La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

Willie Peyote: la rabbia per la politica, la fiducia per ripartire

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle…

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle generazioni più giovani e alla musica”. Sui palchi italiani sta presentando il suo ultimo album Sindrome di Tôret uscito il 6 ottobre per l’etichetta 451.

Senza mai perdere la solennità per i temi trattati, riesce a essere allo stesso tempo provocante e dissacrante, ironico e irriverente, incazzoso e romantico (a modo suo). Il suo rappare si lega alle lezioni del cantautorato più classico, al pop e a mille altre sfumature. Non a caso dentro al suo ultimo disco le sonorità spaziano dal punk al funk, passando per il jazz fino all’hip-hop. Un vero mosaico. Per il Peyote la musica significa anche comunicare prendendo posizione e lo dice chiaro e tondo “non rimo: divulgo”.

Lo abbiamo intervistato dopo il suo concerto alla Festa dell’unità di Torrita di Siena e abbiamo imparato che non le manda a dire e che non si piegherebbe mai a nessuno. Ah, è anche “uno di noi”, uno easy.

C’è tantissimo “Daniele Silvestri” nei tuoi testi e nelle tue musiche. Mi sbaglio?

“Beh, l’ho ascoltato moltissimo. Secondo me è il più bravo di tutti i cantautori italiani di seconda generazione. Scrive da Dio. Tra tutti è quello che sicuramente mi ha influenzato di più, insieme ovviamente ad artisti più vecchi tipo Gaber, Iannacci, Buscaglione. Ha un modo molto ironico di gestire la scrittura e il palco. Poi ti dico che un mese fa a Roma è venuto a vedermi suonare con i figli… sembrerebbe essere fan.”

Un bel traguardo, no?

“Minchia! Una delle cose più belle che mi siano successe!”

Anche stasera, come sempre, hai dimostrato di aver riportato il rap sul piano sociale. Prima di te c’erano Frankie Hi-Nrg, Caparezza, i 99 Posse, poi però qualcosa è cambiato. In quale direzione è andato il rap?

“Ma sai, in realtà è un falso mito quello che vede il rap come strumento per far emergere le problematiche sociali. Ovviamente il rap nasce negli USA all’interno dei quartieri afroamericani, dove era forte il senso di rivalsa sociale. Ma vede la luce come genere per far divertire le persone, perciò non dobbiamo aspettarci che il rap abbia per forza contenuti sociali. In Italia s’è legato da subito alle posse, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, quindi da sempre pensiamo che sia così. Dopodiché ti dico che non me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. Io ho bisogno di dire delle cose, ho una coscienza politica e la metto nelle mie canzoni. Gli altri sono liberi di fare quello che vogliono. Non so verso quale direzione sia andato il rap, ma secondo me la musica non deve andare da nessuna parte. Ogni artista fa quello che sente. Ognuno deve fare quello che vuole fare.”

Il cantante oggi deve riappropriarsi della responsabilità politica?

“Solo chi se la sente. Non deve essere obbligatoria: se hai una coscienza politica è giusto che tu la metta nella tua musica. Se sei uno a cui non frega un cazzo è giusto che ti faccia i cazzi tuoi, perché un ignorante che parla di temi importanti è peggio di uno che non ne parla.”

Qualche giorno fa abbiamo intervistato I Ministri parlando, tra l’altro, di fiducia che poi è anche il loro nuovo album. Nelle tue canzoni c’è lo stesso appello e una critica verso chi questo atteggiamento l’ha dimenticato. Quanto è importante ritrovarlo?

“Senza fiducia non si può vivere. Io in realtà non ho molta fiducia negli esseri umani, soprattutto se tengo a una persona paradossalmente mi fido meno, perché mi sento vulnerabile e quindi ho più paura. Però sarebbe bello che tutti ci sentissimo parte della società sapendo che chi è di fianco a noi, se avessimo un momento di difficoltà, ci aiuterebbe. In italiana non è così. La fiducia nella persona che ti sta accanto andrebbe ritrovata, a prescindere da quale sia il grado di parentela o di amicizia. Sai perché non c’è fiducia? Perché tutti inconsciamente sanno che non si spenderebbero per l’altro e se tu per primo non lo fai pensi che l’altro si spenderebbe per te? È colpa nostra. Non coltiviamo più il concetto di comunità. Non c’è bisogno di essere tutti d’accordo: la comunità è anche un luogo in cui si discute, è la sensazione di poter essere utile e aiutare il prossimo. Questa roba non c’è. Dovremmo avere più fiducia nell’essere umano.”

Tu però ne parli sempre, sali sul palco e arrivi al punto di arrabbiarti. Ci credi davvero nel miglioramento?

“C’è un inizio. Bisogna tutti tornare a pensare di più, a pensare con la nostra testa e a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Quello è il meccanismo. Dobbiamo smettere di parlare per titoli di giornale, per slogan televisivi o da social network. Dobbiamo tornare a parlare e pensare come vogliamo noi. Sarebbe già un inizio. Nessuno deve pensare come me, ma con la propria testa. Poi se ne può parlare. Però ognuno dovrebbe essere consapevole di quello che pensa non andare avanti per sentito dire. C’è un momento in cui ti accodi a delle idee che funzionano. Succede nella musica, succede nella politica. Tutti lo facciamo, ci sta, ma troppi non hanno le palle di prendere posizione e staccarsi dal branco. Io prendo posizione e c’è un sacco di gente che mi dice “oh ma guarda che è un rischio, perdi del pubblico”. E vabbè. Non voglio essere ascoltato da gente che alla festa dell’unità mi manda a cagare se faccio un pezzo antifascista.”

Ecco, cosa è successo a Torrita? Sul palco ti sei preso a parole con qualcuno…

“C’erano due al bar che dopo la strofa a cappella mi hanno fatto un suca. È per quello che ho fatto quell’invettiva. Non me ne fotte di ricevere un suca, non è il primo e non sarà l’ultimo. È il contesto che mi fa incazzare: se alla festa dell’unità, in un posto di provincia, qualcuno si incazza se viene trattato un tema antifascista dal palco allora abbiamo tutti un problema grosso di identità. E nessuno se ne rende conto. C’erano un sacco di vecchi, del PD probabilmente, seduti su quelle cazzo di sedie. Io ho parlato di molti temi importanti, di cose su cui bisognerebbe ragionare, ma loro sono figli di una politica che è morta. Vincerà sempre Salvini se continueranno ad essere loro l’opposizione. Sono tutti morti dentro. Su questo hanno ragione i 5 stelle: intorno a loro c’era la morte, Salvini ha distrutto tutto quello che aveva intorno, perché ha la forza di chi parla male, ma parla alle persone. Invece la sinistra è staccata dalla popolazione da ormai un sacco di tempo e queste situazioni qua mi fanno prendere male, mi incazzo quando vedo ‘sta roba, perché c’è gente che organizza queste cose chiamandole Feste dell’unità, per retaggio, per tradizione. Di vero senso di appartenenza, qua dentro, non c’è più un cazzo e questo è grave.”

Per calmare un po’ gli animi, ci dici com’è suonare con Roy Paci?

“Figo. Con i musicisti così è sempre molto figo. Poi lui quando prende la tromba in mano è mostruoso.”

Com’è andata? Come vi siete conosciuti?

“Mi ha scritto e poi ci siamo beccati a un concerto. Siamo diventati amici e sono andato nel suo studio a Lecce a registrare Sindrome di Tôret. Siamo diventati ancora più amici, ogni tanto ci becchiamo. Mi piace che la musica sia condivisione. Deve esserlo.”

