La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

Christa Fonfara, dalle scenografie in Germania alla pittura in Italia: una vita per l’arte

Christa Fonfara è un’artista tedesca originaria di Francoforte, che da ormai più di trenta anni svolge la sua attività di pittrice a Petroio. Dopo il diploma all’Accademia delle Belle Arti…

Christa Fonfara è un’artista tedesca originaria di Francoforte, che da ormai più di trenta anni svolge la sua attività di pittrice a Petroio. Dopo il diploma all’Accademia delle Belle Arti di Stoccarda nel 1972, ha intrapreso la carriera di scenografa nei teatri di Stoccarda e Bochum. Nel 1987, la decisione insieme al marito compositore Jo Post, di lasciare la Germania per stabilirsi definitivamente in Italia. Nel suo laboratorio alterna lavori su commissione a nuovi progetti, in cui sperimenta e mescola varie tecniche, come ci ha raccontato.

Cosa caratterizza la pittura di Christa Fonfara?

«Le mie opere sono accomunate da uno stile prevalentemente astratto, su cui di tanto in tanto si identificano soggetti figurativi in linea con i temi rappresentati. Proprio per avere a disposizione più linguaggi espressivi, sono utilizzati accostamenti di diverse tecniche, soprattutto acrilico, olio e collage».

Scorrendo la galleria di quadri, si evidenziano tematiche varie. Cos’è che le suggerisce?

«La maggior parte delle mie opere nascono da letture di testi filosofici e dall’ascolto di musica classica. Le composizioni di Richard Wagner, Richard Strauss e Gustav Mahler, con le suggestioni della cultura romantica e la sua carica comunicativa che soggiace al mito e alla tragedia, sono una ricca sorgente di ispirazione per la mia attività creativa. Fare riferimento ad un paradigma come quello romantico, che coinvolse in modo traversale tutte le forme espressive, è utile per un’arte, come questa, non confinata alla sola pittura».

Infatti tra i vari progetti intrapresi, alcuni si incontrano con la letteratura e il teatro.

«Proprio in questo periodo stiamo preparando uno spettacolo in cui le immagini, che nello specifico realizzerò unendo sabbia e collage, scorreranno sullo sfondo della lettura di brani scritti da Frida Kahlo e Vincent van Gogh, mentre tutto sarà accompagnato dalla musica di Jo. Sarà una performance nella performance, una metafora di come un processo creativo necessariamente si svolga all’interno dell’esistenza umana».

Quale è stato un momento particolarmente significativo per la sua carriera?

«Di certo il trasferimento in Italia ha costituito un momento importante. Il lavoro in teatro è stato formativo, ma a lungo andare limitante, in quanto imponeva di affrontare tematiche precisamente indicate. Decidere di vivere l’arte liberamente, per essa stessa e non per qualcuno, è stato una svolta, anche se c’è stata pure qualche difficoltà iniziale».

Perché avete scelto di stabilirvi proprio in questa parte della Toscana?

«Eravamo stati in Toscana più volte in vacanza, e quindi avevamo potuto conoscere lo stile di vita che hanno le persone qui. Ho sempre trovato la dimensione del piccolo paese molto affine allo spirito che cercavo per aprire il mio studio».

In che modo l’ambiente condiziona la sua pittura?

«Talvolta ricorrono all’interno delle mie opere degli elementi naturali, ma in genere non mi dedico alla pittura di paesaggio, che eppure è comunemente diffusa. Preferisco trovare punti di vista personali, anche insoliti, attraverso cui rappresentare la realtà».

Cosa pensa della condizione dell’arte, ma più in generale della cultura, in Italia oggi?

«Avendo continuato a tenere contatti con l’estero in questi anni, mi rendo conto che attualmente nel resto dell’Europa c’è più vivacità a livello di produzione artistica. In Italia c’è molta innovazione nel settore del design, ma la cultura per quel che riguarda l’arte in sé sembra rimanere concentrata solo sulla conservazione del passato, valorizzando poco di quanto sta accadendo in epoca contemporanea».

