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La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

Bettollini (PD): “Alta Velocità: una possibilità concreta per la Valdichiana”

Alta velocità, stazione Media-Etruria, il nuovo modello di provincia e il peso dell’Italia in Europa: sono state queste le domande poste a Juri Bettollini dalla redazione de La Valdichiana a…

Alta velocità, stazione Media-Etruria, il nuovo modello di provincia e il peso dell’Italia in Europa: sono state queste le domande poste a Juri Bettollini dalla redazione de La Valdichiana a margine dell’incontro politico, svoltosi a Torrita di Siena, nell’ambito della festa del PD, domenica 27 luglio 2014. Insieme all’assessore Juri Bettollini, l’europarlamentare Simona Bonafè e il sindaco di Torrita Giacomo Grazi, hanno parlato di Europa, dell’importanza dei nostri territori, delle regole alla base delle riforme e di quei segnali di cambiamento che stanno giungendo dalla politica locale, nazionale ed europea.

Juri Bettollini, assessore del Comune di Chiusi con deleghe al Bilancio e all’organizzazione, e attuale responsabile enti locali provinciale del Pd senese ha risposto così alle nostre domande:

Alta velocità, è una possibilità concreta per la Valdichiana o un’ipotesi remota?

“È una possibilità concreta per la Valdichiana! Il protocollo firmato tra le due regioni, Toscana e Umbria, prevede l’ubicazione della struttura in Valdichiana, e quindi adesso è evidente che ognuno debba giocare le proprie carte, carte che non devono essere legate a un campanile ma alla competitività di un territorio e alla sostenibilità dell’intervento. Noi crediamo che Chiusi sia il baricentro ideale rispetto al progetto e alla grandi città, Roma e Firenze. In altri territori il progetto avrebbe notevoli importi di realizzazione, mentre sul nostro potrebbe costare addirittura la metà, perché non abbiamo bisogno di fare espropri e abbiamo grandi spazi da mettere a disposizione. Siamo in condizione di cedere l’area per la realizzazione dell’alta velocità, quindi Chiusi si candida a tutti gli effetti a ospitare questa grande opera”.

Juri BettolliniIn qualità di responsabile degli enti locali del PD provinciale senese, crede che il nuovo modello di provincia possa in qualche modo avvantaggiare i territori periferici, oppure si rischia un vuoto di democrazia e di sviluppo?

“Io credo che il nuovo modello di provincia potrà avvicinare la politica al cittadino. Oggi i sindaci ricoprono un ruolo sempre più importante nella comunità, e questo ruolo li porterà ad amministrare in maniera cosciente delle difficoltà e delle esigenze dei nostri cittadini. Credo che questa riforma abbia una valenza positiva, un modo per avvicinare i nostri amministratori ai problemi reali del Paese”.

Le riforme del parlamento italiano sono sufficienti per cambiare peso dell’Italia in Europa?

“Le riforme sono essenziali per cambiare verso e per dire all’Europa che noi siamo un Paese credibile, che le semplificazioni le abbiamo fatte e le stiamo ancora facendo. Ed è con questi primi procedimenti che noi andremo in Europa a chiedere la flessibilità, quella flessibilità che ci chiedono imprese e cittadini per creare posti di lavoro e un rilancio dell’economia.

Oggi servono le riforme: serve la riforma elettorale e la riforma del senato. Questa è anche la sintesi della grande battaglia contro la burocrazia: ridurre una camera che in realtà è un doppione rispetto alla prima, è il grande passo verso la semplificazione di cui abbiamo bisogno. Anche la giustizia ha bisogno di riforme, l’edilizia scolastica, la pubblica amministrazione. In quest’ultimo settore, la proposta messa in campo dal governo Renzi è qualcosa di eccezionale: i dirigenti pubblici, che sono stati per anni degli ostacoli alla realizzazione di tanti investimenti del territorio, verranno premiati se lavoreranno bene e verranno mandati a casa se lavoreranno male. Oggi questa è la grande riforma che stiamo aspettando e sono convinto che prima e poi arriverà”.

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Intervista a Olga, moglie di Massimo D’Antona, in occasione del Festival Luci sul Lavoro

«Il lavoro senza aggettivi», lavoro come tale: Massimo D’Antona, prima di essere ucciso dalle Brigate Rosse, la pensava così. Dalle parole della moglie il suo pensiero All’interno del Festival “Luci…

«Il lavoro senza aggettivi», lavoro come tale: Massimo D’Antona, prima di essere ucciso dalle Brigate Rosse, la pensava così. Dalle parole della moglie il suo pensiero

All’interno del Festival “Luci sul Lavoro”, tenutosi a Montepulciano nei giorni 10-11-12 luglio 2014, è stato consegnato il premio di laurea “Massimo D’Antona”, dedicato ogni anno alla miglior tesi sul diritto sul lavoro. Il premio, consistente in un riconoscimento formale e un contributo di 1.500 euro, nel 2014 ha visto il decimo anno di vita.

La Commissione esaminatrice per questa edizione, costituita da Antonio Ojeda Avilés, Gianni Arrigo, Giuseppe Casale, Antonio Di Stasi, Enrico Limardo e Carmine Russo, ha dichiarato vincitrice la Dott.ssa Diletta Carretta, autrice della tesi dal titolo “Il lavoro carcerario”, discussa il 9 ottobre 2013 presso l’Università Cattolica di Milano.

Il 12 luglio è avvenuta la premiazione. Come da tradizione, la moglie di Massimo D’Antona, Olga, ha consegnato la pergamena alla Dott.ssa Carretta, simbolo del riconoscimento di un ottimo lavoro svolto all’interno di un carcere.

Qui di seguito la trascrizione di alcune domande che la Redazione ha posto a Olga D’Antona, a seguito della premiazione.

Quale idea aveva Massimo D’Antona del mondo giovanile?

Innanzitutto, il fatto di essere professore universitario gli ha permesso di avere un rapporto quotidiano con i giovani. In base a questo, aveva la preoccupazione di un mondo giovanile che trovava scarsi sbocchi nella società italiana, e nel mondo del lavoro: il suo timore era che si venisse a creare un conflitto generazionale tra giovani e mondo degli adulti. La sua idea comunque era rappresentata da una grande dedizione; la sua preoccupazione era soprattutto, come credo sia noto, per la vita reale delle persone, del loro lavoro.

La sua concezione della parola lavoro?

La frase che forse più viene ricordata di Massimo riguarda la necessità di «un lavoro senza aggettivi». Il lavoro come tale, ed è un tema che ha toccato, per certi versi, anche questa giovane appena premiata; quando parlava, per esempio, della differenza di lavoro rispetto a fuori e dentro il carcere, dentro al quale viene retribuito meno. Il lavoro dovrebbe essere senza aggettivi, appunto, lavoro e basta.

Qual è l’importanza di un premio intitolato a Massimo D’Antona?

Si possono vedere vari aspetti: uno è che questo premio può essere un modo per tenere alta l’attenzione dei giovani, e quindi del mondo dello studio, rispetto al pensiero di Massimo D’antona; come diceva appunto questa ragazza, che aveva seguito un seminario proprio sulle sue idee. Quindi, tenere sveglio l’interesse sul pensiero di Massimo e poi anche, purtroppo, per quanto riguarda un secondo aspetto, tenere alta l’attenzione contro il terrorismo, perché, ricordiamolo, Massimo D’Antona non è morto per malattia, è stato ucciso dalle Brigate Rosse. Rappresenta un buon modo per tenere alta l’attenzione, il ricordo e la vigilanza contro ogni forma di violenza.

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Giovani e tirocini: intervista all’assessore regionale Simoncini

Nel corso della manifestazione “Luci sul Lavoro” che si è svolta a Montepulciano dal 10 al 12 luglio, a margine della conferenza “Una garanzia per i giovani” presso il Teatro…

Nel corso della manifestazione “Luci sul Lavoro” che si è svolta a Montepulciano dal 10 al 12 luglio, a margine della conferenza “Una garanzia per i giovani” presso il Teatro Poliziano, abbiamo intervistato Gianfranco Simoncini, assessore alle attività produttive della Regione Toscana, chiedendogli di approfondire i concetti legati alle tematiche giovanili, ai tirocini e alle opportunità di lavoro per la Valdichiana.

Livornese, al suo secondo mandato come assessore, Simoncini ha la delega alle attività produttive, credito e lavoro. Per la Giunta della Regione Toscana si occupa di sostegno economico all’artigianato, alla piccola e media impresa, all’industria e alla cooperazione; segue gli incarichi relativi all’imprenditoria giovanile e femminile, all’apprendistato e alla formazione continua dei lavoratori, al supporto ai processi di innovazione tecnologica del sistema produttivo. Inoltre, svolge il ruolo di coordinatore sui temi del lavoro e della formazione della IX Commissione della Conferenza delle Regioni.

“Cosa consiglierebbe a un giovane della Valdichiana che non trova lavoro o che vuole cercare una nuova occupazione e non sa in quali settori buttarsi?”

