresentato in un certo senso un regalo alla dimensione dove sono cresciuto e dove ho imparato ad apprezzare tutti i ruoli e i mestieri legati al mondo del teatro. In questi anni ho avuto l’onore di lavorare con ottimi professionisti, e ciascuno di loro ha lasciato qualcosa di utile nel mio percorso artistico, arrivato adesso alla prova della regia».

Meglio dietro le quinte o sotto ai riflettori?

«Come regista è difficile trasferire in realtà quello che si ha in testa, ma è una bella sfida: non c’è aspetto che non abbia personalmente valutato, dalle luci ai costumi, anche grazie all’aiuto fondamentale della mia assistente alla regia Valeria Cleri. Sul palco ho intenzione di rimanerci ancora per molto tempo, anche perché vi si imparano molte cose per quando si passa nell’altro ruolo. Sono due mondi complementari che per il momento mi appartengono entrambi, forse un giorno deciderò per l’uno o per l’altro».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti, secondo appuntamento nel calendario della stagione teatrale torritese, è in scena alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

2 commenti su Giulio Benvenuti: «La regia delle Adorabili Scanzonette è il mio regalo alla Compagnia Teatro Giovani Torrita»

Prima mondiale al Teatro degli Arrischianti: Magnolia Cafè da Barcellona a Sarteano, passando per Londra e New York

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale. La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso…

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale.
La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso di ospitare per due mesi la drammaturga e regista catalana Àngels Aymar per la prima mondiale di Magnolia Cafè.
Aymar ha pubblicato in Europa, America e Asia e ha girato il mondo con progetti e messe in scena. Abbiamo la fortuna di averla a Sarteano e così abbiamo deciso di incontrarla.

Ci siamo seduti a parlare con lei a uno dei tavolini di legno che compongono la scena dello spettacolo. Appoggiata alla tovaglia bianca, con un sorriso energico, ci ha raccontato la storia di questo testo, che nei suoi venti anni ha girato il mondo in varie forme, ma mai come spettacolo concluso. È stato pubblicato in spagnolo per un’università degli Stati Uniti, in catalano e in inglese. Non è mai stato messo in scena, ma ne hanno fatto delle letture drammatizzate a New York, Barcellona, Cambridge e Londra. La regia, però, non era la sua.
«Quando ho iniziato a scrivere lo facevo per scrivere, non per fare la regia» ci spiega, sottolineando le parole con le mani. «Pensavo che non avrei mai fatto la regia di un mio testo. Era più interessante che lo facesse un altro, mi rendeva felice.»
Le cose, però, cambiano, e il fatto che alcuni suoi testi non siano stati rispettati le ha fatto rivedere la sua posizione. Così adesso è qui a portare per la prima volta in scena la storia del Magnolia Cafè.

Perché, tra più di trenta testi che ha scritto, ha deciso di mettere in scena a Sarteano proprio Magnolia Cafè?
«Questo è l’unico testo che ho con undici personaggi e volevo lavorare con più persone possibile degli Arrischianti» risponde in totale tranquillità, mostrando di aver colto in pieno l’anima comunitaria di chi la ospita. Dopotutto è dal 2016 che Aymar visita annualmente Sarteano per condurre laboratori con la Nuova Accademia degli Arrischianti, quindi non è strano che siano entrate in sintonia.

Una scelta ben precisa, comunque, non è solo quella che ha portato Magnolia Cafè a Sarteano, ma anche quella che gli ha dato vita.
«Siamo sempre costretti a scrivere per pochi personaggi, abbiamo paura della produzione. Quattro personaggi sono già tantissimi. A Barcellona scrivevano tutti così. A me piace molto andare controcorrente e allora ho detto: voglio vedere se sono capace di scrivere qualcosa con tanti personaggi.»
Era un esperimento anche per lei, quindi? «Sempre» risponde sicurissima. «Ogni testo nasce per un motivo diverso, ma sono tutti una sfida. A volte la sfida viene più dal profondo, altre dalla forma. Questa era una sfida di forma.»
La scelta ha dato vita al processo di ricerca su chi fossero, questi personaggi, dove fossero, cosa volessero, cosa facessero.