Suonerete insieme?

“Ma guarda, ora sarà difficile perché siamo in tour e come puoi immaginare ci sono un sacco di complicazioni logistiche. Però prima o poi succederà.”

In Toscana suoni spesso. Com’è la risposta del nostro pubblico?

“Ultimamente ci suono spesso sì: Arezzo al Mengo, a Fucecchio, a Firenze e qua. Abbiamo esordito con un sold-out alla Flog totalmente inaspettato e da lì la regione ha risposto molte bene: al di sopra delle nostre aspettative. In realtà tutta Italia sta rispondendo molto bene.”

Magari ne ha bisogno. Secondo me c’è una valanga di giovani che hanno urgenza di sentire queste cose: hanno bisogno di ritrovare fiducia, iniziando a riconoscerla fra coetanei.

“Bene. Io provo a farlo, poi ognuno si riconosce in ciò che vuole. È un momento storico in cui le cose da un punto di vista musicale funzionano. La gente va ai concerti, quindi bella storia. Se riusciamo a far divertire le persone e a farle pensare allora benissimo!”

Molti provano a circoscriverti in categorie musicali sempre diverse, a cucirti addosso un genere su misura. O ci dici tu cosa fai oppure ne invento un’altra anche io: RAPACAZZO. Un mix tra rap e cacacazzo, visto che rompi i coglioni a molti con la tua musica…

“Ci può stare. È la prima volta che mi viene detto, ma me l’accollo. Potrei essere io in effetti! Comunque io non mi definisco. Non ci si definisce da soli. Tu sei. Gli altri ti definiscono.”

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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Art Adoption, l’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la…

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la conoscenza dell’arte contemporanea, questa associazione culturale che ha all’attivo collaborazioni di tutto rispetto, come quella con la Biennale di Venezia, dal 22 giugno fino a settembre 2019 farà di Foiano un luogo di interesse per connaisseurs e collezionisti con la rassegna “Open art: Carbonaia contemporanea”.

A raccontare tutti i dettagli dell’evento è il direttore artistico di Art Adoption, Massimo Magurano.

Foiano incontra per la prima volta l’arte contemporanea. Quali risvolti avrà questa iniziativa?

«La rassegna fa parte del progetto dell’assessorato alla Cultura del Comune di Foiano di dare risalto a luoghi fino ad adesso poco valorizzati con delle iniziative importanti dal punto di vista culturale. Il campo dell’arte contemporanea non è quello a cui più facilmente il pubblico si avvicina, ma di certo Open art: Carbonaia contemporanea sarà un importante evento di richiamo sia per gli appassionati, sia per chi abbia voglia di avvicinarsi a questo mondo, finalmente a pochi passi».

Tutti gli appuntamenti della rassegna saranno ospitati nella Sala Carbonaia. Come è allestire un evento di questo tipo in un luogo così unico nel suo genere?

«Dal primo momento in cui vi sono entrati, gli artisti sono rimasti subito affascinati dalla Sala Carbonaia. La sua architettura barocca di chiesa seicentesca, insieme al caratteristico colore nero assunto dalle pareti nel periodo in cui fu adibita a magazzino per il rimessaggio del carbone, la rendono veramente un luogo unico al mondo. Allo stesso tempo però, qualcuno l’ha addirittura definita “un luogo cattivo”, per la difficoltà ad unirla all’arte contemporanea senza che nessun elemento prevalga sull’altro. Abbiamo voluto che facesse da accompagnamento alle opere che vi verranno esposte e questo richiederà un’attenta progettazione e giorni di lavoro, come è stato per la mostra di Mario Consiglio».

Ad inaugurare la rassegna infatti è proprio la mostra di Mario Consiglio. Cosa c’è da aspettarsi da questa esposizione?

«”Bene dire, male fare” è il titolo della prima delle cinque mostre in cui è articolata Open art: Carbonaia contemporanea. I visitatori possono calarsi in un’atmosfera dai tratti caravaggeschi,  ricreati dalla sistemazione delle opere autoilluminanti sullo sfondo cupo della Sala. Una suggestione ancora più amplificata durante le aperture in notturna».

Fino a settembre 2019 si susseguiranno altre quattro mostre. Chi saranno gli artisti che esporranno le loro opere?

«Si tratta di artisti noti a livello internazionale. Dopo le installazioni di Mario Consiglio, a settembre la Sala ospiterà le sculture in terra cruda di Roberta Busato. A febbraio sarà il momento delle opere di Massimiliano Lucchetti, esponente dell’arte informale già celebrato nei musei d’oltreoceano, mentre a giugno quello di Vezio Moriconi, più volte protagonista della Biennale di Venezia. A chiudere la rassegna, a settembre, Mirko Pagliacci, ultimo artista ancora in vita della scuola di Piazza del Popolo e legato alla stagione romana della Pop Art. Tutte le esposizioni saranno ad accesso libero».

Art Adoption è una realtà in continuo movimento. Quali sono le linee che guidano questa attività?

«Art Adoption viaggia prevalentemente in due direzioni: da una parte è alla costante ricerca di nuovi talenti, artisti che sappiano esprimersi con un linguaggio interessante; dall’altra, ha l’obiettivo di realizzare esposizioni di opere importanti con il coinvolgimento del territorio e delle comunità. Gli allestimenti sono pensati come degli abiti per le opere, in maniera tale che i luoghi non si limitino ad ospitarle, ma ne diventino parte integrante, valorizzandosi a vicenda. Con questo principio sono stati fatti interventi permanenti in un ristorante dove è stato esposto un dipinto di Cattelan».

Attualmente, a cura di Art Adoption, è possibile visitare nei giardini del parterre a Cortona la mostra di sculture Digital Globe. Di cosa si tratta?

«Digital Globe è un omaggio al linguaggio digitale. “Io sono qui”, di Alessandro Bernardini, è la riproduzione dell’icona della geolocalizzazione su Google Maps e al termine della mostra andrà ad essere posizionata davanti ai Google Store negli Stati Uniti. Il Pixel 3D antropomorfo di Beppe Borella, invece, pone l’attenzione sulle unità di misura dell’immagine. Il parco sculture celebra i linguaggi della contemporaneità».

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Pici, il ‘marchio di fabbrica’ della Valdichiana e l’iscrizione all’INPAI

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti,…

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I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti, è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti, ma molto più corposi” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro ‘La cucina toscana in 800 ricette tradizionali’.

La storia dei pici affonda le sue radici in epoca etrusca e difatti una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto. Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti: c’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, mentre altre sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”.

Tuttavia la creazione dei pici non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, ma dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. Intorno ai pici e all’arte dell’appiciare sono state riconosciute importanti caratteristiche come la capacità di mantenere legami sociali nelle comunità e la possibilità di essere praticata da chiunque, sotto la guida di mani esperte, aprendo a tutti i membri della comunità che poi li consumerà la partecipazione alla produzione.

Per questo motivo il MIPAAF ha accolto la richiesta di ammissione al patrimonio agroalimentare e “I pici e l’arte di appiciare” sono stati ammessi con Decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali all’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano (INPAI).

