La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

Jazz e Sud America in “Comunque sia…”, l’ultimo album di Fabrizio Bai

Dopo 6 anni Fabrizio Bai torna con un nuovo album, frutto dell’attività di compositore che alterna a quella di insegnante di musica all’Istituto musicale Ciro Pinsuti di Sinalunga, di cui…

Dopo 6 anni Fabrizio Bai torna con un nuovo album, frutto dell’attività di compositore che alterna a quella di insegnante di musica all’Istituto musicale Ciro Pinsuti di Sinalunga, di cui è anche direttore, e all’interno dell’accademia Siena Jazz.

L’ultimo album risale al 2013 quando, sempre per l’etichetta discografica indipendente Edizioni Dodicilune, uscì “Etruscology”, un omaggio alle origini della cultura musicale, ricostruite sulla base delle testimonianze giunte dalla popolazione etrusca attraverso dipinti e resti di antichi strumenti.

Se già in quell’occasione l’inserimento di alcuni particolari dettagli provenienti da quell’epoca lontana si era sviluppato attraverso il linguaggio del jazz e della musica mediterranea, il disco in uscita si presenta ancora come il risultato di contaminazioni, ma che questa volta hanno come protagonisti la world music e il latin jazz, colorato delle caratteristiche sonorità del Sud America.

«Punti di riferimento nella creazione di nuovi brani sono stati i chitarristi brasiliani Baden Powell de Aquino e Yamandu Costa e il musicista argentino Astor Piazzolla.

Il disco è composto da sette pezzi originali, ciascuno ispirato da esperienze di vita o situazioni in cui quotidianamente ci troviamo, e sono cantati da me, Emanuele Pellegrini e Raffaele Toninelli, che oltre a suonare rispettivamente, chitarra, batteria e contrabbasso, componiamo un coro a tre voci corrispondente a quelli solitamente impegnati nell’esecuzione dei brani della cultura sudamericana. Nella loro stesura, si ritrova l’approfondimento sugli strumenti appartenenti alla tradizione musicale di quei luoghi: in “Maracatù (Quebecoise)”, per esempio, Emanuele suona al ritmo di maracatù, il berimbao e la kalimba, strumenti a percussione che ha conosciuto tramite le collaborazioni con musicisti brasiliani».

Il titolo del disco proviene da quello di un suo brano, ed è legato alla storia del trio.

«“Comunque sia…” porta nel titolo la filosofia con cui ci siamo approcciati allo scrivere di nuovo dopo alcuni anni di pausa. Sebbene siano aumentati per tutti noi gli impegni legati a vita e lavoro, proprio comunque sia abbiamo deciso di proseguire nella nostro percorso di studio e composizione, fino a incidere un altro album, che contenesse l’ispirazione proveniente dalla world music e soprattutto le influenze del latin jazz».

È proprio attraverso le sonorità tipiche dei paesi latini che si snoda la produzione artistica di Fabrizio Bai, che trova nella dialettica musicale tipica del Sud America il linguaggio migliore per comunicare la sua personalità.

«Le armonie che si vanno delineando ogni volta in nuovi modi, sono la dimostrazione di un’esigenza, quella di esprimersi, che comunemente non sembra poi così diffusa. Di continuo, soprattutto nella musica e nel cinema, si assiste a un rifacimento di prodotti già noti al pubblico. Il processo creativo e sperimentale, come nel nostro caso avviene dalla contaminazione di culture, musiche e generi, è invece necessario, al di là del successo che ne può derivare».

Anche per questo la vena compositiva del trio Fabrizio Bai non ha intenzione di fermarsi.

«Abbiamo già iniziato a comporre le tracce per il prossimo album. Rispetto agli ultimi brani che abbiamo scritto, questi manterranno una riconducibilità al jazz nel genere, ma con influenze più europee che latine. Inoltre il progetto prevede l’inclusione di ulteriori strumenti, precisamente un trombone, un violino e un sassofono».

“Comunque sia…” sarà disponibile tra pochi giorni, ma Fabrizio Bai e i suoi musicisti hanno pronta anche una serie di concerti con cui far conoscere le novità contenute in questo ultimo disco.

Da settembre porteremo in giro la nostra musica nei concerti che attualmente stiamo organizzando. Saranno occasioni per lasciarsi trasportare nei ritmi e nelle melodie del Sud America, dove, insieme ai temi del jazz, una contaminazione mediterranea fa da tela ai toni caldi delle terre latine.

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Intervista a Massimo Zamboni: «Non ho paura di sentirmi istituzionalizzato»

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a…

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a strappargli qualche minuto per un’intervista, la cui trascrizione riporto qui di seguito.

Sonata a Kreutzberg, il tuo ultimo lavoro, inquadra quella che era la Berlino e l’Europa dei primi anni ’80, lo spazio in cui si sono definiti i prodromi dei CCCP. C’è la sensazione che quel mondo fosse molto meno conformista di quello di oggi: il senso comune sembrava più elastico, più aperto ad accettare la novità…

Massimo Zamboni: Sì, quello che dici è vero. In realtà, l’avere il mondo diviso in due blocchi, creava una doppia polarità alla quale ci si poteva attenere, ma che si poteva anche respingere. Questo provocava movimento. Voglio dire: quel muro che doveva essere impenetrabile, in realtà non faceva altro che moltiplicare gli sguardi di attraversamento. Era facile, vivendo in quegli anni – al di là di tutte le barriere e tutte le guerre fredde o calde che c’erano – pensare che il mondo fosse nostro. Nel momento in cui il mondo è nostro possiamo andare dove la nostra voglia, volontà, coscienza e possibilità ci spingono. Adesso, paradossalmente, c’è una buonissima possibilità di movimento e di viaggio – non in tutto il mondo, naturalmente, ma in una buona parte di questo – ma c’è sempre meno gente che ha voglia di approfittarne perché si accontenta di guardare Google Earth, o di prendere il primo Ryan Air per andare in una località che, dopotutto, gli resta pure indifferente, perché manca il senso della conquista. Manca la voglia di condividerlo, questo mondo. Credo che ci sia un grandissimo conformismo da questo punto di vista. Mi è facile ricordare perfettamente il conformismo di allora: il conformismo della sinistra, il conformismo dei fricchettoni, il conformismo di chi si faceva le pere… il conformismo di tutti, perché ogni categoria aveva il suo conformismo: ma erano molteplici punti di vista. Non impermeabili. Erano anni molto faticosi ma anche molto appassionanti.

 

Ti è capitato di tornare a Berlino negli anni? Che sensazioni ti ha dato il cambiamento?

Massimo Zamboni: Ci torno spesso a Berlino. L’ultima volta che l’ho frequentata è stata anche ieri sera: mi sono ritrovato a visitare il sito di un besetzt in cui ho avuto modo di vedere tutta la mappatura di tutte le case occupate negli anni in cui abitavo anche io. Con anche la mia casa. Se tu li vedessi ti renderesti conto di quanta puntualità, organizzazione ci fosse, sotto questo punto di vista. Era – come dire? – tutto molto tedesco. Berlino oggi sta diventando una capitale come le altre, molto fascinosa, anche con molta voglia di mantenere la propria storia. Però… ti faccio l’esempio della pubblicità di Potsdamer Platz, che è una contraddizione del nostro tempo: quello era il luogo nel quale era costruito il bunker di Hitler, dove lui è morto. Poteva essere utilizzato come un ricordo per tutta europa, un monumento alla memoria, invece è diventato un shopping center della Sony.

 

Quel tipo di antagonismo punk che ha caratterizzato i primi vent’anni della tua carriera, arriva oggi a poter essere racchiuso in una festa dell’ANPI. Ti senti, passami il termine, “istituzionalizzato”?

Massimo Zamboni: Io ho la tessera dell’ARCI, della COOP, dell’Aci e dell’ANPI. Non ho paura delle istituzioni. Le istituzioni esistono soprattutto per proteggere e per aiutare. Capisco bene quello che vuoi dire e no, non ho paura di sentirmi istituzionalizzato. Non mi sono mai sentito antagonista, che è una parola che detesto perché mi porta ad uno scenario urbano di pretesa opposizione e che non mi riguarda assolutamente. Io sono un contadino per la maggior parte delle mie attività. Non ho paura. Con gli anni che passano consegnerò la storia dei CCCP e dei CSI ad una specie di maturità classica che non mi spaventa. Questo non scalfisce l’essere punkettone di allora perché, in realtà, quell’attitudine sta proseguendo sotto forme abbastanza inaspettate, anche per noi stessi. Io mi sento bene qua. Mi sembra di essere a casa. Mi sembra di conoscere molto bene tutte queste persone, questo luogo, riconosco questo modo di porsi. C’è un forte senso di accerchiamento intorno all’ANPI e a tutto ciò che rappresenta. È un po’ come gli orsi quando si ritirano in montagna quando sono inseguiti. Può darsi che questa sia la nostra montagna… lo scopriremo. Anche i partigiani si ritiravano in montagna, d’altra parte. Però mi rendo conto che c’è un’Italia, che non appartiene alle televisioni o ai giornali, ma un’Italia che vive e che lavora e che spesso è molto meglio di quello che pensiamo. Io sono contento di farne parte.

