La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

“Il Bacio” di Ger Thijs: intervista a Francesco Branchetti

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo…

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo di Ger Thijs proposto al pubblico del Teatro Mascagni di Chiusi sabato 13 Gennaio 2017. La regia e l’adattamento è dello stesso Branchetti, il quale ha lavorato sulla traduzione dall’olandese di Enrico Luttmann.

Ger Thijs, autore de Il Bacio, è uno dei più importanti drammaturghi olandesi. È nato a Waubach, nel Limburgo, nel 1948.  Abbandonati gli studi di psicologia ad Amsterdam, segue i corsi dell’Accademia Teatrale di Maastricht. Non conclude il percorso accademico poiché all’inizio del secondo anno viene ingaggiato dalla compagnia di Elise Hoomans, debuttando nel 1970 come attore con un testo di Raymond Quéneau. Da allora ha lavorato in tutti i campi dell’attività teatrale, dirigendo anche alcune delle sue stesse opere. E’ stato anche Direttore Artistico del Teatro Nazionale Olandese. Molte delle sue rappresentazioni sono state nominate per il prestigioso Theatre Audience Award.  Scrive, inoltre, romanzi ed è editorialista per il quotidiano Volkskrant.

Il Bacio si svolge in un bosco. Un luogo quasi etereo, al di fuori della quotidianità. Lui è un comico fallito in procinto di prendere una decisione importante sulla sua carriera, lei si trova di fronte ad un bivio fisico, un movente di preoccupazione. I due personaggi, di cui mai vengono esplicitati i nomi, si incrociano durante una passeggiata nel verde. Si siedono su una panchina e iniziano a parlare. Il dialogo diventa un’esplorazione sineddotica dell’anima umana, quando è chiamata a scontrarsi con la brutalità dell’esistenza. L’andamento dell’approccio tra i due è intralciato dagli imbarazzi e dai limiti verbali dell’alterità, ma sostenuto dalla profonda comprensione sentimentale di due vite che si intrecciano, lungo l’unità temporale dello spettacolo.

Abbiamo incontrato Francesco Branchetti, prima dello spettacolo, che ha risposto alle nostre domande:

V: Come è stato dirigere Barbara de Rossi che è tornata a lavorare in teatro dopo tanti anni?

Francesco Branchetti: È stato molto bello e molto semplice. Ci siamo incontrati molto tempo prima delle prove di Medea ed abbiamo iniziato un lavoro molto certosino sul personaggio che poi ha interpretato benissimo. Abbiamo fatto un lavoro di preparazione molto lungo prima delle prove. Medea di Jean Anouilh  è stato uno spettacolo che Barbara ha fortissimamente voluto fare, e io anche. È stato un lavoro entusiasmante. Barbara, poi, è una persona dal carattere gentile e dalla professionalità straordinaria. Non ci sono state difficoltà perché si è messa completamente nelle mie mani di regista e questa sua lontananza dal palco scenico, lungo tutti questi anni, non ha pesato. Sono state prove molto lunghe, ma è stato un lavoro molto accurato.

V: Ger Thijs, autore de Il Bacio, È il massimo autore olandese uno dei più importanti viventi. Molto del pubblico forse non lo ha mai sentito nominare. Oltre a divulgare il teatro nelle sue pratiche, cosa potreste fare voi professionisti della drammaturgia, per divulgare anche la letteratura teatrale?

FB: Personalmente, da tantissimi anni mi prefiggo di presentare testi stranieri in Italia. L’ho fatto con testi olandesi, spagnoli… l’ho fatto con le opere dei maggiori autori delle drammaturgie estere. Thijs è il maggiore autore del teatro olandese contemporaneo. Noi teatranti dovremmo tentare, prima di tutto, di portarli in scena. Dovremmo farli vivere attraverso gli allestimenti. Io ho portato in scena Manfredi, Angelo Longoni, Alberto Bassetti e moltissimi altri. La drammaturgia contemporanea mi è sempre stata molto a cuore: sia quella italiana che estera. Più il teatro contemporaneo ha modo di vivere sulla scena e più il pubblico si abitua agli autori contemporanei. È ovvio che in un momento di crisi, mancano basi culturali solide su cui appoggiarsi e spesso molte produzioni puntano sui classici, i grandi titoli del repertorio. Però non è necessariamente una scommessa vincente. La scommessa su questo testo di Thijs si è rivelata felice. Il Bacio non era mai andato in scena in Italia, mentre in tutti gli altri paesi europei sì . Quindi è stato il primo allestimento italiano. Anche questa stagione saremo per quattro mesi in tournée. Quindi non necessariamente rivolgersi ai grandi classici è l’unica strada per avere successo. Si può fare molto bene anche con un testo contemporaneo.

V: Secondo te ha qualcosa da dire sui recenti dibattiti sulla sessualità, i rapporti tra uomo e donna tirati in ballo nei recenti fatti di cronaca?

FB: No, direi di no. Il nostro spettacolo vive del rapporto anche tra uomo e donna soprattutto per quanto riguarda le sfere della tenerezza, dell’affetto arriva anche alla sensualità ma in una chiave totalmente rivolta al sentimento. Affronta l’innamoramento, non tanto la fisicità. È attuale nella misura in cui in un epoca in cui è diventato difficilissimo, fidarsi e affidarsi all’altro, anche nella figura di un altro sesso, è difficile conquistarne la fiducia. Sono solito dire che oggi l’unico atto di coraggio è fidarsi dell’altro. Questo è uno spettacolo che mostra come due personggi, affidandosi nelle vicendevoli mani, trovano in un sentimento condiviso, una via di salvezza. Mostra come un atto di fiducia e di coraggio possa cambiare le cose nelle nostre vite.

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‘100% Circo’, un circo dove si impara a volersi bene

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900,…

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900, attraverso lo sviluppo del Noveau Cirque francese, il circo ha avuto una vera e propria “svolta contemporanea” e che ha significato l’avvicinamento a molte discipline come il teatro, la danza, la musica.

Le innovazioni che questa nuova realtà ha introdotto sono la rinuncia agli animali, il ruolo fondamentale della musica, l’utilizzo di tecniche attoriali e coreografiche da parte dell’artista, che segue e sviluppa in ogni esibizione un tema di fondo.

Simona è la fondatrice della scuola aretina di arti circensi ‘100% Circo’, fondata nel 2015 dopo una lunga gestazione iniziata 7 anni prima e che oggi conta 120 allievi. Si è formata in Trentino, alla Biennale di circo e tutt’ora prosegue i suoi studi inseguendo un grande sogno: far conoscere il circo contemporaneo. Incuriosito da questo mondo affascinante, ho voluto saperne di più.

Se dico “circo” la gente a cosa pensa?

Ci sono dei luoghi comuni molto radicati nell’immaginario collettivo. Rispecchiano certamente ciò che è stata la storia di quest’arte così meravigliosa, ma tutto va avanti e si evolve: il mondo cambia e con esso tutto ciò che ne fa parte, compreso il circo. La gente pensa soprattutto a tendoni altissimi, grandi arene con animali ammaestrati, giocolieri, pagliacci, acrobati e l’inconfondibile motivetto “ta ta tara tara ta ta tara“. Ancora oggi se si parla con molte persone si sente dire “mio figlio non farà mai il circo come quelli che vivono in mezzo a una strada”. È un preconcetto carico di ignoranza. Il circo, come altre arti, è anche stare in mezzo alla gente, coinvolgere passanti, esibirsi per le vie della città. Come si può dire che dedizione, passione e divertimento siano cose da evitare? È assurdo.

 Invece, qual è la vostra idea di circo?

L’idea che ricerchiamo è quella di un circo innovativo sulla scia del circo contemporaneo francese. Lo intendiamo sia come arte che come sport, sia come applicazione mentale che fisica, sia come modo di vivere la quotidianità che come momento di evasione. 100% Circo ha il compito di far conoscere l’arte circense e quello ancora più importante di far esprimere e far star bene ragazzi e ragazze, grandi e piccini. Lavoriamo molto sulle dinamiche di gruppo, sul rapportarsi con gli altri, sul confidarsi e parlare. Crediamo che il circo sia un ottimo mezzo per rendere felici le persone.

Quali sono le discipline che insegnate?

Giocoleria, equilibrismo, acrobatica a terra e in aria. “Tutti all’inizio fanno tutto” perché vogliamo far sviluppare ogni abilità del corpo umano. Si parte dall’acrobatica a terra, perché è necessario trovare confidenza con gli stati di equilibrio fra i corpi, imparare a conoscersi come strutture complesse e piene di possibilità espressive. Una volta capita questa fondamentale premessa si inizia con tutti gli attrezzi di giocoleria. Una preparazione generale solida serve per destreggiarsi al meglio nell’equilibrismo su corde sospese, sfere, palloni, trampoli, monocicli. Solo dopo aver imparato ognuna di queste cose si inizia l’acrobatica aerea sul famoso trapezio e sul cerchio. Quello che può sembrare un “giochino” comincia ad affascinarti quando ti rendi conto della sua complessità. È quasi una legge della natura: la difficoltà spinge a mettersi in gioco, a migliorare, a combattere con sé stessi per crescere, per capire.

Quello che fate è solo un gioco?