In questi venti anni di storia, è cambiato qualcosa in Magnolia Cafè? Aymar guarda i proiettori del teatro. «La sola cosa che manca o è strana, considerando il tempo che è passato, è che non abbiano cellulari. Però quando l’ho scritto i telefoni erano grandi così» dice prima di ridere. «Nessuno li portava. Costavano tanto!»
Questo ristorante all’aperto, però, potrebbe appartenere a qualsiasi epoca. «È un testo senza tempo», spiega Aymar, perché al centro non ci sono gli eventi, ma le persone.

Così ecco in scena undici personaggi (più uno extra) che rappresentano generazioni diverse. Ogni carattere è delineato con stralci di dialoghi o di ricordi, rapidamente ma in modo chiarissimo. In un’atmosfera agrodolce, al Magnolia Cafè vengono evocati immagini e sogni, storie e desideri.
Per vederli in prima mondiale sul palco del Teatro degli Arrischianti, l’appuntamento è il 29 e 30 Novembre alle 21.15 e il 1 Dicembre alle 17.30.

Nessun commento su Prima mondiale al Teatro degli Arrischianti: Magnolia Cafè da Barcellona a Sarteano, passando per Londra e New York

Il karaoke tragicomico di “Stanno Tutti Male” – Intervista a Riccardo Goretti

Il 22 Novembre, alle 21:00, la stagione invernale del Teatro Ciro Pinsuti si apre con Stanno Tutti Male: uno spettacolo di e con Riccardo Goretti, Stefano Cenci e Colapesce, al…

Il 22 Novembre, alle 21:00, la stagione invernale del Teatro Ciro Pinsuti si apre con Stanno Tutti Male: uno spettacolo di e con Riccardo Goretti, Stefano Cenci e Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, uno dei più apprezzati cantautori italiani, le cui musiche originali permeano tutta la drammaturgia della rappresentazione.

Stanno Tutti Male è un “karaoke tragicomico”, le cui canzoni mutano in note il “male” che inseriamo molto spesso nella risposta alla domanda «Come stai?». «Sto male» è una frase che usiamo così tanto da esautorarla nel significato. Può essere lo «sto male!» derivato da un mal di testa, da un disagio emotivo, ma anche uno «Oddio sto male! Muoio!» che esprime invece il massimo del divertimento, della risata, del godimento: l’ambiguità dell’enunciato «sto male» è il segnale di un’incertezza che ci coinvolge tutti. Questo lavoro propone un affresco, o meglio una caricatura, dell’esistenza contemporanea. «Perché stanno tutti male?» si sono chiesti gli autori «Qual è la scala del bene e del male?» Queste e altre le domande di un’indagine collettiva, condotta su internet e sui social, a cui centinaia di followers hanno risposto, costruendo così il campione di un sondaggio, filtrato e ricomposto dai tre artisti in una rassegna di stati emotivi che, per quanto gravi, sono resi con multiforme comicità. Non a caso, il sottotitolo dello spettacolo è Uno studio collettivo sull’infelicità individuale.

Abbiamo incontrato Riccardo Goretti, autore e interprete dello spettacolo, per rivolgergli alcune domande.

La prima domanda che ti facciamo è la frase di esordio nel mondo, come cantava Brunori, in qualsiasi conversazione, ma nel vostro caso assume connotazioni che definirei totali. Bene, la domanda è: come state?

Riccardo Goretti: Abbastanza male, grazie. Ovviamente parlo per me, ma penso di poter estendere la risposta anche per Stefano e Lorenzo. Siamo accomunati da un senso di disagio costante latente e non meglio precisato. In tre ci smazziamo ansia, insonnia, mood swings, pessimismo, cinismo, disincanto, sfiducia, frustrazione: insomma, tutto normale ecco.

Questo spettacolo parte da un’analisi che avete fatto partendo dalle risposte che la gente ha dato alle domande relative allo stare male: avete in qualche modo analizzato i desideri della gente. Come è avvenuto il lavoro di scrittura di questo spettacolo? E cosa ne è emerso?

RG: Abbiamo chiesto alle persone di scriverci perché stanno male, loro l’hanno fatto, noi abbiamo frullato i loro malesseri – e cioè anche i vostri – con i nostri, ed ecco lo spettacolo. Dove poteva ambientarsi, se non in un karaoke bar, da sempre luogo di mestizia e sfogo per antonomasia?