Nessun commento su Christa Fonfara, dalle scenografie in Germania alla pittura in Italia: una vita per l’arte

Un sostegno durante l’isolamento: intervista alla psicologa Roberta Rachini

Da quando il Coronavirus ha fatto irruzione nel regolare procedere del mondo, le esistenze di tutti sono state state stravolte in molteplici aspetti della loro quotidianità. Le misure drastiche adottate…

Da quando il Coronavirus ha fatto irruzione nel regolare procedere del mondo, le esistenze di tutti sono state state stravolte in molteplici aspetti della loro quotidianità. Le misure drastiche adottate per far fronte a questa emergenza sanitaria hanno apportato cambiamenti sostanziali alle abitudini di ciascuno, sullo sfondo di una situazione angosciosa e drammatica per il continuo e pervasivo senso di pericolo, nonché per le ingenti perdite di vite umane registrate ogni giorno. Questa emergenza, che in molti hanno già assimilato ad una vera e propria guerra, ha rivelato la sua portata traumatica soprattutto nel momento in cui le persone sono state chiamate ad osservare severe restrizioni, prima tra tutte quella non uscire di casa se non per ragioni di reale necessità.

Pertanto, preso atto della maggiore difficoltà nel gestire i propri stati d’animo in questo momento, l’Associazione ERA (Empathy Really Action) ha deciso di fornire, tramite i suoi psicoterapeuti, un supporto gratuito ai cittadini che lo richiedano. L’obiettivo dell’iniziativa, insieme alle varie problematiche che possono emergere in questa situazione, ce lo ha spiegato la dottoressa Roberta Rachini.

Il Coronavirus ha causato un’emergenza senza precedenti, che nell’immediato, come si è visto, ha innescato nelle persone reazioni precipitose e addirittura ancora più rischiose per la salute pubblica. Quali conseguenze può avere una situazione come questa?

«Le prime reazioni, si pensi alla corsa ai supermercati, sono state dettate dal panico, secondo quelli che sono i meccanismi cognitivi gestiti dal nostro sistema primitivo. Passata questa fase, può diventare più pesante la condizione di incertezza riguardo a quello che succederà. In linea generale, per l’assenza dei contatti sociali imposta dall’isolamento, è molto probabile che si estremizzino le inclinazioni già presenti nell’individuo, per cui chi anche prima era solito isolarsi, adesso sarà portato a farlo ancora di più, e chi invece era abituato ad una vita sociale intensa, nelle prossime settimane avvertirà maggiormente la mancanza di compagnia. In questo certo Internet un po’ aiuta, consentendo comunque di rimanere in contatto, anche a distanza».

L’Associazione ERA ha deciso di mettersi a disposizione l’esperienza dei propri psicoterapeuti per essere d’aiuto a chi può sentirsi in difficoltà nel gestire le attuali settimane di emergenza. In cosa consiste questo sostegno?

«Si tratta di uno sportello telefonico a cui ci si può rivolgere gratuitamente per avere consigli su come affrontare la situazione in corso. L’iniziativa è mirata a suggerire una serie di attività che aiutano a gestire il senso di disorientamento e incertezza, ad alleviare il carico emotivo a cui si è sottoposti, e soprattutto incentivano a trovare le risorse personali per reagire. Il punto è che tutti abbiamo dentro di noi i mezzi adeguati a farlo, per quello detto in altre parole come il concetto di resilienza, ma spesso non ne siamo consapevoli. Questo accade perché conduciamo stili di vita che raramente ci mettono alla prova e, di conseguenza, non si ha occasione di sperimentare quanto invece la natura ci abbia già provvisto degli strumenti necessari».

Un supporto psicologico come interviene in questo caso?

«Un consiglio che ci si sente dare spesso è quello di provare il più possibile a distogliere il pensiero da quanto sta accadendo, per rivolgerlo ad attività positive. Tuttavia questo consiglio può addirittura sortire l’effetto opposto, cioè aggravare la preoccupazione, quando proviene per esempio dai familiari o da altre persone vicine. Una figura professionale invece si pone esternamente ed è inoltre in grado di suggerire in che modo si può osservare con lenti diverse questa realtà. Un punto di partenza può essere proprio quello di cercare, in tale circostanza, un arricchimento del proprio spazio mentale, cogliere la possibilità di concedersi una riflessione su quel che fino ad ora per varie ragioni si era trascurato, di dedicarsi ad attività non abitudinarie, e in questo senso anche apportare dei nuovi benefici in termini di salute».

Quali sono le categorie sociali che hanno la possibilità di riscontrare maggiori disagi nel far fronte a questo periodo?