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La chiesa da campo di Don Massimo Biancalani, il parroco dei migranti

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo” Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia…

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo”

Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia sono diventati famosi dopo che un blitz delle forze dell’ordine ha decretato la chiusura del centro di accoglienza gestito proprio dal sacerdote, a Vicofaro in provincia di Pistoia. Adesso ospita i profughi all’interno della piccola chiesa, al piano superiore, dove i ragazzi dormono senza interferire con le funzioni quotidiane. La sua intenzione è di riaprire i progetti che stavano alla base del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) come la “Pizzeria del rifugiato”, che dava lavoro a molti ragazzi, la squadra di calcio, l’orto biologico e continuare a dare speranza agli ultimi.

Lo incontro a Chiusi il 31 maggio, alla seconda edizione della Festa della Costituzione organizzata dall’Anpi Valdichiana, dove ha parlato del diritto di asilo insieme a Flavio Lotti, coordinatore nazionale della “Tavola della pace” e Giovanni Visone, direttore della comunicazione per la ONG Intersos.

È un omone dal passo lento e lo sguardo severo, con le palpebre pesanti e le sopracciglia corrugate. Indossa un paio di sandali neri e i calzettoni di lana, perché, nonostante sia giugno, ancora il clima è incerto. Al suo fianco c’è un ragazzo di colore, che quasi sembra un ragazzino, ma del resto chiunque lo sembrerebbe se si trovasse a camminargli vicino. Finito il suo intervento dal palco lo intercetto per intervistarlo. Ha l’aria stanca e la voce calma, quasi lenta. Pare quella di chi ha lottato tanto e sa che dovrà farlo ancora per molto tempo.

Quanto ancora durerà il problema dell’emigrazione dall’Africa?

È un fenomeno epocale quello dell’immigrazione. Studi americani affermano che durerà per lo meno altri 40 / 50 anni e specialmente finché i paesi africani non avranno la possibilità di dare alla loro gente una vita dignitosa, le persone si sposteranno e troveranno il modo per arrivare in Europa. Un fenomeno epocale che certamente dovrebbe essere guardato con una visione globale, che purtroppo non abbiamo e non vedo uno scenario di possibilità da questo punto di vista: vedi Trump che cerca di contenere il fenomeno innalzando i muri, quando invece occorrerebbe cambiare il sistema economico internazionale e i meccanismi economici che impoveriscono i paesi del sud.

Ma i vari Stati possono fare qualcosa?

È evidente che le singole politiche nazionali possono moralmente fare qualcosa, ma non sono sufficienti: si è visto in questi anni. Purtroppo, l’Europa non ha una visione politica unica su questi temi. Sulla questione dell’accoglienza, per esempio, ogni paese ha una sua normativa e questo crea disfunzioni, disuguaglianze, problemi.

La scuola sta aiutando le nuove generazioni ad approcciare queste difficoltà?

La scuola e la chiesa avrebbero e dovrebbero avere questa forza, purtroppo però l’hanno persa. Io faccio l’insegnante e mi accorgo che è molto difficile parlare con i giovani di questi temi, perché sono imbevuti di messaggi negativi sui migranti. Cambiare mentalità non è semplice. La scuola dovrebbe essere un tassello fondamentale, ma in realtà è molto debole. I giovani escono dai licei con tante informazioni di carattere nozionistico, ma sui temi contemporanei sono molto fragili.

Il futuro dei suoi ragazzi come lo vede?

Inevitabilmente incerto. Assolutamente da costruire. Quello che mi rende fiducioso è che sono ragazzi con una forza morale enorme, perché hanno attraversato il mondo per arrivare qui. Hanno fatto sacrifici impensabili per ragazzi così giovani. Molti sono 4, 5 o 6 anni che non vedono i proprio genitori. Hanno una forza e un coraggio incredibili. Spero che tanti di loro si possano inserire, però il quadro normativo che riguarda l’inserimento è molto lacunoso, punitivo quasi. Sembra che si facciano delle leggi che avversano e ostacolano l’inserimento, l’integrazione e l’interazione. Abbiamo norme che non prevedono un investimento di tipo economico e culturale, che non puntano sul migrante come risorsa per il paese. Risorsa che di fatto lo è già. Ci sono moltissimi modi illegali, e forse voluti dall’alto, con cui molti migranti vengono sfruttati e sottopagati per mandare avanti interi settori economici: dalle aziende agricole del sud, passando per le imprese pistoiesi e pratesi.

La comunità di Vicofaro come risponde?

Abbiamo avuto diverse persone che ci hanno abbandonato venendoci a dire che non condividevano quello che facevamo. Molti per fortuna si sono avvicinati, soprattutto laici, persone di buona volontà che, comprendendo la difficoltà del fenomeno, hanno deciso di darci una mano: abbiamo insegnanti, chi si occupa di assistenza sanitaria, chi dell’organizzazione della casa stessa. C’è stato chi è partito e chi è arrivato. I ragazzi poi, convivendo in un ambiente così grande (si parla di più di 100 persone), vivono serenamente e non ci sono episodi di degrado. Poi chiaramente ci sta che due o tre vicini si possano lamentare, perché notano maggiore rumorosità. Quando ci sono 100 persone in un solo posto si sentono rumori, no? Abbiamo poi avuto l’inconveniente con Forza Nuova e Casapound, che hanno fatto irruzione durante una messa per verificare la mia ortodossia e ci hanno minacciato tramite facebook.

Come avete risolto?

È caduto tutto nel nulla. Fortunatamente quell’irruzione in chiesa riuscì a gestirla durante la funzione. Adesso la situazione è abbastanza tranquilla. Rimane l’emergenza dell’accoglienza, perché i ragazzi continuano a essere estromessi dai percorsi di lavoro e dalle cooperative e si ritrovano in mezzo alla strada senza un appoggio. La questura in questi giorni ha ripreso a non rinnovare più i nostri permessi di soggiorno e non riusciamo a capirne il motivo, perché, avendo ospitalità, i ragazzi hanno diritto a rinnovare i documenti. Per quanto ci riguarda siamo al limite delle nostre forze: dobbiamo dare loro da mangiare, garantirgli un alloggio dignitoso, ci sono tante spese, le utenze. Non è facile.

Quanto è importante un Papa che richiama l’attenzione sugli insegnamenti del Vangelo?

È fondamentale. Tra l’altro è stato un input che ci ha dato la spinta per iniziare questa esperienza. Un’immagine che mi ha sempre colpito molto è il modo in cui Francesco vede la chiesa, cioè come un ospedale da campo e noi ci ispiriamo a queste parole. Siamo un punto avanzato di soccorso per persone estromesse e abbandonate. L’importanza dei suoi messaggi è fondamentale lo ripeto, nonostante troppe volte cadano nel vuoto, anche negli stessi ambienti religiosi.

Ha parlato con Papa Francesco?

Ho avuto l’onore di essere invitato a un convegno mondiale in Vaticano su questi temi. C’è anche stato un veloce scambio di saluti. Qualche tempo dopo abbiamo ricevuto un lettera dal dicastero a nome del Papa dove ci ringraziava per il lavoro fatto e ci spronava ad andare avanti con forza e fantasia.

È vero che le hanno requisito la patente?

Mah. Quello è un episodio strano. Purtroppo, di cose strane ne sono successe. Le istituzioni in questi anni non ci hanno aiutato.

Le chiusure dei centri di accoglienza, gli sgomberi, l’impunita libertà dell’estrema destra fanno pensare che qualcuno voglia lasciare per strada questi ragazzi. Mi sbaglio?

Questa è la linea della politica italiana già da prima di Salvini: lasciare in mezzo alla strada questi ragazzi in modo che siano costretti a lasciare l’Italia.

Perché ha deciso di diventare sacerdote?

Nel mio percorso non c’è una caduta da cavallo. È stato un percorso lungo, da ritardatario. Sono diventato prete quando ero “molto” adulto. È una condizione che mi sono ritrovato lentamente addosso per le varie cose che facevo: l’insegnamento di religione a scuola e i campi giovanili per la parrocchia. Con il passare degli anni mi sono accorto che si trattava di una dimensione che mi si confaceva e quindi coinvolsi il vescovo il quale, dopo qualche anno, decise di ordinarmi nonostante tanti altri preti non fossero affatto d’accordo: non li avevo molto vicini.

Quindi è sempre stato un rompiscatole?