Nel cast c’è anche Colapesce: come si è confrontato con la veste di attore? In che modo il suo essere musicista si è inserito nella drammaturgia?

RG: Lorenzo, prima di essere un musicista, è un artista molto sensibile… e un ragazzo molto sveglio. Merce rara. Non ha avuto nessun problema a inserirsi nel processo di scrittura  e messa in scena di uno spettacolo teatrale. Del resto è abituato alle sperimentazioni, in altri campi: basti pensare al fumetto La Distanza da lui realizzato per Bao Publishing, disegnato da Alessandro Baronciani…

Il teatro Ciro Pinsuti è un piccolo teatro da 150 posti. La vostra tournée tocca piccoli spazi come questo e grandi realtà come quelle cittadine; si è spostato in strutture teatrali classiche all’italiana, e in centri sociali come l’Angelo Mai; come vi confrontate con i diversi contesti in cui lo spettacolo è messo in scena? E che ruolo ha il pubblico?

RG: I contesti diversi sono solo divertimento, lo spettacolo cresce e si adatta e si deforma ogni volta che incontra un pubblico nuovo, sia esso composto dai classici “abbonati over 70”, o da scafatissimi occupanti di un centro sociale. Il pubblico è fondamentale per ogni rappresentazione teatrale. Io ormai manco riesco più a fare le prove di uno spettacolo, perché oltre un tot di ore, mi pare tempo perso: è come allenarsi a giocare a tennis con un videogame del Nintendo Wii… se non c’è il live, semplicemente, non è la stessa cosa.

Nessun commento su Il karaoke tragicomico di “Stanno Tutti Male” – Intervista a Riccardo Goretti

Al via la stagione teatrale degli Arrischianti: un’anteprima nazionale sul pilota di Hiroshima

Una residenza e un’anteprima nazionale: così parte, domenica 3 novembre, la stagione al Teatro Arrischianti di Sarteano. Ospite della Nuova Accademia degli Arrischianti sarà Il Teatro dell’Elce con il suo…

Una residenza e un’anteprima nazionale: così parte, domenica 3 novembre, la stagione al Teatro Arrischianti di Sarteano. Ospite della Nuova Accademia degli Arrischianti sarà Il Teatro dell’Elce con il suo nuovo lavoro, Little Boy, una storia strettamente legata alla prima volta in cui il genere umano scopre di potersi autodistruggere: è il 1945 e vengono sganciate le bombe atomiche.

“Little Boy” è infatti il nome in codice della bomba di Hiroshima. Sul palco non si racconta però la storia dell’arma, ma quella umana del pilota che al rilascio della bomba ha dato il via libera. Claude Eatherly, questo il suo nome, anni dopo l’esplosione scrive al filosofo Günther Anders: “Da allora la mia coscienza è stata tormentata dai rimorsi. Mi sono reso colpevole di atti antisociali perché, nella confusione in cui mi trovavo, cercavo in tutti i modi un castigo.” Pilota e filosofo si scambiano domande e risposte e le loro lettere vengono adesso messe in scena dalla compagnia di Firenze. Quattro personaggi, tra ambiguità e surreale, si interrogano sulla via da seguire per la salvezza dell’umanità. Lo spazio in cui si muovono è quello di un’Apocalisse imminente.

Per indagare la genesi di questo spettacolo, anche noi abbiamo scambiato parole scritte con il regista Marco di Costanzo.

Com’è nata l’idea di lavorare proprio su Claude Eatherly e la sua vicenda? Il suo non è un nome che si trova solitamente nei libri di storia. È stata una scelta razionale o un lampo creativo, un’intuizione?

Sono venuto a conoscenza del carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly per caso quattro o cinque anni fa. Mi ha incuriosito, l’ho letto e mi è sembrato che il testo, nonostante fosse formato da una serie di lettere non destinate alla scena, contenesse una linea drammatica forte, interessante per un lavoro teatrale.

