La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

GiFra e amici presentano lo spettacolo “La bella addormentata”

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come…

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come guida e i poveri e gli ultimi come fratelli. A Lucignano, la GiFra organizza ogni Natale una recita il cui incasso viene devoluto in beneficenza. Anche quest’anno l’appuntamento è fissato per lunedì 23 dicembre alle ore 21:00, per la messa in scena dello spettacolo “La Bella Addormentata” al teatro Rosini.

Abbiamo incontrato Viola Meacci, presidentessa della fraternità di Lucignano, per farci raccontare cosa vedremo a teatro e quali sono le attività di questo gruppo.

 La Bella Addormentata è una favola diventata famosa grazie al film prodotto dalla Disney. La vostra è una rivisitazione?

“Sì, sarà una rivisitazione in chiave comica. Apriremo lo spettacolo con una parte di varietà con ospiti e amici che canteranno, balleranno e faranno sketch simpatici.”

Non è il primo spettacolo che portate a teatro, sbaglio?

“No. È dal 2006 che li facciamo. Negli anni passati abbiamo fatto il Re leone, Pinocchio, la Bella e la Bestia, Shrek, gli Aristogatti e tantissimi altri. Praticamente la Disney l’abbiamo reinterpretata tutta.”

Qual è lo scopo di questi eventi?

“Raccogliere fondi che daremo in beneficenza. Cerchiamo di aiutare ogni anno realtà diverse, sia in Italia che nel mondo. Per esempio, dopo il terremoto ad Amatrice abbiamo devoluto il denaro raccolto alla città. Quest’anno il ricavato verrà donato alla comunità Cenacolo che aiuta i bambini meno fortunati in Brasile, in Messico e in altre parti del mondo. Negli anni passati, tramite il Comune, abbiamo aiutato famiglie di Lucignano in difficoltà economica e ancora abbiamo contribuito alla realizzazione di una piscina riabilitativa in un ospedale pediatrico in Africa.”

Oltre alle attività recitative cosa fate?

“Ci incontriamo al convento dei cappuccini di Lucignano dove facciamo momenti di preghiera e di formazione per quanto riguarda la vita cristiana e francescana. facciamo anche incontri con le altre GiFre e organizziamo eventi come il carnevale per i bambini o il villaggio di Babbo Natale.”

Quanti siete nella fraternità?

“Siamo giovani dai 14 ai 30 anni. A Lucignano siamo una decina, ma per eventi come gli spettacoli di Natale ci aiutano anche degli amici che non fanno parte della GiFra, ma che sono interessati allo scopo dello spettacolo.”

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La musica (e la grafica) dei Maestro

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta…

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta di un progetto in corso d’opera, composto da un trio molto particolare. Alberto Nepi alla voce e ai sintetizzatori è accompagnato da Lorenzo Camilletti, basso e “spippolini”. E poi c’è Francesco Camporeale, l’illustratore grafico, l’elemento visivo del gruppo.

Sì, perché è proprio questa la particolarità dei Maestro: musica elettronica e illustrazioni che si intrecciano e si influenzano a vicenda. Una bella novità nel campo musicale aretino, a dispetto di un ambiente tanto restio alle proposte artistiche giovanili (pur con le solite lodevoli eccezioni). Li ho intervistati in uno dei locali di Corso Italia, proprio ad Arezzo.

Com’è nato questo progetto?

“Del tutto casualmente da un incontro in studio di registrazione. Dialogavamo sull’accostamento tra immagine e musica da molti anni. Con i Whao! (band di cui fa parte Alberto), per esempio, facemmo un brano molto elettronico (Anxiety 2.0), che accompagnammo a un video pieno di immagini bellissime create al PC dalle mani e dalla mente di Francesco. Qualche mese fa abbiamo conosciuto Lorenzo e ci siamo accorti di avere molte idee in comune, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica nella musica. Questi interessi simili hanno fatto scattare una scintilla. A livello sonoro e testuale volevamo creare qualcosa che dialogasse con le immagini di Francesco. Da lì è partito questo trio composto da una coppia che fa elettronica e un grafico che illustra.”

A cosa serve il grafico?