«Più esposte al rischio sono le persone con già delle patologie che si possono acutizzare, oppure chi viveva da prima situazioni di crisi e incertezza, magari economiche. Inoltre il pericolo è più alto per gli operatori sanitari, che si trovano a dover gestire una situazione stressante e drammatica, la quale talvolta può comportare un burn out, un esaurimento emotivo».

Che tipo di atteggiamenti è da evitare?

«È consigliato non lasciarsi travolgere dall’impatto emotivo del momento. Ad esempio, per ricevere informazioni è opportuno ora più che mai fare affidamento soltanto ai canali ufficiali e poche volte al giorno, evitando un’esposizione continua. Se ci si trova ad avere tanto tempo libero, è bene mantenersi impegnati, ovviamente assecondando le proprie attitudini. A questo proposito, il Comune di Torrita di Siena ha promosso il progetto Torrita Virtual Lab, mirato proprio a proporre ai cittadini diverse attività da svolgere durante la settimana».

È possibile ad ora prevedere che effetti futuri avrà, a livello individuale, questa esperienza?

«C’è una frase attribuita ad Albert Einstein, secondo cui ‘I problemi non possono essere risolti dallo stesso livello di conoscenza che li ha creati’. Ecco, questa situazione sicuramente creerà dei cambiamenti, non solo sugli equilibri economici, politici e ambientali, ma anche a livello individuale, soprattutto per quel che riguarda la scala dei valori e dei bisogni di ciascuno. In genere, se ogni esperienza ci trasforma e ci fa acquisire delle capacità, questa in particolare ha provocato un forte spaesamento perché ci ha privato dei punti di riferimento abitudinari che si pensavano fissi e immutabili. Per adesso si riesce a tollerare perché c’è la consapevolezza che si tratta di una situazione a termine, e che quindi prima o poi si tornerà ad uno stato di normalità, ma in questo lasso di tempo, a maggior ragione se l’isolamento dovesse prolungarsi, non è improbabile un accentuarsi di problemi e disagi già presenti. Rimane da vedere in che misura ciò accadrà».

Per chi volesse usufruire di questo sostegno, si ricorda che la consulenza avviene in forma telefonica ai seguenti orari:
Lunedì dalle 11 alle 13;
Mercoledì dalle 11 alle 13;
Venerdi dalle 11 alle 13.
I numeri da chiamare sono:
Dr. Elisa Marcheselli +39 388 652 20 77
Dr. Roberta Rachini + 39 392 413 19 12
Dr. Alessio Pieri + 39 328 827 42 99

Nessun commento su Un sostegno durante l’isolamento: intervista alla psicologa Roberta Rachini

Donpasta e il suo show di suoni e parole per salvare la cultura del cibo

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I…

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I Villani, il film documentario presentato al Festival del cinema di Venezia nel 2018, dedicato a quattro storie popolari, di cibo, di pesca, di agricoltura, di allevamento. Sua l’idea di unire cibo, musica e parole in una performance capace di connettere il pubblico al senso ancestrale del cibo, indiscusso legame identitario tra luoghi e persone.

Donpasta, che dopo più di dieci tappe internazionali porta il suo progetto Food Sound System al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, il prossimo 8 febbraio alle ore 21.00, ha iniziato il suo percorso di riscoperta e divulgazione della cultura alimentare agli inizi del 2000, quando da studente fuori sede si è scoperto profondamente attaccato al ricordo della cucina tipica delle sue origini. Da allora, nel corso di tutti i suoi viaggi, ha accumulato storie, tradizioni e suggestioni legate all’eredità del cibo popolare e le ha condensate in un cooking djset, espressione di suoni, parole e passione.

Food Sound System
è una performance coinvolgente per i cinque sensi, un’esperienza che è al contempo scena e cultura, musica e profumo, improvvisazione e racconto di memorie lontane, presente e luoghi distanti, come ci ha raccontato proprio Donpasta.

In cosa consiste queste spettacolo, così originale e unico nel suo genere?

«Si tratta fondamentalmente di una commistione di musica e racconti di storie di cucina. Da salentino sono cresciuto osservando nelle occasioni di festa l’abbinamento indissolubile tra la tradizione del cibo e della musica: due dimensioni accomunate dalla caratteristica di essere il risultato di attività compiute per gli altri. La sequenzialità pressoché liturgica con le quali si esegue una ricetta antica o un ritmo tramandato da generazioni, si riassume nella sacralità di un rito che si quotidianamente si rinnova, sintetizzando una storia di secoli e accomunando le persone attorno ad un’esperienza condivisa».