Una volta deciso di lavorare su Little Boy, qual è stato il vostro rapporto con l’attualità? In un mondo pieno di conflitti e in cui viene più volte minacciato il ritorno all’utilizzo delle armi atomiche, avete cercato di raccontare il contesto storico-politico odierno o ve ne siete tenuti distanti, lasciando allo spettatore il compito di coniugare le due realtà?

L’argomento principale del lungo dialogo tra Günther Anders e Claude Eatherly è la bomba atomica, la minaccia nucleare, ma le implicazioni che ne derivano riguardano ogni possibile minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. Anche se noi abbiamo conservato il testo originale non è difficile immaginare delle assonanze, per esempio, con il problema del cambiamento climatico. In generale si affronta il tema di come l’essere umano si rapporta con le cosiddette “cause”.

Quanta ricerca storica avete fatto prima di lavorare alla messa in scena? Avete indagato i due protagonisti del carteggio o avete utilizzato le lettere solo come uno spunto?

Le lettere – o meglio una selezione di esse – costituiscono il testo dello spettacolo, non c’è stata alcuna riscrittura. Direi che la prospettiva storica non è il nostro interesse principale in questo lavoro, quanto piuttosto che i due personaggi ci interessano per le loro posizioni su un piano filosofico-morale.

I vostri spettacoli solitamente nascono da laboratori o da esercizi laboratoriali, che generano poi il testo da mettere in scena. Vale lo stesso per Little Boy o avete adottato una metodologia diversa questa volta?

Abbiamo iniziato il processo di lavoro con un laboratorio che ruotava attorno alla domanda: “Come si traduce una serie di lettere in azione scenica?”. I partecipanti erano un gruppo più ampio di quello che poi ha dato vita allo spettacolo durante il vero e proprio processo di produzione, che invece non definirei laboratoriale.

Perché scegliere un piccolo paese di provincia per terminare la lavorazione e proporre lo spettacolo in anteprima? Data la vostra metodologia di lavoro e la vocazione laboratoriale della Nuova Accademia degli Arrischianti verrebbe da pensare che ci sia un’affinità tra le due realtà.  

Il teatro di Sarteano, che per noi coincide con gli Arrischianti (Laura Fatini, Pina Ruiu), è sempre stato estremamente ospitale con noi e lo abbiamo considerato il luogo ideale per il “parto” del nostro Little boy. Numerosi sono gli spettacoli che il Teatro dell’Elce ha già portato sul palco di Sarteano negli anni passati, lasciando sempre tutti a bocca aperta. Questa volta vi aspetta con un’anteprima nazionale e un racconto calzante per i tempi che viviamo.

Domenica 3 Novembre, alle 17.30, appuntamento al Teatro degli Arrischianti.

Nessun commento su Al via la stagione teatrale degli Arrischianti: un’anteprima nazionale sul pilota di Hiroshima

Valdichiana Teatro – Stagione 2019/2020

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio,…

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio, tra i cartelloni invernali e i festival estivi: Valdichiana Teatro è il tentativo di mettere in relazione tutte le persone che in questo territorio apprezzano e vivono il mondo teatrale. Non soltanto informazioni e calendari degli spettacoli, ma anche un gruppo di discussione, interviste e approfondimenti, un magazine digitale completamente gratuito e tante altre iniziative che andranno ad arricchire tutti gli appassionati locali e non solo.


gruppo facebook valdichiana teatro

 


Le Stagioni Teatrali in Valdichiana 2019/2020









Nessun commento su Valdichiana Teatro – Stagione 2019/2020

Nei Panni dell’Altro – Intervista a Olga Rossi

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord…

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord a Sud lo stivale, tra tournée teatrali e set cinematografici. Tanto che, tra i lavori per il cinema con Gabriele Salvatores o Rocco Papaleo, e quelli per il teatro con Alessandro Gassman o Ottavia Piccolo – giusto per citarne alcuni – Olga Rossi trova occasioni per portare avanti progetti di propedeutica teatrale, e laboratori di recitazione, nel nostro territorio. Dopo il Diploma al Teatro Stabile di Torino, ha seguito corsi di perfezionamento con Luca Ronconi e Massimo Navone, per poi seguire seminari e workshop con Marcel Marceau, Julie Anne Stanzak e Nicolaj Karpov: non si può di certo negare che abbia avuto la possibilità di osservare da vicino il lavoro dei più grandi teatranti del nostro tempo.