“Musica e arte visiva qui sono qualcosa che si completano a vicenda. Il progetto è in fase di sperimentazione, abbiamo enormi margini di crescita anche per imparare a conoscere le nostre potenzialità. La grafica è una sintesi dei brani fatta al computer. La creazione dell’immagine avviene in maniera autonoma rispetto alla composizione della musica, ma da questa deve essere influenzata, perché vogliamo che dialoghino a vicenda. Sono le sensazioni create da suono e voce riportate sotto forma di immagini o video. Nel nostro primo pezzo “Chimera” i disegni dialogano totalmente con i musicisti che vengo rappresentati in maniera stilizzata, essenziale. Inoltre, ci sono dei richiami all’arte italiana come Giotto, il Cristo morto del Mantegna, Michelangelo. Altri video che abbiamo sono immagini con una storia dietro. Lo scopo è quello di creare altre letture del messaggio testo-suono.”

Come i Gorillaz?

“Loro sono una Cartoon-band. Noi abbiamo in mente qualcosa di diverso. Mentre la band inglese usa i cartoni animati per dare vita al gruppo, noi vogliamo che musica e immagini si fondano per creare qualcosa di nuovo, che sia un altro componente del lavoro complessivo.”

 

Come mai questo nome?

“Nella musica classica il Maestro è il musicista che ha letteralmente dedicato gran parte della sua vita alla musica e a un certo strumento. Da tanti anni i miei amici mi chiamano Maestro, per giocare sul fatto che suono da sempre e sono effettivamente un maestro di musica. Questa cosa autobiografica l’abbiamo sfruttata per dare profondità al progetto già a partire dal nome. Volevamo che la band avesse un po’ di spessore, perché ci sembra che la musica oggi ne abbia perso un bel po’, insieme alle tematiche che finiscono nei testi. Anche Jim Morrison, per esempio, parlava di sesso e droga, ma le canzoni dei Doors trattavano anche la guerra, la politica e la vita quotidiana. Poi Maestro è anche una parola internazionale, speriamo sia di buon auspico. Vorremmo che la nostra musica fosse qualcosa verso cui approcciarsi con la voglia di avere sensazioni visive, sonore e di ogni altro tipo. Ci piacerebbe che le persone ci ascoltassero con attenzione e calma, come qualcosa a cui bisogna dedicare più energia e concentrazione, ma che alla fine ripaga dello sforzo.”

Ricercate un pubblico specifico quindi?

“No. Perché si può parlare di temi culturali a diverse profondità e con linguaggi diversi, universali. Non facciamo cose difficilissime e complesse. Il nostro è un linguaggio fruibile da tutti. Non sono esercizi di stile per far vedere quanto siamo bravi. Abbiamo anche strofe e ritornelli! C’è del POP!”

Di cosa parlano i Maestro?

“Di una cultura generalmente intesa, ma non come quella sbandierata sui social da qualche politico sempre affamato. Una cultura che crea conoscenza e pensieri da condividere, non quella che ti fa andare su facebook a scrivere cazzate o a esprimere opinioni da ignorante. Parliamo anche di esperienze personali e di affetti. Che si parli di amore o di politica o di quello che vuoi l’importante è avere un contenuto dignitoso e profondo.”

Durante i live come funziona con la grafica?

“Prepariamo le immagini che passeranno nello schermo durante l’esibizione. Sul palco siamo un duo elettronico e lo schermo ci sta molto bene lì nel mezzo. A proposito di live, il 2 gennaio suoneremo al Velvet Underground di Castiglion Fiorentino. È una bellissima opportunità, non vediamo l’ora.”

 

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Camilla Giannelli

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros. La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra…

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros.

La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra e la musica, con un occhio rivolto ai progetti futuri senza dimenticare però i meravigliosi anni liceali.

(intervista a cura di Leon D’Antonio – foto di Luca Farini)

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Francesca Del Toro

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata…

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata celebre per la sua partecipazione ad Amici 13, sta continuando la sua carriera da ballerina nel mondo dello spettacolo, con tante partecipazioni importanti a livello nazionale. Ha iniziato a ballare da piccolissima e la sua specialità è il moderno contemporaneo, ma le piace comunque provare e sperimentare stili diversi: una passione coltivata con grande spirito di sacrificio e tanto impegno.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

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Licei Poliziani nel mondo: intervista ad Alessandro Pinzuti

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani….

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani.
Con il ventenne di Acquaviva abbiamo affrontato vari temi: dai ricordi scolastici ai suoi vizi, dai sacrifici agli obiettivi futuri, il tutto con l’immancabile nuoto al centro di tutto.
Ringraziamo gentilmente il Centro Sportivo Esercito per aver concesso l’intervista ad Alessandro Pinzuti: ecco le sue risposte!