“Sicuramente di iscriversi a Garanzia Giovani, attraverso il quale sarà chiamato dai Centri per l’Impiego della zona che cercheranno di offrirgli gli strumenti che hanno a disposizione. Se è un giovane diplomato o laureato, verrà offerta la possibilità di fare tirocini, se è un giovane che ha fatto un dottorato di ricerca avrà anche incentivi per l’assunzione, se invece è un giovane che ha abbandonato gli studi e non ha ancora un diploma o una qualifica spendibile, potrà usufruire di un percorso di formazione all’interno del sistema formativo. Inoltre, consiglierei di fare un’attenta valutazione di quali sono le competenze e le capacità del ragazzo, e vedere se rispetto a ciò che oggi offre il mercato, ci sono ulteriori percorsi di formazione professionale a cui potrebbe accedere.”

“Riguardo ai tirocini: lei li considera una buona opportunità per entrare nel mondo del lavoro oppure crede che possano diventare un ostacolo che frena e ritarda questa entrata?”

“Ho voluto personalmente, insieme al presidente Rossi, la Legge Toscana sui tirocini. Volevamo superare una situazione nella quale sostanzialmente i tirocini erano una forma di sfruttamento dei ragazzi. Si offrivano tirocini in cui i ragazzi non venivano pagati e non veniva neanche offerto un luogo di lavoro. Inoltre, si facevano tirocini in attività per le quali non c’era nessuna reale formazione.

marystarsimoncLa Legge Regionale sui tirocini è un percorso formativo che si può fare solo una volta, per una qualifica professionale che necessita di un progetto formativo, di un tutor, del Centro per l’Impiego o un altro soggetto pubblico che fa da garante al percorso. È anche obbligatorio un rimborso spese minimo di 500 euro mensili,a cui la Regione Toscana compartecipa con 300 euro, ed è definito un percorso di tempo in cui il tirocinio viene effettuato. Quindi, abbiamo evitato che il tirocinio diventasse una forma di sfruttamento, riportandolo all’interno di un percorso formativo.

Il tirocinio è utile secondo due punti di vista: primo perché permette al giovane di misurare e arricchire le proprie competenze e quindi farsi un’esperienza che un domani sarà spendibile nel mondo del lavoro; secondo, perché in tanti casi ha permesso alle aziende di valutare le capacità del tirocinante e di assumerlo. Purtroppo ad oggi sono state ancora poche le assunzioni a tempo indeterminato, però nel mondo del lavoro raramente siamo di fronte a contratti di questo tipo (che in Toscana rappresentano solo il 10% delle assunzioni totali). C’è però da dire che una buona parte di ragazzi che hanno effettuato tirocinio, è stata poi confermata, soprattutto nell’ambito di incarichi di più alta qualifica, dove è richiesta una maggiore competenza.”

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Giovanna Rossi: “Vi racconto la Fondazione Orizzonti d’Arte”

Intervista a Giovanna Rossi presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi Da circa due anni Giovanna Rossi, ex dirigente Nissan Italia ed ex Direttore Generale della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte…

Intervista a Giovanna Rossi presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi

Da circa due anni Giovanna Rossi, ex dirigente Nissan Italia ed ex Direttore Generale della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, da sempre impegnata in attività culturali, ha accettato con entusiasmo la sfida che la vede a capo della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi.

Nel 2012 infatti, nasce a Chiusi la Fondazione Orizzonti d’Arte, il comune ha dato vita alla fondazione con l’obiettivo di proseguire con l’attività culturale, articolarla in quattro fondamentali momenti culturali, quattro fasi scandite nel tempo: Autunno per le mostre, Inverno per il teatro, Primavera per la musica e la danza, Estate per i Festival.

Signora Rossi come sta andando la Fondazione Orizzonti d’Arte?

“La Fondazione Orizzonti è arrivata quest’anno al terzo anno di vita e diciamo che in questi tre anni ha raggiunto obiettivi che non credevamo fossero possibili, sta riscuotendo sempre più successo e sempre più consensi. Questo è dimostrato dal fatto che il primo anno avevamo dodici sostenitori privati, mentre adesso siamo arrivati a trenta, questo va sostegno del fatto che c’è un interesse sempre maggiore riguardo al nostro operato”.

Qual è la mission del Festival Orizzonti d’Arte?

“Il Comune della Città di Chiusi ha dato vita alla Fondazione Orizzonti d’Arte con l’obiettivo di proseguire l’attività del Festival ed ha attribuito al nostro Ente una missione ambiziosa: diventare il soggetto promotore della cultura e dell’arte sotto ogni sua forma a partire dal nostro territorio. Non si parla solo di promozione sul cittadino, ma di promozione su tutto il territorio. Sul nostro statuto è riportato che dobbiamo lavorare gomito a gomito con il SistemaChiusipromozione che prevede turismo, commercio e cultura a trecentosessanta gradi. E’ per questo che le attività della Fondazione spaziano dall’ormai consolidato Festival Orizzonti, al teatro, alla musica, alla danza e alle mostre”.

Parliamo del calendario eventi della Fondazione, che tutti gli anni studia per renderlo sempre più ricco di grandi spettacoli.

“Le iniziative della Fondazione coprono tutto l’arco dell’anno, ad iniziare dalla stagione teatrale. Da gennaio ad aprile, ci dedichiamo alla stagione teatrale e quest’anno abbiamo avuto sei spettacoli che hanno riscosso un notevole successo. Abbiamo cercato degli spettacoli che potessero essere graditi da tutto il nostro pubblico, ma che fosse propedeutici di un passaggio di livello più alto rispetto a quelli proposti. Siamo stati contenti per la partecipazione del pubblico, perché nonostante la crisi, abbiamo avuto il teatro sempre tutto esaurito e anche gli abbonamenti sono stati confermati quelli dell’anno prima”.

Quindi un grande successo per la stagione teatrale di Chiusi. Per quanto riguarda  gli altri appuntamenti?

“Gli altri appuntamenti sono stati, a giugno il Lars Rock Fest, che quest’anno si è dimostrato un bell’esperimento, in quanto le condizione climatiche a noi poco favorevoli, all’ultimo momento ci ha scombinato un po’ piani. Abbiamo dovuto passare dalla piazza al teatro nel giro di pochi che per un festival del genere non è facile, ma alla fine ha ottenuto il risultato sperato”.

Parliamo invece di Chiusi nella Danza.

Chiusi nella Danza 2014, quest’anno è divenuto un Festival. Un Festival tanto desiderato, ma anche preoccupante perché fare un festival è diverso dal fare una rassegna, come lo era l’anno passato. Il progetto di Chiusi nella Danza è affidato dall’anno scorso a Samuel Peron, con un programma denso di impegIMG_1848ni e di interventi. Il punto di forza dell’edizione 2014 sono gli appuntamenti formativi, stage di livello intermedio e avanzato che quest’anno sono tenuti da Kristian Cellini per il lyrical jazz, Giovanni Eredia e Cesira Miceli per il tango, Antonio McVillan e Giulia Fantini per lo swing, Maykel Fonts e Relle Niane per la salsa. La novità di questa edizione è il laboratorio coreografico sul movimento e la drammaturgia corporea tenuto da Marianna Giorgi, della durata di nove ore, i cui risultati verranno presentati al pubblico nell’ultimo giorno di Chiusi nella Danza”.

E il Festival Orizzonti?

“La macchina organizzativa del Festival Orizzonti prenderà il via logistico il 25 luglio, quando cominceranno ad arrivare tutti gli artisti, ma l’inizio degli spettacoli e degli appuntamenti sarà il 1 di agosto fino al 10 agosto. Il nuovo direttore artistico Andrea Cigni, noto regista di opera, ha messo insieme un programma denso di ogni espressione di cultura, dalla presentazione del libro di Philippe Daverio, agli spettacoli di musica lirica e alle mostre, come quella della Sartoria Farani, una delle sartorie più importante d’Europa per i costumi teatrali e storici. Questo festival vedrà 103 artisti ospiti a Chiusi e alloggiati tutti nel territorio, con grande nostra soddisfazione. In più 71 eventi , 10 giorni di programmazione, 1200 pasti, numeri ufficiali che vede Chiusi coinvolta a tutto tondo”.

Quanto è importate per Lei la Fondazione Orizzonti?

“La Fondazione Orizzonti è per me molto importante, sia perché ho iniziato questo percorso fin dalla sua nascita, sia perché lavorare nella “cultura” è sempre stato un mio desiderio essendo appassionata di musica, di teatro e di arte in genere quindi. Quando mi sono ritirata dal lavoro ho accettato di buon grado l’ incarico che mi aveva offerto il Comune di Montepulciano per l’organizzazione di un evento, approdando successivamente alla direzione del Cantiere Internazionale d’Arte. Al cambio dei vertici della Fondazione Cantiere il mio compito era terminato ed il Sindaco di Chiusi, Stefano Scaramelli, mi ha offerto la carica di Presidente della neonata Fondazione Orizzonti d’Arte. Ho accettato con orgoglio e faccio il mio lavoro con molta passione”.