Insieme ai nostri pici c’è solo “L’arte del pizzaiolo napoletano” che il 7 dicembre 2017 è diventata addirittura Patrimonio culturale dell’umanità, riconosciuto e tutelato dall’UNESCO. Doverosa precisazione da fare è che mentre l’arte della pizza è patrimonio esclusivo dei pizzaioli che diventano tali al termine di un percorso di addestramento non facile e dalla riuscita non certa, chiunque può “appiciare” con risultati apprezzabili. Da non sottovalutare poi il fatto che il riconoscimento, il più alto che possa essere attribuito in Italia nel settore agroalimentare e delle tradizioni popolari e contadine, prevede che sia lo stesso Ministero a valorizzare i beni ammessi all’Inventario attraverso attività di comunicazione e nella Settimana della cucina italiana nel mondo che nel 2018 giungerà alla terza edizione dopo aver superato, l’anno scorso, i 1.000 eventi in oltre 100 Paesi.

La richiesta d’iscrizione è stata effettuata dell’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che ha affidato l’incarico a Qualità e Sviluppo Rurale, società a prevalente capitale pubblico, già positivamente impegnata in attività simili. Lo studio è stato condotto, a costo zero, dal Presidente di QSR Stefano Biagiotti e da un team comprendente anche Alessio Banini, Filippo Masina e Francesca Sordi.

Sull’iscrizione ha pesato la modalità di trasmissione dell’arte dell’appiciare, che si basa sulla pratica, e il valore sociale e culturale che racchiude, rappresentando un forte strumento di trasmissione delle tradizioni insieme alla sua capacità di superare barriere sociali ed anagrafiche. Indubbiamente questa iscrizione avrà delle ricadute importanti su tutto il nostro territorio in quanto ha sistematizzato il valore sociale e culturale del prodotto, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco.

Proprio su questo punto abbiamo chiesto maggiori informazioni al presidente di QSR, nonché rappresentante dell’Università Telematica Pegaso della sede di Montepulciano, Stefano Biagiotti.

“Una co-abitazione di grande prestigio che attribuisce enorme valore al riconoscimento attribuito dal MIPAAF ad un alimento, i pici, di origine povera, inconfondibile per la sua tipicità e provenienza, quasi identitario, ma oggi diffuso su tutte le tavole, e soprattutto ad una pratica, appunto l’ “appiciare”, di cui uno studio appositamente commissionato ha sistematizzato il valore sociale e culturale, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco” – spiega il presidente Biagiotti

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Arte, tecnica e amore per i cavalli – L’equitazione raccontata dall’associazione Tre Laghi

  È stato in occasione della 37sima Fiera dell’Agricoltura di Tre Berte che l’Associazione Tre Laghi ha organizzato il Gran Galà dell’arte equestre. La competizione, a cui hanno partecipato anche…

 

È stato in occasione della 37sima Fiera dell’Agricoltura di Tre Berte che l’Associazione Tre Laghi ha organizzato il Gran Galà dell’arte equestre. La competizione, a cui hanno partecipato anche il Club Ippico Villa Il Poggio di Sinalunga, il Centro Ippico Happy Horse e La Cacciata di Orvieto, è stata uno spettacolo formato da una decina di esibizioni curate nei minimi particolari, le quali hanno reso evidente lo stretto legame tra i cavalieri e i loro splendidi quadrupedi. Perché se c’è una cosa che non può mancare nell’equitazione è proprio questo rapporto di sintonia, reso inscindibile dalle tante ore di lavoro passate insieme ai cavalli, al fine di mettere a punto esercizi sempre più precisi e al tempo stesso di creare realtà importanti per il territorio, quale quella rappresentata dall’Associazione Tre Laghi, nata nel 1992 e oggi punto di riferimento per il turismo equestre.

A svelare alcuni aspetti di questo mondo, è stato Arnaldo Poggiani, presidente dell’Associazione Tre Laghi.

Innanzitutto, quali sono le fasi di allestimento di uno spettacolo di arte equestre?

«Per prima cosa si studia la coreografia, che dipende dall’esperienza sia del cavallo che del cavaliere, quindi si passa all’inserimento delle musiche, in modo da rendere l’esibizione il più coinvolgente possibile».

Quali requisiti sono necessari per cimentarsi in questo sport?

«Proprio come in ogni sport, agli atleti è richiesta una preparazione fisica costante. Si inizia ad avvicinarsi all’equitazione dai 6 ai 25 anni e si continua svolgendo almeno quattro ore a settimana di attività fisica. Ma anche per i cavalli è previsto un vero e proprio allenamento, da quando sono puledri, quindi dai quattro-cinque anni di età, fino a che non raggiungono la maturità mentale e diventano compagni di lavoro preparati ad eseguire i movimenti secondo i precisi segnali impartiti dai loro addestratori».

Quanto tempo occorre per preparare una coreografia?

«È un lavoro continuo, che dura tutto l’anno per far sì che si raggiungano i massimi livelli, anche perchè le occasioni per esibire le proprie abilità non mancano mai. A tal proposito, il programma della tre giorni di Fiera comprende anche le finali di gimkana e di dressage del campionato interrregionale Uisp».

Quali attività proporrà l’Associazione nei prossimi mesi?

«Oltre ad offrire agli agriturismi della zona la possibilità di far incontrare i cavalli ai propri ospiti, l’Associazione ha in programma iniziative come “Il Cammino di Leonardo da Vinci”, un itinerario di due giorni di passeggiata a cavallo tra i laghi di Chiusi e Montepulciano».

Perchè consiglierebbe di provare l’esperienza di salire a cavallo?

«Semplicemente perchè l’effetto terapeutico di una passeggiata con questi splendidi animali corrisponde alla scoperta di un nuovo modo di conoscere il territorio, anche quando si tratta di un tragitto già tante volte percorso in auto. Si tratta di un contatto con la natura del tutto inedito che, per essere vissuto appieno, richiede di estraniarsi e di osservare la realtà senza condizionamenti».

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

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I volti e le fiabe: intervista a Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie…

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie artistiche realizzate da Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli.

Fotografa lei, hair stylist con esperienza internazionale nel campo della moda lui, l’anno scorso hanno scelto di venire a vivere con Francesca, la loro bambina a cui tra l’altro è dedicata la mostra, nel piccolo borgo di Fonte Vetriana.

Cosa vi ha portato a Fonte Vetriana?

Carlotta: «Eravamo alla ricerca di un luogo tranquillo, una specie di eremo, dove ad essere più pulita fossero la qualità dell’aria e i rapporti con le persone. Qui adesso abbiamo il nostro studio e abbiamo trovato il luogo perfetto per esporre “C’era un volto e forse c’è ancora”».

Come è iniziato il progetto della mostra?

Carlotta: «É accaduto per caso, era il 2014 e Gianluca stava lavorando a un servizio di moda. Rimanemmo colpiti da come alcuni scatti riuscivano a raccontare una modella nei tratti distintivi della sua personalità, oltre che ovviamente a ritrarla nei suoi lineamenti. Poi durante un’esposizione a Parigi, abbiamo fatto vedere le foto a un gallerista che ci ha suggerito di approfondire questo spunto».

Oggetto degli scatti sono i volti. A cosa si deve questa scelta?

Gianluca: «La scelta è stata dettata dalla volontà di porre l’attenzione sulla persona, in una realtà ormai velocissima dove si fa sempre più fatica a soffermarsi sui volti che ci circondano. Abbiamo voluto in posa di fronte all’obiettivo chi potesse esprimere un’estetica non necessariamente racchiusa nei canoni tipici della bellezza, ma in grado di raccontare una propria verità».

Chi sono i soggetti delle fotografie?

Carlotta: «Sono persone del posto, di cui alcune hanno accettato il nostro invito a farsi fotografare, mentre altre si sono proprio offerte».

Che ci sia un legame tra le vostre fotografie e il mondo fiabesco lo si intuisce già dal titolo della mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, ma di preciso in cosa consiste questo rapporto?