Gli equilibri e le lezioni che si imparano nel circo poi si ripropongono nella vita di tutti i gironi. Il circo fa provare gioia, come la prova un bambino che si innamora di un giocattolo e, come detto prima, ti mette in strettissimo contatto con altre persone. Mi sento di dire che il circo sia terapeutico, perché è pura felicità. Attenzione però, qui non manca affatto disciplina, dedizione, serietà e applicazione. È vero che si tratta di “giochi”, ma sono situazioni che richiedono concentrazione per non rendere il “gioco” pericoloso. In questo frangente una scuola di circo deve essere dotata di ogni sistema di sicurezza in modo da scacciare più velocemente possibile le paure. Gli studenti si prendono cura di sé e dei compagni agendo come veri e propri “dispositivi di sicurezza”. L’autostima aumenta progredendo con l’apprendimento. La fiducia in sé stessi cresce ad ogni ostacolo superato. Bisognerebbe che la gente iniziasse ad associare l’idea del circo ad un’attività fortemente pedagogica e allo stesso tempo ludica. E noi siamo qui per dimostrarlo.

So che avete progetti didattici all’interno delle scuole. Come si combina la scuola sui banchi con quella sui trampoli?

Sì, lavoriamo con le scuole medie e superiori cercando chiavi di accesso che si adattino ad ogni ragazzo, ad ogni personalità. Il metodo didattico si lega a quello di materie come educazione fisica, ovviamente, ma anche letteratura, teatro e psicologia. L’integrazione, la collaborazione, lo scambio di emozioni fanno parte del progetto formativo. È molto importante mettere in contatto i ragazzi cercando di frantumare le barriere che spesso si creano fra di loro. Una delle nostre regole è che ogni lezione inizia mettendosi in cerchio per conoscerci e scambiarci idee e termina con un altro cerchio in cui ognuno lascia un feedback e si mette in relazione con il gruppo. I ragazzi hanno libera scelta sul percorso. Scelgono attrezzi e ruoli in totale libertà, perché vogliamo liberare la loro espressività in autonomia e in modo più possibile soggettivo, stimolando un approccio di tipo sperimentale. Una delle differenze fondamentali tra il circo del passato e quello contemporaneo sta proprio nell’avere introdotto finalità pedagogiche ad ampio raggio.

Letteratura, teatro, psicologia…?

Esatto. Il circo è un’arte che si intreccia ad altre discipline come la danza e la musica (oltre a quelle che ti ho già detto). È una grande valigia da viaggio dove poter mettere un sacco di esperienze e insegnamenti. Altro tabù da sfatare è che non si tratta soltanto di arte, ma anche di sport, dal momento in cui ci deve essere una preparazione fisica importante: per fare acrobazie servono forza e coordinazione. Gli studenti della nostra scuola si esibiscono a teatro in saggi e spettacoli e questo sta a significare la forte compenetrazione tra le discipline.

Gli artisti di teatro o i musicisti, per esempio, hanno il compito di comunicare con il pubblico. L’artista circense?

Il nostro artista mette nella sua performance tantissimo del suo vissuto. Esprime un viaggio che è una profonda ricerca interiore. Che poi il messaggio arrivi o meno allo spettatore a noi interessa relativamente: sappiamo che è molto difficile. Ciò che più vogliamo è che il ragazzo si sia conosciuto o ri-conosciuto durante il percorso circense. Lo spettacolo conclusivo (il saggio) rappresenta la ricerca che ogni artista fa di sé. Se pensiamo ai giullari che si esibivano instrada per il popolo, a modo loro esprimevano una situazione reale di disagio. Dobbiamo immaginare l’artista che porta al centro della scena le sue emozioni oltre alle sue capacità acrobatiche, con una regia e una sceneggiatura che supportano e definiscono la traccia dello spettacolo.

I vostri studenti come arrivano a conoscere la scuola di circo?

Soprattutto attraverso i progetti che facciamo nelle scuole: i ragazzi e i bambini osservano, provano, rimangono incuriositi e affascinati. Oppure vedono la mia macchina piena di attrezzi colorati, ormai diventata una specie di simbolo di 100% Circo, che ha come un “effetto miele”. Molti sono colpiti dalle esibizioni di aerea dove le ragazze volteggiano per aria. Rispetto a sport come calcio o nuoto, che coinvolgono un’infinità di bambini, ragazzi e adulti, il circo non ha lo stesso bacino di iscritti. Purtroppo è ancora un traguardo lontano. Bisogna continuamente dimostrare che quello che facciamo è una cosa bella. Il circo potrebbe anche essere fatto come attività congiunta ad altri sport, perché aumenta le capacità motorie e percettive a livello esponenziale: nei giocolieri e negli equilibristi lavorano entrambi gli emisferi del cervello.

A chi consiglieresti di iscriversi alla scuola di circo?

Lo consiglierei a chiunque, grandi e piccini, maschi e femmine. Fa bene al corpo e alla mente. Nella mia esperienza personale posso assicurarvi che il circo mi ha cambiata: mi ha aiutato a credere in me stessa, a non aver paura, a non mollare di fronte alle difficoltà. L’ambiente stesso è salutare, perché il corpo lavora a 360° si provano e si condividono tantissime emozioni. S’impara a volersi bene e a prendersi cura di noi. Purtroppo le persone non giocano più e questo non va affatto bene. Perciò, venite a giocare con noi!

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II talento della Valdichiana conquista la Foresta di Sherwood – Intervista a Giulio Benvenuti, in tour con il musical Robin Hood

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato,…

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato, che tutti noi, anche per sbaglio, abbiamo sicuramente visto, questa storia, o forse è meglio dire leggenda, è Robin Hood, il ladro che rubava ai ricchi per donare ai poveri.

La storia è narrata da un Gallo Cantastorie, alias Cantagallo, il quale ci racconta le rocambolesche avventure di Robin Hood e il suo migliore amico Little John. Entrambi vivono nella foresta di Sherwood, rubando ai ricchi per dare ai poveri. Lo Sceriffo di Nottingham tenta in tutti i modi di catturare i due impavidi amici, senza mai riuscirsi e scatenando così l’ira funesta del suo boss, il Principe Giovanni. Quest’ultimo si è appropriato del trono dopo la partenza per le Crociate del fratello, Re Riccardo. Consigliato dal perfido Sir Biss, il Principe Giovanni sta rovinando il regno, creando povertà e arricchendo le casse reali. Tra duelli, inseguimenti, gare di tiro con l’arco e romantici incontri, Robin e Little John cercano in tutti i modi di fermare il malvagio tiranno e riportare serenità al popolo intimorito.

La leggenda di Robin Hood, nel 1973, non è passata inosservata ai collaboratori di Walt Disney che han fatto sì che diventasse il ventunesimo classico della casa di produzione. Dopo Walt Disney sono stati molti i registi che hanno ripreso la leggenda declinandola ma tenendo ben saldo il valore principe che vuole tramandare di generazione in generazione, ovvero il desiderio di condivisione.

Tra i registi che hanno ripreso le avventure del coraggioso ladro gentiluomo, che si tramandano ormai da oltre ottocento anni, c’è Mauro Simone. Robin Hood, firmato Mauro Simone e prodotto da Beppe Danti con Tunnel e Medina Produzioni, è interpretato da Manuel Frattini affiancato da Fatima Trotta, giovane attrice rivelazione, nota al grande pubblico come conduttrice di Made in Sud, che svela le sue doti da performer affiancando Manuel nel ruolo di Lady Marian. Tunnel Produzioni e Medina Produzioni stanno portando in giro per l’Italia Robin Hood da ottobre 2017.

Perché vi sto parlando di questo musical? Semplice, perché nel cast, nel ruolo di Little John, il fidato compagno di avventure di Robin Hood, c’è Giulio Benvenuti, torritese doc che ha mosso i primi passi nel musical proprio grazie alla Compagnia Teatro Giovani Torrita e che lo scorso 18 dicembre abbiamo incontrato al Teatro Signorelli di Cortona in occasione della tappa toscana del musical.

Ciao Giulio, in questo momento stai vivendo un’esperienza strepitosa per la tua carriera da attore, hai un ruolo importante in una produzione altrettanto importante e che ripercorre le gesta di uno degli eroi più amati di sempre. Raccontaci qualcosa di questa bellissima esperienza che stai vivendo e come è nata la collaborazione con Tunnel e Medina Produzioni per questo musical.

“Sicuramente è un’esperienza da cui sto imparando tantissimo, soprattutto perché avere la possibilità di stare in scena con grandi artisti è un’opportunità di crescita unica. C’è sempre da imparare qualcosa e c’è sempre qualcosa da “rubare” guardando i grandi artisti all’opera. La collaborazione con la produzione, come spesso succede, è nata tramite un’audizione a cui all’inizio non ero neanche convito di voler partecipare, ma alla fine una “vocina” mi ha detto che era giusto andare e da lì è cominciato il mio viaggio nelle “Terre di Sherwood“.”

 A Giulio Benvenuti è stato assegnato il personaggio di Little John, fidato amico di Robin che lo accompagna in tutte le sue avventure. Giulio raccontami il tuo personaggio, un ruolo importante, ti aspettavi questa parte?