Ascolta “Licei Poliziani nel mondo – Intervista ad Alessandro Pinzuti” su Spreaker.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

 

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Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

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Motta si racconta al Foiano Book Festival

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da…

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da altri talent simili. Ha fatto la gavetta, come gli piace ricordare spesso. Ha suonato per strada, ha messo su una band quando aveva poco più di 20 anni (i Criminal Jokers), ha lavorato come turnista scaricando gli strumenti dai furgoni, accompagnando sul palco musicisti del calibro di Nada e Zen Circus, fino al momento in cui si è accorto di essere entrato in un processo di maturazione umana e musicale che l’ha portato alla scelta di intraprendere la carriera solista.

I suoi due album “La fine dei vent’anni” e “Vivere o morire” hanno vinto il premio Tenco rispettivamente nel 2016 e nel 2018. E la performance di “Dov’è l’Italia” sul palco di Sanremo gli è valso il premio Miglior duetto insieme a Nada. Insomma, Motta è partito alla grande. I suoi sono testi che rimangono impressi, comunicano messaggi forti, nuovi nel mondo della musica, come in “Sei bella davvero”: una dolcissima canzone dedicata a una donna transgender.

Motta è stato ospite della prima edizione del “Foiano Book Festival”, la nuova kermesse letteraria che nel mese di Novembre ha portato scrittori, registi e cantautori tra le mura cittadine, con grande partecipazione da parte del pubblico e coinvolgimento da parte di autori locali. Nel corso dell’evento in cui si è raccontato al pubblico, abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio e rivolgergli alcune domande.

Francesco è da poco tornato dal suo viaggio di nozze in Australia insieme alla moglie Carolina Crescentini. Un posto per vivere migliore dell’Italia, dice, in cui ha trovato nuove ispirazioni per lavori futuri. «Ci vivrei. Ho preso appunti che forse andranno a finire in una canzone o forse no. Chissà».

Una notizia importante per tutti i suoi fan è che sta scrivendo un libro. «Il mio rapporto con la letteratura è pessimo. Leggo troppo poco, ma sto scrivendo un libro in cui racconto la mia drammatica esperienza con gli insegnanti di musica». Da come lo dice sembra quasi una rivincita. Motta, infatti, ha più volte raccontato di quando da piccolo studiava musica con un maestro che riusciva a rendere odiosa una cosa così bella. «Invece, la musica per me è stata sempre l’unica via di fuga. Mi faceva stare bene e mi faceva sentire unico nei miei sbagli».

Il suo esordio da solista è stato un vero successo. Oltre ai premi della critica c’è stato il riconoscimento del pubblico, che ha risposto alla grande. Ma è stato un album preparato nel corso di tanti anni, in cui si sommano tante esperienze, come la gavetta da quando è ragazzo, i mesi passati a scaricare e caricare i furgoni con gli strumenti e una maturazione che l’ha portato a capire come meglio incanalare i suoi pensieri in un testo. «A mio figlio sconsiglierò di andare a X-Factor, perché è giusto che si faccia un culo così. Quella dei talent è una ricerca di te stesso più arrivista e molto meno passionale rispetto a un percorso che per strada. Lì ci vai per diventare famoso, ma io a 18 anni volevo suonare e basta». Un Motta idealista e romantico.

«I miei venti anni sono stati un periodo molto buio» e nelle sue canzoni si sente «per 10 anni mi sono sentito in ritardo con me stesso. Oggi sto scrivendo in un insolito periodo felice della mia vita. Comporre con questo stato d’animo è una cosa nuova per me. Sto scoprendo altre forme che mi stanno insegnando che ci sono più modi per esorcizzare le paure con le canzoni: può succedere che stai benissimo e diventa l’occasione per dire cose che non vanno».

Motta è uno di quei cantautori che fa della libertà dei suoi testi un marchio di fabbrica. Le esperienze che canta sono legate alla realtà di tutti i giorni e tra le righe si coglie quella necessità di schierarsi. «È una decisione che si paga. Ma a prescindere dalla politica, che ti tiene spesso sotto tiro, penso che gli artisti debbano sentirsi liberi di parlare di ciò che vogliono. Al Festival di Sanremo sono andato con l’esigenza di cantare “Dov’è l’Italia”, una canzone non semplice, politica, schierata, che andava in controtendenza con il clima di quel periodo. Non era interessante per tantissime persone che stavano lì, ma per me era importante. È stato come un faccia a faccia. Ho capito che farò sempre ciò che posso fare e che voglio fare».