In qualche modo sì. L’importante, però, è vivere con sincerità d’anima e dare il meglio di sé con semplicità, senza strafare ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

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L’improvvisazione teatrale di Voci e Progetti tra gli eventi dell’estate di Chianciano Terme

Era il 1994 e a Chianciano Terme, per contribuire ad animare la vita culturale del posto, un gruppo di giovani fondava l’associazione “Voci e Progetti“, attraverso la quale poter organizzare…

Era il 1994 e a Chianciano Terme, per contribuire ad animare la vita culturale del posto, un gruppo di giovani fondava l’associazione “Voci e Progetti“, attraverso la quale poter organizzare cineforum, incontri, concerti e proporre performance di recitazione.

25 anni dopo, quell’associazione è divenuta una compagnia di teatro di improvvisazione e alcuni di quei ragazzi, adesso attori professionisti, tornano nel luogo da dove sono partiti per offrire un programma di quattro spettacoli. Gli appuntamenti con il teatro di improvvisazione previsti per questa estate a Chianciano saranno infatti una serie di eventi tutti diversi tra loro, per i temi che andranno ad affrontare, come ha annunciato Renato Preziuso, presidente di Voci e Progetti:

«Le quattro date attraverso cui si articolerà il calendario sono: il 13 giugno, con “Bistrot, una performance di storie che prenderanno vita dalle parole suggerite dal pubblico, il 16 luglio, con “Jazz”, al quale prenderà parte Omar Argentino Galvan, improvvisatore di fama internazionale, il 4 agosto, con “I Cant”, che oltre a quelle recitate prevede l’inserimento di parti cantate e il 6 settembre, quando lo spettacolo, intitolato “Prowalk”, si snoderà lungo i negozi del centro di Chianciano e le battute saranno ispirate da ciascuno di essi. Siamo lieti di portare il nostro teatro nel paese dove Voci e Progetti è nata, insieme alle nostre carriere, soprattutto adesso che il lavoro ci porta a stare molto a Perugia, dove si trova l’altra sede dell’associazione. 

Di volta in volta, dalle tre alle nove persone si troveranno al centro della scena per affrontare un copione che nascerà sul momento, senza il supporto di una trama predefinita o alcuna scenografia».

Quella che poi è l’essenza del teatro di improvvisazione.

«E che lo differenza rispetto al teatro di testo, dove invece si ha a disposizione una sceneggiatura già scritta. Tra i due generi vige un rapporto di complementarietà: non c’è tanta differenza per quanto riguarda lo stile di recitazione, ma nel teatro di improvvisazione si è soliti dare più rilevanza al modo in cui si dicono le cose, che al loro contenuto. In altre parole, se il teatro di testo è un brano di musica classica, l’improvvisazione è un pezzo jazz. Questo rende imprevedibile e irripetibile ogni performance, legata nel suo divenire alla situazione in cui si svolge, alle persone che recitano, a ciò che le ispira in quel momento.

Poi ci sono anche tanti punti in comune con il teatro di testo, come lo studio della presenza sul palco o dell’impostazione della voce, tutti aspetti che vengono insegnati agli allievi della scuola di Voci e Progetti».

Oltre a portare in giro spettacoli di improvvisazione, Voci e Progetti è infatti anche scuola nazionale di recitazione.

«I corsi sono rivolti ad adulti e bambini, la scuola si struttura in piani di otto mesi per tre anni, al termine dei quali se ne può aggiungere uno di perfezionamento. In genere, ogni lezione prevede esercizi di riscaldamento e interazione con gli altri attori. Si impara a sviluppare un’attitudine all’ascolto e alla gestione delle emozioni, a produrre testi, ad approfondire tecniche teatrali e format di improvvisazione».

Elementi che, una volta appresi, possono essere utilizzati non solo sulla scena.

«Il teatro, in particolar modo quello di improvvisazione, pone le sue tecniche a servizio anche di altri contesti, come per esempio le aziende e la pubblica amministrazione. È una cultura già diffusa da molti anni all’estero, mentre in Italia, e soprattutto nelle regioni del Nord, ha preso piede solo nell’ultimo decennio. Le competenze più richieste sono la capacità di ascolto e la disposizione al cambiamento, necessarie alla vita di un’impresa soprattutto nei processi di team building e di gestione di eventuali crisi. Tanto lavoro viene fatto sulla comunicazione efficace e sul public speaking, e ciò può richiedere talvolta il supporto di psicologi come coach».

Il teatro di improvvisazione è dunque un mondo che non si limita allo spazio della performance artistica, ma contribuisce alla creazione dell’ambiente in cui si svolge la vita delle persone.

«L’improvvisazione può essere un mezzo attraverso cui avvicinarsi alla recitazione, dopodiché un attore può anche intraprendere altri generi. Fondamentale è l’occasione di apprendere le tecniche teatrali che offre, con le quali gli attori diventano registi di se stessi nel corso della performance».

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“Filo&Fibra”, dalla lana un piano di economia circolare per San Casciano dei Bagni

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità…

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità nata da quattro concittadine che lo scorso anno hanno iniziato a interrogarsi su come fosse possibile creare opportunità di lavoro in un comune piccolo, da cui è spesso facile andarsene verso centri urbani più grandi.

La risposta, arrivata in circa sette mesi, si è così concretizzata nella messa a punto di un esempio di economia circolare, un modello di produzione e consumo alimentato dai valori di riutilizzo, condivisione ed ecosostenibilità. Termini che hanno trovato una sintesi perfetta nel progetto Filo&Fibra, come ci ha raccontato Gloria Lucchesi, tra le sue ideatrici.

«Filo&Fibra è un modello di economia circolare innanzitutto perché si basa sul recupero di materiale di scarto, cioè la lana, che nel nostro caso proviene dalle aziende di San Casciano dei Bagni. Trattandosi di un rifiuto speciale, costa molto agli allevatori smaltirlo, circa 2,50 euro al kg, e rende poco venderlo: il prezzo è sui 30 centesimi al kg per acquirenti che commerciano con le industrie di Cina e India, dove poi viene lavorato. La prima fase del progetto è stata intercettare la fornitura di lana grezza, che abbiamo acquistato al prezzo di 1 euro al kg dagli allevatori locali. Con i 2.500 kg di lana raccolti, è iniziata la seconda parte del ciclo produttivo, ovvero la lavorazione dalla quale si è ottenuto il feltro. Con questo tessuto si è iniziato a creare gli articoli che adesso si trovano in vendita nei negozi di San Casciano dei Bagni aderenti al progetto».

Ma perché tutto questo prendesse vita, è stato necessario un investimento iniziale, reso possibile anche in virtù dell’investimento messo in campo dalla Regione Toscana.

«In realtà è stata proprio la Regione ad ispirare Filo&Fibra, nel senso che grazie a un bando regionale destinato a nuove cooperative di comunità, abbiamo pensato di creare questo progetto, il quale poi si è sviluppato sul modello dell’economia circolare in modo tale da sfruttare una materia di scarto, valorizzare le competenze locali e coinvolgere il territorio. La Regione Toscana ha riconosciuto e condiviso le potenzialità di questa iniziativa, concedendoci un finanziamento di 50mila euro. Sicuramente un punto a favore di Filo&Fibra è stata l’originalità, visto che il tema prevalente degli altri progetti era il cibo e l’ospitalità».

Nata dall’idea di quattro donne, la cooperativa ha mantenuto la sua caratterizzazione femminile ed è attualmente composta da nove persone, diverse per età, competenze e percorso di studi.

«La collaborazione è il principio fondamentale su cui si sta sviluppando questa impresa, a cui tutte apportiamo un personale contributo, potendo sempre contare una sull’altra nei momenti di insicurezza, che inevitabilmente possono arrivare in questa fase di partenza di una realtà nuova per tutti».

Una novità nata con l’obiettivo di essere un’opportunità di sviluppo per il territorio, San Casciano dei Bagni e le sue frazioni, non poteva prescindere dall’integrazione con il tessuto sociale.

«Filo&Fibra ha destato fin da subito la curiosità dei nostri concittadini, talvolta insieme ad un po’ di diffidenza, ma c’è da dire che in generale i primi passi li ha mossi in un clima di entusiasmo collettivo nei borghi di Celle sul Rigo, Fighine, Palazzone e Ponte a Rigo. Lì sono già presenti le Vetrine Attive, spazi ricavati da locali in disuso messi a nostra disposizione dal Comune, che abbiamo adeguato ad ospitare l’esposizione dei nostri manufatti. Le abbiamo ultimate una domenica mattina e il pomeriggio c’era già gente a vederle: è stata una bella soddisfazione. L’interesse generale è continuamente dimostrato da chi viene a portarci i bottoni che non usa più, o magari da chi ci aiuta ad assemblare il telaio. In tanti hanno già dato il loro contributo alla causa, che realizza così il suo fine di interessare l’intera comunità».