Carlotta: «Le fiabe rappresentano luoghi dell’immaginazione con più di un significato, le trame sono fatte di esperienze, incontri, sfide e paure che non riguardano soltanto i personaggi dei racconti, ma la vita vera di ognuno. Per questo vogliamo far riflettere sul fatto che le fiabe si riscrivono ogni giorno, si ritrovano nella vita quotidiana e nei volti delle persone che si incontrano per strada».

Quale ruolo possono avere le fiabe nella nostra società?

Carlotta: «Oggi regna ovunque un clima di indifferenza, quando non proprio di sfiducia, dell’uno verso l’altro, alimentato da paure spesso motivate dalla non conoscenza. L’osservazione di un volto è il primo passo verso la scoperta di una persona e della sua storia, anche se di fronte a queste fotografie lo spettatore può costruirsi il proprio percorso di lettura, inventarsi ogni volta un finale. Non ci sono nè titoli nè didascalie ad indicare a quale fiaba la foto si riferisce, anzi nella maggior parte dei casi si è voluto eliminare il più possibile i particolari che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dai soggetti».

State già pensando ad un nuovo progetto?

Gianluca: «Sicuramente proseguiremo con i ritratti, per approfondire e rendere più vasto questo lavoro. Poi vorremmo esporre la mostra in un contesto urbano. Forse in città, piuttosto che qui, incombono la solitudine e l’isolamento dell’individuo e dunque le nostre foto potrebbero essere un’occasione per soffermarsi a osservare, e conoscere, cosa le persone che ci stanno attorno hanno da raccontare».

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I DaBoot e la mototerapia

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8…

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8 aprile c’erano anche i ragazzi del Team DaBoot freestyle.

Sono ragazzi che si divertono a fare acrobazie in aria con la moto da cross, saltando da una rampa che li proietta a 10 metri d’altezza e non contenti si mettono anche a fare capriole e giri della morte. L’adrenalina che trasmettono è tantissima. Il rombo dei motori e lo scoppio delle marmitte ti entra nel cervello in un misto di fascino e timore; lo spostamento d’aria che si sente fra i capelli quando sfrecciano sulle rampe fa venire i brividi e quando si alzano gli occhi al cielo per vedere il risultato della loro passione e della loro follia, dentro di te qualcosa esplode. Succede a chiunque. Anche ai ragazzi diversamente abili che vedo a bordo-pista, che, come tutti gli spettatori, in un vero e proprio stato di estasi tendono le braccia in attesa che i piloti sfreccino accanto alle loro mani per battere il cinque.

I DaBoot sono degli eroi. Proprio come quelli dei fumetti: con la maschera e la tuta. Ma non tanto per quello che riescono a fare in aria, quanto per la gioia che trasmettono ai ragazzi con disabilità attraverso la mototerapia.

Si tratta un progetto nato nel 2012 grazie a uno dei membri del team: Vanni Oddera. Consiste nel condividere la passione per la moto con i ragazzi disabili, passare una giornata assieme a loro ed immergerli nel mondo del freestyle motocross, facendoli divertire e facendo loro trascorrere una giornata da veri riders.

Vado a parlare con i tre motociclisti al termine della loro esibizione. Mi parlano delle loro esperienze e mi spiegano della mototerapia.

«Ovunque andiamo nel mondo a fare i nostri show chiediamo alle associazioni per ragazzi diversamente abili di partecipare. Si vedono lo spettacolo in prima fila, a pochi centimetri dalle moto che sfrecciano e volano. Poi, quando finiamo di saltare li montiamo in sella con noi e li portiamo in giro per la pista. Vista da lontano sembra una gita romantica, dove due persone che si vogliono bene attraversano collinette e saliscendi al tramonto»

E loro come reagiscono?

«Esplodono di gioia. Fra le vibrazioni della moto, il chiasso assordante della marmitta e del motore, la musica a tutto volume iniziano a ridere come matti, urlano e piangono di felicità. Tanti quando scendono iniziano a saltellare e a gridare “è la cosa più bella della mia vita”. Provano cose che li rendono davvero felici. Per noi è un gesto semplicissimo, non ci costa niente, ma ci riempie di orgoglio e pace»

Convincete i nostri lettori e le associazioni per disabili a provare la vostra terapia.

«Bèh, facciamo tanti show all’anno e in tutto il mondo, ormai dal 2012, e sempre più ragazzi partecipano, perché genitori e assistenti provano sulla propria pelle e soprattutto su quella dei figli i risultati, i miglioramenti. Non è una medicina scientifica, ma riusciamo a infondere gioia ed emozioni fortissime a chi è meno fortunato di noi. È una cosa che fa sentire più umani»

Il Team DaBoot raggruppa i migliori giovani italiani nella disciplina acrobatica del freestyle e permette loro di esibirsi nel mondo alle più importanti competizioni. Fra questi pazzi c’è anche Davide Rossi, casentinese di Pratovecchio. È uno dei più giovani piloti della squadra DaBoot e arriva direttamente dalla FMX school di Alvaro Dal Farra, grandissimo freestyler. Nel 2017 è stato selezionato fra i 15 top riders al mondo per competere in una delle tre gare di freestyle MX più prestigiose del panorama, i Nitro World Games organizzati a Salt Lake City da Travis Pastrana, il più grande di tutti i tempi. Mi sono fatto raccontare la sua esperienza.

«Ho iniziato a saltare nel 2012. Vengo dal motocross e dall’enduro, un background che mi ha aiutato moltissimo. Il fascino del freestyle mi ha conquistato da subito, dalla prima volta che ho visto un pilota fare evoluzioni per aria. Allora mi sono trasferito a Belluno dove ho studiato in una scuola acrobatica. E da qui è iniziato tutto. Eventi, competizioni, tappe in giro per il mondo. Adesso è come una droga. Più salto e più vorrei saltare. È un’emozione che ti riempie anima e corpo ogni volta che ti sollevi dalla rampa di lancio»

Partecipi alla mototerapia?

«Certo! Le prime volte per me era molto dura, oltre che tanto emozionante. Poi ti accorgi di imparare da loro. Ci lamentiamo per la macchina nuova o il cellulare da cambiare perché è uscito il nuovo modello. Loro, con tutte le difficoltà della vita, riescono ad essere felici semplicemente stando in sella alla moto abbracciati a noi per 10 minuti. Bisogna ringraziarli, perché davvero ci insegnano tantissimo. È un’esperienza forte. All’inizio avevo il magone. Mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro e per i genitori. Adesso mi sento partecipe di un momento felice della vita di alcune persone. È stupendo»

Com’è Trevis Pastrana?

«Ho gareggiato nel suo circuito. È una persona speciale. Cordiale e gentilissima. Al termine della sessione è venuto a ringraziarci per essere venuti dall’Italia, nonostante che lui ci avesse concesso il privilegio di partecipare»

Mi ricordo del primo double back flip nella storia di questo sport. Eseguito proprio da Travis. Quanto ti manca per arrivare a quel livello?

«Vediamo… Ho degli obiettivi importanti e farò di tutto per raggiungerli. Sono scaramantico, perciò non dico nulla di più. Però il 14 luglio a Pratovecchio organizzo un evento di freestyle. Siete tutti invitati!»

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La bandiera vola tra le emozioni della storia – Intervista al Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva…

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva un’esigenza tattica ed era punto di riferimento durante il combattimento. Gli sbandieratori servivano per comunicare con i reparti: attraverso lanci e sventolii dei vessilli veniva infatti indicato l’attimo più propizio per l’attacco, i movimenti da effettuare con le truppe e le fasi salienti della battaglia, secondo un codice ben preciso.