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Serge Latouche e la sua idea di Europa. Intervista all’economista filosofo francese

Lunedì 7 luglio la Riserva Naturale del lago di Montepulciano ha accolto Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama internazionale, ottenuta grazie alle sue teorie della decrescita felice, del…

Lunedì 7 luglio la Riserva Naturale del lago di Montepulciano ha accolto Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama internazionale, ottenuta grazie alle sue teorie della decrescita felice, del convivialismo, del localismo e da sempre grande avversario dell’occidentalizzazione del pianeta. L’incontro, organizzato da Legambiente e dagli Amici del Lago di Montepulciano, si è rivelato un momento di condivisione delle tipiche tematiche della ricerca accademica di Latouche, ha spaziato su temi quali la biodiversità, l’autonomia agricola, resilienza e i processi di costruzione di un Biodistretto in Valdichiana.

Serge Latouche è conosciuto in tutto il mondo per le sue opere di antropologia economica e per la sua critica ai modelli di imperialismo culturale e all’utilitarismo. Noi de La Valdichiana lo abbiamo incontrato e gli abbiamo posto alcune domande per capire meglio le sue teorie anche in relazione a quello che è l’attuale scenario europeo.

Buonasera Serge, Lei “contesta” la visione del mondo occidentale che mette al primo posto il fattore economico come indicatore di benessere. Ma secondo lei quale potrebbe essere il modo migliore per parlare in termini di ricchezza, soddisfazione e appagamento?

“Questa idea di indicatore è un’idea tipicamente moderna e occidentale. Per secoli le civiltà occidentali, appunto, hanno vissuto con la concezione di avere un indicatore di benessere, non se questo è bene o è un male, ma so che, avere un indicatore è una grande ossessione. Che cosa significa essere felice al 50% o al 70%, questa è una cosa assurda e tutto è partito dal momento che si è detto che il consumo aveva un prezzo e che tutto si valuta con il denaro. Dobbiamo uscire da questa ossessione e per capire se stiamo bene basta dire: “Sei felice o non sei felice”?

Può dirci cosa ne pensa dell’Europa, in particolare delle ultime elezioni europee, e quali politiche ritiene debbano essere attuate per seguire le sue teorie?

“Per seguire le mie teorie, l’Europa dovrebbe andare in direzione totalmente opposta. Oggi, la parola più usata in Europa è la parola competitività, ma cosa significa competitività? Produrre ad un prezzo più basso del vicino? Va bene, ma se il vicino può cavarsela perché fa concorrenza usando il lavoro dei cinesi e le mie operaie accettano di avere un salario più basso pur di lavorare, non va bene. Non possiamo seguire tutti il vicino altrimenti il mondo non andrebbe da nessuna parte. Per avere il benessere si deve creare il malessere più forte e l’Europa, seguendo questa strada, sta sbagliando totalmente”.

Qual è il suo punto di vista su progetti di sviluppo internazionale promossi da ONG, come la FAO, per lo sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo? Mi può dire una sua opinione su IFAD?

“La FAO ha avuto una visione ed è stata in grado di cambiare molto le cose. Per molti anni la FAO è stata in favore dell’agricoltura produttivista e di modernizzazione, mentre recentemente ha cambiato la sua visione, ha capito che per nutrire il mondo c’è bisogno di una agricoltura più biologica e questo mi sembra la visione più giusta”.

Lei teme il costo transazione verso il modello della decrescita, parlando in termini di disoccupazione, stato sociale e calo della popolazione? E una volta che le economia di scala salteranno ci sarà terra per tutti?

“Non sono ne agronomo ne profeta, ma come diceva Mahatma Gandhi: “La terra è abbastanza grande per soddisfare i bisogni di tutti, ma sarà sempre troppo piccola per soddisfare l’avidità di alcuni”. Dunque il problema non è che la terra non sopporterà una popolazione troppo grande, ma se i demografici dicono che la stabilizzazione della popolazione ci sarà nel 2050 a 10/12 miliardi è possibile che la terra non basterà e il problema non è che la popolazione di oggi è troppo forte, il problema è che molti hanno un’impronta ecologica troppo forte e se tutti vivevano come gli australiani ci sarebbe già troppa popolazione, mentre, viceversa, se tutti avessero vissuto come gli abitanti del Burkina Faso saremmo circa 23milioni e sarebbe stato un dato abbastanza sostenibile. Il problema non è la quantità di uomini è il consumo di alcuni uomini”.

La crescente obesità delle persone può essere legata a fattori di accesso al credito, alla pubblicità e alla obsolescenza programmata?

“È determinata dal sistema alimentare che risulta dal complesso agroindustria, della distribuzione attraverso i supermercati e dell’agricoltura industriale che fa dei prodotti con agricoltura basata su pesticidi, trasportati e venduti nei supermercati. Tali prodotti contengono troppi grassi cattivi, perché il grasso non è cattivo in se, dipende dal tipo, ed è il cattivo cibo che genera obesità. Non è la pubblicità o l’accesso al credito che genera obesità, la pubblicità induce a comprare ma non sempre sono prodotti di bassa qualità quelli che vengono pubblicizzati”.

Quali possono essere le strade per invertire la tendenza e raggiungere “l’arte di limitarsi”, come dice lei?

“L’arte di limitarsi è una cosa che dipende dalla disciplina personale, dall’educazione, del sistema d’informazione e dal risultato della creazione della mentalità. Siamo formati da un tipo di propaganda e si deve cambiare il tipo di propaganda che per anni ci hanno detto,che la dismisura doveva far parte dell’uomo e quindi tutte le culture cercavano di inquadrare questa dismisura. Di per se non è cattivo fare delle cose eccezionali che a sua volta portano a fare delle belle cose, ma è il fatto che tutte le cultura hanno cominciato ad imitarsi- Già nel XVII secolo Benville disse che siamo tutti sbagliati: “Dobbiamo liberare le passioni, l’avidità e la ricerca del potere”, quello che chiamavano “vizio” portava alla ricchezza pubblica, l’avidità era considerata una buona cosa ed il risultato è state persone come il “Lupo di Wall Street”, oppure Berlusconi che l’ha capita bene questa cosa – ride e conclude – Noi siamo troppo sulla strada della illimitatezza e quindi dobbiamo ritrovare i nostri limiti per vivere tutti meglio”.

Ringraziamo Serge Latouche per averci concesso questa bella intervista dove è stato espresso, in maniera semplice, quello che è il suo pensiero e come dovremmo comportarci per vivere tutti nel modo migliore.

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“Turismo, settore strategico per uscire dalla crisi”. Intervista all’europarlamentare David Sassoli.

È noto ormai che l’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti culturali, intesi come gruppi di edifici dal valore storico, estetico, archeologico, scientifico, etnologico o antropologico…

È noto ormai che l’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti culturali, intesi come gruppi di edifici dal valore storico, estetico, archeologico, scientifico, etnologico o antropologico e di siti naturali con caratteristiche fisiche, biologiche e geologiche. Entrambi rappresentano l’eredità del passato di cui noi oggi beneficiamo e che trasmetteremo alla generazioni future, inoltre l’Italia risulta essere al primo posto nella classifica del patrimonio Unesco.

Nonostante tutto questo, però, l’Italia è solo al sesto posto tra i paesi più visitati a livello mondiale, secondo la classifica di World Tourism Organization, l’agenzia delle Nazioni Unite e principale organizzazione internazionale nel campo del turismo, che promuove il turismo come motore di crescita economica, sviluppo inclusivo e sostenibilità ambientale.

Questo sta a significare che da noi il settore Turismo non è mai stato considerato strategico e che chi doveva promuoverlo in passato non è stato poi tanto efficiente ed efficace. Le associazioni dei consumatori e Confindustria, ma anche semplicemente chi lavora nel settore, concordano su un punto: manca completamente una politica nazionale del turismo. Da alcuni studi le Regioni, le Associazioni di operatori, le Province e i Comuni, risultano avere poca preparazione in questo settore e nei mercati esteri l’Italia è vista come se ogni realtà locale fosse in competizione con le altre realtà italiane. Questo vale anche per la Valdichiana, non possiamo concepire il turismo come un singolo distretto, o comune o campanile, ma è importante organizzare questo settore secondo un piano industriale, dargli delle regole e coordinando gli investimenti infrastrutturali.

Ed è proprio di questo che David Sassoli, attuale europarlamentare del Partito Democratico, ha parlato nel suo tour in Valdichiana, lo scorso maggio. Dobbiamo lavorare ad un’idea comune a tutto il territorio, che riguardi il turismo, piuttosto che la cultura o l’enogastronomia, per cercare di far crescere un marchio territoriale, credendo così delle potenzialità di una determinata area geografica, andando oltre le divergenze a livello territoriale

Durante il tour noi de La Valdichiana abbiamo chiesto a David Sassoli quali saranno le idee che la commissione europea intenderà portare avanti nel settore turismo per quanto riguarda la Valdichiana e l’Italia in generale:

“A Bruxelles io lavorerò nella Commissione Turismo, come ho lavorato il questi cinque anni. Quella passata è stata una commissione che ha operato molto sui trasporti, mentre questa che verrà sarà molto di più incentrata sul turismo, e lì dovremmo dimostrare di essere i più bravi. Riprenderci la possibilità di scommettere su un’industria del turismo che ha molte caratteristiche uniche al mondo. In Italia abbiamo il 60% delle ricchezze storico-artistiche, abbiamo il paesaggio più invidiato ed eccellenze enogastronomiche di una qualità che gli altri Paesi ci desiderano, insomma abbiamo tutto per fare un’ottima politica del turismo fondata nei nostri territori per valorizzarli a dovere”.

