La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Editoriale

Media Etruria: il futuro della politica e del giornalismo

Di cosa parliamo, quando parliamo di futuro? Il futuro è il tempo che verrà, l’immagina della vita come sarà. Il futuro non è il regno della verità: va immaginato, previsto, progettato,…

Di cosa parliamo, quando parliamo di futuro? Il futuro è il tempo che verrà, l’immagina della vita come sarà. Il futuro non è il regno della verità: va immaginato, previsto, progettato, sperato, temuto. E la politica deve fare la sua parte nella progettazione del futuro, per dare un senso al percorso da intraprendere a livello sociale, culturale e amministrativo per raggiungere determinati obiettivi. La politica non si limita a gestire il presente, ma può e deve immaginare il futuro.

In questo senso, la proposta della stazione per l’alta velocità Media Etruria è una proposta che guarda al futuro. Vengono immaginati i vantaggi che un territorio così vasto (il sud della Toscana, l’Umbria, l’alto Lazio) potrebbe avere grazie al collegamento dell’alta velocità nella tratta Firenze-Roma, vengono presentati progetti, alleanze, condivisioni, piani di sviluppo. Il sindaco di Chiusi, Stefano Scaramelli, si è fatto promotore della candidatura della sua città per ospitare la stazione di Media Etruria, durante un’iniziativa pubblica che si è svolta al Teatro Mascagni lo scorso 21 novembre: una proposta importante per la Valdichiana e per la Provincia di Siena, e un forte cavallo di battaglia per la candidatura del sindaco renziano per la Regione Toscana oppure per il Parlamento. Poco importa, sul piano politico, verificare la fattibilità, la concretezza e l’opportunità della costruzione della stazione Media Etruria a Chiusi: in campagna elettorale conta la capacità di far sognare, di essere protagonisti, di vivere in maniera positiva il futuro e di restituire speranza al territorio. Conta far parlare di sé e dei propri progetti, nel bene o nel male, catalizzare l’opinione pubblica e rendersi credibili e autorevoli agli occhi del pubblico. Tutto questo è possibile grazie alla proposta di un’idea di futuro, di progetti che guardino al domani.

stampaMa questo è il futuro, come ho detto prima: il regno del sogno e della speranza. Il presente, invece, è il regno della realtà: una proposta come quella della stazione Media Etruria a Chiusi merita di essere presa sul serio, nel bene e nel male, e merita di essere sottoposta a critica razionale, per studiarne l’efficacia, la fattibilità e l’opportunità. A chi spetta questo compito? Non ai cittadini, che hanno i loro consueti lavori da svolgere e non possono avere il tempo di cercare le fonti, filtrarle, controllarle e diventare competenti in tutti gli argomenti. Ed è un compito che non spetta neppure ai politici, che possono limitarsi a tirare l’acqua al loro mulino per farsi eleggere in qualche poltrona. È un compito che spetta al giornalismo.

La stazione Media Etruria è un tema che tocca concretamente la Valdichiana e tutta la Provincia di Siena. È passato un mese dall’evento del Teatro Mascagni, e ancora nessun giornale si è preso la briga di approfondire la questione. Di fare un’analisi seria, ragionata, ponderata, studiando la fattibilità della proposta e i suoi effetti, di interrogarsi assieme a tutti gli altri soggetti che potrebbero essere coinvolti nella vicenda. È una mancanza di tutto il mondo dell’informazione locale, che riguarda sia i giornali che le radio e le televisioni di questa provincia. Una grave mancanza che colpisce in particolar modo le testate storiche, quelle che escono in edicola e si fanno trovare in bella mostra in tutto i bar, e che dimostrano ancora una volta la loro inadeguatezza a questa fase storica: il Corriere di Siena e La Nazione di Siena. Tra le testate online ho letto solo gli approfondimenti di Valentina Chiancianesi e Marco Lorenzoni (che da una parte è sempre molto critico nei confronti del primo cittadino di Chiusi, ma dall’altra è stato subito tacciato di essere un gufo invidioso, senza ottenere risposte nel merito, con atteggiamenti tipici del peggiore berlusconismo).

watchdog-not-lapdog-300x237Se ci sono stati approfondimenti seri sulla questione dal mondo giornalistico, in provincia di Siena, vi prego di farmeli conoscere, perchè non ne ho trovati. Gli approfondimenti in cui vengono intervistati i vari politici o i vari individui che a vario titolo concorrono a qualche campagna elettorale non servono a niente, non valgono nulla: è tutta propaganda. Non è informazione, è servitù verso il potere. Sulla stazione Media Etruria abbiamo letto tanta propaganda, tanti comunicati stampa. La politica ha fatto la sua parte, immaginando un’idea di futuro e mettendola sul piatto per una legittima lotta al potere tra i vari contendenti. Ma adesso è il giornalismo che deve fare la sua parte, se in questa provincia ha ancora senso parlare di giornalisti. Se avete ancora un briciolo di orgoglio, un barlume di dignità, un’idea di futuro… datevi una mossa!