Le potenzialità di un materiale come la lana si osservano nella varietà dei modi in cui può essere impiegato.

«Dalla prima fornitura di lana è stato ricavato del feltro con cui sono state cucite soprattutto borse, ma anche articoli di biancheria per la casa e cassette di cottura, contenitori in legno rivestiti di lana al loro interno, utili perché sfruttando le proprietà di isolante termico della lana, esse mantengono una temperatura costante ed è possibile utilizzarle per ultimare la cottura di alcuni alimenti, lasciandovi dentro i recipienti, senza il consumo di altra energia. 

Il nostro reparto di sartoria ha sinora prodotto degli oggetti che valorizzassero al meglio il tessuto a nostra disposizione, ma per il prossimo anno abbiamo intenzione di realizzare altri tipi di stoffe, che possano essere impiegate diversamente. All’interno del nuovo museo della macchina da cucire, dove sarà predisposto uno spazio di coworking, saranno inoltre presto organizzati dei laboratori creativi. Ma l’idea è anche quella di fare di San Casciano dei Bagni un centro di interesse per gli appassionati di design, con un concorso biennale a cui presentare oggetti inediti, non solo legati al mondo del taglio e cucito. Già da adesso infatti l’attenzione è rivolta al recupero e al riutilizzo del legno, per dargli nuova vita in altre forme».

In questi suoi primi mesi, Filo&Fibra ha già debuttato alla Fabbrica del Vapore di Milano, con l’iniziativa Design No Brand, sviluppata da Giacimenti Urbani, associazione impegnata nella promozione di valori quali il riciclo dei materiali e l’ecosostenibilità.

«Partendo dal presupposto che per una comunità piccola come quella di San Casciano dei Bagni è utile aprirsi al mondo, piuttosto che chiudersi nel suo territorio, vogliamo cogliere l’opportunità di far conoscere Filo&Fibra in contesti come esposizioni e fiere, momenti fondamentali per stabilire contatti e confrontarsi con altre realtà simili alla nostra».

Il rapporto con il territorio è uno degli aspetti principali di questo progetto. In che modo queste due dimensioni si valorizzano?

«Innanzitutto si rende onore al lavoro degli allevatori locali, utilizzando la lana proveniente dalle loro aziende, poi, passando alla lavorazione del materiale grezzo, si amplificano le competenze di tutti grazie alla consulenza di professionisti, come il perito tessile Antonio Mauro. Infine i manufatti sono il risultato della creatività di chi li realizza, che porta con sé e mette a frutto la cultura e la memoria storica del paese».

Come consiglio a un’altra comunità che voglia intraprendere un percorso come quello della cooperativa Filo&Fibra, quale sono gli ingredienti che non possono mancare?

«Bisogna credere in quello che si fa, trovare il modo di trasmettere nel modo giusto i valori su cui si è costruito il progetto e che rendono, come nel caso di Filo&Fibra, una realtà unica».

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Il Bosco di Ogigia: la permacultura come modello ambientale

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche…

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche come modello di vita e di rispetto dell’ambiente che ci circonda. Il racconto delle pratiche di sostenibilità che permea il progetto viene affrontato attraverso un ecosistema digitale composto dal blog, il canale YouTube e i profili su Facebook e Instagram. Il Bosco di Ogigia possiede anche un luogo fisico a Montepulciano Stazione: un appezzamento di terra nei pressi dell’abitato dove sta crescendo un bosco commestibile, un orto per l’autroproduzione e tante altre utili attività legate all’etica della permacultura.

Con il termine “permacultura” si intende “un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile, allo stesso tempo un sistema di riferimento etico-filosofico ed un approccio pratico alla vita quotidiana: in essenza, la permacultura è ecologia applicata”. La permacultura può essere utilizzata per progettare una grande azienda agricola, ma è perfetta anche per gestire meglio la propria economia domestica e avviare una produzione alimentare nel balcone di casa. Si tratta quindi di un modello che porta a rivalutare il proprio sistema di vita per creare una cultura sostenibile al benessere dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda.

Il progetto del Bosco di Ogigia è stato ideato da una coppia di giornalisti romani, Francesca Della Giovampaola e Filippo Bellantoni, che affondano le loro radici proprio in Valdichiana: Francesca è infatti originaria di Montepulciano e proprio qui ha scelto di mettere in pratica le conoscenze di permacultura per creare un orto sinergico. Li ho intervistati durante lo svolgimento di un corso dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili, chiedendo maggiori informazioni sul loro progetto.

Com’è nato il progetto del Bosco di Ogigia?

Francesca: “Sono originaria di Montepulciano Stazione anche se vivo da parecchi anni a Roma. Ho acquistato questo campo che sta vicino a casa dei miei genitori, forse perché vivendo in città sentivo il bisogno di mettere i piedi nella terra. È una cosa che senti dentro a un certo punto, la voglia di recuperare il più possibile un contatto con la natura, che magari hai da bambino ma che poi per studio o lavoro la nostra generazione non ha avuto tantissime occasioni di portare avanti. Da lì è nata la volontà anche di approfondire la disciplina chiamata permacultura, che può dare risposte concrete. Si tratta di un approccio mentale più che di una tecnica agricola. Come giornalista sento di dover parlare della crisi ambientale che stiamo vivendo, contribuire a cambiare anche l’atteggiamento delle persone.”

Oltre alla passione per la permacultura, hai fatto ricerche o studi in materia?

Francesca: “Sì, continuo tuttora a studiare, mi sembra di aver appena iniziato. Sto partecipando a corsi, faccio parte di gruppi di progettazione e di confronto. La permacultura è una disciplina con tecniche e regole, è necessario mettere in relazione conoscenze agronomiche, botaniche, entomologiche. Cerca di fare sintesi tra le conoscenze ambientali che avevano i nostri nonni e bisnonni e che con il tempo abbiamo perduto.”

Qual è invece il ruolo di Filippo nel progetto?

Filippo: “Sono un giornalista e videomaker, mi occupo principalmente di produzione video, ma lavoriamo assieme anche sui contenuti. Gli strumenti sono fondamentali per raccontare le buone pratiche di sostenibilità ambientale: grazie ai social riusciamo raggiungere un grande pubblico attraverso un canale multimediale. Il nostro stile è divertente e veloce, adatto anche ai giovani, veicolato principalmente attraverso i video. Il nostro obiettivo è quello di raccontare le tematiche ambientali partendo dalle etiche della permacultura che sono tre: cura della terra, cura della persona, condivisione delle risorse. Vale per tutto, sia per i rapporti con le persone, sia per i modi con cui si fa agricoltura o si realizza un video.”

In che modo il vostro progetto aiuta a migliorare il rapporto con l’ambiente?

Francesca: “Quando lavori in permacultura devi pensare alle risorse disponibili e cercare di non sprecarle. Anche i nostri vicini di casa stanno capendo, ad esempio quando fanno le potature mi lasciano gli stralci, io accumulo materia organica che per me è molto importante, perché per riportare vita nel suolo serve materia organica. Per i vicini diventa quindi un’occasione per liberarsi comodamente delle potature, per me è un’occasione per arricchire il terreno. La prossima volta impareranno anche loro che sono delle risorse utili e magari le utilizzeranno a loro volta attraverso una compostiera. Sbagliamo a bruciare la materia organica o a considerarla un rifiuto, quando invece è molto importante.”

Com’è cominciato il Bosco di Ogigia e quali sono stati i vostri primi passi?

Filippo: “Io sono arrivato al Bosco di Ogigia grazie a Francesca, lo scorso anno ho partecipato a un corso di 72 ore sulla permacultura, mi sono appassionato al tema, ho sentito l’esigenza di mettere a disposizione le mie professionalità per cercare di fare qualcosa di utile. Stiamo costruendo una comunità, circa 70mila persone coinvolte, un pubblico importante, dà molta soddisfazione dal punto di vista giornalistico. Abbiamo cominciato con Facebook e con un blog su WordPress, poi abbiamo iniziato a fare video e il riscontro è stato ottimo. Adesso stiamo puntando molto su YouTube, il canale stra crescendo molto, è stato un impegno graduale per creare contenuti di qualità. Lavoriamo molto sull’interazione con le persone, è fondamentale creare un rapporto di scambio con il pubblico. Non è più il giornalismo di una volta che ti dice la verità dall’alto e non partecipa alla conversazione: adesso il rapporto è quasi personale, fatto di messaggi e domande, il giornalista è diventato un punto di riferimento per la comunità.”

Parliamo meglio del vostro rapporto con il pubblico, come vi ponete nei loro confronti?