Sassoli continua:

“Dobbiamo mettere in sicurezza il nostro territorio, l’immagine di Pompei in questi mesi, non ci ha fatto bene, abbiamo ricevuto tanto dal passato e dobbiamo conservare per lasciarlo alle generazioni future, ma nello stesso tempo dobbiamo pensare che tutto questo debba diventare industria, non deve essere lasciato all’inventiva e all’approssimazione. Quella del turismo è l’unica industria non delocalizzabile che se ben piantata non ce la porterà via nessuno. Per fare questo c’è bisogno di infrastrutture, abbiamo bisogno di mettere in rete i nostri territori, abbiamo bisogno di creare accoglienza, abbiamo bisogno che gli altri ci chiedano i nostri valori e le nostre qualità, quindi dobbiamo essere a disposizione degli altri”

Conclude:

“Tutto questo deve far parte di una politica nazionale, un assest così strategico non può essere frantumato in responsabilità regionali. Gli italiani dovranno dimostrare le proprie qualità dobbiamo dimostrare di essere i più bravi in questo settore visto le nostre innumerevoli potenzialità”.

Riusciremo a dimostrare di essere i più bravi?

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I miei quadri? I miei compagni di vita! Marta Marcocci, giovane pittrice, racconta la sue opere

Durante la X edizione de La Valle del Gigante Bianco, da poco conclusa a Bettolle,  ho avuto modo di conoscere e apprezzare le opere d’arte di una giovane artista di…

Durante la X edizione de La Valle del Gigante Bianco, da poco conclusa a Bettolle,  ho avuto modo di conoscere e apprezzare le opere d’arte di una giovane artista di Torrita, Marta Marcocci, alla sua prima “personale”. Ovviamente io non ho perso tempo a conoscerla e a farmi raccontare qualcosa di più di lei e delle sue creazioni.

“Io sono una persona come tante altre – inizia Marta – Ho quasi diciotto anni e frequento la quarta Liceo Classico. Ho tanti interessi e passioni, diciamo che sono poche le ore libere nella mia settimana! Oltre all’arte amo anche la pallavolo e le lingue. Fin da piccola sono stata stimolata a essere creativa e mi ritengo fortunata per questo, questo mi ha insegnato a vedere le piccole cose del mondo che purtroppo veramente poche persone notano”.

Marta ha iniziato ad approfondire la sua passione circa quattro anni fa:

IMG_2076“Quando ho iniziato non avevo grandi aspettative, volevo solamente coltivare quell’attrazione naturale che sentivo per l’arte. Per me era quasi un esercizio di rilassamento mentale, mi aiutava a scaricarmi da tutta la tensione scolastica. Per i primi tre anni ho fatto soprattutto “copiati”, sceglievo un quadro e lo ricopiavo più fedelmente possibile, impiegando tal volta anche mese. Poi a Settembre dell’anno scorso qualcosa è cambiato. Federico D’Agostino, il pittore che mi insegna, mi ha spinto ad andare oltre, a provare a mettere qualcosa di mio, di personale nei quadri. All’inizio ero piuttosto scettica, non sapevo come muovermi, non sapevo nemmeno cosa fosse di preciso l’arte contemporanea. Poi ho cominciato ad informarmi, a leggere libri a riguardo ed ecco che tutti quegli schizzi e linee senza senso hanno cominciato ad assumere un significato”.

Apparentemente caotica, la pittura di Marta rappresenta tutte le tematiche di un periodo di profondo cambiamento politico e sociale, ma anche tutte le problematiche personali dei giovani come lei.

“Quando comincio un nuovo quadro di solito ho ben chiaro il soggetto. Tutto parte da un’idea, un’ idea che viene fuori nei momenti più inaspettati, sull’autobus, la mattina, durante un’ ora di lezione, di notte. Ma è comunque un qualcosa di involontario! Comincio a disegnare e mano a mano osservo e cambio ciò che non mi piace. Amo gli schizzi, le pennellate scomposte, mescolare tinte all’acqua con gli smalti. Io stratifico, aggiungo colori su colori fino quando non sono soddisfatta. Il risultato deve esprimere tensione, deve essere carico di pathos, questa è l’unico obiettivo prefissato”.

Continua a spiegarmi Marta:

“Ultimamente mi sono concentrata sul rappresentare le emozioni. Mi definirei quasi una “mezza-espressionista”. I soggetti devono essere personali, ma non troppo. Devono esprimere quello che hai dentro, ma allo stesso tempo dare anche agli altri una chiave di lettura che gli permetta di immedesimarsi e di capire”.

IMG_1499Mentre stavo guardando le creazioni di Marta, la mia attenzione è stata richiamata da una sua opera in particolare, raffigurante un volto di una ragazza e due mani, Marta che cosa hai rappresentato in questo quadro:

“La ragazza del quadro che stai vedendo è colta con un espressione quasi di estraniamento. E’ stupita, colta di sorpresa. Qual è la prima reazione alla paura? Mettere le mani avanti. Ed ecco che “l’altra lei” lo fa. Ma in questo gesto, così spontaneo e d’impulso c’è già la volontà di rialzarsi, di difendersi, di non lasciarsi abbattere. E’ un autoritratto? Non saprei! Credo che sia ciò che tutti noi dovremo fare di fronte alle difficoltà: non lasciarsi abbattere”.

Cosa rappresenta per te questa mostra?

“Questa mostra è stata una grande soddisfazione per me, e speriamo anche un trampolino di lancio! Riguardo al futuro non so cosa farò. Otto mesi fa non avrei mai detto che avrei esposto i miei quadri e che avrei riscontrato tanto successo! Spero che ci sia l’arte nel mio futuro, anche se mi rendo conto che le possibilità di “sfondare” sono una su un milione. Sto pensando ad una facoltà che mi permetta di coltivare anche il mio lato artistico, forse Architettura. Comunque andrà sono sicura che i miei quadri saranno con me, magari non come lavoro, ma anche come semplici “compagni di vita”. Non ci resta che incrociare le dita!

Faccio un grande in bocca a lupo a Marta perché questi suoi “compagni di vita” diventino la sua vita e la ringrazio per questa bella chiacchierata.

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“Sempre Nomadi”. Intervista a Beppe Carletti dei Nomadi

Chi l’avrebbe mai detto: i Nomadi in concerto a Bettolle! Dal momento in cui è trapelata la notizia nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita dell’impresa. I più scettici storcevano il naso,…

Chi l’avrebbe mai detto: i Nomadi in concerto a Bettolle! Dal momento in cui è trapelata la notizia nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita dell’impresa. I più scettici storcevano il naso, gli invidiosi speravano nella cattiva sorte, gli addetti ai lavori, fiduciosi, non credevano di potercela fare, i fan in fibrillazione non vedevano l’ora che arrivasse la data del concerto, Tante opinioni ed emozioni diverse, senza tenere conto del gran lavoro dietro le quinte. Alla fine l’impresa è riuscita, e Bettolle ha ospitato il concerto-evento dei Nomadi, prima Tappa Toscana del tour 2014.

E che concerto! Unico e impareggiabile per alcuni, da brivido per altri, memore dei bei tempi andati per i più. I Nomadi a Bettolle hanno messo d’accordo grandi e piccini, fan più o meno sfegatati, curiosi e indifferenti, passato e presente della musica. Sono tutti accorsi al concerto, nonostante il freddo atipico di una notte di inizio estate e i problemi burocratici usciti fuori “all’ultimo momento”, per vivere un pezzo della storia della musica italiana.

Il “popolo nomade”, così chiamati i tifosi di Beppe Carletti & Co., è arrivato allo Stadio Comunale Arrigo Tempora di Bettolle, per ascoltare il gruppo musicale più longevo del panorama artistico italiano, che con i suoi cinquanta anni di storia rappresenta non solo un riferimento musicale, ma anche un esempio di compattezza per più generazioni.

Noi de La Valdichiana, ovviamente, non potevamo mancare all’evento! Armati di tutti gli strumenti del mestiere, siamo riusciti a incontrare dopo le prove il leader storico dei Nomadi, Beppe Carletti, che in maniera del tutto amichevole ha risposto ad alcune nostre domande.

“Che cosa si prova ad essere il leader storico di un gruppo come i Nomadi?”

 “Io non mi sento un leader, e per di più un leader che dura da 50 anni. Diciamo che quella dei Nomadi è una storia nata con Augusto nel 63’, poi Augusto mi ha abbandonato e non è stato semplice, ma mi ha lasciato in buona compagnia, perché sto continuando un viaggio bellissimo, con degli amici bellissimi e ci stiamo divertendo tantissimo. Mi sento bene!”

10438813_10203787709438178_1901084440_n “Il vostro ultimo album si chiama 50+1, perché?”

“Perché quest’anno sono 51 anni e allora ci siamo fatti un tributo con questo nuovo lavoro. Questo doppio album ripercorre e rivisita brani immortali come “Io vagabondo”, “Noi non ci saremo”, “Un pugno di sabbia”, “Io voglio vivere”… 32 canzoni del passato a cui si aggiungono i due inediti “Nulla di nuovo” e “Come va la vita”. Abbiamo fatto 50+1 in attesa di nuove produzione”.