“Devo ammettere, che data la mia “stazza”, il ruolo di  Little John mi calza abbastanza bene ed è stato una vera scoperta. Grazie al nostro regista, Mauro Simone, improvvisamente questo “orso buono” ha preso forma e Little John non è solo l’aiutante di Robin ma è soprattutto il suo più caro amico, il loro rapporto è unico e autentico basato sulla fiducia e sul supporto reciproco”.

Giulio Benvenuti ha mosso i suoi primi passi nel musical proprio con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, sotto la guida di importanti insegnamenti impartiti da Maria Laura Baccarini, Franco Travaglio, Manuel Frattini, Roberto Giuffrida, Fabiola Ricci. Dopo il liceo, al momento di decidere del suo futuro, Giulio non ha avuto dubbi, la sua strada era il musical e la possibilità di far diventare quella passione il suo lavoro e così è stato. Giulio si è trasferito a Roma e si è iscritto alla Teatro Golden Academy che gli ha permesso di formarsi in modo professionale. Giulio, guardando indietro, chi è la persona che più ti ha insegnato in questo lavoro?

“In tutta onestà devo dire che sono stato davvero fortunato perché nel corso di questi anni di studio e lavoro ho avuto il piacere di incontrare persone davvero speciali ed estremamente competenti. Sicuramente Fabiola Ricci è stata una figura fondamentale per la mia crescita artistica; e poi l’incontro con Laura Ruocco è stato quello che ha dato un po’ il via alla mia carriera professionale”.

Prima di interpretare Little John in Robin Hood, Giulio Benvenuti è stato interprete di molti musical e nonostante la sua giovane età può già vantare molte collaborazioni importanti come in ‘The Best of musical” diretto da Chiara Noschese, “Garbatella futbol cleb”, diretto da Michele La Ginestra, e poi ancora “C’è qualche cosa in te…” per la regia di Enrico Montesano, e ancora nel 2012 ha preso parte in “Amleto contro la Pantera rosa” diretto da  Augusto Fornari e prima ancora nel “The Wedding Singer” e nel “The Rocky Horror Experience” diretto da Fabiola Ricci. Qual è il musical che ricordi in particolar modo e perché?

“Credo sia “C’è qualche cosa in te” una commedia musicale con Enrico Montesano, che è stato il mio primo lavoro dopo l’accademia. Ricordo perfettamente il giorno della prima (tre l’altro era anche il mio compleanno!), l’ansia per il debutto, la gioia, l’emozione incredibile ai saluti finali… si direi che il detto “Il primo lavoro non si scorda mai” è azzeccatissimo”.

Ambizione, coraggio, amore e avventura, sono tutti gli elementi che possiamo ritrovare nel musical in cui tu sei attualmente impegnato, ma sono anche un po’ i principi che ti hanno accompagnato nella tua vita fino ad ora. Tutti tasselli importanti e necessari per poter riuscire a fare della tua passione il tuo lavoro, se potessi dare dei consigli ai giovani che vorrebbero avvicinarsi al mondo dello spettacolo, nel tuo caso il mondo del musical, cosa ti sentiresti di dire?

“Per i ragazzi che vogliono avvicinarsi al musical il consiglio che do, anche se forse scontato, è: STUDIATE!. Servono tanta tecnica sia nel canto che nella danza, ma non bisogna dimenticarsi della parte attoriale, perché è la più importante: ogni cosa che facciamo sul palco ha un unico obiettivo, quello di raccontare una storia, e solo i grandi attori riescono a farlo in maniera credibile…anche appesi a testa in giù!”

Robin Hood e Littel John, insieme ai suoi amici, avventori, banditi, arcieri, dame, ancelle e servitori, continueranno a girare l’Italia per tutto il 2018 e per raccontare al pubblico le vicende di un uomo che vuole diventare un eroe semplicemente aiutando i più poveri in una delle leggende più belle di tutti i tempi.

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“Due di Notte” al Teatro degli Oscuri – Intervista a Michele La Ginestra

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in…

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in studio, nonostante sia una notte di festa. Questa l’ambientazione di Due di Notte, la commedia in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita, sabato 9 dicembre, in doppio spettacolo, alle 19 e alle 21:15.  Michele La Ginestra è protagonista, insieme a Sergio Zecca di questa commedia. La Ginestra approda a Torrita mentre si stanno spargendo in tutti i teatri d’Italia altri suoi spettacoli: Mi hanno rimasto solo… dieci anni dopo e M’accompagno da me che lo ha visto debuttare, con successo, al Teatro Sistina la scorsa stagione. Dal 1997 è direttore artistico del Teatro Sette di Roma, dal quale escono anche sue brillantissime regie. Abbiamo incontrato Michele La Ginestra prima della tappa torritese.

Come è nata la commedia Due di Notte?

Michele La Ginestra: L’idea era quella di portare la radio in teatro e far vedere a tutti gli spettatori gli scherzi e le dinamiche che stanno dietro ad uno studio radiofonico. Mostrare ciò che quando si ascolta la radio non si vede. Mostrare anche le magagne che possono essere presenti all’interno di uno studio. Assistendo ad una chiacchierata tra due conduttori radiofonici, gli spettatori vedono anche un’umanità, che traspare attraverso i loro confronti durante i fuori-onda. Si definisce così, attraverso i dialoghi, la storia di un’amicizia. Quando ascoltiamo la radio, poi, ascoltiamo gli speaker come fossero dei paladini che ci illuminano le giornate, invece poi scopriamo che dietro i paladini ci sono degli uomini, che faticano, come tutti, con la quotidianità, che sono a contatto anche con dei problemi, anche gravi, i quali vengono mascherati da una bella voce. Tra una risata e l’altra, riusciamo a sdrammatizzare alcuni nodi problematici su cui, speriamo, il pubblico rifletta.

Il testo lo hai scritto insieme a Sergio Zecca e Massimiliano Bruno. Come vi siete distribuiti il lavoro, se così si può dire?

Michele La Ginestra: L’originale di Due di Notte fu scritta da Bruno e Zecca un bel po’ di anni fa. Considera che Sergio Zecca è stato il maestro di teatro di Massimiliano, e quando hanno deciso di creare qualcosa insieme, Massimiliano, dall’alto della sua capacità di scrittura, si è affidato all’esperienza di Sergio, per scrivere uno spettacolo sì divertente, ma anche un po’ demenziale. Il mio intervento – che è stato successivo rispetto alla stesura originale – ha cercato di inserire un po’ di riflessione nel testo, inizialmente incentrando il discorso sulla voglia di fare dei giovani, ma senza la maturità che ho, e che abbiamo, adesso. Oggi, dopo tanto tempo, ci abbiamo rimesso le mani e quel testo, che già di per sé era molto divertente, è diventato anche un po’ profondo. Affrontiamo il tema della ludopatia. Cerchiamo di rifletterci in maniera scherzosamente seria. È una patologia ahimè grave e come tale va intesa, sebbene noi ci scherziamo su.

Come ti destreggi tra le due vesti di attore e regista?

Michele La Ginestra: A me piace lo scambio di energia che avviene in teatro ed è bello secondo me trasmettere agli altri quello che si è appreso in tanti anni di teatro. La cosa bella è che io sono pure autore, spesso. Porto in giro uno spettacolo che si intitola M’accompagno da me, che è un one-man-show, composto da me. Ha debuttato al Sistina la scorsa primavera e mi sta dando belle soddisfazioni. In quel caso mi faccio dirigere, ad esempio. Essere diretti da qualcun altro è un momento di crescita. Il teatro è una metafora della vita se riusciamo a scambiare le nostre esperienze con gli altri cresciamo ed è una cosa positiva.

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Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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Chi ascolta gli Espana Circo Este? “Le persone felici”

Ho fatto dodici chiacchiere con gli España Circo Este, nel loro (tutt’altro che) lussuosissimo back-stage, dopo uno dei loro folli concerti. C’era tutto il necessario per un’intervista: birre, sedie  bagnate dalla guazza della notte,…

Ho fatto dodici chiacchiere con gli España Circo Este, nel loro (tutt’altro che) lussuosissimo back-stage, dopo uno dei loro folli concerti. C’era tutto il necessario per un’intervista: birre, sedie  bagnate dalla guazza della notte, tavoli con gravi problemi di menomazione alle gambe e quattro ragazzi maleducati con la testa piena di buchi.

Leggenda vuole che gli Espana Circo Este si siano formati nel 2013, in Argentina. Il loro sound, originale e inaudito, mescola melodie latine con il reggae, cumbia dei quartieri più poveri di Buenos Aires con il punk spaccatimpani transeuropeo: un crossover di generi musicali, una cornucopia ricchissima. Ecco perché viene naturale descriverli come una band che suona Tango-punk.

In 4 anni di attività hanno suonato sui palcoscenici di tutta Italia e di tutta Europa, in festival che sono il paradiso degli eventi live. Oltre 450 concerti e migliaia di km macinati per strade e autostrade del continente. La forza degli ECE sta proprio nei live: esplosivi, folli, simili a riti pagani dove movimenti convulsi, urla, rumori e fischi acuti trascinano il pubblico in un’irresistibile danza tribale. La parola energia trova sul palco degli Espana il suo significato più completo, la sua rappresentazione massima.

A gennaio 2017 è uscito il loro secondo album “Scienze della maleducazione” per la Garrincha Dischi e il tour che lo presenta si sta alternando tra concerti in Italia e festival europei.

Siete pazzi o è tutto normale così?