“La cosa peggiore per i giornalisti ‘usati’ per fare propaganda è quando i lettori se ne accorgono e il giornalista, apparentemente, no.” (Thomas Baekdal)

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Da Interstellar al Jobs Act: ricerca spaziale e lavoro

Da Interstellar al Jobs Act: perchè spendere nella ricerca spaziale, quando manca il lavoro? La ricerca spaziale e la riforma del mercato del lavoro: difficile immaginare due argomenti più distanti….

Da Interstellar al Jobs Act: perchè spendere nella ricerca spaziale, quando manca il lavoro?

La ricerca spaziale e la riforma del mercato del lavoro: difficile immaginare due argomenti più distanti. Eppure, c’è un filo conduttore che ci permette di collegare Interstellar al Jobs Act. E non è soltanto l’ironia che potrebbe spingerci a sostenere che, oggi, attraversare un buco nero sia più facile di trovare un posto di lavoro a tempo indeterminato.

Interstellar è il film di fantascienza uscito in questi giorni nelle sale italiane; l’ultima fatica del regista Christopher Nolan. I suoi estimatori hanno apprezzato l’approccio scientifico utilizzato nella costruzione dell’ambientazione e della trama del film, un tipo di fantascienza che negli ultimi anni era stata accantonata. Addirittura il film ha portato a una nuova scoperta scientifica sulla natura dei buchi neri, grazie ai sofisticati software di rendering della produzione e gli studi dell’astrofisico Kip Thorne. All’interno della storia, il protagonista si trova costretto in quello che è un classico dilemma di Ulisse. Mentre la società e la sua famiglia hanno bisogno delle sue capacità di agricoltore, lui ha nostalgia dello spazio. E le sue capacità di pilota spaziale, la voglia di scoprire l’universo, la spinta alla ricerca e al viaggio hanno la meglio sull’uomo sedentario che ha imparato a controllare e coltivare la natura. La curiositas, quindi, l’istinto che guida alla scoperta del mondo e alla conoscenza della realtà, come caratteristica peculiare dell’uomo. Come un novello Ulisse, il protagonista parte verso lo spazio sconosciuto: un pioniere dell’umanità verso le stelle.

E qui arriviamo al punto critico, al di là del romanticismo del film o della bellezza della narrativa. La spesa per la ricerca spaziale è un costo oppure un investimento? Possiamo facilmente collegare il film di Nolan alla missione Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea: partita dieci anni fa, la sonda ha sganciato il lander che è atterrato sulla superficie della cometa 67P, alla ricerca di informazioni e campioni sulla natura di questi corpi celesti. La missione è tuttora in corso, nonostante le critiche del TG4 e di coloro che preferirebbero le stelle comete del presepe.

https://www.youtube.com/watch?v=kSWo37c2Tvw

Eppure, al di là di questi buffi servizi psuedo-giornalistici, c’è un contenuto fondamentale da affrontare. La spesa per la ricerca spaziale è giustificata? In un mondo di crisi, in un’Italia in crisi economica e occupazionale, ha senso investire in missioni spaziali? Si tratta di una critica classica che viene mossa a tutto il mondo della ricerca, soprattutto nei casi in cui non si vedono immediati ritorni economici per la collettività. Tutti quei miliardi spesi per la missione Rosetta, in effetti, avrebbero potuto essere investiti in maniera più efficace per diminuire la disoccupazione o aumentare i servizi sociali. Chi si trova senza lavoro ha bisogno di riforme urgenti. Chi non arriva a fine mese non sa cosa farsene dei dati scientifici raccolti sulla cometa 67P o delle nuove scoperte sui buchi neri di Kip Thorne.

Ma il punto della questione è veramente questo, o c’è qualcosa di più? Il Jobs Act in fase di approvazione da parte del Governo Renzi cerca di sbloccare il mercato del lavoro. Si tratta di una riforma controversa, che incontra appassionati difensori e strenui oppositori. Al di là del giudizio di merito sui contenuti e sugli obiettivi, tuttavia, ha il vantaggio di elaborare delle misure strategiche riferite al settore del lavoro, del welfare, delle politiche sociali. Non taglia i fondi ad altri ministeri: prevede modifiche all’art.18, ai contratti a progetto, alla maternità, ai centri per l’impiego e agli strumenti di welfare. Nuovi strumenti normativi e legislativi per imprimere riforme che possano migliorare la società e il mercato del lavoro.