Residente a Trequanda, già lo scorso anno ha curato un laboratorio teatrale dedicato alla Costituzione italiana e quest’anno, coinvolta dalla direzione del Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, si occuperà dei corsi di recitazione rivolti ai bambini delle scuole elementari e di quelli per adulti. Oltre a Olga Rossi, a coordinare i partecipanti dei laboratori di recitazione presso il teatro sinalunghese ci sarà anche Maria Claudia Massari, ormai volto noto del pubblico del Ciro Pinsuti, che porterà avanti i corsi per ragazzi delle scuole medie e per le scuole superiori.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Olga nella settimana in cui sono stati presentati i corsi attraverso lezioni-prova gratuite.

Quale percorso professionale/artistico ti ha portato a curare la propedeutica teatrale? Cosa ti interessa del lavoro di insegnante di teatro?

Il tempo. In mezzo alle  lunghe tournèe scavalcamontagne che durano mesi, così, per gioco, ho iniziato con i ragazzi del circolo Arci di Trequanda un percorso che mi ha convinta sempre di più della funzione sociale del teatro. Fosse per me aprirei un teatro e una biblioteca, con gli orari di un centro commerciale, in ogni paese. Per quanto riguarda l’insegnamento, non credo che il teatro si possa insegnare, ma se ti interessa puoi imparare a farlo.

Che tipo di lavoro attende i ragazzi che si iscriveranno ai corsi 2019/20 del Ciro Pinsuti?

Ai ragazzi, che poi sono più bambini – dato che con me saranno i piccoli delle elementari – leggerò le Favole al Telefono di Rodari: ogni giorno sarà una storia a guidare la nostra immaginazione. C’era una volta il signor Bianchi di Varese… le leggevo da piccola e l’idea di quel babbo che ogni sera, dal niente, inventava una storia per sua figlia, me la sono portata dietro per anni, poi ho capito perché. Ascoltare storie ci fa sentire meno soli.

Qual è la principale novità di questa stagione, sempre per quanto riguarda i laboratori, rispetto a quelle precedenti?

Non so bene rispondere in questi termini. Il lavoro appassionato di Maria Claudia, che da vent’anni ha cresciuto i ragazzi di Sinalunga e, agli albori, ha cresciuto anche me. Quello che Calamandrei dice a proposito della legge credo possa essere piuttosto universale, le regole del teatro sono vive perché dentro a queste formule circola il pensiero del nostro tempo; bisogna lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi e le nostre speranze. Il teatro è giovane e antico come la primavera, si rinnova sempre e le persone, se ne hanno voglia, possono fare altrettanto.

A quale tipo di persone sono rivolti i tuoi corsi?

Non esistono requisiti specifici, credo che piuttosto sia necessaria la voglia di provare a mettersi nei panni di qualcun altro, lasciare andare un pezzo delle proprie convinzioni per provare a capire cosa pensa qualcuno che non sia ‘io’; è un esercizio necessario in questi tempi.

Nessun commento su Nei Panni dell’Altro – Intervista a Olga Rossi

I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

Nessun commento su I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

Berlino – Techno – Komfortrauschen: musica dal futuro (o da qualche Km più a Nord)

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto…

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto appena una volta in vita mia, ma sentito come mitico e familiare (e mi pare che una volta ci fosse anche un muro). Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è la musica. Anche questa me la immagino fredda e ubriacante, con suoni metallici e una costante ricerca di nuove sonorità, che scava, annusa e fruga febbrilmente gli anni del secolo scorso e quello che verrà. La Berlino musicale me la immagino un laboratorio sperimentale di suoni, generi, voci, testi. Ci starebbe proprio un bel viaggetto all’insegna della musica underground…

La prima cosa che ho pensato quando i Komfortrauschen hanno iniziato a suonare nella serata d’apertura dell’edizione 2019 del Live Rock Festival è stata: «Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto… [leggi sopra]».