Francesca: “Non è soltanto un rapporto online, ad esempio a Roma frequentiamo un gruppo di Permacultura Urbana. Ci sono tante persone che ci sostengono fisicamente, non solo sui nostri canali social. Il primo pubblico è stato quello interessato alla permacultura, poi ci sono comunità di persone che amano coltivare il proprio orto, e poi cerchiamo anche di conquistare quel pubblico che non penserebbe mai a questi temi, ma vogliamo lanciare il messaggio che è importante la conoscenza della terra e una piccola autoproduzione di cibo. Per permettere a questi messaggi di diffondersi ulteriormente, abbiamo recentemente stretto una collaborazione con Cane Secco: abbiamo raccontato la costruzione dell’orto da Slim Dogs, la sua casa di produzione, attraverso una collaborazione video. È stata principalmente una collaborazione umana, nello spirito della permacultura, per raggiungere un pubblico più giovane a cui è importante diffondere certi messaggi.”

Com’è il vostro rapporto con il territorio della Valdichiana?

Francesca: “Il Bosco di Ogigia si trova proprio qui, anche se è un progetto di respiro nazionale. Vorrei riuscire a coinvolgere di più le persone, spero che con il passaparola aumenti la sensibilità verso l’etica della permacultura e della sostenibilità ambientale. Questa è sempre stata casa mia, anche se viviamo a Roma. Torno spesso per lavorare sull’orto e fare video, o per organizzare corsi su tematiche collegate come quello dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili.”

Tra i prossimi progetti del Bosco di Ogigia, uno dei più interessanti è sicuramente quello legato al batterio Xylella in Puglia: il documentario è in lavorazione, potete approfondire e sostenere il loro lavoro a questo link.

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Palio dei Somari 2019: dietro alle quinte del corteo storico con Massimo Gottardi

Oltre alla corsa dei somari, che ogni anno si lascia scoprire da nuovi appassionati, il Palio di Torrita di Siena già da molte edizioni suscita interesse anche per il corteo…

Oltre alla corsa dei somari, che ogni anno si lascia scoprire da nuovi appassionati, il Palio di Torrita di Siena già da molte edizioni suscita interesse anche per il corteo storico che sfila lungo il borgo medievale nelle giornate di inizio e fine manifestazione.

I festeggiamenti, attorno ai quali si riunisce tutta la comunità, hanno infatti offerto l’occasione per rievocare la storia di Torrita, storica alleata di Siena, dalla metà del 1300, quando si svolse la battaglia contro Perugia che ebbe come protagonista, a comando delle truppe torritesi, il condottiero Anichino di Bongardo, al 1425, anno dell’inaugurazione della chiesa delle Sante Flora e Lucilla dopo un’opera di restauro. Per celebrare la fine della ristrutturazione, fu indetta in quell’anno una processione, alla quale parteciparono religiosi e nobili famiglie.

Nel primo giorno del programma degli eventi, in concomitanza all’estrazione delle batterie di qualificazione della corsa, viene rievocata la disposizione delle truppe che, guidate da Anichino, difesero Torrita dall’attacco perugino; nella mattina del giorno del Palio, invece, ogni Contrada presenta il proprio corteo, che, insieme ai figuranti del Comune, va a comporre una sfilata di più di duecento comparse, a ricordo di quella processione con cui si celebrò la fine del restauro della chiesa.

Per ciascuna Contrada sfilano 17 persone, di cui due sbandieratori, due tamburini, un alfiere porta insegne, un armato, una dama con il signore, otto paggetti e un dotto. Tutti indossano costumi fedelmente ispirati al periodo storico di riferimento, come ci ha raccontato il costumista Massimo Gottardi, che da alcuni anni lavora sui cortei delle Contrade di Torrita.

«Generalmente, per creare un costume d’epoca si inizia dalla ricostruzione storica. Individuato il tempo a cui ci si vuole rifare, parte una ricerca su libri, dipinti e notizie, tra cui si cercano documenti sull’abbigliamento dei nobili di allora. Infatti ogni famiglia di solito aveva un guardaroba ben preciso, dettato anche dal censo in base al quale si distingueva».

Quali sono le fasi successive nella realizzazione di un abito da corteo?

«Dopo la ricerca si passa alla preparazione di un bozzetto da presentare alla Contrada e poi, una volta ricevuta l’approvazione, il lavoro prosegue con il taglio del tessuto, le cuciture e infine le rifiniture a mano».

C’è infatti un accorgimento da osservare, quando, come in questo caso, si lavora su costumi ispirati al XV secolo…

«Un costume storico implica l’essere stato realizzato in maniera artigianale, quindi assolutamente si deve stare attenti che non si vedano le cuciture fatte a macchina, proprio perché il risultato sia il più realistico possibile».

Per quanto riguarda i tessuti, come avviene la scelta di quali utilizzare?

«Anche in questo caso si ricerca il realismo, per cui oltre al velluto, che è uno dei materiali più usati per ricreare costumi d’epoca, si aggiungono tessuti che a quell’epoca venivano effettivamente importati, come la seta e il damascato. Inoltre si fanno abbinamenti tra più tonalità di uno stesso colore, in modo tale che, pur essendo legati ai dettami cromatici di ciascuna Contrada, si riesca a presentare un corteo comunque variopinto e bello a vedersi. Si pensi che per il corteo della Contrada Cavone, i cui colori sono il bianco e il verde, si sono utilizzate sette diverse tonalità di verde».

Nel caso specifico del corteo storico del Palio dei Somari, qual è l’aspetto più difficile da tenere in considerazione?

«Non che ci siano particolari difficoltà, ma forse il fatto che siano otto Contrade a sfilare impone, a ogni rinnovamento, di prestare attenzione che non vi siano modelli somiglianti tra loro. D’altra parte questo spinge sempre più in avanti il gusto di creare e di trovare nuove soluzioni, nella sartoria così come nelle acconciature delle dame».

Proprio perché gli abiti vengono indossati per vari anni consecutivi nelle Contrade, si deve prevedere che verranno indossati da molte persone. Quali misure vengono adottate in questo senso?

«Gli abiti vengono preparati in riferimento a una taglia media, sulla quale di anno in anno si interviene per adattare il costume a chi lo indossa. Tra un’imbracatura, un’imbottitura, e un tacco più alto, ciò che si vede il giorno del Palio è frutto di un lavoro che ogni anno viene personalizzato».

Attraverso la voce di un professionista come Massimo, siamo stati dietro alle quinte di uno degli eventi più attesi del Palio dei Somari: il corteo storico. Per chi volesse vedere da vicino il risultato tanta tecnica e passione, l’appuntamento è a Torrita di Siena, domenica 24 marzo 2019.

Foto: Marco Mazzolai

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Palio dei Somari 2019: un’intervista fuori dagli schemi a Yuri Cardini

A Torrita di Siena è tempo di Palio! È infatti attesa per domenica 24 marzo la corsa a dorso di somaro che, dal 1966, ogni anno coinvolge i torritesi e…

A Torrita di Siena è tempo di Palio! È infatti attesa per domenica 24 marzo la corsa a dorso di somaro che, dal 1966, ogni anno coinvolge i torritesi e appassiona i primi turisti presenti in Valdichiana in primavera. A curare l’organizzazione dell’evento, che comprende otto giorni di appuntamenti, è l’Associazione Sagra San Giuseppe, di cui abbiamo incontrato il presidente Yuri Cardini, per un’intervista un po’ particolare.

Presidente, tra pochi giorni inizierà la 63ª edizione del Palio dei Somari. Per quale motivo raccomanderebbe di non venire a Torrita nei giorni del Palio?

«Personalmente, sconsiglio di partecipare agli eventi in programma per questa 63ª edizione a quanti non vogliono essere accolti dal clima contagioso di festa che a Torrita già da qualche settimana si respira. Vorrei distogliere da questa intenzione anche chi non apprezza la buona cucina, perché, nelle contrade, è già tutto pronto per preparare i piatti che saranno serviti per le Taverne. Con un menù che va dall’antipasto alle celebri frittelle di San Giuseppe, esorto a non avvicinarsi al centro storico chi deve seguire una dieta leggera. Come del resto chi preferisce passare queste ultime sere di inverno in casa, davanti al camino, in quanto il centro storico di Torrita, se le condizioni atmosferiche saranno condiscendenti, tra concerti di musica medievale ed esibizioni di sbandieratori e tamburini, nei prossimi giorni non sarà di certo un luogo di quiete».

Presidente, c’è qualcosa di tutta la manifestazione che proprio non la convince e che vorrebbe cambiare?

«Senza dubbio il corteo storico, composto da figuranti dal portamento tutt’altro che sciatto, come sarebbe forse più facile. Gli abiti indossati si rifanno perfettamente all’epoca storica di riferimento, l’anno 1425, e per questo i figuranti non possono indossare vari accessori, tra cui per esempio piercing, orecchini, occhiali e orologi. Negli ultimi anni, inoltre, con l’introduzione del premio Sfoggiato, il riconoscimento assegnato alla Contrada che si contraddistingue per il miglior corteo, la cura per il dettaglio ha raggiunto un livello a tratti maniacale».