Poi gli ho chiesto di parlarci del suo rapporto con Livorno:

«Livorno è una città strana

piena di gambe nude e personalissime posture

dei silenzi di mia madre

e della mia giustificata distrazione…»

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Giulio Benvenuti: «La regia delle Adorabili Scanzonette è il mio regalo alla Compagnia Teatro Giovani Torrita»

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di…

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di per sé un bene prezioso. Come nel caso de Le Adorabili Scanzonette, il nuovo musical prodotto dalla Compagnia Teatrale Giovani Torrita, che debutta sabato 30 novembre al Teatro degli Oscuri, con la regia di Giulio Benvenuti. Una veste inedita per il giovane attore che proprio all’interno della Compagnia ha intrapreso la carriera artistica e adesso vi torna da professionista affermato, quale è ormai da anni nel panorama italiano del musical, portando in “regalo”, come segno di rispetto e gratitudine, la firma sulla regia di questo spettacolo inedito.

«Le Adorabili Scanzonette è nato dal desiderio che la Compagnia tornasse a produrre uno spettacolo, a distanza di anni dai successi di The Rocky Horror Experience e The Wedding Singer, poichè in questi anni in tanti ci siamo allontanati dal Teatro degli Oscuri proprio per studiare e perfezionarci e poi abbiamo continuato altrove il nostro percorso artistico. Sono state Martina Bardelli e Mikela Rebua, attualmente insegnanti presso la scuola della Compagnia, ad avanzare la proposta di intraprendere un nuovo progetto, magari ispirato a The Marvelous Wonderettes, musical ambientato nella Springfield degli anni ’50 e ’60, su libretto scritto alla fine del XX secolo da Roger Bean, in scena off-Broadway fino al 2016. E poiché credo che uno spettacolo non arrivi mai a caso nella vita di una persona, ho immediatamente accettato. Ma a condizione di attingere da The Marvelous Wonderettes solo la trama di questo jukebox musical, che si svolge durante un classico ballo di fine anno di una scuola americana, per sostituire i brani con dei riferimenti musicali italiani. Gli anni ’50 e ’60 sono stati un periodo fiorente per la musica italiana e quindi, con gli arrangiamenti vocali e la direzione musicale di Giovanni Giannini, ho voluto dar spazio a quella invece di ricalcare il repertorio originale, che a noi è per lo più sconosciuto. Così anche per quanto riguarda i testi, è seguita una fase di riscrittura che ha portato alla nascita delle quattro protagoniste Nives, Dora, Carmen e Milly: le Adorabili Scanzonette, interpretate da Martina Bardelli, Emma De Nola, Lisa Lucchesi e Mikela Rebua».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti infatti prende il nome dal quartetto composto da queste quattro amiche accomunate dalla passione per il canto, che salgono sul palco in occasione della festa di fine anno della loro scuola. Inizia in questo modo un viaggio nella musica degli anni ’50, di fronte ad un uditorio che è al tempo stesso pubblico della festa liceale e dello spettacolo. Quali temi mette in luce la storia?

«Nel corso dei due atti, le Adorabili Scanzonette si lasciano conoscere, ciascuna con la sua personalità e con il colore che la abita, smentendo le ambizioni decise da quell’omologazione sociale a cui, soprattutto nell’epoca in cui è ambientata la vicenda, era soggetta la figura femminile. Il punto di approdo di questo percorso, sia di crescita per le protagoniste che di scoperta da parte del pubblico, si realizza nella festa d’istituto del 1968, quando le Adorabili Scanzonette sono chiamate a cantare ancora una volta. È lì che si scopre quante cose sono successe nell’arco di dieci anni, quanto gli avvenimenti hanno cambiato le quattro protagoniste, ormai lontane dai tempi di Miss Liceo, quali percorsi di vita hanno intrapreso e se la loro amicizia ha resistito agli eventi, ora che anche la musica è cambiata e già manifesta i sintomi delle rivoluzioni che hanno caratterizzato la fine degli anni ’60. La scena si svolge all’interno di una cornice entro la quale si può scandagliare l’animo delle protagoniste e la loro sempre minor aderenza ai dettami che le vogliono così “adorabili”, quando non necessariamente sentono di esserlo. C’è la valorizzazione del singolo carattere, apprezzabile nella sua dimensione di unicità, che però riesce a integrarsi con gli altri tre per giungere ad un’armonia perfetta, come poi del resto è accaduto alle quattro interpreti durante la preparazione dello spettacolo. Hanno saputo trovare una sintesi che gli consentisse di unire le loro voci e al tempo stesso dare risalto alle diverse personalità delle Scanzonette».

E il risultato quale è stato?