I Komfortrauschen (comfort noise) sono un trio berlinese che, unendo chitarra, basso e batteria a una quantità esagerata di pedali sintetizzatori, creano un potente DJ set techno di altissima qualità. Il live che hanno proposto è stato una maratona di sudore ed elettronica, che ha fatto ballare il pubblico di Acquaviva senza sosta. E poi l’energia del sound, i loro vestiti bianchi e i balletti convulsi. Come fai a non intervistarli?

Prima di continuare a leggere vi consiglio di guardare questo loro video: tanto per farvi un’idea.

Raccontatemi la vostra storia

Ci siamo conosciuti 5 anni fa e abbiamo deciso di formare la band, perché eravamo tutti affascinati dalla musica elettronica. Non avevamo né sintetizzatori, né computer, ma soprattutto nessuno aveva la minima idea di come si usassero. C’era l’idea prima dell’oggetto: volevamo farlo, ma non sapevamo come si facesse.

E quindi cosa è successo? Perché avete appena fatto un concerto techno pazzesco…

Fondamentalmente le basi rimangono la chitarra, il basso e la batteria. È da lì che abbiamo iniziato e da lì continuiamo a strutturare le canzoni. Abbiamo studiato molto. Lentamente abbiamo imparato a usare i sintetizzatori, i pedali e la drum machine. La cosa importante è combinare tutti gli elementi in modo divertente e stupido e vedere cosa succede.

Direi che il risultato finale non è niente male…

Grazie. Pensa che a volte in studio ci guardiamo e diciamo «ragazzi questo è veramente stupido… rendiamolo più stupido!». La semplicità e la leggerezza ci portano a risultati che funzionano: divertono il pubblico e lo fanno ballare.

Quando il vostro manager vi ha proposto di venire a suonare al Live Rock Festival di Acquaviva, cosa avete pensato?

Nel 2015 abbiamo suonato in due date italiane ed è stato bellissimo. Fondamentalmente ci piace venire in Italia. Non è per niente male. Questo festival è molto interessante e poi c’è Leeroy Thornhill, uno dei fondatori dei Prodigy, quindi ci siamo detti “cosa stiamo aspettando? Andiamo!”

È strano attribuire significato a canzoni senza testi. Le vostre ce l’hanno?

Certo, sì. A volte c’è uno sfogo di aggressività che si trasforma in potenza elettronica. A noi piace ciò che è grande e metallico. Altre volte, come ho già detto, è puro divertimento, fantasia che gioca.

Com’è la scena musicale berlinese?

È molto elettronica, profonda, intensa per certi versi. Ci sono molti club che arrivano a negare l’ingresso al pubblico, perché straripano di persone all’interno. Ad altri club piace creare un certo clima o tendenza o moda che li caratterizzi e selezionano le persone da far entrare. Non è una mentalità completamente libera, ma se si vuole vedere il lato positivo, questo contribuisce a creare correnti artistiche che si sviluppano sempre di più. Le persone sono malate di musica a Berlino. Trovi molta gente che passa dalle 5 alle 7 ore nei locali, solo per ascoltare musica. Entra di notte ed esce con la luce del sole. È raro, invece, trovare chi viene a vedere esibizioni live e dopo due ore se ne va via. Ho amici che hanno passato 12 ore in dei club ad ascoltare musica. È uno stile di vita. Rispetto all’Italia c’è molta differenza: qua è tutto molto più inclusivo e super aperto, una sorta di festa collettiva ogni volta che c’è della musica sopra un palco.

In questo video potete DIREZIONARE VOI la telecamera: buona visione e buon ascolto!

Nessun commento su Berlino – Techno – Komfortrauschen: musica dal futuro (o da qualche Km più a Nord)

La complessità dell’essere genuini – Intervista a Rancore

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro…

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro è quello che segue la pubblicazione del suo ultimo disco “Musica per Bambini”, nel quale – secondo la critica – ha raggiunto la sua maturità stilistica. Il concerto di Acquaviva ha dimostrato come la sua performance sia principalmente fisica e necessiti un’attenta preparazione, quasi un allenamento. Tommaso Ghezzi lo ha intervistato per noi pochi minuti dopo il live, parlando del suo modo di preparare le esibizioni e le tematiche del suo ultimo disco.

Nessun commento su La complessità dell’essere genuini – Intervista a Rancore

Type on the field below and hit Enter/Return to search