“A questo punto viene da chiedere subito, 50+1 e poi, progetti per il futuro?”

 “Faremo 50+2, funziona così No? – ride Beppe Carletti – Beh, ne riparliamo l’anno prossimo, per adesso portiamo in giro il nostro tour. Nei giorni passati eravamo in Sardegna, oggi qua a Bettolle, il 7 a Padova, il viaggio continua in giro per tutta Italia. Intanto ci godiamo il presente perché avere la possibilità di stare su un palco con della gente davanti è una casa bellissima. C’è sempre tempo per pensare al futuro!”

“C’è qualcosa nella tua vita da artista che non hai fatto e che avresti voluto fare?”

“Penso che più o meno abbiamo ed ho fatto tutto di quello che c’era da fare. Poi c’è sempre qualcuno che arriva e ti dice “guarda tu questo non l’hai fatto”, Eh va beh! Ad un certo punto bisogna anche accontentarsi. Anche io vorrei andare a suonare dove hanno girato il video gli U2, quello ambientato sopra un grattacielo, hai presente No? Beh, sarebbe bello, ma so che ciò non sarebbe possibile e quindi vado sul palco qua a Bettolle, faccio musica e sto benissimo!”.

10438716_10203787704158046_1515338322_n“Se dovesse dare un consiglio ai giovani che vogliono fare musica adesso, quale sarebbe?”

“Il consiglio è quello di suonare per amore della musica e non per avere successo, perché quando suoni e cerchi il successo a tutti i costi, difficilmente avrai il successo che ti aspetti. Il successo quando arriva non ti avverte, arriva e basta, certo bisogna sempre andare avanti e cercare suoni nuovi e diversi per distinguerti dagli altri, però se tu suoni per avere successo non andrai mai da nessuna parte”.

“Che effetto fa vedere migliaia di fan sotto il palco tutte le volte che suoni?”

“E’ troppo bello, è una cosa che ti riempie, che da la carica ogni volta che sali là sopra, ti stimola a dare sempre il meglio. L’affetto che ricevi è grande, e tutte le volte ti viene sempre voglia di dare di più”.

Ed è questo l’insegnamento giusto da seguire: più fai bene, più il pubblico ne è contento e più dai il meglio. E io aggiungo: le cose belle riescono solo con la collaborazione di tutti e con la condivisione degli obiettivi, senza dover continuamente guardare l’orticello altrui che puntualmente ci sembra sempre più verde. Come ci ha raccontato Beppe, se ci si impegna in qualcosa, si deve fare per il piacere di farla, altrimenti risulterà essere un totale insuccesso.

Ringraziamo Beppe Carletti per questa bella intervista e ci uniamo al saluto che Beppe ha riservato a tutti i nostri lettori, sperando davvero che i Nomadi tornino a trovare la Valdichiana.

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Lo Stato dell’Arte: intervista a Sonia Mazzini

“Un festival europeo, che vuol rimanere popolare” intervista a Sonia Mazzini, Presidente della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. “Non abbiamo paura di portare l’educazione musicale negli asili nido o…

“Un festival europeo, che vuol rimanere popolare” intervista a Sonia Mazzini, Presidente della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano.

“Non abbiamo paura di portare l’educazione musicale negli asili nido o tra i banchi del mercato. Bisogna allenarsi costantemente alla cultura, è come andare in bici”.

Parlare di Cantiere Internazionale d’Arte obbliga partire dal manifesto di Henze, dove si teorizzava un’officina per giovani artisti, una contaminazione con il pubblico e una ricerca di nuove forme artistiche. Dove, soprattutto, non si viene pagati ma agli artisti deve bastare vitto e alloggio, naturalmente con la buona cucina toscana. E’ difficile rimanere fedeli a quel manifesto semplice e rivoluzionario?

La fedeltà al manifesto di Henze non è una scelta romantica, ma una necessità inderogabile. Essere all’altezza di una personalità come quella di Hans Werner Henze, tra i più gradi compositori e divulgatori culturali del Novecento, è un’incombenza che richiede impegno e dedizione: pur nei nostri limiti siamo fieri di perseguire la costruzione di una manifestazione come il Cantiere che non è un festival commerciale, ma un evento di animazione sociale dove gli artisti lavorano senza percepire compensi, in cambio soltanto di un’esperienza culturale e formativa. A Montepulciano, diceva Henze, siamo tutti insegnanti e al tempo stesso studenti.

Il successo del Cantiere è sotto gli occhi di tutti. Nella varietà degli spettacoli, nelle collaborazioni, come ci si perfeziona dopo trentanove anni?

Cerchiamo di essere aperti a qualsiasi collaborazione locale, nazionale ed internazionale che migliori le nostre competenze e la nostre sensibilità. Siamo convinti che solo dal confronto scaturisca il miglioramento: per questo collaboriamo con realtà culturali prestigiose come il Royal Northern College of Music di Manchester, con istituzioni ministeriali, regionali ed europee e con numerosi soggetti locali. Il perfezionamento però si ottiene anche promuovendo la didattica musicale, così da formare nuove generazioni sensibili e aperte ai diversi linguaggi culturali.

Sonia MazziniCantiere è un’istituzione sulla quale punta molto il Comune di Montepulciano e l’intera area Valdichiana. Quanto è cresciuta la rete di collaborazioni?

Siamo arrivati a gestire un Istituto di Musica e la stagione del Teatro Poliziano, così come abbiamo ampliato le nostre attività sul territorio. Sulla didattica musicale, ad esempio, siamo molto attivi a Cetona e Sarteano, dove abbiamo aperto sedi distaccate della nostra scuola musicale. In questi Comuni, così come a Pienza e a Torrita di Siena, portiamo avanti da anni i progetti di propedeutica musicale nelle scuole. Sempre a Torrita di Siena abbiamo organizzato le ultime due edizioni del Concorso Internazionale di canto lirico “Giulio Neri”, lanciando la competizione sul panorama nazionale. Abbiamo addirittura un corso di organo a Gioiella, in territorio umbro.

 

Qualche anticipazione per la prossima edizione?

Il prossimo ottobre ospiteremo l’Orchestra giovanile di Zurigo per una tournée che stiamo organizzando in diverse città toscane. E il prossimo 39° Cantiere Internazionale d’Arte, oltre ai consueti appuntamenti diffusi su tutti i Comuni aderenti alla Fondazione Cantiere, prevede uno spettacolo di teatro musicale itinerante che si muoverà su diverse piazza del territorio. Vorremmo allargare ulteriormente questa rete di cooperazione e siamo quindi disponibili a qualsiasi proposta che valorizzi la produzione culturale della Valdichiana, a partire dai i teatri dell’area.

Un territorio come il nostro senza cultura sarebbe quasi esclusivamente paesaggio e storia. Che non è poco, per fortuna, ma non sarebbe abbastanza. Produrre cultura evita di tenderci pura periferia, ci mantiene vivi e in salute, concorda?

La produzione culturale, in tutte le sue declinazioni, è l’unità di misura per la salute di una società. Siamo talmente convinti di questo che lavoriamo alacremente, ogni giorno, per animare la creatività locale, nazionale ed internazionale. Chi produce cultura ne diventa anche un consumatore consapevole: siamo quindi fortunati ad essere radicati in un territorio vivace, dove, oltre a noi, ci sono numerose altre realtà: scuole di musica e danza, compagnie teatrali, associazioni culturali di ogni natura. Stiamo forse scoprendo quanto sia bello e salutare essere vitali.

Accennavi ad alcuni progetti musicali nelle scuole primarie, addirittura negli asilo nido. Quanto è importante far crescere i bambini immersi nella musica?

Un bambino che segue i nostri progetti didattici è un bambino che apparentemente suona le claves (i legnetti), ma che in realtà sta imparando la coordinazione motoria, il senso ritmico, la socializzazione del lavoro di gruppo e mille altre virtù scientificamente dimostra dalle ricerche su cui si basano i nostri modelli pedagogici. Per non parlare dei bambini di 6 anni che vanno a scuola con violini e violoncelli: lì serve disciplina, attenzione, sensibilità intellettiva. Bastava vedere i nostri ragazzi che hanno recentemente messo in scena un’operina e un concerto per rendersi conto dei benefici.

Eppure l’Italia, paese di grandi talenti  musicali e tradizione artistica, affida l’insegnamento delle arti e non solo musicale, ad un ruolo di secondo piano, quasi accessorio.  Il ruolo pubblico quale dovrebbe essere?

In un paese come l’Italia, in una regione come la Toscana, conoscere le arti e i linguaggi culturali significa conoscere se stessi, il contesto dove si nasce e si cresce, la predisposizione all’apertura mentale che sarà sempre premiata, anche sul piano professionale. Per questo sarebbe necessario un investimento massiccio di risorse e di innovazione sulla scuola pubblica.

Anche la cultura deve fare sforzo di rendersi popolare?