«Uno spettacolo che vuole trasmettere armonia al pubblico, chiamato ad essere partecipe e non solo spettatore della scena. Si può dire che ogni volta che si va a teatro è una festa, ma questa volta a maggior ragione, poichè fin dall’ingresso il pubblico si calerà nell’atmosfera della storia, realizzata grazie alla collaborazione di tanti che negli anni hanno gravitato attorno alla Compagnia. A partire dalle scenografie di Matteo Benvenuti, Federigo Bardelli e Maurizio Vanni, alla consulenza vocale di Antonello Angiolillo, docente della Summer Musical Theatre, ai consigli sempre preziosi della direttrice artistica della stagione teatrale Laura Ruocco, fino alla partecipazione, nello spettacolo, di Viola Battenti, proveniente dai nostri corsi di Spaziomusical. Per questo motivo, firmare la regia de “Le Adorabili Scanzonette” ha rappresentato in un certo senso un regalo alla dimensione dove sono cresciuto e dove ho imparato ad apprezzare tutti i ruoli e i mestieri legati al mondo del teatro. In questi anni ho avuto l’onore di lavorare con ottimi professionisti, e ciascuno di loro ha lasciato qualcosa di utile nel mio percorso artistico, arrivato adesso alla prova della regia».

Meglio dietro le quinte o sotto ai riflettori?

«Come regista è difficile trasferire in realtà quello che si ha in testa, ma è una bella sfida: non c’è aspetto che non abbia personalmente valutato, dalle luci ai costumi, anche grazie all’aiuto fondamentale della mia assistente alla regia Valeria Cleri. Sul palco ho intenzione di rimanerci ancora per molto tempo, anche perché vi si imparano molte cose per quando si passa nell’altro ruolo. Sono due mondi complementari che per il momento mi appartengono entrambi, forse un giorno deciderò per l’uno o per l’altro».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti, secondo appuntamento nel calendario della stagione teatrale torritese, è in scena alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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La street art di ExitEnter: raccontare l’umanità con un piccolo omino stilizzato

ExitEnter è un anonimo street artist di Firenze. Oggi sembra quasi impossibile pensare che ci sia qualcuno che non abbia ancora visto una sua opera in giro per i muri…

ExitEnter è un anonimo street artist di Firenze. Oggi sembra quasi impossibile pensare che ci sia qualcuno che non abbia ancora visto una sua opera in giro per i muri della città. I suoi disegni stanno diventando parte di Firenze e mi auguro che con il tempo arrivino a essere identificati con la stessa idea che si ha di questa città, che oggi è rappresentata dal David di Michelangelo, da Pontevecchio, da Santa Maria del Fiore e da tutti quei capolavori del Rinascimento. Le opere di ExitEnter sono sicuramente parte della vita quotidiana di chi vive Firenze, perché se passeggi in compagnia, se cammini da solo, se vai al lavoro o se torni a casa, ti troverai inevitabilmente di fronte a uno dei suoi inconfondibili disegni e magari a riflettere sul loro significato.

Sono linee semplici, dolci, sottili. Sono linee che parlano, che comunicano un messaggio. Provate a immaginare un fumetto. Ecco, ogni vignetta è un muro o un cassonetto o un box della corrente elettrica. C’è il protagonista, ci sono le parole, ci sono le storie da seguire. La street art di ExitEnter è questo: un racconto per le strade delle città.

Non solo Firenze. Le opere di questo street artist si trovano anche a Napoli, Lisbona, Livorno, Arezzo e Siena (ma non solo). E noi de La Valdichiana, curiosi come nutrie in cerca di cibo, l’abbiamo conosciuto e intervistato.

Chi è il protagonista dei tuoi disegni?

“È “l’Omino”. Ha sempre fatto parte dei miei disegni, ma è rimasto come nascosto in un mega caos di altre situazioni. Era più un dettaglio all’interno di altri quadri, poi, piano piano, ho iniziato a focalizzarmi su di lui. Ha iniziato a prendere forma adattandosi ai vicoli di Firenze, in cui dovevo dipingere veloce, con dimensioni ridotte, esclusivamente di notte, perciò “l’Omino” deve la sua immediatezza a questa città. È stato un personaggio fortunato, partorito dal caso, senza uno studio o un progetto di base. Lo disegnai per la prima volta in pubblico in un rave e piacque un sacco. Cominciai a disegnarlo in altre occasioni, ricevendo apprezzamenti da amici che già dipingevano per strada. Lentamente ho iniziato a dialogare sempre più con questo personaggio, fino a che è diventato il centro della mia produzione come street artist.”

C’è gente che se lo sta tatuando…

“Sì. Io credo che il fatto che sia stilizzato ne faciliti l’immedesimazione, quindi chiunque si può riconoscere nelle sue storie. Alcune volte mi scrivono sconosciuti raccontandomi le loro vicende personali, che legano all’Omino. Riesce a entrare bene in contatto un po’ con tutti.”