Il maneggio delle bandiere era affidato a bravi militi che avevano il compito di difendere le proprie insegne sino alla morte. Dovevano essere fedeli, discreti e ingegnosi oltre che istruiti in diverse lingue per comunicare con i nemici sul campo di battaglia. Se i nemici catturavano uno sbandieratore, questi, nonostante violenze e torture, non dovevano assolutamente rivelare i segreti che gelosamente custodivano.

Oggi della figura dello sbandieratore è rimasto l’aspetto estetico e lo spettacolo che determinano l’atmosfera di una festa, una figura che fa vivere la bandiera con uno sventolio preciso e multicolore che sia scandito dai tempi indicati dai tamburi e dalle chiarine. Quello che non è cambiato nei secoli, però, è la paura, l’insicurezza e soprattutto l’onore e l’orgoglio che ogni sbandieratore e tamburino prova quando veste i colori della propria contrada che sia essa un’epoca antica o moderna.

Juri Gigliotti, presidente Gruppo Sbandieratori e Tamburini Torrita di Siena

Sensazioni strane e allo stesso tempo difficili da descrivere quelle provate da uno sbandieratore o tamburino, ma che la nostra redazione è riuscita a carpire dalle parole di Juri Gigliotti, neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena.

Il Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena nasce nel 1991, figlio naturale dell’Associazione Sagra San Giuseppe, l’associazione che organizza ogni anno il Palio dei Somari. Il gruppo è attualmente composto da 50 elementi tra sbandieratori, tamburini, chiarine, armati e tutte le persone che lavorano dietro le quinte per la crescita dei questa bella realtà torritese.

Lo scopo del Gruppo è quello di far conoscere e promuovere il territorio di Torrita di Siena, il suo Palio e tutta la passione con la quale viene vissuto, rievocando la tradizione dell’epoca tardo-medievale senese. Il Gruppo si esibisce in suggestivi cortei e in curate evoluzioni capaci di far rivivere uno scorcio di vita medievale, utilizzando le bandiere delle 8 contrade e dei 4 castelli del Palio dei Somari di Torrita.

Ogni contrada sfila il giorno del Palio in un suggestivo corteo che racchiude quasi 300 figuranti in costume. All’interno del corteo vi sono due sbandieratori e due tamburini per ogni contrada che si sfidano il sabato antecedente al Palio, in una gara a coppie nella piazza del Comune. Questa gara ha raggiunto negli anni alti livelli di qualità, destrezza e sincrona armonia nelle esibizioni presentate dalle coppie di concorrenti. La domenica del Palio tutti gli sbandieratori e i tamburini delle Contrade si esibiscono insieme in esecuzioni di piccola squadra, grande squadra e numero dei musici.

Ciao Juri, primo anno di palio da neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita, come ti senti?

Sono molto emozionato. Spero di essere all’altezza di questi ragazzi perché l’impegno che mettono in tutto quello che fanno è massimo e quindi li devo rappresentare nel migliore dei modi’

Come si sta preparando il gruppo in vista del Palio e quali sono i numeri che porteranno in piazza il giorno della grande corsa?

‘Il gruppo si sta preparando con prove continue, studi e tanti consigli da chi è stato sbandieratore o tamburino prima di loro. Spesso far conciliare impegni personali e prove non è semplice e quindi i nostri ragazzi fanno i salti mortali per poter essere impeccabili il giorno del Palio. È un gruppo fantastico e sta facendo un ottimo lavoro. Quest’anno il giorno del Palio porteranno in piazza due numeri: uno composto da sei sbandieratori e otto tamburini, uno per contrada, e un altro in cui ci saranno otto sbandieratori e otto tamburini. Inoltre ci sarà il numero aggiuntivo dei castelli composto da quattro tamburini e quattro sbandieratori”.

Oltre al vento, qual è l’insidia più temuta da uno sbandieratore?

‘Oltre il vento l’insidia più temuta è sicuramente l’emozione. L’emozione potrebbe giocare brutti scherzi, perché portare in piazza i colori della tua contrada, farli sventolare a ritmo di tamburi è una scarica di adrenalina che non ti abbandona mai, ma allo stesso tempo ti da la giusta carica per affrontare il numero. Questi momenti ti regalano un insieme di emozioni difficili da spiegare che solo vivendoli si possono capire’.

Ed è proprio la voglia di continuare a tramandare queste emozioni e la passione per la bandiera che nel 2005 nasce la Scuola Sbandieratori e Tamburini di Torrita, dedicata ai bambini dai 9 ai 14 anni. La Scuola Sbandieratori e Tamburini si è esibita all’interno di molti contesti sia nel nostro territorio che nelle province e nelle regioni limitrofe. Veder crescere le nuove generazioni vicine all’arte della bandiera, del tamburo e della chiarina, garantendo così il tramandarsi della propria tradizione e attività, è fonte di orgoglio e soddisfazione per il Gruppo Sbandieratori e Tamburini, che rappresenta ormai fiore all’occhiello della propria comunità.

Che effetto fa essere considerati uno dei gruppi più apprezzati e ammirati della Valdichiana?

‘Fa estremamente piacere e onore ad essere visti così dagli altri gruppi della Valdichiana, perché significa che stiamo lavorando bene, frutto di anni di lavoro e di molti sacrifici da parte delle persone che ne hanno fatto parte nel tempo. In questo ci ha aiutato molto la scuola dei piccoli sbandieratori e tamburini, con la quale siamo partiti sette anni fa e adesso stiamo raccogliendo i risultati di quel lavoro. La buona preparazione ricevuta dai piccoli fa bene alla crescita del gruppo e vedere che oggi quei bambini sono cresciuti e quindi passati nel gruppo dei grandi, fa sicuramente piacere’.

Del gruppo fanno parte anche diverse donne. Com’è cambiato, negli anni, il ruolo delle donne nel gruppo e quante ne fanno parte attualmente?

‘Le donne, fino a poco tempo fa, non erano così numerose come adesso. In passato hanno ricoperto il ruolo di porta insegne e ci aiutavano dietro le quinte: mi viene da citare e ringraziare Francesca Rossi e Daniela Bonollo. Le quote rosa stanno prendendo sempre più campo sia tra gli sbandieratori e che tra i tamburini e anche nella scuola è arrivato un bel gruppetto di bambine. Quest’anno poi, nel gruppo dei grandi, ci sarà sempre la coppia di donne della contrada Porta a Pago e quindi anche quest’anno ci sarà una bella rappresentanza di donne che non solo fanno parte dell’uscita della domenica del Palio ma partecipano attivamente a tutta la vita del gruppo’.

Ci sono rivalità tra gli sbandieratori e tamburini del gruppo?

‘Le rivalità ci sono, però si tratta di sana competizione. Tra i ragazzi c’è molto affiatamento perché la giornata del Palio siamo tutti insieme per suonare in piazza e portare in alto i colori di Torrita. Non ci sono mai stati litigi, ma solo, ripeto, una sana competizione’.

L’esperienza acquisita negli anni dai ragazzi, oggi adulti, ha portato ad adattare le loro esibizioni a ogni necessità richiesta, con la possibilità di esibirsi in spettacoli di grande squadra, piccola squadra e singolo e numero dei musici. Molte sono state le piazze entusiasmate dai colori torritesi negli ultimi venti anni di attività, italiane ed europee, ecco alcuni esempi: Middelalder Festival di Horsens, Middelalder Festival di Oslo, Santiago de Compostela, Piazza San Pietro a Città del Vaticano, Beauvais e Budapest.