Sicuramente sì. Noi stiamo provando ad aprire tutte le nostre produzioni ad una fruizione più possibile popolare, anche se non è sempre semplice perché talvolta la crescita culturale richiede uno sforzo che ognuno di noi deve fare. Del resto, se uno fa 5 km in bicicletta dopo un periodo di inattività si sentirà affaticato, ma alla lunga la muscolatura sarà più tonica. Proprio per rafforzare la muscolatura culturale del nostro territorio, noi cerchiamo di aprire concerti gratuite nelle piazze e nelle strade e di mantenere accessibili i prezzi dei biglietti: abbiamo persino portato affermati professionisti internazionali ad esibirsi tra i banchi del mercato di Montepulciano.

Tra poco elezioni europee. Non chiedo certo valutazioni politiche, ma il Cantiere lo scorso anno è stato l’unico festival culturale italiano riconosciuto a livello europeo. Un prestigio importante, un orgoglio per Montepulciano e per un’intera area che crede nel progetto. Dobbiamo forse toglierci qualche pregiudizio in più sull’Europa e imparare a sfruttare le possibilità che può aprire?

Abbiamo compreso l’importanza dell’Unione Europea lavorando al progetto che è stato finanziato nel 2013: siamo testimoni diretti delle risorse economiche, sociali e culturali che può offrire l’Europa, a patto che decidiamo noi cittadini di esserne protagonisti. Siamo stati invitati al Forum europeo della cultura di Bruxelles, stiamo collaborando con Siena2019 – Città candidata a capitale europea della cultura, ci stiamo confrontando con le istituzioni europee perché dobbiamo occupare tutti i possibili spazi di cittadinanza. E perché dobbiamo capire che l’Europa siamo noi.

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“Compagnia Teatro Giovani Torrita”: dal ’97 continua la scalata

La “Compagnia Teatro Giovani Torrita” nasce nel 1997 da un’idea di Paolo Benvenuti, nata con l’intento di stimolare e sostenere la crescita dei ragazzi attraverso l’arte e la cultura teatrale…

La “Compagnia Teatro Giovani Torritanasce nel 1997 da un’idea di Paolo Benvenuti, nata con l’intento di stimolare e sostenere la crescita dei ragazzi attraverso l’arte e la cultura teatrale in ogni sua forma, con riferimento particolare al teatro musicale.
Nel 2009 ha inizio la salda collaborazione con Fabiola Ricci, ed è grazie al suo contributo che a Torrita nasce l’Accademia Toscana del Musical Theatre: un percorso formativo composto da stage con professionisti del settore e corsi annuali come il Corso di Canto e il Corso di Teatro e Avviamento al Musical per bambini e ragazzi. Matteo Benvenuti ci ha parlato di questa Compagnia, fiore all’occhiello per Torrita di Siena.

The Wedding Singer” è il vostro ultimo lavoro, ma sappiamo che sono numerosi gli spettacoli che avete messo in scena prima di questo.

“Il primo spettacolo della Compagnia – spiega Matteo – va in scena nel ’97, tratto da “I racconti di Natale di Charles Dickens”, seguito l’anno dopo da “Forza Venite Gente” sulla vita di Francesco d’Assisi. Il successo è notevole e rafforza nel gruppo la voglia di andare avanti impegnandoci in un vero e proprio musical. Viene proposto in versione italiana “Joseph, il re dei Sogni”, tratto da “Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat”, della coppia Webber-Rice, i creatori di musical tra i più famosi nel mondo. Nel 2000, la Compagnia porta in scena “Il Fantasma di Canterville”, musical tratto dall’omonimo romanzo di Wilde, scritto da Franco Travaglio.
Nel 2005 inizia la fortunata tournée con “Jesus Christ Superstar” nella versione italiana tradotta da un gruppo di ragazzi della Compagnia. Gli anni 2008 e 2009 sono stati dedicati alla messa in scena di una serie di concerti spettacolo: “Musical Greatest Hits Celebration” e “Make Musical Not Wall”, quest’ultimo realizzato nell’ambito del progetto di cooperazione internazionale con il popolo palestinese “Terre di Toscana. Strumenti per la pace”. Altro importante progetto è stato “AstroSchool Musical”, spettacolo creato per il Planetario dei Licei Poliziani, una vera e propria lezione di astronomia in musica. Nel maggio 2010, debutta “The Rocky Horror Experience”.

La scelta di mettere in scena l’opera “The Wedding Singer” è una casualità?

222737_10150184344035770_334726_n“Non è una casualità. Tutto ha inizio quando una sera di dicembre, io e i ragazzi stavamo provando per “AstroSchool Musical”. Arriva Paolo e ci dice che ha una nuova sfida da proporci, infila il cd nello stereo e parte la prima canzone di “The Wedding Singer”: energia allo stato puro!
Decidiamo così di partecipare con la versione italiana di “The Wedding Singer” al progetto You Media la comunicazione fra e per i giovani. “Il Wedding”, è un concentrato di adrenalina che si riflette nelle canzoni, nei fantastici personaggi e in tutto lo spettacolo, dall’inizio alla fine. É un po’ come Grease, solo ambientato nei mitici anni ’80. La prima dello spettacolo si tiene nel maggio 2011 e vince anche dei premi al concorso del Teatro Nuovo di Milano nel 2012. Quest’anno, riporteremo in scena questo bellissimo spettacolo al teatro Mascagni di Chiusi il 23 e 25 Maggio 2014 con un cast rinnovato”. – racconta Matteo

Di spettacoli tra i quali potete scegliere ce ne sono a bizzeffe, quindi viene spontaneo chiedere se avete dei criteri particolari con cui scegliete gli spettacoli da realizzare.

“Di un musical ti devono appassionare le musiche e la storia. Già da quando lo ascolti su cd ti deve venir voglia di ballare e di emozionarti. È stato così per tutti i musical che abbiamo messo in scena. Un Musical ti deve stregare subito! “The Wedding Singer” ne è l’esempio: ti conquista perché è eccezionalmente esplosivo”.

La Compagnia ha partecipato ad importanti concorsi, vincendo anche dei premi. Nel 2012 la Compagnia viene selezionata per partecipare al Festival Nazionale del Teatro Nuovo di Milano. Il 13 luglio, va in scena a Milano “The Wedding Singer”. Il risultato? 1° premio come miglior spettacolo musicale, 3° premio come miglior spettacolo in assoluto, ed uno degli attori, Giulio Benvenuti, vince il 1° premio come miglior attore in assoluto. Nel 2009 ha partecipato al concorso di Musical a Firenze a DanzaInFiera arrivando tra i primi Cinque con una riduzione di Jesus Christ Superstar. In questa occasione, uno dei ragazzi, Federigo Marignatti, ha vinto una borsa di studio che gli ha aperto la strada verso quella che adesso è diventata la sua professione, il performer.

Siete una Compagnia molto coinvolgente, ma se qualcuno volesse entrare a far parte del vostro gruppo deve seguire un iter particolare o deve avere precise competenze?

224099_10150184139875770_6487373_n“In realtà no – spiega sempre Matteo – la nostra è una Compagnia aperta a tutti e chiunque può partecipare. Non ci sono limiti di età e nemmeno di distanza ormai, visto che alla nuova produzione del “Wedding” prendono parte ragazzi che arrivano da tutta Italia!
All’interno della Compagnia ci sono sia persone che lo fanno per hobby, sia ragazzi che vorrebbero avvicinarsi al teatro, alla musica e al musical per professione.
Sicuramente la Compagnia Teatro Giovani Torrita è un’opportunità per chi vuole perfezionare la tecnica vocale e lo studio artistico, ma anche per chi vuole imparare a calcare il palcoscenico e divertirsi nel farlo”.

Fare musical non è una cosa semplice. Quali sono le caratteristiche che una persona deve avere per farlo?

“Prima di tutto bisogna avere tanta voglia di mettersi in gioco, di divertirsi e di imparare. Non è affatto semplice. Nel musical si canta, si balla e si recita nello stesso momento, ma dopo aver imparato la tecnica e aver faticato un pochino, il palco e il pubblico ti ripaga di tutto il sudore versato.
La motivazione e l’approccio usati per realizzare uno spettacolo cambia il risultato dal giorno alla notte. La soddisfazione è mille volte maggiore se ci metti il cuore e l’impegno. Un’altra cosa fondamentale è il gruppo. Fin dal corso dei più piccoli si insegna il rispetto per gli altri. S’impara ad ascoltarsi, a stare insieme e a gestire se stessi in funzione di chi ci sta intorno.
In uno spettacolo, nessuno è “il più importante”, perché tutti sono fondamentali”.

Tanto per fare un po’ i curiosi, rivelateci i vostri progetti futuri. Cosa avete in programma, dopo lo spettacolo al Mascagni di Chiusi?

“Portare “The Wedding Singer” in tantissimi teatri, sempre continuando con la formazione attraverso l’Accademia Toscana del Musical Theatre.
Abbiamo inoltre già tanti appuntamenti estivi al Teatro degli Oscuri di Torrita e ci piacerebbe portare i bambini in tournée con il “Mago di Oz”.
Altro importante appuntamento estivo è la premiazione del Premio Primo, che avremo l’onore di ospitare a Torrita il 29 Giugno. E infine saremo alle prese con lo stage di fine estate, un appuntamento apprezzato e molto atteso, diretto da Marco Columbro con Laura Ruocco, Antonello Angiolillo, Barbara Pieruccetti” – conclude Matteo

Augurandoci di vedere questo gruppo di ragazzi così affiatati e appassionati calcare i palcoscenici di tutta Italia, noi de La Valdichiana.it gli facciamo un enorme in bocca al lupo.