Cosa fa l’Omino?

“È un personaggio molto confuso. Porta messaggi di quello che c’è di buono e quello che c’è di negativo. A volte cerco io di mediare questi messaggi e farlo parlare di cose che stanno succedendo in determinati periodi. Di base descrive sogni, paure, storie passate e storie future. Credo che alla fine racconti un po’ di umanità in generale. Dopo tutto è anche lui un piccolo umano.”

Come mai dipingi in posti che richiedono uno sforzo per essere scoperti?

“Cerco di rispettare la città e il fatto che sia di chiunque la viva. Non voglio essere invasivo. Se scelgo di dipingere sui muri, allora ne trovo uno che secondo me ha bisogno del mio intervento per essere qualcosa di più. Fondamentalmente non sono spazi in vista, perché vengono abbandonati o lasciati all’incuria. A volte studio spot strategici, perché voglio che il messaggio arrivi in un certo modo. Secondo me ci sono dei vicoli bellissimi, che non vengono apprezzati, perciò cerco di valorizzarli. Ho notato che tante persone si sono trovate a girare nelle strade della loro città alla ricerca dell’Omino per scoprire luoghi che non avevano mai visto prima.”

L’Omino non è solo “entrate e uscite”, ma anche amore, resistenza, lotta, antirazzismo, accoglienza. Parole che rimandano a una cultura di sinistra. Ti ci riconosci?

“Io mi occupo di raccontare storie poetiche più che politiche. Nei disegni arrivo certamente a toccare temi che parlano delle conseguenze di certe scelte politiche, ma io mi considero apolitico.”

Hai dipinto anche sui muri di Arezzo e Siena. Che impressioni ti hanno fatto?

“Siena è stata una delle primissime città in cui ho portato l’Omino in “trasferta”. È magica, nonostante non l’abbia conosciuta veramente. Ho vissuto solo l’atmosfera della notte, in cui non c’era nessuno in giro e sembrava di stare in un dipinto. Ci sono scenari talmente pazzeschi, che non riuscivo a trovare muri sui quali disegnare: sono così belli e carichi di storia che mi sono limitato a dipingere su cabine del gas, pezzi di legno o muri completamente abbandonati. Ad Arezzo mi sono trovato nella stessa situazione. Città piccoline e super belle in cui sembra di tornare indietro di 500 anni. Mi dava la sensazione di stare in un film. È il bello delle città italiane e soprattutto toscane.”

Io vivo certi contesti artistici in maniera forzata. A Firenze, per esempio, ho la sensazione di stare in una città vetrina, in cui, nonostante ogni centimetro sia una meraviglia unica, sembra non esserci un’anima: tutto è finto e fatto per i turisti. È un po’ quello che sta succedendo ad Arezzo e a Siena, credo che sia una tendenza generale in Italia. Le città si chiudono e guardano solo al loro passato perché questo porta soldi?

“Anche io, come te, vengo dalla campagna, anzi dal mare per la precisione. L’arte è vissuta esclusivamente a livello speculativo ormai. Se si parla di Firenze ci sono delle manifestazioni interessanti, come la Biennale, ma quello che interessa maggiormente è fare soldi senza creare contesti culturali nuovi: c’è sempre la stessa roba. Allora, siccome tutto è trainato dai soldi, dovrebbero almeno creare delle nuove macchine da soldi, ma che creino anche nuova cultura. È inutile prendersi in giro. Ancora sopravvive il lato poetico dell’arte, ma quello che più conta oggi è il lato economico di ogni singola cosa. Fino a che non riusciremo a far girare soldi anche in altri circuiti artistici, come la cultura dal basso o la stessa street art, la situazione non cambierà e questi contesti verranno strumentalizzati solo in occasioni di tornaconto. È un discorso molto grande, difficile esaurire questo argomento in qualche battuta.”

C’è un modo per far dialogare la street art con l’arte classica?

“Guarda per esempio Blub, che disegna i personaggi storici e dei quadri famosi immersi sott’acqua con la maschera da sub. Quello è già un piccolo esempio. Si può fare in tanti modi. Se ti studi gli spot che ci sono in città, se studi la storia di Firenze e ti guardi le architetture e le situazioni si potrebbe benissimo integrare l’arte classica con molti aspetti della street art. Inoltre, un fenomeno molto interessante è quello della globalizzazione, dello scambio di idee, dell’integrazione che ci potrebbe aiutare a sviluppare questo dialogo. Non siamo fermi al Rinascimento: il mondo e le persone cambiano.”