Essere a capo di un’Associazione come questa, composta interamente dai volontari a cui spetta l’organizzazione del Palio dei Somari, non è cosa da poco. Quali sono le problematiche che un presidente deve trovarsi ad affrontare più spesso?

«L’Associazione è una realtà complessa, che presenta continuamente criticità: condividere il tempo con i presidenti delle Contrade, che sono prima di tutto degli amici, far conoscere il nome della manifestazione nelle realtà provinciali e regionali, incontrare personalità autorevoli, avere l’onere di continuare, e possibilmente migliorare, una tradizione, quale è appunto diventata quella del Palio, per tutta la comunità».

Qual è stato finora il momento più difficile che le è capitato durante la presidenza?

«Il momento più difficile è stato al termine del primo mandato da presidente, quando mi è stato proposto di rimanere in carica per i successivi tre anni. Sebbene avessi già avuto consigli da amici e contradaioli, non potevo comunque prendere questa decisione senza consultare la mia famiglia, visto che negli anni precedenti, per tre mesi consecutivi, ero stato impegnato tutte le sere tra riunioni e assemblee. Una sera dunque ho affrontato il discorso con mia moglie e mio figlio, ed è stato quando loro mi hanno incoraggiato a rendermi disponibile per l’incarico, che allora ho capito di non avere proprio alcuna scusa per tirarmi indietro».

In conclusione, qual è secondo lei l’aspetto più criticabile di tutta la Festa?

«Quando c’è il sole e le temperature sono miti, quando insomma si inizia ad avvertire quell’accenno di bella stagione, che per le tante persone non si riesce a camminare, dentro alle mura, nel fine settimana delle Taverne e nella mattina del Palio per il corteo storico, oppure al Gioco del Pallone, per assistere alla Corsa. Questo d’altronde è il risultato del tanto attaccamento dei torritesi per questa festa e la curiosità di chi viene da fuori, ma non è detto che un po’ di spazio non lo si riesca comunque a trovare!»

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Scusate se parlo d’Amore: Intervista a Manola Nifosì

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori,…

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori, con ironia e tenerezza, sarcasmo, nostalgia e stupore; in cui ancora ci si domanda: “Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”

Esiste una fortunata tradizione filologica, capeggiata dal Professor Giorgio Padoan, che suppone l’esistenza di una prima stesura del Decameron di Boccaccio, nella quale sono presenti solo sette giornate, con una lieta brigata composta solo dalle sette donne. Questo sarebbe confermato dal percorso ideale che, muovendo dall’Elegia di Madonna Fiammetta, avrebbe traghettato il Boccaccio ad intendere il racconto e la pratica del narrare, cose propriamente femminili. Dello stesso avviso sembra essere Manola Nifosì, che nella serata dell’8 Marzo 2018 sarà sul palco del Teatro degli Arrischianti di Sarteano, con il suo spettacolo Scusate se Parlo d’Amore, del quale cura anche la regia insieme a Sergio Aguirre. L’abbiamo intervistata pochi giorni prima dell’allestimento.

LaV: Lo spettacolo si intitola Scusate se Parlo d’Amore: perché scusarsi, quando si parla d’amore?

Manola Nifosì: Bella domanda. Perché l’amore è diventato un tema accessorio. Una tematica frivola, che va tenuta sul fondo. È ironico e provocatorio quello “scusate” che immetto nel titolo, perché io considero invece l’amore come l’energia più potente che esiste sulla terra, quella che muove la vita tra gli uomini. L’unica energia che in qualche maniera riesce pure a negare la morte. Io ne parlo in modo foscoliano: l’amore ci fa sopravvivere, si sopravvive grazie alle persone che continuano ad amarci. Parlo dell’energia più grande.

LaV: Lo spettacolo viene rappresentato l’otto marzo: qual è il valore che acquisisce, in occasione della festa della donna?

MN: Intanto la protagonista dello spettacolo è una donna. È una donna che parla dei diversi modi di amare, attraverso i racconti di storie riguardanti altre donne. Sono racconti molto diversi: si rifanno al mito greco, oltre che a storie più recenti, molte storie vere, storie di donne del secolo scorso, che hanno combattuto per amore e che continuano a cercarlo. L’otto marzo è una data nella quale lo spettacolo trova un significato più forte. In queste storie ci sono anche storie di violenza. Storie di donne che vedono l’amore come subalternità: donne che hanno vissuto la vita di coppia come l’essere di proprietà di qualcuno. Ecco, racconto queste vicende nel giorno dell’otto marzo perché purtroppo molti strascichi di questa società patriarcale ancora permangono oggi: ce lo dice la cronaca, così come ce lo dicono alcune sentenze giuridiche…

LaV: C’è forse qualcosa di profondamente femminile nella pratica di raccontare storie?

MN: Dunque questo è un monologo che porto dietro da molto. E cresce con me. Dalla prima versione è cambiato moltissimo. Tra le varie cose che più mi stanno a cuore, c’è un passaggio in cui il personaggio in scena racconta di un gruppo di amici che si interrogano su cosa significhi l’amore. Prendo tra l’altro in prestito il titolo di un’opera di Raymond Carver, Di Cosa Parliamo Quando Parliamo d’Amore. Ecco, in questa ricerca di significati da parte del gruppo di amici, gli uomini si mettono a indagare sulle definizioni, mentre le donne cominciano a raccontare storie. Non hanno bisogno di definizioni, ma di esempi narrativi. È quindi proprio della natura femminile, questo bisogno del raccontare. Il raccontare il tramandare storie della famiglia. cosa che io ho molto chiara, perché sono state le mie nonne a fornirmi questa attitudine al racconto. Continuare a raccontare è anche il modo che abbiamo per tenerci vicine le persone che amiamo.

LaV: Venti giorni fa è andato in scena a Chiusi, C’era una volta il Flauto Magico, nella rassegna dedicata al teatro per famiglie: come gestisci questa pluralità di linguaggi, questo allargamento del campo di indagine dello spazio drammaturgico, che passa dal teatro per i più piccoli al teatro – che per banalità chiamiamo – per adulti?

MN: Io mi definisco una teatrante, nel senso più generico del termine. Il teatro mi piace in tutte le sue forme: dalla scrittura alla regia, fino ai costumi. Nasco come attrice e quindi come attrice ho sperimentato il teatro sia per ragazzi che per adulti. Maturando come insegnante di teatro, ho capito che il teatro è sempre teatro. Ha delle regole che vanno rispettate. Quando mi rivolgo a dei bambini ho un tipo di registro, quando sono con gli adulti ne ho un altro. Non faccio distinzione, gli attori devono avere una preparazione tale da performare nel migliore dei modi. Attenzione ché fare teatro per ragazzi è molto difficile: i bambini e i ragazzi fanno sentire il disagio di uno spettacolo in sala. Aggiungo che nel caso di C’era una volta il flauto magico – in cui oltre a curare la drammaturgia e la regia, interpreto la Regina della Notte – ho lavorato con una riscrittura facendo molta attenzione anche alle questioni di genere. La figura femminile, nell’opera di Mozart, è bistrattata. Rispetto alla storia originale però nella mia riscrittura ho fatto sì che tutto si incentrasse sul percorso di formazione dei protagonisti: la presa di responsabilità, il fare delle scelte giuste, da parte dei maschi e delle femmine. Perché la rivoluzione culturale che va portata avanti non può essere fatta solo dalle donne, ma da tutti.

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Il Pinocchio apocrifo di Gabriele Valentini

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con…

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con l’assistenza di Airis Fantechi. In scena ci sono Andrea Storelli, Giacomo Testa, Giordano Tiberi, Martina Belvisi, Eleonora Ciampelli e Andrea Fiori. Nello spettacolo sono presenti i visual appositamente creati da Simone Pucci, i costumi sono di Vittoria Bianchini con la collaborazione di Roberta Rapetti.

P – Storia di un Burattino si ispira alla vicenda di Pinocchio; ma non quella canonica e tradizionale, di Carlo Collodi. È invece una “pinocchiata” degli anni ’20 del Novecento a fungere da base narrativa per questo spettacolo. Il successo del personaggio di Carlo Collodi fu talmente grande da generare una serie di racconti e romanzi di altri autori che sfruttarono il burattino più famoso del mondo per ulteriori composizioni (fanfiction diremmo oggi).  Una di queste, che vede un Pinocchio “scemo di guerra”, di ritorno dalla prima guerra mondiale, senza memoria, ha ispirato il nuovo spettacolo prodotto dalla Nuova Accademia Arrischianti.