Puoi leggere anche: The Wedding Singer al Teatro Mascagni di Chiusi

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“Una preghiera per morire”, il “Pici Western” di Niccolò Notario

Da qualche mese è uscito “Una preghiera per morire”, cortometraggio di Niccolò Notario, un “Pici Western”, girato tra Sarteano e Abbadia San Salvatore. Il nostro blogger Tommaso Ghezzi ha incontrato…

Da qualche mese è uscito “Una preghiera per morire”, cortometraggio di Niccolò Notario, un “Pici Western”, girato tra Sarteano e Abbadia San Salvatore. Il nostro blogger Tommaso Ghezzi ha incontrato il principale ideatore, regista e co-sceneggiatore del progetto.

Niccolò mi accoglie nel suo studiolo di Montepulciano Stazione con un abbraccio caloroso e una bottiglia di Moretti da 66. Le pareti sono tappezzate di locandine cinematografiche e teatrali. “Lo studio è in uno stato provvisorio” mi dice “Domani torno a Roma, sono in fase di trasloco”. Niccolò Notario è tornato da poco in Italia dopo un’esperienza lavorativa a Londra. Adesso vive tra Montepulciano e Roma, dove segue corsi al Centro Sperimentale di Cinematografia, il più autorevole tra gli istituti di formazione e ricerca nell’ambito della settima arte. Dopo una serie di cortometraggi e lavori volontaristici, inizia ad ingranare la marcia ed inserirsi negli ambienti lavorativi del settore. Dalle finestre di casa sua, la Valdichiana si staglia come una marea quieta, un rigido orizzonte nitido e ondulatorio che sembra in movimento per quanto appaia morbido agli occhi; è qui, nel cuore della provincia, che Niccolò ha mosso i primi passi nel mondo della cinematografia. Ha iniziato da adolescente autodidatta, animato dalla somma curiosità e dalla spregiudicatezza giovanilistica che, quando assecondata correttamente, si traduce in vocazione pura e finisce per diventare un mestiere. Niccolò ha definito un efficace modulo di coltivazione del talento e dell’interesse; ha costruito intorno a sé una rete fatta ora di amatori, ora di semi professionisti, tutti legati al territorio.

Niccolò, iniziamo con una banalità; come ti sei avvicinato alla regia cinematografica?
Fin da bambino ero affascinato dal cinema. Mio padre era un fanatico dei kolossal storici e degli spaghetti western, con i quali mi ha nutrito sin da piccolo. Progressivamente è nata la curiosità di capire le dinamiche della costruzione dei film. Ho iniziato a fare “lavoretti” domestici, piccoli lavori infantili, prime “prove” (sorride). La prima volta in cui ho scritto qualcosa con l’intenzione di girarla ero in seconda media; un horror. Una cosa trashissima, infattibile.

Quali sono state le tue prime fonti per l’approccio alla regia?
Le mie basi tecniche erano essenzialmente tutorial su internet, libri teorici, riviste. Il tutto in completa autonomia. Senza uno schema preciso. Programmavamo le riprese così. Giravamo molte cose senza l’ambizione di pubblicarle; molto spesso non le finivamo nemmeno.

Perché usi il plurale?
In prima superiore ho incontrato altre persone con le quali ho condiviso la passione per il cinema. C’è stata una convergenza di intenti. È nata una sintonia. Forse da solo non avrei mai continuato; trovare altre persone che ti supportano materialmente, oltre che emotivamente, con il lavoro, con le collette per comprare le attrezzature, è stato fondamentale per la prosecuzione di questa passione. Soprattutto per prendere seriamente i lavori che cercavamo di fare. Con il tempo ci siamo specializzati in vari campi d’azione; chi si concentrava sulla stesura delle sceneggiature, chi approfondiva il ruolo di operatore, chi recitava, ecc… questa squadra credo si sia conformata al tempo di un primo cortometraggio, che non è mai stato pubblicato, intitolato “Dell’amore del prossimo”. È stato un bellissimo momento in cui si creò un nucleo operativo, soprattutto dal punto di vista tecnico, per la fotografia, il montaggio, la scenografia, operatori di camera, regia. Inizialmente ci siamo aggregati entro associazioni locali, l’APE (Associazione Poliziana Eventi) in primis; sotto l’egida dell’APE abbiamo girato “Vecchi Dentro” che, pur avendo tutti i limiti del suo tempo e tutte le inesperienze del caso…

…è un cult!
E’ un cult! (ride). No a parte scherzi; con “Vecchi Dentro” il gruppo si è ampliato. Sono entrati in contatto attori delle varie realtà teatrali del territorio, anche nuovi tecnici, che hanno reso il gruppo ancora più vasto. Ha avuto un valore di aggregazione, se non altro. Per la prima volta noleggiammo materiale professionale. Insomma fu un bel banco di prova; sebbene tutti amatori dilettanti, ci demmo un’impostazione professionale nel lavoro. Ci ha fornito un metodo. Dopo “Vecchi Dentro” fondammo l’associazione “Speed Arrow produzioni” che dava una struttura associativa riconosciuta legalmente al gruppo di lavoro. Abbiamo realizzato, prodotto e distribuito varie opere che variano dal videoclip musicale, al cortometraggio, al documentario, al reportage, abbiamo fatto collaborazioni e casting… Abbiamo conosciuto moltissime persone. I risultati sono stati molto buoni. Durante il periodo dell’associazione ho avuto l’opportunità di andare a ricoprire più ruoli; ora facevo il regista, ora il montatore, ora l’operatore, ora il direttore della fotografia. Io sono partito da un’idea di regia, ma sono arrivato a conoscermi attraverso più ruoli. Adesso sono approdato al montaggio; è la parte del lavoro che adesso trovo più interessante e stimolante.

Quali sono le difficoltà, al di là di quelle tecniche, che lo stare in provincia crea ad un ragazzo con velleità artistiche in ambito cinematografico? E cosa invece hai trovato di favorevole, per “fertilizzare” il terreno?
Il teatro e le compagnie teatrali sono state un bacino dal quale tirare fuori personalità interessanti; si sono creati bellissimi legami. Il teatro in questa zona è molto florido. Il cinema un po’ meno. È per lo più legato alla bellezza delle campagne sfruttate dalla pubblicità o da sporadiche megaproduzioni americane. Non c’è però un background per carpire informazioni ed esperienze. Noi ci siamo inventati da soli ed abbiamo imparato da soli, non c’era nulla – o poco – prima di noi. Per il resto le difficoltà economiche sono state un problema non da meno; in provincia c’è una maggiore resistenza da parte dei supporti degli sponsor. Siamo stati fortunati a trovare dei ‘fedelissimi’ che ci aiutano sempre. Ma è paradossalmente più facile trovare sponsor per uno spettacolo teatrale o un evento singolo che per una produzione cinematografica, sebbene nel secondo caso la diffusione e la visibilità sarebbe maggiore anche solo sfruttando la rete. Forse però lo stare in provincia ha stimolato con più forza quelle persone che si sono interessate al nostro operato e ne sono entrate a far parte, proprio per spinta centrifuga, per uscire dalla noia provinciale.

E siete usciti dalla provincia, fuori dal perimetro territoriale? In che modo?
Siamo usciti dalla provincia tramite i concorsi e le proiezioni, persino su alcune reti nazionali che si sono interessate a noi; su La3, su Sky e ComingSoon television, in seno a rassegne che venivano inserite nei palinsesti. Nel 2011 Teleidea ci dette uno spazio nel contesto delle programmazioni del Bravìo di Montepulciano, nel cui contesto girammo alcune clip e un cortometraggio (“Il Taglio” con regia di Filippo Biagianti, produzione di Niccolò Notario) che venne proiettato in diretta televisiva e in Piazza Grande prima della gara. Con il tempo ci siamo promossi sul terreno professionale. Alcuni di noi ce l’hanno fatta, e di questo sono contento.

Se osserviamo la tua personale produzione possiamo notare una forte presenza del cinema “di genere”, lontano dalle esperienze più “autoriali” dei cortometraggi. C’è molto del poliziesco, del western, del grottesco…
Stilisticamente non sono portato al genere comico, non mi va di far ridere. Tantomeno al romantico. Sono più legato al cinismo cinematografico. Mi piace sottolineare l’aspetto crudo della verità, degli atteggiamenti e delle persone. Mi piace anche sperimentare sul dinamismo del linguaggio e dei linguaggi. Mi sono trovato più portato a narrare le storie più cruente, legate alla realtà, che può essere ovviamente caricata, ma deve rimanere riconoscibile, immediata. Mi piace sì stirarla la verità, magari spettacolarizzare la violenza, ma rimango comunque legato ad un contesto reale; di sentimenti e atteggiamenti veri.