Noi persone normali cosa possiamo fare per la street art?

“A essere paraculo ti direi comprare i quadri degli artisti [ride]. È importante che la gente si interessi, si incuriosisca, entri in contatto con questo piccolo mondo. Anche leggere un’intervista fatta a uno street artist potrebbe essere un inizio. Il bello di questa forma d’arte, essendo per strada, è che dovrebbe portare la gente per strada e questa mi sembra già una cosa bellissima. Si potrebbero creare situazioni nuove, amicizie nuove, si potrebbe imparare a conoscere meglio la propria città. A dire il vero non mi pongo tanto la domanda “come le persone possono aiutare la street art”, ma mi chiedo “come la street art può aiutare le persone”.

E la risposta ce l’hai?

“No [ride]. Alla fine per me il bello di fare “strada” è che conduci un continuo esperimento. Si tratta di posizionare un’opera artistica in mezzo al caos e osservarne i risultati. È sorprendente quello che ne esce fuori.”

A Firenze ci sono molti street artist e mi pare che si stia formando una specie di collettivo. Sbaglio?

“Un collettivo non esiste, ma spesso ci incontriamo per dipingere o semplicemente parlare. Firenze è una piccola città e nel giro ci conosciamo. Ma non si può sapere cosa riserva il futuro…”

In Italia a che punto siamo con la street art? Si possono fare confronti con altri paesi?

“Sì avoglia. Ci sono paesi in cui è già diventata un fenomeno commerciale, in cui è accolta come un’opportunità economica, con tutte le complicazioni che ne derivano. Ci sono città sicuramente molto più avanti per quanto riguarda la tutela e la promozione di questa forma d’arte. In Italia si sta iniziando a capire (come sempre in ritardo e molto lentamente), che si può usare la street art per creare contesti culturali. Purtroppo, bisogna aprire la parentesi dei soldi, perché tante amministrazioni e situazioni sfruttano a proprio vantaggio qualcosa che attira l’attenzione dei giovani, qualcosa di nuovo e fresco. A questa gente, soprattutto quando sta sotto elezioni, non gliene importa molto di creare contesti culturali, che durino, che siano a beneficio della gente: interessa solo fare un bella figura e pensa esclusivamente ai voti e ai soldi, dimenticandosi presto del murale. Servirebbero festival che partano dal basso, integrati con le comunità. Non critico quelli in cui “si fanno i muri” solo per fare bella figura, ma il rischio è quello di arrivare a comunicare sempre meno.”

Ce l’hai un sogno?

“Essere felice. Stare bene ed essere felice più a lungo possibile. Me lo sto già vivendo il sogno, quindi è un po’ un sogno in progress.”

Cari lettori, provate a esplorare le strade delle città toscane in cerca di un ExitEnter e inviateci una foto! Buona caccia!

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L’app che cambia la guida delle auto elettriche: intervista all’ideatore Leonardo Spacone

Le auto elettriche vengono sempre più diffusamente considerate le auto del futuro, avendo con il loro debutto sul mercato, fin da subito rappresentato un momento di svolta nel modo di…

Le auto elettriche vengono sempre più diffusamente considerate le auto del futuro, avendo con il loro debutto sul mercato, fin da subito rappresentato un momento di svolta nel modo di intendere la mobilità. Silenziose ed ecosostenibili, con emissioni inquinanti pari a zero, e un costo di alimentazione minore di quello delle auto tradizionali, sono al centro dei piani di sviluppo e innovazione delle case costruttrici, orientate verso produzioni in grado di incontrare sia la capacità economica degli utenti, che il rispetto dell’ambiente.

Così l’attenzione del settore è ormai focalizzata su combinazioni di tecnologia e design che possano attrarre l’interesse degli automobilisti, riuscendo a colmare quei dubbi che talvolta inibiscono dall’andare incontro alle novità. Parlando di auto elettriche, difatti uno dei punti che preoccupa maggiormente i potenziali acquirenti è la limitata autonomia di viaggio, inferiore rispetto alle auto a combustione, con annesse tutte le problematiche che possono affacciarsi in fase di ricarica, come ad esempio nell’individuare le “colonnine” a cui fare rifornimento, o ancora nello stimare quanti kilometri si possono ancora fare con l’alimentazione accumulata. Ed è proprio osservando tali aspetti negativi che a Leonardo Spacone, ingegnere di Castiglione del Lago, è sorta l’idea di mettere a punto un sistema per implementare le potenzialità di questo tipo di vetture, con cui lui stesso viaggia per circa 80mila kilometri all’anno.