Gabriele Valentini ha elaborato una messa in scena originalissima, che si inserisce nella già fortunata stagione invernale degli Arrischianti. Lo abbiamo intervistato.

LaV: Quella di Pinocchio è una delle vicende più conosciute al mondo. Da Collodi alla Disney, da Carmelo Bene a Benigni, fino all’annunciata lavorazione del film di Garrone. Cos’è che rende questa vicenda così longeva, tanto da renderla efficace ancora oggi?

Gabriele Valentini: Come tutti i grandi libri, “Le avventure di Pinocchio“, di Carlo Collodi (alias Carlo Lorenzini), ha più livelli di lettura: il primo è il più banale, ovvero la storia stessa del burattino. Già al livello successivo troviamo una forte critica sociale, dato che Pinocchio è stato definito “l’eroe della fame“, una fame che tutti conoscono, persino i burattini. Collodi descrive un mondo in cui persino i bambini (in carne ossa o meno) devono lavorare per sopravvivere. Ciò lo ha reso molto simile a Dickens e a Verga; è significativo il fatto che, nella sua prima stesura, la storia finisse con la morte di Pinocchio appeso a un albero ad opera del Gatto e della Volpe. L’unica cosa che spinse l’autore a cambiare il finale, fu l’insistenza dei suoi lettori che scrissero in massa alla redazione (Collodi scriveva su “Giornale per Bambini”) richiedendo un finale diverso. L’intenzione dell’autore era dunque diversa da quella che si evince dall’intero romanzo che si è abituati a leggere: la sua era una forte critica sociale dal tono amaro e verista, una sorta di insofferente ma inevitabile accettazione delle ingiustizie del mondo e delle istituzioni regolatrici dello stesso. Una storia decisamente lontana dall’edulcorato film d’animazione Disney famoso in tutto il mondo.

LaV: Lo spettacolo è ispirato a una “pinocchiata”, Il Cuore di Pinocchio. Dove l’hai scovata? Cosa ti ha convinto a tirarci fuori uno spettacolo?

Gabriele Valentini: Come penso sia normale, quando studi un argomento, in questo caso Pinocchio, si tende ad accumulare informazioni, così mi sono imbattuto ne “Il cuore di Pinocchio”, pubblicato per la prima volta nel 1917 e poi riedito, in forma ampliata, nel 1923, questo  è parte della ricca produzione di letteratura per l’infanzia a tema bellico che si diffuse negli anni del primo conflitto mondiale. Scritto dal nipote di Collodi – così figura l’autore Paolo Lorenzini sulla copertina del libro –  questa nuova riscrittura si presenta anzitutto come un testo vicino alla produzione propagandistica vera e propria. Leggendo il romanzo, non ho potuto non notare le differenze e le analogie culturali con i tempi di oggi, questo insieme ad altri racconti su Pinocchio, hanno rappresentato il punto di partenza, per poter poi sviluppare una storia che comprendesse rimandi al Pinocchio di Collodi ( l’originale), ma che parlasse anche del “Bel Paese dei Balocchi” nel quale, a volte, si ha l’impressione di vivere.

LaV: Il tuo Pinocchio è  uno “spin-off” della vicenda originale. In qualche modo questo spettacolo è imparentato con il Progetto Giufà, che allo stesso modo articolava una serie di sequenze drammaturgiche basate su vicende di tradizione popolare (“picaresche” direbbero i filologi)?

Gabriele Valentini: In realtà no, in P, storia di un burattino della tradizione popolare ho cercato di conservare solo le suggestioni e gli spunti. Mi interessava raccontare cosa ci fosse dietro l’immaginario collettivo che si ha su Pinocchio. La vicenda vede P, ragazzo in carne ed ossa, decidere di partire per la Guerra, per dimostrare a se stesso ed agli altri che oramai è un Uomo. Colpito dal “Vento degli Obici” (termine con il quale durante la Prima Guerra Mondiale si indicava quello che, solo nel 1980, fu etichettato come Disturbo Post Traumatico da Stress),  P non ricorda nulla, a vegliarlo strani personaggi, alcuni dei quali, tenteranno di fargli riacquistare la memoria, perché dalla conservazione della stessa  può spesso dipendere anche il futuro.

LaV: Come stai lavorando con gli attori? Nella nota di regia si legge: «personaggi non hanno un nome specifico perché sono essi stessi un insieme di ispirazioni, gli attori che vanno ad interpretarli fluttuano tra l’essere personaggio esistito, o esistente, e personaggio della fiaba»: come viene gestita questa cosa dal punto di vista recitativo?

Gabriele Valentini: È un lavoro individuale. Con ognuno degli interpreti ci siamo divertiti a caratterizzare il proprio personaggio, anche prendendo spunti dalla vita dell’autore, questo ci ha permesso di spaziare fino all’attualità.

LaV: Nell’allestimento sono presenti delle “video-scene”. Come si integrano nella messa in scena di “P.”?

Gabriele Valentini:  Gli interventi di video scenografia, curati da Simone Pucci, danno il loro contributo alla narrazione della vicenda, direi proprio che sono il settimo attore in scena.

LaV: Quali sono i progetti futuri della Nuova Accademia Arrischianti? Che tipo di primavera/estate attende il pubblico di Sarteano?

Gabriele Valentini: Il prossimo impegno riguarda l’ultimo appuntamento della Stagione 2018/19 con “Scusate se parlo d’amore” in scena l’8 marzo alle 21,30, di e con Manola Nifosì coadiuvata alla regia da Sergio Aguirre. Per quanto riguarda la primavera/estate siamo già a lavoro per il tradizionale appuntamento di “Teatro al Castello” , insieme il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, su un progetto  che inizierà a fine marzo con un laboratorio teatrale aperto a tutti e che sfocerà nella messa in scena di Rodrigo dal 16 al 21 luglio, della quale curerò la regia, con le musiche di Davide Vannuccini. Altro  importante appuntamento dell’estate Arrischianti è il Sarteano Jazz & Blues 2019, la cui Direzione Artistica, anche quest’anno, è affidata a Battista Lena.

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Pensiero, Libertà, Azione – intervista al filosofo Luca Pantaleone

Se c’è un posto dove le idee possono emergere, essere coltivate e fiorire in tutta la loro forza rivoluzionaria, questo è senza dubbio l’Associazione Pensiero, Libertà, Azione. Nata ad agosto…

Se c’è un posto dove le idee possono emergere, essere coltivate e fiorire in tutta la loro forza rivoluzionaria, questo è senza dubbio l’Associazione Pensiero, Libertà, Azione. Nata ad agosto 2018, ad oggi conta circa quaranta soci. Il suo fine è quello di accogliere chiunque voglia contribuire a ripensare la società sulla base della cultura, imprescindibile per il confronto e la crescita, come ci ha raccontato il filosofo Luca Pantaleone che, insieme al suo amico Salvatore Tallarico, ne è il fondatore.

L’associazione si chiama Pensiero, Libertà, Azione. È una dichiarazione di intenti?

«In questo nome è riassunto l’obiettivo che l’associazione vuole perseguire: partire dalle idee, dalle competenze e dalle esperienze di tutti, per condividere e promuovere la cultura, elemento in grado di far sorgere nell’individuo il dubbio, provocare la riflessione. È questo poi che apre le porte al pensiero libero, al quale però è necessario che segua una fase di azione, per un miglioramento della società».

Sia tu che Salvatore avete compiuto studi scientifici prima di fondare l’associazione, che ha invece un’ispirazione filosofica. Quale sintesi trovano tra loro questi due diversi aspetti del sapere?

«Una volta liberato dai pregiudizi, il pensiero può essere applicato a ogni ambito della conoscenza, per esempio quello sanitario. A conferma di ciò, porteremo l’attenzione su varie questioni di attualità, tra cui il dibattito pro vax/no vax, cercando proprio di trovare una chiave di lettura valida per approcciarsi a questa tematica».

Quale ruolo spetta alla filosofia nel XXI secolo?

«Si può dire che il compito della filosofia sia sempre quello di fornire un metodo di pensiero, un modo di procedere nella conoscenza, che allontani i pregiudizi dalla formulazione delle idee. È importante per gli individui comprendere sé stessi ancor prima di formulare concetti. Del resto non siamo dei tuttologi e il confronto è il primo passo per sviluppare un pensiero critico, che per esempio sappia non dare per scontate le piccole cose».

Crede che oggi la conoscenza abbia perso autorevolezza?

«È un dato di fatto che la conoscenza non venga più adeguatamente valorizzata, per dare invece maggior risalto al sistema delle apparenze. Si è persa l’idea autentica di cultura, tanto da essere portati oggi a considerarla appannaggio di pochi, quando in realtà è patrimonio di tutti. Dovremmo tornare ad apprezzarla in tutte le sue sfaccettature, poiché potenzialmente ognuna di queste ha i suoi appassionati».