Juri Gigliotti al suo primo anno da presidente del Gruppo sente molta responsabilità e alle giovani generazioni spera di riuscire a tramandare l’amore per la festa, la passione per la bandiera o per i tamburi o le chiarine, ma soprattutto l’impegno di cui la manifestazione ha bisogno per crescere ancora e le gioie e i dolori che possono portare questa meravigliosa festa, simbolo di aggregazione e comunità.

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Intervista ai ROS: “Si avvicina il tour, siamo pronti a fare Rumore!”

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana…

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana che alla fine dello scorso anno ha partecipato all’undicesima edizione di X Factor, il talent show musicale di Sky (qui potete ripercorrere la loro esperienza all’interno dello show). Dopo questa importante esperienza, che ha garantito loro visibilità e maturazione artistica, i ROS sono pronti a partire per il loro primo tour nazionale con una serie di tappe a partire dal mese di Aprile che comprendono Treviso, Firenze, Parma, Teramo e Roma.

Mentre fervono i preparativi per il tour, i tre ragazzi ci hanno concesso un’intervista per conoscere meglio le loro aspettative e avere un’anteprima delle prospettive musicali che riserverà loro il futuro.

“Ciao ragazzi, parliamo subito dell’esperienza di X Factor. Quanto vi ha fatto crescere quest’esperienza?”

Camilla: “X Factor è stata un’esperienza prima di tutto formativa, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con personaggi come Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo, oltre a grandissimi vocal coach; questa è la cosa che più ci è rimasta, e ci sta aiutando tuttora dal punto di vista artistico. Manuel ci sta aiutando molto, lavoreremo ancora con lui ed è una opportunità che ci fa grandissimo onore. La formazione che abbiamo ricevuto a X Factor è stata molto importante, abbiamo suonato tantissimo e imparato ancora di più, ci siamo messi continuamente alla prova.”

“Manuel Agnelli è stato il vostro giudice a X Factor e continua a sostenervi, ma c’è stato un giudice che vi ha penalizzato? E tra i giudici delle passate edizioni, c’è stato qualcuno con cui avreste voluto lavorare?” 

Kevin: “Mara Maionchi ci ha penalizzati più di tutti… sicuramente ha i suoi gusti e le sue idee musicali, e un progetto come il nostro è un po’ più particolare. Sui giudici del passato non saprei, non ho mai visto X Factor quindi non ne ho la più pallida idea!”

Lorenzo: “Del passato direi Skin, ma anche Morgan sarebbe stato molto interessante… comunque siamo capitati in squadra con Manuel, e direi che meglio di così non poteva andarci!”

“Tuffiamoci nel passato, parlando delle vostre prime esperienze. Che ricordi avete del periodo in cui frequentavate le scuole superiori e in cui vi stavate avvicinando al mondo della musica?”

Camilla: “Della mia esperienza al liceo linguistico di Montepulciano mi ricordo tante cose. In quegli anni ho conosciuto Kevin, abbiamo cominciato a suonare insieme e ci siamo impegnati in tanti progetti. Di solito ci trovavamo all’autostazione, dopo le lezioni, e andavamo a suonare.”

Kevin: “Ricordo di aver passato ben sei anni a Montepulciano, prima frequentavo il liceo scientifico, ma suonavo troppo e sono bocciato. Insomma, la musica mi ha portato a cambiare scuola, sono passato ad economia e adesso mi sto laureando in scienze bancarie. Magari un giorno amministrerò le finanze dei ROS!”

“Come si è formato il vostro gruppo?”

Lorenzo: “In realtà hanno iniziato loro, io vivevo a Foiano… stavo cercando un progetto musicale in cui potermi impegnare seriamente e un giorno mi arriva un messaggio su Facebook da parte di una ragazza che stava cercava un batterista… che però ci teneva a specificare, si trattava di un progetto serio, voleva fare musica sul serio!”

Camilla: “Io e Kevin venivamo da varie esperienze musicali, anche a scuola, però abbiamo deciso di partire sul serio, lavorando al massimo su un solo progetto. Ci è balenata in testa l’idea di formare un power trio, ci mancava solo il batterista, abbiamo iniziato a fare provini a un po’ di persone finché non abbiamo trovato Lorenzo. Con lui è andata subito alla grande, cercavamo un batterista con uno stile molto forte dal punto di vista artistico e ci è piaciuto subito. Questo è successo tre anni fa. Abbiamo iniziato subito a lavorare su pezzi inediti, a cercare festival, lavorando tantissime ore al giorno, siamo cresciuti sempre di più, suonando in continuazione. Abbiamo fatto tanta gavetta, abbiamo suonato ovunque, anche in locali piccolissimi in cui ci chiedevano di abbassare il volume della batteria, che è piuttosto difficile!”

“A quei tempi il nome del vostro gruppo era l’acronimo di Revenge On Stage: siete ancora in quella fase, avete superato la voglia di vendicarvi?”

Camilla: “È vero, inizialmente ROS stava per Revenge On Stage, la vendetta sul palco. Abbiamo però iniziato da subito con la musica italiana e ci siamo staccati dall’idea di acronimo, ci siamo basati più sul colore, su questo nome diretto e d’impatto. In effetti la nostra è stata un po’ una vendetta sul palco, un riscatto contro chi non ci credeva… è stato un bel riscatto, finalmente arrivano le prime grandi conquiste!”

“Una delle grandi conquiste è il tour in arrivo: che prospettive avete, che emozioni state provando?”

Camilla: “Finalmente è arrivato il Rumore in Tour! Siamo felicissimi, il nostro obiettivo è sempre stato quello di suonare, calcare più palchi possibili e spaccare tutto davanti al pubblico!”

“Come sono cambiate le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?”

Camilla: “I nostri ascolti hanno avuto un percorso molto interessante. Io sono partita dai Foo Fighters e dal rock moderno, Kevin viene dal metal classico, ovvero Metallica e Iron Maiden. Lorenzo ci ha fatto amare i cantautori italiani, perché quando l’abbiamo incontrato noi eravamo ancora un pochino scettici, ma pian piano i nostri ascolti si sono evoluti insieme. X Factor, paradossalmente, ci ha incattiviti! Avevamo paura che il nostro sound ne risultasse alleggerito, e invece no, siamo arrivati alla sesta puntata a portare i Rage Aganist the Machine in prima serata italiana. È stata un’esperienza che ci ha fatto scoprire molte cose, anche grazie all’aiuto di Manuel e delle sue proposte. Pensiamo ai The Kills, alla musica italiana come gli Afterhours e i Verdena… c’è stata una grandissima evoluzione dei nostri ascolti e ne siamo felici, siamo sempre pronti a scoprire nuova musica e a farci influenzare.”

“L’attuale industria discografica sembra preferire i brani digitali, gli ascolti su Spotify e il consumo usa e getta. In passato si lavorava per mesi alla produzione di un disco fisico, era necessario un grande lavoro prima di una pubblicazione. Come vivete questa situazione?”

Camilla: “Purtroppo o per fortuna, adesso il commercio musicale gira attorno al web, però ci sono i pro e i contro. Si sta perdendo l’importanza della stampa del disco fisico che è una cosa bellissima per un musicista, però allo stesso tempo si ha la possibilità di emergere e di farsi sentire anche dal nulla, si può arrivare a un sacco di persone in più e dare spazio a progetti musicali che non avrebbero potuto emergere. Per noi rimane comunque importantissimo il contatto diretto con il pubblico, salire sul palco e vendere i dischi fisici dopo il tour.”