Siamo pazzi. Non puoi essere normale se vuoi fare un lavoro del genere. La vediamo come una cosa naturale: siamo pazzi di natura. Essere pazzi non vuol dire non essere normali, alla fine siamo tutti un po’ pazzi. Diciamo che noi abbiamo trovato un modo costruttivo per dare sfogo alla nostra pazzia. È più pazzo chi va a fare l’avvocato o studia Economia (Jimmy – alla batteria – si è laureato in economia, ma ha abbandonato per fare tango-punk bestiale).

Tango-punk, come vi è venuto in mente?

Siamo quattro personalità con influenze completamente diverse (dal Death-metal a Manu Chao). Abbiamo unito la patchanka con un basso distorto, ritmi sudamericani con una batteria punk ed è venuto fuori quello che suoniamo oggi. In realtà all’inizio non abbiamo saputo dire cosa facessimo, poi, un giorno, un giornalista ha recensito il nostro disco e da lì abbiamo detto «Tango-punk… È nostro!!». È stata una cosa non voluta. Per la prima volta ci siamo sentiti compresi. È stato bello.

Marcello… quante volte fischi in un concerto?

Si sente tanto? Da fastidio? Carica la situazione dai! Comunque tante: ogni 7 secondi un fischio che ne dura 8. Forse devo un po’ regolarmi. Metteremo i fischi di Marcello nel prossimo disco! (Ridono).

Il fischio è identificativo: il fischio è “Marcello degli Espana Circo Este”. Se non avete mai visto un loro live non potete comprendere la bellezza del fischio. Il fischio è sacro.

Voi fate tour in tutta Italia e in Europa, ogni anno. Quanto è importante muoversi, viaggiare, spostarsi da un paese all’altro, attraversare frontiere in un mondo che cerca di alzarne sempre di nuove?

Noi, come tutti gli occidentali, viviamo questi fenomeni in maniera più facile, distaccata. Abbiamo molta più libertà di quanta possa averne un libico, un africano, un siriano. Questo ti mette nella condizione di gioire di quello che hai e di quello che fai, ma ci fa anche capire in modo diretto che c’è gente che fa il “viaggio” sì, ma perché scappa dalla fame. Diciamo che si diventa più consapevoli stando vicino alla realtà.

Vi sentite di rompere queste barriere?

È difficile. È una cosa molto grande. Noi abbiamo la possibilità di osservare molti dei fenomeni che caratterizzano la società contemporanea. Possiamo provare a capire cosa vuol dire essere un migrante. Nel nostro piccolo cerchiamo di mandare messaggi, ovvio, sempre. Ma non siamo paladini di niente, ci sentiamo solo in dovere di rompere i coglioni a chi non ha un briciolo di umanità.

Gli Espana Circo Este hanno un sogno?

Suonare in America Latina. Fare un tour mondiale. Suonare ovunque, in tutto il mondo. Sarebbe bello poter vivere questi posti tutti assieme.

Combattere il Bau-Bau, lottare contro il Marasao, trapanare teste (ascoltate l’album La revolution del amor). Tra un concerto e l’altro fate questo. Ci spiegate di cosa si tratta?

Sono rivoluzioni. Ognuno di noi ha una sua piccola rivoluzione da fare, qualcosa da combattere, da cambiare e se tutti quanti uniamo queste piccole rivoluzioni si può creare qualcosa di grande e bellissimo. Una cosa che sto facendo io (Marcello – voce e chitarra) da un po’ di tempo è coltivare un orto, e da aprile a settembre non spendo soldi, non mangio cose zozze: con il mio pomodoro decido di combattere i pesticidi. Jimmy invece, ha detto no ai soldi, sì alla passione: non apre mutui a tassi svantaggiosi, non pignora case ecc. (Ridono) Quello che notiamo è che molti giovani mettono da parte sogni e passioni per dare priorità alla carriera e ai soldi. Noi cerchiamo di incrinare questo meccanismo. Servirebbe forse credere di più in sé stessi e nelle proprie idee. Non bisogna cadere nella trappola che ci fa credere che la società sia solo quella che vediamo. E comunque la società si può cambiare. Seguire la propria passione è anche serietà e rispetto, per sé stessi e per gli altri. Ci hai mai visto prendere anche un solo concerto sotto gamba? Anche quelli con poca gente! Insomma ne hai visti un sacco! Siamo sempre incazzati e carichi a bestia! Passione è la parola che più descrive quello che facciamo.

Le parole di Marcello quando mi viene a salutare prima di un concerto sono sempre «Bella raga. Stasera si spacca! Dai! A dopo».

Avete fatto una Revolution del amor e adesso, insieme alla disubbidienza, la state insegnando a scuola. Come va la vostra nuova Facoltà di Scienze della maleducazione? (Che poi sarebbe il vostro ultimo album).

Sorprendentemente bene. Ci siamo un po’ “induriti” rispetto all’ultimo disco e la gente la sta prendendo bene questa cosa, perciò siamo contentissimi che ci stia seguendo in questa fase. I nostri tour in Europa ci hanno dato tanta cattiveria. Volevamo fare un disco più forte. Le ultime 50 date fuori dall’Italia, in festival strafighi, ci hanno dato l’opportunità di vedere che la musica live ancora funziona bene e i musicisti picchiano forte. È tutto molto anni ’90. Là funziona così: quegli anni non sono mai finiti. In 4 mesi abbiamo ereditato molto di quella cultura. E poi, dopo che ti fai 6000 chilometri in autostrada lo fai per forza un CD un po’ incazzato. In Italia molte delle cose che abbiamo visto sono scomparse, ma noi ne abbiamo troppo bisogno. La musica ne ha bisogno. Ecco che il tour in Europa ci ha dato la carica per sperimentare e registrare questo nuovo album. Ci siamo estraniati completamente dall’Italia: le cose che stanno uscendo adesso sono molto patinate, molto pop. Noi non ci siamo adattati, non abbiamo seguito questa corrente, perché ci trovavamo lontani, in paesi dove ti costringono a lanciare via la chitarra acustica per stringere forte e violentare quella elettrica.

Facciamo un gioco. Avete un super-potere: potete far ascoltare i vostri album in loop nella mente di 3 persone. Chi scegliete?

(Marcello) Il mio Prof. di lettere del liceo, perché mi ha fatto venir fuori un sacco di passioni, vorrei ringraziarlo così.

Comunque ci pensiamo tutta la notte a questa cosa qua perché è una domanda troppo difficile e troppo figa. Ti rispondo per messaggio su Facebook, perché ora non saprei davvero cosa dirti.

Però Zanetti ha ascoltato il nostro album! Per la rubrica “Personaggi improbabili”.

Chi ascolta, secondo voi, gli Espana Circo Este?

Le persone felici. Le persone fiduciose, le persone positive.

Chi dovrebbe ascoltarli?

Gli infelici, i negativi. È una missione. Piano, piano… Il prossimo disco sarà un po’ più per gli infelici: ci avvicineremo a loro.

Il prossimo disco…?

Stiamo andando fuori di testa con le drum-machine. Sarà molto diverso: un’evoluzione degli Espana. Una figata! Fino ad ora abbiamo sempre cercato di rincorrere ed emulare il live per riproporlo nei nostri CD, ma abbiamo capito che è la cosa più sbagliata. Vogliamo che siano due realtà completamente diverse, due anime della stessa persona.

Sarà una bella sorpresa…

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“Fuga da Via Pigafetta” al Poliziano. Intervista a Paolo Hendel

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia,…

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia, composta e interpretata da Paolo Hendel e diretta da Gioele Dix, fa tappa al Teatro Poliziano, sabato 2 dicembre 2017.

Nei primi anni Ottanta, Paolo Hendel esordì nel teatro italiano con uno spettacolo intitolato Via Antonio Pigafetta Navigatore. Un monologo d’arte, una prova di teatro beckettiano che sfiorava il nonsense, in cui l’attore fiorentino, giocando con l’uso di un televisore, dialogava con un sé stesso registrato e mandato in onda. Lo spettacolo sorgeva in un contesto culturale fervente e aperto alle diffrazioni del linguaggio, in cui si esercitavano in chiave comica le avanguardie visuali del teatro in quegli anni. Nei decenni successivi, Paolo Hendel è divenuto uno degli attori comici toscani più noti al grande pubblico, è apparso in molti film blockbuster, ha partecipato a trasmissioni televisive nazionali interpretando i suoi personaggi, entrati ormai nell’immaginario collettivo. Quest’anno, insieme a Marco Vicari e Gioele Dix, ha voluto recuperare il titolo di uno dei suoi spettacoli d’esordio e declinarlo alla critica dei nostri tempi, attraverso la distopia. Fuga da Via Pigafetta è una commedia ambientata nel 2080 – un non-monologo – in cui un signore si ritrova a confrontarsi con la figlia, decisa a trasferirsi su Marte per lavoro. Il Doppio, che nell’antesignano era rappresentato dalla televisione, è qui configurato nella voce elettronica del sistema domestico automatizzato. In più il protagonista di nome fa NestléMonsantoMitsubishi poiché nella visione distopica dello spettacolo, ai nomi si sostituiranno dei brand, per ricevere soldi dalle grandi aziende multinazionali, allo stesso modo con il quale gli anni venivano sponsorizzati in Infinite Jest di David Forster Wallace. Nobili precedenti letterari hanno anche le intelligenze artificiali applicate alla domotica – tra i più celebri Verranno le Dolci Piogge, di Ray Bradbury, e Rapporto di Minoranza di Philip K. Dick – ma l’inventiva di Hendel-Vicari-Dix porta i tòpoi della distopia su un piano comico, sondando originalissime opportunità drammaturgiche.