Durante lo spettacolo, alle parole si uniscono la musica e le sonorità che tipicamente vengono prodotte in cucina. In che modo viene gestita l’improvvisazione?

«I luoghi, i cibi, le persone che incontro nei posti in cui si sposta Food Sound System sono ogni volta una fonte inesauribile di nuovi contenuti, aneddoti e storie da portare sul palco. L’interazione con un musicista è una pratica artistica riconducibile molto al jazz, per quanto riguarda il tratto di improvvisazione. Sul palco, i suoni originati durante la preparazione dei piatti vengono microfonati e vanno ad integrarsi con parole, gesti e musica, per restituire un corpo sonoro che è contingente al momento in cui si svolge lo spettacolo, ma conserva insieme la valenza infinita dello sfrigolio dell’olio o dell’incidere ritmico di un coltello su un tagliere. Sono rumori eterni, che prolungano la loro storia ogni giorno, nelle molteplici situazioni in cui vengono continuamente riprodotti. Nella data al Teatro Ciro Pinsuti, le gestualità e i tempi si uniranno alla musica di Davide Della Monica, con cui condivido la nascita dell’idea di Food Sound System».

Questo spettacolo si presenta dunque come manifesto di un piano di difesa della cultura legata al cibo. Qual è l’obiettivo di questo percorso?

«Di pari passo all’abbassamento della qualità degli alimenti, a cui ha contribuito anche il potenziamento del commercio internazionale, va sempre più scomparendo la memoria collettiva fondata sul proseguimento delle tradizioni popolari. La sfida è dunque quella di rimettere in circolo le esperienze legate alla storia e all’identità dei luoghi, trasmettere emozioni legate al ricordo dei sapori che stanno alla base di un bagaglio collettivo comune».

A cosa si deve ricondurre, secondo Donpasta, questo processo culturale di perdita della stima delle proprie radici culturali?

«Laddove la modernità ha più mutato i connotati dei luoghi, maggiore è stata la perdita della memoria anche alimentare, oltre che dell’autenticità del sistema valoriale complessivo, fortemente compromesso dai meccanismi capitalistici».

La memoria del cibo che posto trova negli equilibri sociali attuali e come si pone rispetto all’integrazione di altre culture?

«L’integrazione sta alla base della nascita della tradizione. A svalutare l’identità culturale non è lo straniero, ma i processi della modernità. Quando si pensa che lo straniero costituisca una minaccia alla sopravvivenza delle tradizioni locali, si dimentica forse che, soprattutto in Italia, la cultura del cibo che oggi possiamo apprezzare è frutto di contaminazioni con altre storie, spostamenti da regioni e stati, migrazioni di popoli. È una storia che prosegue da secoli, magari un tempo era più lenta, oggi avviene tutto molto più velocemente, ma è un processo che non si è certo innescato negli ultimi dieci anni, e al quale sicuramente si deve quello che attualmente si ammira».

Nessun commento su Donpasta e il suo show di suoni e parole per salvare la cultura del cibo

GiFra e amici presentano lo spettacolo “La bella addormentata”

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come…

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come guida e i poveri e gli ultimi come fratelli. A Lucignano, la GiFra organizza ogni Natale una recita il cui incasso viene devoluto in beneficenza. Anche quest’anno l’appuntamento è fissato per lunedì 23 dicembre alle ore 21:00, per la messa in scena dello spettacolo “La Bella Addormentata” al teatro Rosini.

Abbiamo incontrato Viola Meacci, presidentessa della fraternità di Lucignano, per farci raccontare cosa vedremo a teatro e quali sono le attività di questo gruppo.

 La Bella Addormentata è una favola diventata famosa grazie al film prodotto dalla Disney. La vostra è una rivisitazione?

“Sì, sarà una rivisitazione in chiave comica. Apriremo lo spettacolo con una parte di varietà con ospiti e amici che canteranno, balleranno e faranno sketch simpatici.”

Non è il primo spettacolo che portate a teatro, sbaglio?

“No. È dal 2006 che li facciamo. Negli anni passati abbiamo fatto il Re leone, Pinocchio, la Bella e la Bestia, Shrek, gli Aristogatti e tantissimi altri. Praticamente la Disney l’abbiamo reinterpretata tutta.”