“Come e dove vi vedete tra dieci anni?”

Lorenzo: “Tra dieci anni mi vedo su un palco a suonare.”

Camilla: “Tra dieci anni mi vedo sul palco del Wembley Stadium.”

Kevin: “Tra dieci anni mi vedo anche io sul palco… speriamo di essere sullo stesso!”

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“Il Bacio” di Ger Thijs: intervista a Francesco Branchetti

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo…

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo di Ger Thijs proposto al pubblico del Teatro Mascagni di Chiusi sabato 13 Gennaio 2017. La regia e l’adattamento è dello stesso Branchetti, il quale ha lavorato sulla traduzione dall’olandese di Enrico Luttmann.

Ger Thijs, autore de Il Bacio, è uno dei più importanti drammaturghi olandesi. È nato a Waubach, nel Limburgo, nel 1948.  Abbandonati gli studi di psicologia ad Amsterdam, segue i corsi dell’Accademia Teatrale di Maastricht. Non conclude il percorso accademico poiché all’inizio del secondo anno viene ingaggiato dalla compagnia di Elise Hoomans, debuttando nel 1970 come attore con un testo di Raymond Quéneau. Da allora ha lavorato in tutti i campi dell’attività teatrale, dirigendo anche alcune delle sue stesse opere. E’ stato anche Direttore Artistico del Teatro Nazionale Olandese. Molte delle sue rappresentazioni sono state nominate per il prestigioso Theatre Audience Award.  Scrive, inoltre, romanzi ed è editorialista per il quotidiano Volkskrant.

Il Bacio si svolge in un bosco. Un luogo quasi etereo, al di fuori della quotidianità. Lui è un comico fallito in procinto di prendere una decisione importante sulla sua carriera, lei si trova di fronte ad un bivio fisico, un movente di preoccupazione. I due personaggi, di cui mai vengono esplicitati i nomi, si incrociano durante una passeggiata nel verde. Si siedono su una panchina e iniziano a parlare. Il dialogo diventa un’esplorazione sineddotica dell’anima umana, quando è chiamata a scontrarsi con la brutalità dell’esistenza. L’andamento dell’approccio tra i due è intralciato dagli imbarazzi e dai limiti verbali dell’alterità, ma sostenuto dalla profonda comprensione sentimentale di due vite che si intrecciano, lungo l’unità temporale dello spettacolo.

Abbiamo incontrato Francesco Branchetti, prima dello spettacolo, che ha risposto alle nostre domande:

V: Come è stato dirigere Barbara de Rossi che è tornata a lavorare in teatro dopo tanti anni?

Francesco Branchetti: È stato molto bello e molto semplice. Ci siamo incontrati molto tempo prima delle prove di Medea ed abbiamo iniziato un lavoro molto certosino sul personaggio che poi ha interpretato benissimo. Abbiamo fatto un lavoro di preparazione molto lungo prima delle prove. Medea di Jean Anouilh  è stato uno spettacolo che Barbara ha fortissimamente voluto fare, e io anche. È stato un lavoro entusiasmante. Barbara, poi, è una persona dal carattere gentile e dalla professionalità straordinaria. Non ci sono state difficoltà perché si è messa completamente nelle mie mani di regista e questa sua lontananza dal palco scenico, lungo tutti questi anni, non ha pesato. Sono state prove molto lunghe, ma è stato un lavoro molto accurato.

V: Ger Thijs, autore de Il Bacio, È il massimo autore olandese uno dei più importanti viventi. Molto del pubblico forse non lo ha mai sentito nominare. Oltre a divulgare il teatro nelle sue pratiche, cosa potreste fare voi professionisti della drammaturgia, per divulgare anche la letteratura teatrale?

FB: Personalmente, da tantissimi anni mi prefiggo di presentare testi stranieri in Italia. L’ho fatto con testi olandesi, spagnoli… l’ho fatto con le opere dei maggiori autori delle drammaturgie estere. Thijs è il maggiore autore del teatro olandese contemporaneo. Noi teatranti dovremmo tentare, prima di tutto, di portarli in scena. Dovremmo farli vivere attraverso gli allestimenti. Io ho portato in scena Manfredi, Angelo Longoni, Alberto Bassetti e moltissimi altri. La drammaturgia contemporanea mi è sempre stata molto a cuore: sia quella italiana che estera. Più il teatro contemporaneo ha modo di vivere sulla scena e più il pubblico si abitua agli autori contemporanei. È ovvio che in un momento di crisi, mancano basi culturali solide su cui appoggiarsi e spesso molte produzioni puntano sui classici, i grandi titoli del repertorio. Però non è necessariamente una scommessa vincente. La scommessa su questo testo di Thijs si è rivelata felice. Il Bacio non era mai andato in scena in Italia, mentre in tutti gli altri paesi europei sì . Quindi è stato il primo allestimento italiano. Anche questa stagione saremo per quattro mesi in tournée. Quindi non necessariamente rivolgersi ai grandi classici è l’unica strada per avere successo. Si può fare molto bene anche con un testo contemporaneo.

V: Secondo te ha qualcosa da dire sui recenti dibattiti sulla sessualità, i rapporti tra uomo e donna tirati in ballo nei recenti fatti di cronaca?

FB: No, direi di no. Il nostro spettacolo vive del rapporto anche tra uomo e donna soprattutto per quanto riguarda le sfere della tenerezza, dell’affetto arriva anche alla sensualità ma in una chiave totalmente rivolta al sentimento. Affronta l’innamoramento, non tanto la fisicità. È attuale nella misura in cui in un epoca in cui è diventato difficilissimo, fidarsi e affidarsi all’altro, anche nella figura di un altro sesso, è difficile conquistarne la fiducia. Sono solito dire che oggi l’unico atto di coraggio è fidarsi dell’altro. Questo è uno spettacolo che mostra come due personggi, affidandosi nelle vicendevoli mani, trovano in un sentimento condiviso, una via di salvezza. Mostra come un atto di fiducia e di coraggio possa cambiare le cose nelle nostre vite.

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‘100% Circo’, un circo dove si impara a volersi bene

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900,…

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900, attraverso lo sviluppo del Noveau Cirque francese, il circo ha avuto una vera e propria “svolta contemporanea” che ha significato l’avvicinamento a molte discipline come il teatro, la danza, la musica.

Le innovazioni che questa nuova realtà ha introdotto sono la rinuncia agli animali, il ruolo fondamentale della musica, l’utilizzo di tecniche attoriali e coreografiche da parte dell’artista, che segue e sviluppa in ogni esibizione un tema di fondo.

Simona è la fondatrice della scuola aretina di arti circensi ‘100% Circo’, fondata nel 2015 dopo una lunga gestazione iniziata 7 anni prima e che oggi conta 120 allievi. Si è formata in Trentino, alla Biennale di circo e tutt’ora prosegue i suoi studi inseguendo un grande sogno: far conoscere il circo contemporaneo. Incuriosito da questo mondo affascinante, ho voluto saperne di più.

Se dico “circo” la gente a cosa pensa?