«L’esigenza di trovare una soluzione alla cosiddetta “range anxiety“, ossia l’insieme delle preoccupazioni che riguardano chi siede al volante in relazione a rifornimento e distanze da coprire, l’ho avuta quando per lavoro mi sono trovato ad affrontare viaggi di migliaia di kilometri a bordo di un’auto elettrica. È stato in quell’occasione che in prima persona ho sperimentato la difficoltà di organizzare il tragitto in base alle ricariche della batteria, innanzitutto per la poca semplicità nel prevedere quanto il rifornimento sarebbe durato, in secondo luogo per la poca affidabilità nell’individuazione delle colonnine presso le quali eventualmente fermarsi».

È così che è nata l’idea di Power Cruise Control?

«Sì, considerando che i dispositivi già in dotazione delle auto elettriche spesso forniscono informazioni fuorvianti, dedotte da dati medi e non prodotte da algoritmi e parametri personalizzati e costantemente aggiornati, ho realizzato questa applicazione da installare sullo smartphone. Permette di impostare il tipo di viaggio che si sta per affrontare, quindi per esempio si può scegliere la velocità con cui si ha intenzione di arrivare a destinazione, e restituisce una tabella di marcia personalizzata per le caratteristiche della propria auto, in cui sono indicati i tempi entro i quali, proseguendo alla velocità impostata, si sarà coperto un certo numero di kilometri e dunque capire quando e dove sarà necessario fermarsi a ricaricare. Ogni kilometro l’applicazione ricalcola la relazione tenendo conto di vari parametri, tra cui, oltre alla velocità di percorrenza, mappa, condizioni meteo, sensori di traffico e altri fattori che possono incidere sul consumo dell’auto».

Per realizzare questa applicazione ci sono voluti tre anni, sino alla decima versione, che è quella attualmente disponibile su PlayStore, dove si può scaricare al costo di 36 euro.

«Perché l’applicazione funzioni, occorre infine che sull’auto sia installato un dispositivo On Board Diagnostic, facilmente reperibile anche online, con cui tramite Bluetooth il sistema possa scambiare dati con lo smartphone. L’interfaccia per l’utente è molto intuitiva, compaiono due zone, una rossa e una verde e un’auto che procede in avanti: se l’auto si muove tra le due zone, significa che si sta procedendo in regola con la tabella di marcia, e che sarà necessario fermarsi a ricaricare quando il sistema ce lo ha predetto; se l’auto si sposta nella zona verde vuol dire che si sta impiegando meno risorse di quelle messe in conto ad inizio viaggio, per cui si arriverà con un eccesso di batteria rispetto a quella preventivata; se invece l’auto si muove nello spazio rosso, allora si sta mantenendo una velocità troppo elevata e la batteria dovrà essere ricaricata prima di arrivare alla destinazione annunciata, con il rischio però che non sia sufficiente ad arrivare alla prima colonnina presente lungo il percorso. Power Cruise Control si basa su algoritmi specifici per i vari tipi di auto elettrica, tra cui le versioni di Nissan Leaf e Renault Zoe, e presto arriverà anche la versione per Jaguar e Tesla».

Ma non potrebbe essere installata di serie nelle vetture elettriche?

«In teoria sì, ma forse le aziende preferiscono presentarlo come strumento aggiuntivo. Rispetto ai sistemi forniti, Power Cruise Control esegue calcoli basati sulle condizioni reali dell’auto, del tragitto e delle richieste del guidatore, per questo mi sento di dire che risolve il problema dell’insicurezza con la quale ci si può mettere al volante non sapendo con precisione quanta strada si potrà percorrere senza doversi fermare, o a volte anche dove fermarsi, perché magari il punto di ricarica segnalato è in realtà fuori uso».

C’è da chiedersi in che modo le auto elettriche dovrebbero farsi spazio nel mercato senza aver considerato di far viaggiare in piena tranquillità gli utenti. Fintanto però che oltre alle caratteristiche tecniche non sarà sufficientemente curato anche questo aspetto, non rimane che guardare con ammirazione a chi ha messo a disposizione le proprie competenze per fornire, attraverso la tecnologia, una soluzione concreta a un problema condiviso: dalla sua comparsa, l’app conta più di 500 download in tutto il mondo e, solo alcuni mesi, fa Leonardo è stato inserito nel progetto #GreenHeroes, la rubrica che l’attore Alessandro Gassmann ha dedicato alle storie di persone, aziende e comunità che hanno sviluppato attività imprenditoriali in difesa dell’ambiente.

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