Abbiamo incontrato Paolo Hendel nei giorni precedenti alla tappa poliziana di Fuga da Via Pigafetta.

V: Quando si pensa a Paolo Hendel, ma anche a Gioele Dix, quello che viene in mente è il monologo, lo schema della stand up comedy, avete una grande esperienza alle spalle di un teatro monologico, Invece con questa commedia si va su un altro piano di lavoro. Come è avvenuto questo passaggio?

Paolo Hendel: Sì abbiamo elaborato questo giuoco. Da qualche anno collaboro con un giovane autore di talento che si chiama Marco Vicari, del quale, sono certo, sentiremo sempre più parlare in futuro. Con lui ho preparato i miei interventi più recenti in televisione e teatro. Insieme a lui abbiamo deciso di applicare le battute e gli schemi alla commedia che non fosse un monologo. È arrivato il momento di imparare qualcosa di nuovo, ci siamo detti. Così abbiamo dato forma ad un’idea che poi è diventata Fuga da Via Pigafetta. Ci siamo però resi conto, praticamente subito, che l’elemento fondamentale mancante, per realizzare questo superamento del monologo, fosse la presenza un regista esterno. Io e Vicari non bastavamo. Serviva soprattutto un regista con il quale fossimo in sintonia con il gioco comico elaborato. Con mia grandissima fortuna, Gioele Dix è stato molto entusiasta e non appena gli ho proposto questa avventura ci si è buttato dentro, tanto che alla fine l’abbiamo scritta in tre.

V: Cosa ci racconta, Fuga da Via Pigafetta?

PH: È la storia di un uomo del nostro prossimo futuro. Un padre che vive nel 2080. Abita in un monolocale regolato da una sorta di computer domestico, che ha più le caratteristiche di una suocera rompiballe che di un alter-ego elettronico. Non è un’ambientazione propriamente fantascientifica. Ecco: le interazioni tra il computer e il protagonista, ricordano più La Strana Coppia di Neil Simon che 2001 Odissea nello Spazio.  Il protagonista si chiama NestléMonsantoMitsubishi poiché nel futuro sostituiremo il nome con uno sponsor: il suo più grande amico si chiama GranbiscottoRovagnati, un nome difficile da portare, tanto che Nestlé ci racconta di come l’amico abbia passato la vita dallo psicanalista, l’esimio professor Chanteclair, senza trarre alcun giovamento. La compagna di scuola si chiama SalvavitaBeghelli, la quale ha tentato più volte il suicidio, salvandosi sempre. Abbiamo inserito nella commedia molte cose legate all’oggi, gonfiate e parodizzate in ciò che potrebbero divenire in un prossimo futuro.

V: Sul palco insieme a te c’è una giovane attrice, Matilde Pietrangeli, com’è stato condividere il palco con lei?  

PH: L’attrice è giovane e bravissima, ha una impostazione comica notevole. Ha una forte carica recitativa. Anche i rapporti tra padre e figlia su cui ci siamo divertiti a lavorare sono un elemento del gioco comico che abbiamo messo in scena. La figlia di quest’uomo, una volta finiti gli studi dice «Babbo ho trovato finalmente lavoro». «Bene!» dice, il padre contento. «Mi trasferisco» dice la figlia, «E dove vai? A Berlino?», «No» fa la figlia, «A Parigi?» chiede il padre, «No», «A new york?», «No, vado su Marte». Dopo questa notizia, il padre fa buon viso a cattivo gioco: «Bene sono contento! … Dottore, quell’ansiolitico per gocce che mi ha prescritto, che lo vendono mica in damigiane?».

Quando Mario Monicelli – regista con cui tu hai lavorato – presentò al pubblico, Un Borghese Piccolo Piccolo, sancì una cesura storica interna alla commedia italiana, affermando che questa non avesse più senso, poiché le meschinità degli italiani erano diventate così turpi da rendere impossibile la risata con la loro rappresentazione. In questo spettacolo, come hai detto, ci sono un sacco di riferimenti critici agli eccessi del presente: come ti poni rispetto a ciò che diceva Monicelli?

PH: Monicelli aveva sempre ragione. È stato un grande maestro, sebbene rifiutasse questo appellativo di Maestro. Infatti diceva sempre «io nel migliore dei casi sono un bravo artigiano». Lui vedeva il cinema come il risultato di un lavoro collettivo, «se ognuno fa il suo lavoro, come in una bottega di un artigiano,  allora viene un buon film». Rispetto a quello che dici tu, c’è una cosa che va presa in considerazione nella personalità di Monicelli: la leggerezza. La sua leggerezza era una sua peculiarità straordinaria. Era solito dire “la vita è un balocco”. Non aveva senso prendersi troppo sul serio, darsi troppa importanza, o dare troppa importanza alle cose che si fanno. Con questo non voleva intendere il vivere la vita con superficialità, ma vivere la vita con la giusta leggerezza. Lo si vede anche nei suoi film. Con Fuga da Via Pigafetta portiamo avanti un discorso che critica fortemente l’Italia di oggi, ma lo fa con leggerezza. Devo dire che l’insegnamento di Monicelli, proprio nella sua cifra di leggerezza, è stato fondamentale, nel costruire delle situazioni comiche, nel fare quindi commedia scavando anche in una realtà drammatica. Come ti ho detto: sì, ironizziamo sullo spinoso tema dei vaccini, o su quello dei migranti, o sulla “fuga dei cervelli”, ma lo facciamo attraverso il gioco. La vita è questo: ridere anche con amarezza delle cose che vanno come non dovrebbero andare; delle cose che ci fanno paura e che apparentemente non sembrano avere senso.

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Non c’è più tempo per il silenzio. ‘La mafia uccide, il silenzio pure’

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono…

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono mai andati d’accordo. Spampinato, De Mauro, Siani, Impastato, sono solo alcuni dei giornalisti morti per mano mafiosa perché oltre che a cercare di cambiare le cose nella loro terra d’origine, stavano facendo il loro lavoro, ovvero raccontare i fatti del proprio territorio.

Raccontare significa indagare, esporsi agli eventi, e spesso navigare controcorrente per portare a galla verità scomode che fanno traballare chi costruisce imperi economici sulle menzogne. Questo dovrebbe essere il giornalismo del XXI secolo, un giornalismo che agisce nel presente e non gira la testa dall’altra parte, che cerca di comprendere l’evoluzione dei fenomeni e le nuove forme che assume la società senza prostrarsi al potere.

Purtroppo ci sono ancora giornalisti che muoiono perché raccontano, altri che vivono costantemente nella paura di fare il proprio mestiere e altri ancora che per raccogliere informazioni subiscono vessazioni e violenze. Ne sono un esempio i fatti di Ostia con la testata in pieno volto data da Roberto Spada, fratello del boss condannato a 10 anni di carcere, al giornalista di Nemo Davide Piervincenzi, mentre stava indagando sull’appoggio politico degli Spada a CasaPound durante le elezioni comunali.

Il caso di Ostia, oltre a mettere in luce le difficoltà che ancora vive il giornalismo, dimostra che nel nostro Paese la mafia continua ad affermarsi. La domanda sorge spontanea: in tutto questo lo Stato dove’è, cosa sta facendo?

Poco più di un mese fa la Camera ha varato il codice antimafia che punta a velocizzare le misure di prevenzione patrimoniale, rende più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari, ridisegna l’Agenzia per i beni sequestrati e include corrotti, stalker e terroristi tra i possibili destinatari dei provvedimenti. A oggi sono quasi 20mila i beni confiscati alle mafie, tramite sequestro preventivo, a cui si aggiungono 2.876 aziende. Altri 20mila i beni confiscati (tra terreni, aziende e immobili) con procedimenti di natura penale. Immenso il valore: quasi 30 miliardi.

Del codice antimafia ne ha parlato l’On. Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia della Camera, intervenuta durante l’incontro organizzato dai Licei Poliziani in occasione del XXV anniversario delle stragi di mafia, in cui sono stati ricordati  Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Don Pino Puglisi. L’On. Bindi ha affermato che lo Stato deve lavorare molto per mettere in campo politiche di giustizia di contrasto al sistema mafioso.

“Noi ci definiamo il Paese delle mafie, ma allo stesso tempo siamo il Paese delle lotta contro le mafie. Abbiamo una legislazione e apparati di Magistratura che altri Paesi non hanno e neppure conoscono, come per esempio il reato di associazione mafiosa. […] Ormai il numero dei Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose è molto alto; nell’ultimo mese sono stati sciolti altri cinque Comuni in Calabria e quando un’amministrazione comunale è soggiogata al potere mafioso, per voti di scambio, non persegue più l’interesse della comunità e come tale va sciolto. Allo stesso tempo però la desertificazione della politica non aiuta le comunità a rinascere e quindi stiamo lavorando su delle misure che colpiscano in maniera chirurgica le parti malate salvando quello buone e motivando i cittadini alla buona amministrazione. […] Mentre abbiamo assicurato alla giustizia la mafia delle stragi che ci hanno portato via Falcone, Borsellino, Mattarella e Don Puglisi, le altre mafie sono ancora molto forti e quindi serve un cambio di passo non solo dello Stato ma di tutti noi”.