Qual è lo scopo di questi eventi?

“Raccogliere fondi che daremo in beneficenza. Cerchiamo di aiutare ogni anno realtà diverse, sia in Italia che nel mondo. Per esempio, dopo il terremoto ad Amatrice abbiamo devoluto il denaro raccolto alla città. Quest’anno il ricavato verrà donato alla comunità Cenacolo che aiuta i bambini meno fortunati in Brasile, in Messico e in altre parti del mondo. Negli anni passati, tramite il Comune, abbiamo aiutato famiglie di Lucignano in difficoltà economica e ancora abbiamo contribuito alla realizzazione di una piscina riabilitativa in un ospedale pediatrico in Africa.”

Oltre alle attività recitative cosa fate?

“Ci incontriamo al convento dei cappuccini di Lucignano dove facciamo momenti di preghiera e di formazione per quanto riguarda la vita cristiana e francescana. facciamo anche incontri con le altre GiFre e organizziamo eventi come il carnevale per i bambini o il villaggio di Babbo Natale.”

Quanti siete nella fraternità?

“Siamo giovani dai 14 ai 30 anni. A Lucignano siamo una decina, ma per eventi come gli spettacoli di Natale ci aiutano anche degli amici che non fanno parte della GiFra, ma che sono interessati allo scopo dello spettacolo.”

Nessun commento su GiFra e amici presentano lo spettacolo “La bella addormentata”

La musica (e la grafica) dei Maestro

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta…

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta di un progetto in corso d’opera, composto da un trio molto particolare. Alberto Nepi alla voce e ai sintetizzatori è accompagnato da Lorenzo Camilletti, basso e “spippolini”. E poi c’è Francesco Camporeale, l’illustratore grafico, l’elemento visivo del gruppo.

Sì, perché è proprio questa la particolarità dei Maestro: musica elettronica e illustrazioni che si intrecciano e si influenzano a vicenda. Una bella novità nel campo musicale aretino, a dispetto di un ambiente tanto restio alle proposte artistiche giovanili (pur con le solite lodevoli eccezioni). Li ho intervistati in uno dei locali di Corso Italia, proprio ad Arezzo.

Com’è nato questo progetto?

“Del tutto casualmente da un incontro in studio di registrazione. Dialogavamo sull’accostamento tra immagine e musica da molti anni. Con i Whao! (band di cui fa parte Alberto), per esempio, facemmo un brano molto elettronico (Anxiety 2.0), che accompagnammo a un video pieno di immagini bellissime create al PC dalle mani e dalla mente di Francesco. Qualche mese fa abbiamo conosciuto Lorenzo e ci siamo accorti di avere molte idee in comune, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica nella musica. Questi interessi simili hanno fatto scattare una scintilla. A livello sonoro e testuale volevamo creare qualcosa che dialogasse con le immagini di Francesco. Da lì è partito questo trio composto da una coppia che fa elettronica e un grafico che illustra.”

A cosa serve il grafico?

“Musica e arte visiva qui sono qualcosa che si completano a vicenda. Il progetto è in fase di sperimentazione, abbiamo enormi margini di crescita anche per imparare a conoscere le nostre potenzialità. La grafica è una sintesi dei brani fatta al computer. La creazione dell’immagine avviene in maniera autonoma rispetto alla composizione della musica, ma da questa deve essere influenzata, perché vogliamo che dialoghino a vicenda. Sono le sensazioni create da suono e voce riportate sotto forma di immagini o video. Nel nostro primo pezzo “Chimera” i disegni dialogano totalmente con i musicisti che vengo rappresentati in maniera stilizzata, essenziale. Inoltre, ci sono dei richiami all’arte italiana come Giotto, il Cristo morto del Mantegna, Michelangelo. Altri video che abbiamo sono immagini con una storia dietro. Lo scopo è quello di creare altre letture del messaggio testo-suono.”

Come i Gorillaz?

“Loro sono una Cartoon-band. Noi abbiamo in mente qualcosa di diverso. Mentre la band inglese usa i cartoni animati per dare vita al gruppo, noi vogliamo che musica e immagini si fondano per creare qualcosa di nuovo, che sia un altro componente del lavoro complessivo.”

 

Come mai questo nome?