Hai fatto anche teatro…
Ho fatto due regie teatrali. Una “Voi che vivete sicuri nelle vostre case” per il giorno della memoria del 2010, presentato al teatro di Monticchiello, e “Lucky Luciano”, rappresentato nel 2012 al teatro degli Arrischianti di Sarteano, incentrato sulla figura del gangster italoamericano. Le basi di regia teatrale le ho apprese durante i corsi universitari del PROGEAS, nella facoltà di lettere e filosofia di Firenze, presso la quale mi sono laureato con una tesi sull’opera di Ugo Chiti, con il quale ho avuto modo di fare un tirocinio in teatro.

E per il teatro valgono gli stessi precetti estetici e stilistici che usi nel cinema?
La mia regia teatrale ha sicuramente subito l’influenza del cinema. Questo ha procurato delle cose che potevano essere lette o percepite male. Mi rendo conto per primo del mio aver adottato visioni diverse dal teatro tradizionalmente riconosciuto. Ho voluto ‘mettere a fuoco sul palcoscenico’, il che è un errore di base. Io sono abituato cinematograficamente ad imporre allo spettatore dove guardare; nel teatro la “messa a fuoco” della macchina non c’è, i punti d’attenzione vanno creati in modo diverso. Paradossalmente “Voi che vivete sicuri nelle vostre case”, del quale ho solo collazionato testi non miei che mi erano stati forniti e girava intorno ad una materia verso la quale non mi sentivo poi così adeguato, è stato apprezzato molto di più dagli addetti ai lavori rispetto al “Lucky Luciano” del quale mi sono state rimproverate alcune carenze. È strano come riescano meglio i lavori dove si è meno informati sui fatti.

Lo dice anche Sorrentino…
Certo! Quando si è presi dalla troppa foga e dall’interesse, e dall’amore per l’immaginario che si va a rappresentare, si perde il controllo e si rischia fi fare una schifezza. È una verità.

“Una preghiera per morire” è il lavoro più recente. Ce ne parli un po’?
Sì, è stato pubblicato in rete e distribuito in DVD, da pochi mesi. Nasce dal mio profondo desiderio di girare un western in Valdichiana e Val d’Orcia. Ero mosso dall’idea che in grandi spaghetti western sfruttassero locations in Sardegna e a Cinecittà. Mi sentivo “giustificato” e “autorizzato”da Sergio Leone ad avere questa follia in testa. Ho convinto il gruppo, che mi ha sostenuto da subito. L’associazione era da un po’ di tempo ferma e sentivamo tutti la necessità di risvegliare l’animi con un progetto ambizioso, per i nostri mezzi. Ho scritto la sceneggiatura con Laura Fatini, autorevolissima autrice teatrale. Hanno partecipato quasi cinquanta persone tra troupe e cast. Il set era un continuo viavai delle persone più disparate. Tutti i ruoli del cinema classico sono stati coperti. Il corto è stato molto difficile dal punto di vista tecnico organizzativo; le location sono state varie, è girato totalmente in costume, la sceneggiatura ha richiesto un lavoro scenografico non indifferente… Abbiamo avuto un fondamentale aiuto economico dagli sponsor e dai patrocini. Mai come in questo caso gli aiuti sono stati così importanti.

Adesso che intenzioni hai?
Sono appena tornato da Londra dove ho lavorato come freelance in ambito pubblicitario. Adesso sono finalmente entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, scuola alla quale puntavo da anni. A questo punto, a differenza alcuni anni fa, cerco di dare priorità alla mia vita professionale. L’associazione è ancora vivissima, ma per adesso non ci sono progetti in vista. Ora divulghiamo “Una preghiera per morire” poi si vedrà. Ma tornerò sicuramente a girare da queste parti. La voglia di realizzare altri lavori non mi è di certo passata…

UNA PREGHIERA PER MORIRE
(SpeedArrow Produzioni)

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TwoLo, il 18enne di Chianciano che “rappa” la vita

Lorenzo è un ragazzo di 18 anni di Chianciano Terme che fa rap, ha un nome d’arte (TwoLo) e sa bene ciò che vuole. Lo dimostra il fatto che l’11…

Lorenzo è un ragazzo di 18 anni di Chianciano Terme che fa rap, ha un nome d’arte (TwoLo) e sa bene ciò che vuole. Lo dimostra il fatto che l’11 aprile è uscito in free download il suo primo disco dal carattere molto personale, in cui passa da pezzi hardcore a pezzi suonati al pianoforte, dal pezzo d’amore al pezzo arrabbiato. Noi de La Valdichiana.it abbiamo ascoltato questo album e abbiamo incontrato Lorenzo, che ci ha parlato un po’ di sé, della sua musica e delle sue canzoni.

“Ho una concezione tutta mia della musica.. Credo che essa debba essere un mezzo attraverso il quale l’artista comunica e trasmette i propri stati d’animo e le proprie emozioni, lasciando all’ ascoltatore qualcosa impresso nella testa quando il suono si propaga. Nelle mie canzoni parlo della mia vita, a volte anche estremizzando, ma quello che descrivo con tali parole è il ritratto di me stesso, di come mi vedo e di come mi sono visto in 18 anni di vita. Credo di essere un adolescente come tutti gli altri, con gli stessi “microdrammi” adolescenziali.. L’amore, la famiglia, la scuola, gli amici. A differenza della massa però ho un dono: quello di saper esprimere i sentimenti con le parole. Voglio riuscire a trasmettere sensazioni positive e di speranza a chi ascolta i miei brani. L’utilizzo di termini forti, come “depressione”, “frustrazioni”, “solitudine”, “sconfitte”, “fallimenti” è più uno sfogo, uno sprono per quelli che come me si trovano in questo periodo così fugace quanto importante della vita.”

Siamo curiosi, il tuo nome d’arte è originale, nuovo e fresco. Ma è anche abbastanza strano, a dire la verità! Come ti è venuto in mente?

“Viene dal mio nome anagrafico, ovvero Lorenzo Lombardi. Se prendiamo le prime 2 lettere del nome e le prime 2 del cognome, abbiamo due volte LO. Inizialmente infatti mi chiamavo DueLo ma per ragioni morfologiche e di suono ho scelto di “inglesizzarlo” in TwoLo. Credo che questo pseudonimo mi rappresenti appieno, e ben dimostri come la persona e l’artista non siano due figure contrapposte e differenti, bensì siano la stessa persona. TwoLo è un po’ la trasposizione di Lorenzo.”

Cover Front dell'album "Fallito" di TwoLo

Cover Front dell’album “Fallito” di TwoLo

L’album appena uscito si chiama “Fallito” e al suo interno c’è una canzone con lo stesso titolo:

“Sono molto legato a quel brano. Definirmi “fallito” è un modo per incitarmi a non esserlo e a non diventarlo, ma è anche una sorta di “autosatira“. In un momento come questo, in cui di cantanti ce ne sono fin troppi, e soprattutto nel rap in cui si tende a definire il rivale o il prossimo “fallito”, io me lo sono detto da solo. L’ho fatto per far capire che in realtà nessuno al mondo è veramente fallito se si è messo in gioco per realizzare il proprio sogno, per cambiare qualcosa, per fare ciò che lo gratifica. Sono una persona con un’ autostima molto bassa, ma appena iniziai a fare rap, trovai terreno fertile e darmi del “fallito”, è servito molto a spingere a perfezionarmi e a conseguire risultati migliori nella musica come nella vita.”

Lorenzo-TwoLo ci spiega il brano “Chianciano-City”, dedicato alla sua provinciale città natale:

“E’ stato strutturato in due sezioni: la prima cupa, sofferente e triste in cui faccio un quadro critico della situazione che sta vivendo oggi la mia cittadina. La seconda è invece volta a svegliare, a far aprire gli occhi ai cittadini, a promuovere la rinascita di questa città termale, come a voler dare una forte scossa a chi la ascolta. Amo il mio paese ma allo stesso tempo provo odio e vergogna per chi non lo apprezza e ragiona soltanto egoisticamente senza pensare alla collettività. Non ho nemmeno 18 anni e già me ne voglio andare; molti genitori portano i figli a crescere fuori da questo paesino sempre più “fantasma”, specchio di una nazione anch’essa “fantasma”. Ho visto la nostalgia e la tristezza negli occhi degli anziani, e così ho deciso di mettere nero su bianco ciò che ritenevo giusto dire su Chianciano.”

Ascoltando l’album c’è una canzone, “Black List”, in cui TwoLo dice “odio voi che fate musica solo per moda”…

“Purtroppo, al giorno d’oggi per colpa dei media (vedi talent, radio,commercializzazione della musica), molti musicisti o pseudo tali, si buttano in questo oceano solo per uno scopo: ottenere fama. Ho sempre detestato questo tipo di persone. Le trovo vuote e prive di valori. Il rap è per eccellenza il genere musicale dello sfogo, della ribellione, della rivolta e così è anche per me. Pur avendo iniziato da poco (quasi 2 anni), grazie ad esso posso esprimere appieno il mio essere.”

Impazienti di vederlo live in giro per la Valdichiana, ci ha svelato che ha in progetto di fissare numerose date per questa primavera/estate 2014 e che sta già lavorando al prossimo disco.

A questo punto non ci resta che fare un grosso in bocca al lupo a TwoLo! E vi invitiamo a cercarlo su Facebook e ad ascoltare le sue canzoni e le sue parole.

Link per scaricare l’album : http://www.honiro.it/download_twolo-fallito-ep.html

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