A chi dice che la mafia arriva dove lo Stato non è riuscito ad arrivare, l’On. Bindi risponde:

“È sempre stato così.  Presentarsi come ‘uomini d’onore’ è una delle forme di consenso che la mafia ha usato da sempre per imporre il proprio potere. Loro cercano intese dicendo che: ‘lo Stato li ha lasciati soli’ e questo è un sistema difficile da scardinare. In alcuni territori, non solo ad Ostia, ma anche nella Locride, nei quartieri palermitani (solo per citarne alcuni), si arriva quasi a giustificare tutto questo con una semplice frase: ‘la mafia c’è perché non c’è lo Stato’, questo può essere vero ma non giustifica la mafia. Per combattere la mafia servono politiche di giustizia che diano lavoro, prospettive di vita, buona crescita. La mafia è la causa del sottosviluppo di un territorio non l’effetto, ma fin quando mancheranno scuola e lavoro e i cittadini non avranno gli stessi diritti di tutti gli altri sarà difficile scardinare il consenso della mafia”.

Chi da 24 anni cerca sradicare il sistema mafioso agendo dal basso e quindi operando tra la gente è il professore Maurizio Artale del Centro di accoglienza antimafia “Padrenostro” di Palermo che sta continuando l’opera  di padre Pino Puglisi che sognava di realizzare la prima scuola di Brancaccio, un quartiere di Palermo.

Era il 15 settembre del 1993 quando la mafia uccise Don Pino Puglisi. Con la sua morte, la mafia voleva interrompere l’opera di cambiamento che Don Pino aveva in mente, ma dopo 24 anni sono stati realizzati quasi tutti i sogni che il parroco aveva per quella comunità e per il 25esimo anno dalla sua morte c’è in progetto la realizzazione di un asilo nido.

Il professore Artale è intervenuto all’incontro per il XXV anniversario delle stragi di mafia, organizzato dai Licei Poliziani. Artale ha spiegato come ha lavorato con i ragazzi di Brancaccio per far ritornate in loro la fiducia nei veri valori della vita e facendo capire loro che la mafia non è portatrice di valori positivi.

“La prima cosa che i giovani devono comprendere è che non bisogna farsi rubare la speranza da nessuno. Il nostro centro è la testimonianza che tutte le cose che sono state fatte, ovviamente con alcuni momenti di sconforto e solitudine,  sono state realizzare con l’impegno quotidiano e questo dimostra come vale la pena stare dalla parte delle legalità”.

Parlando di Totò Riina, Artale dice:

“Dobbiamo cambiare l’ordine di riflessione: Riina è morto dopo 25anni di carcere, quindi lui è uno sconfitto, non è un vincitore. Quello che il giornalismo ha fatto fino ad oggi, ovvero parlare di Riina come il Capo dei Capi, è uno degli errori che continuiamo a fare. Tutti devono sapere che i mafiosi che reggeva le fila siciliane e dell’Italia sono in carcere e moriranno in carcere. Ai ragazzi quindi va detto che stare dalla parte di Riina significa bruciarsi la vita”.

Dopo i fatti di Ostia è tornata ancora più di prepotenza la frase pronunciata dal giornalista Peppino Impastato più di 40 anni fa: ‘La mafia uccide, il silenzio pure’. Dobbiamo scrollarci di dosso l’etichetta di Paese omertoso, dobbiamo sconfiggere la paura di parlare e allo stesso tempo dobbiamo imparare ad ascoltare. Non serve a niente parlare se poi non sappiamo ascoltare, anche perché mettendoci in ascolto possiamo cambiare la nostra società e di conseguenza chiedere politiche di crescita e provvedimenti che migliorino la vita, sconfiggendo chi invece del silenzio fa una ricchezza personale a scapito di un intero Paese.

 

 

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“Camping” al Teatro degli Oscuri di Torrita. Intervista ad Alessandro Bartolini

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco,…

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco, ma una guardia forestale, infastidita dalla loro presenza, farà di tutto per mandarli via. Ecco la base narrativa di Camping, lo spettacolo prodotto dal Teatro Golden di Roma, in seno al progetto Giovani Talenti in Scena, scritto e diretto da Toni Fornari. La commedia che tanto successo ha riscosso durante la stagione scorsa, sabato 25 novembre raggiunge il palco del Teatro degli Oscuri di Torrita, con un doppio spettacolo, alle 19:00 e alle 21:15. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti, Alessandro Bartolini, che insieme a Federica Biondo, Serena Canali, Laura Morelli, Noemi Sferlazza, Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello e Raniero della Peruta nella parte della guardia forestale, sta portando in giro lo spettacolo. Alessandro ci ha concesso una chiacchierata in visione della data torritese.

Alessandro Bartolini interpreta Danny, in Camping.

Partiamo dalla compagnia: lo spettacolo è parte del progetto “Giovani talenti in scena”. Come è avvenuta la formazione del gruppo?

Ciao a tutti, lo spettacolo è prodotto dal Teatro Golden di Roma che grazie al progetto Giovani Talenti in scena dà la possibilità ai ragazzi che hanno frequentato il Corso di Formazione professionale per attori di entrare in scena in prima persona nelle produzioni del teatro. Per quanto riguarda Camping la compagnia che lo porta in scena è nata l’anno scorso, mentre frequentavo l’ultimo anno di scuola. Toni Fornari, dopo aver lavorato con alcuni allievi della mia classe nello spettacolo L’Albero di Natale ha pensato di scrivere un testo basandosi sui nostri caratteri e sulle nostre personalità. I miei compagni di viaggio quindi sono le stesse persone che hanno vissuto con me tre bellissimi anni di studio, anzi vorrei ricordare i nomi dei professionisti con i quali condivido questa fantastica esperienza: Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello, Raniero della Peruta, Laura Morelli, Federica Biondo, Serena Canali. In scena c’è anche Noemi Sferlazza, che pur essendo uscita da scuola prima di noi ha accettato di “fare questo viaggio in nostra compagnia”… consentitemi il gioco di parole!

Com’è stato lavorare con Toni Fornari, ormai una delle penne più efficaci della commedia italiana? Come si comporta durante la costruzione delle scene?

Lavorare con Toni Fornari è stato – ed è – assolutamente un piacere su tutti i fronti. È un grandissimo professionista che quando monta uno spettacolo usa la sua grande esperienza in tutti i campi per mettere a proprio agio gli attori. Consente loro di fare prima delle proposte personali, sulla visione della scena, per poi andare a limare e correggere tutto ciò che il suo occhio esterno, e ovviamente più esperto, riesce a cogliere.

In Camping vediamo sette ragazzi accampati, con quattro tende, durante una particolare estate, decisiva per le loro vite. Uno spettacolo corale, nel quale spicca il tuo personaggio: parlacene un po’, come lo hai costruito? Come hai lavorato, dal punto di vista individuale, per questo spettacolo?

Si, hai detto bene dicendo che lo spettacolo è assolutamente corale. Non si può definire in alcun modo quale sia un protagonista assoluto. Ogni personaggio è ben scritto e porta in scena, insieme agli altri, delle esperienze che tutti i ragazzi della nostra età possono vivere. Per quanto riguarda il mio personaggio: io interpreto Danny, il classico bravo ragazzo amico di tutti, sempre pronto a correre in aiuto degli altri.  Nonostante questo, fin dall’inizio dello spettacolo nascono dei dubbi su Danny. Fanno capire che ci sta nascondendo qualcosa. Ora però non posso dire di più. Ovviamente vi aspettiamo a teatro per scoprire come andrà a finire! Come dicevo prima, Toni ha scritto i personaggi pensando molto alle nostre caratteristiche agevolando così la costruzione del personaggio e la messa in scena dello spettacolo stesso.

Questo è uno spettacolo fatto da ragazzi esordienti: credi che il teatro italiano oggi dia abbastanza spazio ai giovani? Dal punto di vista professionale quali sono le difficoltà che un giovane incontra, affacciandosi in questo mondo?

Non è molto facile dare una risposta a questa domanda; mi sono diplomato due anni fa quindi mi sto affacciando ora al mondo del lavoro. Posso però dire che anche grazie al Teatro Golden ho avuto le mie opportunità e soddisfazioni lavorative. Sono pienamente consapevole che questo sia un mondo difficile ma credo che, con la giusta determinazione e soprattutto con studio ed impegno costante, si possano raggiungere gli obiettivi sperati.

 

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“Sesso&Giardinaggio” agli Arrischianti. Intervista a Carlo Pasquini

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si…

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si snoda all’interno di una squallida aula di un istituto scolastico di periferia, frequentato dai figli del sottoproletariato urbano. I  protagonisti sono sette adolescenti reietti, abbandonati a loro stessi. Attendono l’arrivo di un insegnante o di una guida, di un riempitivo di quel vuoto che li costringe ad autogestirsi, a confrontarsi tra loro con una crescente aggressività. Il testo ha una fulgente carica simbolica riottosa, propria di quegli anni di grande tensione sociopolitica, la quale oggi non sembra per nulla lenita. A portarlo in scena, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, l’11 e il 12 novembre 2017, è il neonato gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. L’assetto della comitiva trova la sua matrice nell’esperienza ultradecennale di LiceiTeatri, i laboratori diretti da Carlo Pasquini nelle scuole superiori del territorio. Proprio lui, l’artefice del nuovo gruppo che debutta in questa occasione, risponde alle domande de La Valdichiana in una pausa tra le prove, nella sala di regia al primo ordine di palchetti del teatro sarteanese.