“Nella musica classica il Maestro è il musicista che ha letteralmente dedicato gran parte della sua vita alla musica e a un certo strumento. Da tanti anni i miei amici mi chiamano Maestro, per giocare sul fatto che suono da sempre e sono effettivamente un maestro di musica. Questa cosa autobiografica l’abbiamo sfruttata per dare profondità al progetto già a partire dal nome. Volevamo che la band avesse un po’ di spessore, perché ci sembra che la musica oggi ne abbia perso un bel po’, insieme alle tematiche che finiscono nei testi. Anche Jim Morrison, per esempio, parlava di sesso e droga, ma le canzoni dei Doors trattavano anche la guerra, la politica e la vita quotidiana. Poi Maestro è anche una parola internazionale, speriamo sia di buon auspico. Vorremmo che la nostra musica fosse qualcosa verso cui approcciarsi con la voglia di avere sensazioni visive, sonore e di ogni altro tipo. Ci piacerebbe che le persone ci ascoltassero con attenzione e calma, come qualcosa a cui bisogna dedicare più energia e concentrazione, ma che alla fine ripaga dello sforzo.”

Ricercate un pubblico specifico quindi?

“No. Perché si può parlare di temi culturali a diverse profondità e con linguaggi diversi, universali. Non facciamo cose difficilissime e complesse. Il nostro è un linguaggio fruibile da tutti. Non sono esercizi di stile per far vedere quanto siamo bravi. Abbiamo anche strofe e ritornelli! C’è del POP!”

Di cosa parlano i Maestro?

“Di una cultura generalmente intesa, ma non come quella sbandierata sui social da qualche politico sempre affamato. Una cultura che crea conoscenza e pensieri da condividere, non quella che ti fa andare su facebook a scrivere cazzate o a esprimere opinioni da ignorante. Parliamo anche di esperienze personali e di affetti. Che si parli di amore o di politica o di quello che vuoi l’importante è avere un contenuto dignitoso e profondo.”

Durante i live come funziona con la grafica?

“Prepariamo le immagini che passeranno nello schermo durante l’esibizione. Sul palco siamo un duo elettronico e lo schermo ci sta molto bene lì nel mezzo. A proposito di live, il 2 gennaio suoneremo al Velvet Underground di Castiglion Fiorentino. È una bellissima opportunità, non vediamo l’ora.”

 

Nessun commento su La musica (e la grafica) dei Maestro

Licei Poliziani nel mondo: intervista a Camilla Giannelli

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros. La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra…

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros.

La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra e la musica, con un occhio rivolto ai progetti futuri senza dimenticare però i meravigliosi anni liceali.

(intervista a cura di Leon D’Antonio – foto di Luca Farini)

Nessun commento su Licei Poliziani nel mondo: intervista a Camilla Giannelli

Licei Poliziani nel mondo: intervista a Francesca Del Toro

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata…

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata celebre per la sua partecipazione ad Amici 13, sta continuando la sua carriera da ballerina nel mondo dello spettacolo, con tante partecipazioni importanti a livello nazionale. Ha iniziato a ballare da piccolissima e la sua specialità è il moderno contemporaneo, ma le piace comunque provare e sperimentare stili diversi: una passione coltivata con grande spirito di sacrificio e tanto impegno.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

Nessun commento su Licei Poliziani nel mondo: intervista a Francesca Del Toro

Licei Poliziani nel mondo: intervista ad Alessandro Pinzuti

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani….

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani.
Con il ventenne di Acquaviva abbiamo affrontato vari temi: dai ricordi scolastici ai suoi vizi, dai sacrifici agli obiettivi futuri, il tutto con l’immancabile nuoto al centro di tutto.
Ringraziamo gentilmente il Centro Sportivo Esercito per aver concesso l’intervista ad Alessandro Pinzuti: ecco le sue risposte!

Ascolta “Licei Poliziani nel mondo – Intervista ad Alessandro Pinzuti” su Spreaker.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

 

Nessun commento su Licei Poliziani nel mondo: intervista ad Alessandro Pinzuti

Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

Nessun commento su Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Motta si racconta al Foiano Book Festival

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da…

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da altri talent simili. Ha fatto la gavetta, come gli piace ricordare spesso. Ha suonato per strada, ha messo su una band quando aveva poco più di 20 anni (i Criminal Jokers), ha lavorato come turnista scaricando gli strumenti dai furgoni, accompagnando sul palco musicisti del calibro di Nada e Zen Circus, fino al momento in cui si è accorto di essere entrato in un processo di maturazione umana e musicale che l’ha portato alla scelta di intraprendere la carriera solista.