Ci sono dei luoghi comuni molto radicati nell’immaginario collettivo. Rispecchiano certamente ciò che è stata la storia di quest’arte così meravigliosa, ma tutto va avanti e si evolve: il mondo cambia e con esso tutto ciò che ne fa parte, compreso il circo. La gente pensa soprattutto a tendoni altissimi, grandi arene con animali ammaestrati, giocolieri, pagliacci, acrobati e l’inconfondibile motivetto “ta ta tara tara ta ta tara“. Ancora oggi se si parla con molte persone si sente dire “mio figlio non farà mai il circo come quelli che vivono in mezzo a una strada”. È un preconcetto carico di ignoranza. Il circo, come altre arti, è anche stare in mezzo alla gente, coinvolgere passanti, esibirsi per le vie della città. Come si può dire che dedizione, passione e divertimento siano cose da evitare? È assurdo.

 Invece, qual è la vostra idea di circo?

L’idea che ricerchiamo è quella di un circo innovativo sulla scia del circo contemporaneo francese. Lo intendiamo sia come arte che come sport, sia come applicazione mentale che fisica, sia come modo di vivere la quotidianità che come momento di evasione. 100% Circo ha il compito di far conoscere l’arte circense e quello ancora più importante di far esprimere e far star bene ragazzi e ragazze, grandi e piccini. Lavoriamo molto sulle dinamiche di gruppo, sul rapportarsi con gli altri, sul confidarsi e parlare. Crediamo che il circo sia un ottimo mezzo per rendere felici le persone.

Quali sono le discipline che insegnate?

Giocoleria, equilibrismo, acrobatica a terra e in aria. “Tutti all’inizio fanno tutto” perché vogliamo far sviluppare ogni abilità del corpo umano. Si parte dall’acrobatica a terra, perché è necessario trovare confidenza con gli stati di equilibrio fra i corpi, imparare a conoscersi come strutture complesse e piene di possibilità espressive. Una volta capita questa fondamentale premessa si inizia con tutti gli attrezzi di giocoleria. Una preparazione generale solida serve per destreggiarsi al meglio nell’equilibrismo su corde sospese, sfere, palloni, trampoli, monocicli. Solo dopo aver imparato ognuna di queste cose si inizia l’acrobatica aerea sul famoso trapezio e sul cerchio. Quello che può sembrare un “giochino” comincia ad affascinarti quando ti rendi conto della sua complessità. È quasi una legge della natura: la difficoltà spinge a mettersi in gioco, a migliorare, a combattere con sé stessi per crescere, per capire.

Quello che fate è solo un gioco?

Gli equilibri e le lezioni che si imparano nel circo poi si ripropongono nella vita di tutti i gironi. Il circo fa provare gioia, come la prova un bambino che si innamora di un giocattolo e, come detto prima, ti mette in strettissimo contatto con altre persone. Mi sento di dire che il circo sia terapeutico, perché è pura felicità. Attenzione però, qui non manca affatto disciplina, dedizione, serietà e applicazione. È vero che si tratta di “giochi”, ma sono situazioni che richiedono concentrazione per non rendere il “gioco” pericoloso. In questo frangente una scuola di circo deve essere dotata di ogni sistema di sicurezza in modo da scacciare più velocemente possibile le paure. Gli studenti si prendono cura di sé e dei compagni agendo come veri e propri “dispositivi di sicurezza”. L’autostima aumenta progredendo con l’apprendimento. La fiducia in sé stessi cresce ad ogni ostacolo superato. Bisognerebbe che la gente iniziasse ad associare l’idea del circo ad un’attività fortemente pedagogica e allo stesso tempo ludica. E noi siamo qui per dimostrarlo.

So che avete progetti didattici all’interno delle scuole. Come si combina la scuola sui banchi con quella sui trampoli?

Sì, lavoriamo con le scuole medie e superiori cercando chiavi di accesso che si adattino ad ogni ragazzo, ad ogni personalità. Il metodo didattico si lega a quello di materie come educazione fisica, ovviamente, ma anche letteratura, teatro e psicologia. L’integrazione, la collaborazione, lo scambio di emozioni fanno parte del progetto formativo. È molto importante mettere in contatto i ragazzi cercando di frantumare le barriere che spesso si creano fra di loro. Una delle nostre regole è che ogni lezione inizia mettendosi in cerchio per conoscerci e scambiarci idee e termina con un altro cerchio in cui ognuno lascia un feedback e si mette in relazione con il gruppo. I ragazzi hanno libera scelta sul percorso. Scelgono attrezzi e ruoli in totale libertà, perché vogliamo liberare la loro espressività in autonomia e in modo più possibile soggettivo, stimolando un approccio di tipo sperimentale. Una delle differenze fondamentali tra il circo del passato e quello contemporaneo sta proprio nell’avere introdotto finalità pedagogiche ad ampio raggio.

Letteratura, teatro, psicologia…?

Esatto. Il circo è un’arte che si intreccia ad altre discipline come la danza e la musica (oltre a quelle che ti ho già detto). È una grande valigia da viaggio dove poter mettere un sacco di esperienze e insegnamenti. Altro tabù da sfatare è che non si tratta soltanto di arte, ma anche di sport, dal momento in cui ci deve essere una preparazione fisica importante: per fare acrobazie servono forza e coordinazione. Gli studenti della nostra scuola si esibiscono a teatro in saggi e spettacoli e questo sta a significare la forte compenetrazione tra le discipline.

Gli artisti di teatro o i musicisti, per esempio, hanno il compito di comunicare con il pubblico. L’artista circense?

Il nostro artista mette nella sua performance tantissimo del suo vissuto. Esprime un viaggio che è una profonda ricerca interiore. Che poi il messaggio arrivi o meno allo spettatore a noi interessa relativamente: sappiamo che è molto difficile. Ciò che più vogliamo è che il ragazzo si sia conosciuto o ri-conosciuto durante il percorso circense. Lo spettacolo conclusivo (il saggio) rappresenta la ricerca che ogni artista fa di sé. Se pensiamo ai giullari che si esibivano instrada per il popolo, a modo loro esprimevano una situazione reale di disagio. Dobbiamo immaginare l’artista che porta al centro della scena le sue emozioni oltre alle sue capacità acrobatiche, con una regia e una sceneggiatura che supportano e definiscono la traccia dello spettacolo.

I vostri studenti come arrivano a conoscere la scuola di circo?

Soprattutto attraverso i progetti che facciamo nelle scuole: i ragazzi e i bambini osservano, provano, rimangono incuriositi e affascinati. Oppure vedono la mia macchina piena di attrezzi colorati, ormai diventata una specie di simbolo di 100% Circo, che ha come un “effetto miele”. Molti sono colpiti dalle esibizioni di aerea dove le ragazze volteggiano per aria. Rispetto a sport come calcio o nuoto, che coinvolgono un’infinità di bambini, ragazzi e adulti, il circo non ha lo stesso bacino di iscritti. Purtroppo è ancora un traguardo lontano. Bisogna continuamente dimostrare che quello che facciamo è una cosa bella. Il circo potrebbe anche essere fatto come attività congiunta ad altri sport, perché aumenta le capacità motorie e percettive a livello esponenziale: nei giocolieri e negli equilibristi lavorano entrambi gli emisferi del cervello.

A chi consiglieresti di iscriversi alla scuola di circo?

Lo consiglierei a chiunque, grandi e piccini, maschi e femmine. Fa bene al corpo e alla mente. Nella mia esperienza personale posso assicurarvi che il circo mi ha cambiata: mi ha aiutato a credere in me stessa, a non aver paura, a non mollare di fronte alle difficoltà. L’ambiente stesso è salutare, perché il corpo lavora a 360° si provano e si condividono tantissime emozioni. S’impara a volersi bene e a prendersi cura di noi. Purtroppo le persone non giocano più e questo non va affatto bene. Perciò, venite a giocare con noi!

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