Sesso e Giardinaggio è una rielaborazione abbastanza libera di un testo di Nigel Williams. Come hai lavorato sull’originale e che tipo di versione proponi per questo spettacolo?

Dunque, lo scheletro della vicenda è quello dell’originale ed è bellissimo. Il gruppo di ragazzi di una scuola in una periferia qualsiasi che si confrontano e si scontrano. Sulla base di questo l’ho adattato sugli attori che avevo a disposizione. Ho aggiunto alcuni personaggi che nell’originale non ci sono. Le modifiche sono state strumentali. L’ho ampliato e ho cambiato il finale, ma la struttura segue Williams. Ho cercato anche di mantenere quello spirito ribelle e arrabbiato, che caratterizzava un certo tipo di teatro in quell’epoca: in Gran Bretagna avevano la Thatcher, c’erano notevoli differenze di classe, ed oggi la situazione in Italia non è poi così diversa, anzi forse è pure peggiorata. La riproposta adotta i linguaggi del presente ma con quello stesso spirito.

La strumentalità delle modifiche e delle interpretazioni, hai detto, è in funzione della compagine di attori che hai a disposizione. Come è venuta fuori questa neonata compagnia da te diretta?  

Io ho sempre preferito non formare una compagnia vera e propria, anche se durante le mie esperienze a Monticchiello ho avuto a che fare con gruppi fissi di giovani e di bambini. Ho sempre costruito gruppi di attori per ogni spettacolo, secondo le suggestioni che mi arrivavano durante il confronto con un testo. Poi è chiaro che lavorando spesso con attori locali ci sono alcuni attori che a mio parere erano più bravi con cui ho lavorato più frequentemente. Dopo vent’anni di esperienza nei laboratori fatti presso i Licei Poliziani, in cui ho radunato tanti ragazzi nel corso del tempo, ho pensato di aggregarne alcuni in una compagnia. In questi anni ho prodotto spettacoli seri, per i licei poliziani, in cui i ragazzi stessi prendevano tutto molto seriamente, appassionandosi. Ho avuto gruppi da quindici, da venti, negli ultimi anni addirittura da quaranta ragazzi. Ho voluto raccogliere tutta questa energia, questa voglia di partecipare, che non era solo voglia di stare su un palco, ma voglia di aprirsi ad un percorso creativo, voglia di lavorare su materiali nuovi.  Alla chiamata hanno risposto in molti e insieme abbiamo fondato questa realtà. C’è un clima molto buono, devo dire. Mi piace l’idea di seguirli e con loro di sperimentare cose nuove, tornare a scrivere testi originali. Ovviamente partiamo da zero, non abbiamo un teatro fisso, non abbiamo finanziatori. Per adesso andiamo avanti con la passione, poi vedremo.

Il regista Carlo Pasquini

Visto che abbiamo parlato dell’esperienza ventennale dei Licei Teatri, come interpreti la componente didattica e formativa di questo modo di fare teatro?

Dunque nel fare teatro a scuola c’è un preciso intento pedagogico. La risultanza non è il mero aumentare le capacità espressive degli individui, cosa che pure avviene, ma c’è una componente che credo sia la  principale ed è quella di dare loro un interesse per la creazione; fornire loro una disposizione all’atto creativo, che nasca da un’idea, da una cosa quindi immateriale, che non si vede, che non ha colore né peso, e come – attraverso di loro e i loro corpi – si raggiunga un risultato materiale, visibile, godibile.

Tra questi allievi magari è capitato che qualcuno avesse l’ambizione di intraprendere la carriera professionale. Qual è lo scarto di cui si dovrebbe tener conto passando da una compagnia studentesca a una carriera professionale.

Lo scarto, in definitiva, lo da il grado di curiosità con cui si affronta il mondo. Per cui, a 18 anni che tu reciti bene non basta. Bisogna che al contempo ci sia un allargamento della propria coscienza alla ricerca di tutti gli interessi artistici. Una curiosità elevata a potenza per cui si comincia a leggere libri, si incominci a leggere i quotidiani a interessarti, vedere spettacoli e film. Cultura umana prima che professionale.

Ecco, questo spettacolo è un ottimo punto di partenza per acquisire strumenti critici, per costituire una cultura umana. Sesso e Giardinaggio sarà a Sarteano nel weekend dell’11 e del 12 novembre 2017. Ad interpretarlo saranno Giovanni Pomi, Emma Bali, Giuliano Scroppo, Andrea Uscidda, Luca Amirante, Federico Vulpetti, Elena Salamino, Cristiana Bruni e Lara Frosoni. La regia è di Carlo Pasquini.

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L’elettronica degli Whao! (con il punto esclamativo) contaminata da diverse personalità

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei…

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei bassi spaccatimpani in un gesto di approvazione mentre nella mente si fermano due domande: “Questa che roba è? Questi chi sono?”.

Succede così, fidatevi, quando sentiamo suonare i Whao!, qualcosa che raramente avete sentito o che non avete proprio sentito mai. Nati ad Arezzo, i Whao! si esibiscono per la prima volta nel novembre del 2014, quando ancora sono un duo, e nel giugno 2015 esce Ep. vol. 1. La band si allarga e nel dicembre 2016 esce Ep. Vol. 2 e il quartetto suonerà al completo nel 2017 al Mengo Music Fest.

A casa del Giova, che nella band è quello che fa le magie con il basso, ho incontrato i tipi che si fanno chiamare “i Whao!”: Nepo, Mattia e il Noce. Dallo stereo, i Gorillaz hanno fatto da sottofondo alla serata. Uno strato di fumo di sigaretta e piadine bruciacchiate riempiva l’ambiente già piccolo, reso ancora più intimo dallo spessore della nebbia innaturale.

 

Quanto è importante il punto esclamativo?

Il nome è un’esclamazione che in questa forma scritta non esiste né in italiano né in inglese. È un’esclamazione di stupore, una storpiatura dell’interiezione “wow” che esprime entusiasmo, eccitazione intensa, un sentimento di meraviglia. Il punto esclamativo da un sacco di forza aggiuntiva a questa parola onomatopeica, gli dà la giusta enfasi. Ci sta tutto.

 Ha una storia questo nome?

All’inizio eravamo propensi per trovare un’espressione inglese che dicesse “mi state tutti sul cazzo”. Poi però è sempre più piaciuta l’idea dell’esclamazione di stupore che ora è il nostro nome. Facendo una ricerca su internet avevamo notato che wow o Whao non erano praticamente utilizzati da nessuna band, perciò ci ha intrigato ancora di più. È una storia nata davanti al computer.

Ci spiegate che tipo di musica fate?

Ognuno di noi, nei Whao!, è riuscito a realizzare dei piccoli desideri, intimi sogni musicali che si sono potuti avverare grazie a questo progetto. I Whao! suonano pezzetti di Mattia, di Nepo, di Giova, di Noce. È un’elettronica contaminata da un mondo di altre cose e questo mondo sono le singole personalità musicali di ognuno di noi. Anzi, facciamola breve: suoniamo elettronica perché usiamo delle macchine! Ok? E come diceva sempre la mia [Nepo] professoressa di musica da camera “quando non sai cosa dire, di sempre alternativo”. A parte gli scherzi quello che facciamo è un bellissimo e serissimo gioco. È la fortuna di avere tanti giocattoli fra le mani e quindi, come i bambini, possiamo scegliere se usarli tutti insieme, alcuni o uno per volta. Uniamo mille cose, ma l’elettronica rimane la base di tutto. Oggi secondo noi riveste un ruolo importantissimo, perché dà molta freschezza alla musica. Noi abbiamo influenze per certi versi simili, ma lasciamo che le varie differenze ci contaminino a vicenda. Non condividiamo che alcuni strumenti siano più importanti di altri, come comunemente viene inteso il ruolo della chitarra. Per noi sono tutti colori che danno vita al risultato finale e ognuno è fondamentale affinché il risultato sia degno di chiamarsi “Quadro”. Anche la voce fa parte di questa miscela, perché la vediamo come uno dei colori, anche se deve mantenere la sua fondamentale importanza non facendosi mai sovrastare. La band è una tavolozza di colori che compongono in armonia il lavoro finale. Ognuno necessità dell’altro, senza che qualcuno possa fare a meno degli altri strumenti. Questo progetto è un’avventura che cresce, si evolve e si costruisce piano piano. Siamo work in progress…

All’inizio eravate basso e tastiera. Tanta elettronica, bassi a palla e poche parole. Quest’anno si è aggiunta la chitarra e la voce di Mattia e la batteria del Noce. È un cambiamento importante. A cosa è dovuto?