I suoi due album “La fine dei vent’anni” e “Vivere o morire” hanno vinto il premio Tenco rispettivamente nel 2016 e nel 2018. E la performance di “Dov’è l’Italia” sul palco di Sanremo gli è valso il premio Miglior duetto insieme a Nada. Insomma, Motta è partito alla grande. I suoi sono testi che rimangono impressi, comunicano messaggi forti, nuovi nel mondo della musica, come in “Sei bella davvero”: una dolcissima canzone dedicata a una donna transgender.

Motta è stato ospite della prima edizione del “Foiano Book Festival”, la nuova kermesse letteraria che nel mese di Novembre ha portato scrittori, registi e cantautori tra le mura cittadine, con grande partecipazione da parte del pubblico e coinvolgimento da parte di autori locali. Nel corso dell’evento in cui si è raccontato al pubblico, abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio e rivolgergli alcune domande.

Francesco è da poco tornato dal suo viaggio di nozze in Australia insieme alla moglie Carolina Crescentini. Un posto per vivere migliore dell’Italia, dice, in cui ha trovato nuove ispirazioni per lavori futuri. «Ci vivrei. Ho preso appunti che forse andranno a finire in una canzone o forse no. Chissà».

Una notizia importante per tutti i suoi fan è che sta scrivendo un libro. «Il mio rapporto con la letteratura è pessimo. Leggo troppo poco, ma sto scrivendo un libro in cui racconto la mia drammatica esperienza con gli insegnanti di musica». Da come lo dice sembra quasi una rivincita. Motta, infatti, ha più volte raccontato di quando da piccolo studiava musica con un maestro che riusciva a rendere odiosa una cosa così bella. «Invece, la musica per me è stata sempre l’unica via di fuga. Mi faceva stare bene e mi faceva sentire unico nei miei sbagli».

Il suo esordio da solista è stato un vero successo. Oltre ai premi della critica c’è stato il riconoscimento del pubblico, che ha risposto alla grande. Ma è stato un album preparato nel corso di tanti anni, in cui si sommano tante esperienze, come la gavetta da quando è ragazzo, i mesi passati a scaricare e caricare i furgoni con gli strumenti e una maturazione che l’ha portato a capire come meglio incanalare i suoi pensieri in un testo. «A mio figlio sconsiglierò di andare a X-Factor, perché è giusto che si faccia un culo così. Quella dei talent è una ricerca di te stesso più arrivista e molto meno passionale rispetto a un percorso che per strada. Lì ci vai per diventare famoso, ma io a 18 anni volevo suonare e basta». Un Motta idealista e romantico.

«I miei venti anni sono stati un periodo molto buio» e nelle sue canzoni si sente «per 10 anni mi sono sentito in ritardo con me stesso. Oggi sto scrivendo in un insolito periodo felice della mia vita. Comporre con questo stato d’animo è una cosa nuova per me. Sto scoprendo altre forme che mi stanno insegnando che ci sono più modi per esorcizzare le paure con le canzoni: può succedere che stai benissimo e diventa l’occasione per dire cose che non vanno».

Motta è uno di quei cantautori che fa della libertà dei suoi testi un marchio di fabbrica. Le esperienze che canta sono legate alla realtà di tutti i giorni e tra le righe si coglie quella necessità di schierarsi. «È una decisione che si paga. Ma a prescindere dalla politica, che ti tiene spesso sotto tiro, penso che gli artisti debbano sentirsi liberi di parlare di ciò che vogliono. Al Festival di Sanremo sono andato con l’esigenza di cantare “Dov’è l’Italia”, una canzone non semplice, politica, schierata, che andava in controtendenza con il clima di quel periodo. Non era interessante per tantissime persone che stavano lì, ma per me era importante. È stato come un faccia a faccia. Ho capito che farò sempre ciò che posso fare e che voglio fare».

Poi gli ho chiesto di parlarci del suo rapporto con Livorno:

«Livorno è una città strana

piena di gambe nude e personalissime posture

dei silenzi di mia madre

e della mia giustificata distrazione…»

1 commento su Motta si racconta al Foiano Book Festival

Type on the field below and hit Enter/Return to search