Ma quali possono essere state le cause di questo processo di svalutazione?

«Senza dubbio c’è stato uno snaturamento dei percorsi formativi, in quanto è sempre più difficile che nelle aule, dei licei come delle università, si insegni come prima cosa a ragionare. In generale, in Italia la cultura ha perso valore nel momento in cui si è smesso di produrne, determinando così una forte tendenza alla stabilità piuttosto che all’innovazione. Ciò è accaduto spesso e volentieri in nome del profitto, ma non sta tutto lì quando si parla di cultura, arte, filosofia, musica».

E a proposito di musica, il primo evento di Pensiero, Libertà e Azione sarà proprio incentrato su questo tema. Cosa prevede?

«La nostra Associazione ha organizzato per sabato 16 febbraio, al Museo nazionale d’arte medievale e moderna di Arezzo, la sua prima iniziativa. Si tratta di un incontro dal titolo “Musica, Filosofia, Società“, nel corso del quale si approfondirà il valore della musica nella società contemporanea. Interverranno Ferdinando Abbri e Simone Zacchini, docenti all’Università di Siena, i quali argomenteranno su quanto la musica sia importante nella formazione dell’individuo, in che modo riesca ad emozionare, ad influenzare la quotidianità e come in passato abbia condizionato il corso storico degli eventi».

Ci sono altre iniziative in programma per i prossimi mesi?

«Nel primo semestre del 2019 continueranno gli eventi culturali, tra cui ci sarà un incontro con Diego Fusaro, che porterà il suo punto di vista su democrazia e capitalismo. Inoltre si possono già anticipare altri approfondimenti, uno di guida all’ascolto dei brani del compositore austriaco Gustav Mahler tenuto da Adele Boghetich, uno sulla valorizzazione economica del patrimonio culturale italiano, a cura della Professoressa dell’Università Bocconi Paola Dubini. Ulteriori novità saranno pubblicate di volta in volta anche sul sito dell’associazione».

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“Tutta Casa, Letto e Chiesa” al Poliziano – Intervista a Valentina Lodovini

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini,…

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini, le musiche di Maria Antonietta.

Il 9 marzo 1973 cinque uomini armati obbligano Franca Rame a salire su un furgoncino. Viene prima seviziata, la feriscono con una lametta, le spengono sigarette addosso, poi la stuprano a turno per ore. L’ambientazione storica è quella dell’Italia in piena strategia della tensione; Dario Fo e Franca Rame sono artisti schierati: hanno fondato un gruppo di lavoro chiamato La Comune che si esibisce nei circoli ARCI e nelle case del Popolo, coordinano l’organizzazione Soccorso Rosso Militante, che fornisce supporti agli operai in lotta nelle fabbriche italiane e già nel 1962 si erano fatti cacciare dalla RAI per aver inserito nella scaletta di Canzonissima uno sketch giudicato eccessivamente polemico. Nel 1970 hanno portato in scena Morte Accidentale di un Anarchico, sposando apertamente la tesi dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, per i fatti della notte del 15 dicembre 1969. Gli aggressori sono componenti di cellule organizzate neofasciste. L’azione si configurava come una vera e propria spedizione punitiva, per colpire la parte “debole” della coppia di “compagni”.

Dopo questo evento Franca Rame, con il marito Dario Fo, non si arrendono. Scrivono altri testi, molti dei quali decisamente impegnati, tra cui uno, supportato dal crescente movimento femminista e dalle conquiste civili. Si intitola Tutta Casa, Letto e Chiesa. È uno spettacolo focalizzato sulla condizione femminile, sulla servitù della donna, sulla condizione prostrabile e subalterna del femminile nel dominio fallico della cultura occidentale. Un testo che viene rappresentato per la prima volta nel 1977 alla Palazzina Liberty di Milano, ma che nel 2019, invece di mostrare la sua senescenza, si accende di fuoco nuovo, preme le dita contro argomenti che ancora creano disturbo politico, ancora svelano inadeguatezze e problematiche di genere (e pure sessuali) malauguratamente presenti nel tempo presente.

A portarlo in scena oggi è Valentina Lodovini, uno dei volti più noti – e più belli – del panorama teatrale e cinematografico italiano. Passerà anche al Teatro Poliziano giovedì 10 gennaio. Le abbiamo fatto alcune domande.

LaV: Portando in scena un testo interpretato da una gigante del teatro come Franca Rame, hai mai sentito il peso della responsabilità di interpretare le parti di Tutta casa, letto e chiesa?

Valentina Lodovini: No. Questa paranoia non me la faccio. C’ho pensato all’inizio però ogni sera quando sono in scena penso solo al mio pubblico e basta.

LaV: Tra i vari commenti allo spettacolo, ovviamente in maggioranza positivi, c’è anche qualcuno che allude al fatto che tu parli di una sofferenza femminile dalla “posizione privilegiata di sex symbol”: ecco che cosa risponderesti a questa velata accusa?

Valentina Lodovini: Diciamo pure che anche Franca Rame era una sex symbol. Sinceramente questo tipo di pensieri mi spiazzano. Il discorso è proprio limitante. La mia testa non funziona così: io non ho pregiudizi, non ho mai fatto distinzioni tra bello e brutto, non percepisco questa difficoltà. Forse  in Italia se fai questo mestiere e sei bella dai fastidio. Negli altri paesi non è così. La bellezza si apprezza e basta. Noi, in fondo, siamo alla ricerca della bellezza sempre, chiunque di noi, anche semplicemente nella scelta del ristorante in cui andare a cena. Ricerchiamo costantemente il bello. Soltanto in Italia si fanno questi problemi, forse perché siamo abituati alla bellezza, visto che cresciamo in mezzo all’arte… ma io, ecco, me ne sono sempre fregata. Chiariamo: nello spettacolo sono in sottoveste perché i quattro personaggi che interpreto, all’interno del testo, sono in sottoveste: una fa sesso, un’altra si è appena svegliata, un’altra lo dice proprio «sono in déshabillé», sicché è una questione di coerenza con quello che si racconta e che si rappresenta. Sarebbe stupido far alzare una da letto con la tuta da sci, no? … vabbè poi magari mi stava bene pure la tuta da sci e quindi avrebbero avuto lo stesso da ridire… comunque questi discorsi lasciano il tempo che trovano: il mio mestiere è altro. Sono lusingata del fatto che piaccia. In ogni caso, se qualcuno pensa che per essere brava devi essere brutta forse il problema è loro.

LaV: Se si leggono commenti sui social, specie in relazione ai recenti fatti legati al movimento #metoo, l’umanità media in Italia è abbastanza sconfortante: rancorosa, cinica, portatrice d’odio, aggressiva, sessuofobica, violentemente patriarcale: il teatro – specie quando è teatro civile, engagé – è uno strumento di analisi. Serve a sondare i sentori del pubblico vivo, ché forse i commenti online distorcono. Come ti sembra abbia risposto finora il pubblico vivo, di fronte a queste tematiche?

Valentina Lodovini: In molti modi diversi. Nel pubblico teatrale c’è di tutto. C’è da una parte un’intelligenza viva, preziosissima, straordinaria, che risponde bene, e c’è dall’altra una chiusura mentale, purtroppo, molto meno brillante. C’è tutto quello che esiste nel paese reale. È un testo che tira fuori le cose, è inattaccabile. Ha dentro anche la commedia, fa ridere e fa riflettere, stimola il pubblico a reagire in modi diversi e confrontare le emozioni. C’è quindi una scissione ogni sera.

LaV: Ti sei diplomata al centro sperimentale di cinematografia di Roma. Hai modulato le pratiche rappresentative per la camera, e quindi per il cinema: questa cosa ti ha condizionata in qualche modo nella recitazione praticata su un palco scenico, di fronte a un pubblico presente?

Valentina Lodovini: No. Anzitutto io ho fatto un’accademia di teatro prima di fare il CSC. Comunque il Centro lavora a trecentosessanta gradi sulla formazione degli attori. È un po’ ingannevole, un po’ riduttivo, pensare che il Centro lavori solo sul cinema. Dura tre anni e mezzo e fornisce tutti gli strumenti per fare al meglio questo mestiere. Io so adeguarmi a tutti i tipi di linguaggio, conosco le regole – poi magari decido di romperle – però il mio mestiere lo so fare molto bene, se mi chiedono di declamare dei versi li declamo. Nulla è lasciato al caso. Anche in questo spettacolo qua c’è una precisa scelta mia, solo mia, di recitazione e di interpretazione. Può piacere o non piacere, però è stata una scelta. C’è una scelta ben precisa sia sul linguaggio usato, sia con la distanza che viene posta tra me e Franca Rame. Nulla è lasciato al caso. Per me non c’è differenza tra cinema e teatro, si tratta solo di come si sceglie di sfruttare il mestiere.

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