All’inizio eravamo io [Giova] e un altro batterista. Poi è arrivato Nepo, ma si sono creati dei contrasti che ci impedivano di portare avanti un progetto condiviso da tutti. Siamo ripartiti cambiando completamente indirizzo: prima la nostra musica era un mezzo punk-rock scatenatissimo, basso e batteria a bestia, poi da gladiatori abbiamo introdotto sintetizzatori e batteria elettronica. Fa molto Berlino anni ’90: può essere punk anche così, anche se allora non usavamo una batteria vera. Siamo cresciuti in pochissimo tempo, stavamo giocando e creando qualcosa di nuovo e gratificante e abbiamo deciso di continuare a divertirci. Ed ora eccoci qua.

Come vi siete conosciuti?

Arezzo è un microcosmo dove finisci per conoscere tutti quelli che suonano e fanno musica. Ci conosciamo da tanto, da quando il Giova suonava nei Thank You For The Drum Machine. Poi ci siamo incontrati in sala di registrazione, un po’ per caso. Insomma, il mondo è piccolo e Arezzo di più. Il Noce è bello!! Lui è sceso dal cielo!!

Cosa c’è nelle canzoni dei Whao! ?

Il cantante è Mattia, ma a questa domanda deve risponde il Giova, perché i primi pezzi usciti sono stati scritti quando eravamo in due (Giova e Nepo). Parlano di vita, di figli, di quello che succede intorno, del quotidiano. Sono punti di vista che non hanno nessuna pretesa. Sono storie scritte un po’ come una terapia, una specie di Coscienza di Zeno: il Giova “Cosini”.

Arezzo ha una buona scena musicale?

È fervidissima, nonostante ci sia un mortorio organizzativo vergognoso e i locali non incentivino i giovani ad esibirsi. Moltissimi ragazzi e ragazze si fanno il culo pur non essendoci possibilità di suonare. È molto bella questa cosa. Ci sono un sacco di progetti nuovi e belli. C’è grande volontà di fare musica, spenderci tempo e denaro. Ovviamente ci sono anche molte band che lasciano, ma crediamo sia una cosa fisiologica. Molti si arrendono nonostante siano talentuosi, perché non trovano nessuna strada da percorrere. Altri perché non hanno voglia di farsi il culo, di fare la gavetta, di iniziare a suonare davanti a 5 persone. Il mondo è pieno di musicisti bravissimi, se vuoi emergere devi dare tutto. Arezzo ha un’infinità di input e di risposte, ma è una minuscola realtà comparata al mondo. Dal nostro punto di vista, per quanto impegno ci mettiamo ci sono pochissime opportunità per farsi conoscere e crescere. Certo ci sono le eccezioni dei festival fichissimi o degli amici che ti ospitano nei locali. Purtroppo di negativo c’è anche la risposta del pubblico che non è per niente adeguata: non c’è interesse se non all’interno di chi fa già parte del mondo musicale.

 Vi ispirate a qualcuno?

Tantissima ispirazione ci arriva dai Gorillaz, che puoi sentire qui in sottofondo… secondo te è un caso? Gorillaz quindi Demon Albarn, il loro cantante, che conosce musica e note come un dio. In comune tra noi quattro abbiamo anche i Radiohead, i Blur, i Clash, i Daft Punk, insomma un po’ un casino. Molta della musica che ascoltiamo viene dall’Inghilterra, che bene interpreta il concetto della tavolozza dei colori, dove non c’è supremazia, ma solo unione. Il Noce invece si ispira al metronomo, il suo migliore amico. Anche la formazione classica ci aiuta moltissimo, per una questione tecnica di scrittura della musica.

Come gioca Nepi?

“Ah! Coma gioca Nepi!” è una cosa da social network nata nel 2010 in ambito universitario. Per far sapere al popolo social il buon esito degli esami scrivevo su Facebook proprio questa frase. Allora tutti scrivevano “Maglia?” e a quel punto io postavo la maglia di un giocatore con il numero del voto. C’è anche il lato triste di questa vicenda. “Non è sempre natale”, infatti, era l’annuncio della malinconica bocciatura. Adesso però sono dottore e ho smesso di “giocare” in università, ma non con la musica. Comunque tutto nacque da Maurizio Mosca, che per consolare Del Piero dopo una sconfitta contro l’Inter esclamò proprio così: “Ah! Come gioca Del Piero!”

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Roberto Ciufoli racconta i suoi ‘Tipi’ al Teatro degli Oscuri di Torrita

Frizzante e poliedrica l’apertura della stagione al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 28 ottobre 2017. Anche quest’anno l’Associazione Teatro Giovani Torrita conferma la direzione artistica di Laura…

Frizzante e poliedrica l’apertura della stagione al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 28 ottobre 2017. Anche quest’anno l’Associazione Teatro Giovani Torrita conferma la direzione artistica di Laura Ruocco, che ha affidato il primo doppio spettacolo dell’anno a Roberto Ciufoli, storico volto della comicità italiana, già membro della Premiata Ditta e attore dalle multiformi disposizioni, che arriva con un monologo intitolato Tipi – Recital comico-antropologico.

Roberto Ciufoli arriva a Torrita reduce da un’annata costellata di impegni teatrali, da Paradiso 2.0 – Un atto di Dio, alla commedia Ti Amo o qualcosa del genere, fino all’impegnativa apertura del Teatro Eliseo di Roma con il dramma Americani, da un testo di David Mamet, insieme a Sergio Rubini, Gianmarco Tognazzi, Francesco Montanari e tanti altri. Ciufoli dimostra così la capacità di passare dalla coralità di una grande compagnia, alla stand-up comedy dell’uomo solo sul palco. Il suo Tipi è infatti una carrellata di personaggi interpretati sempre dallo stesso attore, che con pochissimi elementi scenici (una camicia, un cappello, una parrucca e un paio di occhiali) tiene il palco per un’ora e quaranta minuti di spettacolo.

«A me piace variare. Ogni spettacolo ha una sua peculiarità» racconta nel camerino, poco prima di entrare in scena «Americani, ad esempio, era uno spettacolo corale che è impossibile proporre da solo. Tipi invece è un monologo, in cui propongo varie tipologie umane. Il sottotitolo è recital comico-antropologico, ma in realtà di scientifico ha ben poco. Prendo spunto specialmente dalla morfologia delle persone, dagli elementi attraverso i quali si può riconoscere un tipo rispetto ad un altro. Ho lavorato molto sulle posture, sul modo di parlare, eccetera…»

Lo spettacolo oscilla tra la stand-up e il cabaret, dall’esercizio di stile nell’utilizzo dei vari dialetti fino alle parentesi riflessive, nelle quali si arriva anche a recitare un frammento da l’Amleto di Shakespeare «Ho voluto riproporre qua e là una canzone di Giorgio Gaber o un monologo di Shakespeare proprio per dare una dinamica allo spettacolo. La cosa bella è che il pubblico, in fondo, non deve aspettarsi nulla in particolare. Anzi, deve essere sorpreso. Voglio che si emozioni, che si diverta e anche che rifletta».

Direttrice artistica Laura Ruocco con Roberto Ciufoli

Abbiamo incontrato anche la direttrice artistica Laura Ruocco, che ha presentato la ricca stagione al teatro degli Oscuri. Il suo intento è stato quello di mettere al primo posto il pubblico, rendere il teatro un luogo centrale nella vita pubblica del borgo toscano, con scelte che vanno incontro ai gusti degli abbonati. «Le linee guida sono quelle che il nostro pubblico ci suggerisce e che io in parte elaboro» racconta  «Lo slogan che abbiamo utilizzato è “ci ritroviamo a teatro” noi ci siamo già, tu che cosa stai aspettando”. Ci tengo a soddisfare questo pubblico. Quello che ho riscontrato dai report è la voglia di avere delle storie brillanti, che appartengano a tutti, nelle quali perdersi e lasciarsi coinvolgere. Quindi ampio spazio alla commedia brillante e ad alcune proposte un po’ fuori dal coro. Tornerà La Ginestra, Morandi, avremo di nuovo i ragazzi del Teatro Golden,  e poi in chiusura Ivano Picciallo, con uno spettacolo che ha vinto molti premi in Italia e in Europa, A Sciuquè: uno spettacolo sul gioco d’azzardo, vista attraverso gli occhi di ragazzini pugliesi. Una bella scommessa».

Laura Ruocco che ha anche la direzione didattica del Teatro Golden di Roma, porta contestualmente avanti anche i progetti che la impegnano in giro per l’Italia «L’anno scorso abbiamo aperto la stagione qui a Torrita con Finché Giudice non ci Separi, e anche quest’anno ripartiamo, dal 10 novembre da Torino, con il terzo anno di tournée. Il successo e l’apprezzamento del pubblico hanno decretato questo successo. Ha fatto sì che questo spettacolo, nato quattro anni fa per stare a Roma quattro settimane, abbia avuto una vita così lunga. In più a Marzo uscirà il film tratto dallo spettacolo. Lo abbiamo girato quest’estate. Da marzo lo vedrete in tutte le sale. Anche questa è una bella soddisfazione per il teatro Golden e per una drammaturgia teatrale che se è vincente e funziona può diventare anche drammaturgia cinematografica. Collaboro sempre con il Golden accanto alla direzione artistica di Andrea Maia: e avremo qui a Torrita all’interno del progetto Giovani Talenti in Scena lo spettacolo Camping: ci sarà da divertirsi».

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