Persino il Jobs Act, quindi, dice che i soldi investiti nella ricerca spaziale non sono un problema per la crisi economica, sociale ed occupazionale del nostro Paese. La spesa per la ricerca non dovrebbe essere messa a paragone delle riforme necessarie alla nostra economia, per tre motivi che vado banalmente a riassumere:

  1. Non si tolgono investimenti da un settore per fare investimenti su un altro settore. Casomai, si colpiscono inefficienze e costi all’interno dello specifico ministero, mercato, ufficio o territorio di riferimento. Per migliorare il mercato del lavoro si agisce sulla normativa del lavoro, sul sistema di welfare, e via dicendo; non si tolgono risorse destinate a settori altrettanto importanti. Altrimenti, passatemi il paragone, sarebbe come tagliare un braccio al figlio affamato per farglielo mangiare: risolvere un problema creandone un altro.
  2. Siamo sempre in emergenza. La storia dell’umanità è fatta di disuguaglianze. Se dovessimo aspettare la risoluzione di tutte le iniquità (fosse anche possibile) per effettuare ricerche scientifiche, non scopriremmo mai nulla. Ulisse non avrebbe mai lasciato la sua isola. Invece, saremmo perfettamente in grado di lottare contro le disuguaglianze e di investire in ricerca, contemporaneamente, senza metterli in competizione.
  3. La ricerca scientifica è utile. Permette di scoprire i mezzi per migliorare la produzione, aumentare la competitività del mercato, oppure di progredire le conoscenze mediche e tecnologiche per migliorare la nostra sopravvivenza. In parole povere, la ricerca scientifica è in grado di creare posti di lavoro e di migliorare la nostra vita, come illustrato perfettamente dall’aneddoto del conte tedesco, nella lettera del direttore della NASA del 1970.

Mi si conceda infine di citare il dialogo tra Giuda e Gesù, in quello che è il mio brano preferito di Jesus Christ Superstar, per terminare questa mia riflessione: “Woman your fine ointment, brand new and expensive/ Should have been saved for the poor./ Why has it been wasted? We could have raised maybe/ Three hundred silver pieces or more./ People who are hungry, people who are starving/ They matter more than your feet and hair!”

La ricerca scientifica non può e non deve essere considerata come una spesa inutile. Deve essere considerata una priorità, al pari di tutti gli altri settori strategici di un Paese. Non possiamo pensare che il lavoro debba essere usato come una merce di scambio o un motivo di ricatto: abbiamo il diritto di pretendere lavoro, sanità, scuola, ricerca, welfare, ambiente, tutti assieme. Perchè abbiamo imparato a coltivare la terra, abbiamo imparato a formare comunità sedentarie e chiuderci in noi stessi, ma il nostro istinto ci porterà sempre a esplorare l’ignoto. Fino a viaggiare tra le stelle, anche se non fossero nient’altro che sassi.

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Gelati e calippi. Al giornalista non resta che piangere

Gelato e politica! Sembra che questo binomio piaccia tanto a “loro” giornalisti. Perché dico “loro” e non “noi”, pur facendo parte anche io della categoria? Semplice, perché creare una notizia…

Gelato e politica! Sembra che questo binomio piaccia tanto a “loro” giornalisti. Perché dico “loro” e non “noi”, pur facendo parte anche io della categoria? Semplice, perché creare una notizia su un politico che sta gustando un semplice gelato in un momento di relax, non appartiene al mio lavoro e lo ritengo uno stupido tentativo di scarsa pubblicità da parte di giornali che non sanno più a che santo votarsi e non sanno più che strada prendere.

Foto il fatto Quotidiano

Foto il fatto Quotidiano

Quattro foto, pubblicate sul settimanale CHI, dove il Ministro Madia mangia un cono gelato, beccata in un momento in cui il cono gelato sembra tutt’altro che un cono gelato. “Sessista”, “volgare”, “vergognoso”, “osceno”, “troppo maschilista”: queste alcune delle critiche espresse soprattutto sul web, dove non sono mancati anche i messaggi di solidarietà al ministro da tutta la classe politica, senza distinzione tra destra, sinistra o centro. Ma al mondo del giornalismo chi esprime solidarietà?

In questo caso non si tratta di difendere la privacy del politico di turno mentre mangia un gelato o un ghiacciolo, ma, vedendo questo servizio, ci si dovrebbe chiedere la direzione che sta prendendo il giornalismo in Italia. Non ci dobbiamo meravigliare se in un servizio della trasmissione “Le Iene” l’Italia risulta essere uno dei Paesi più ignoranti del mondo e che alla domanda “Chi erano i promessi sposi” si possa rispondere Giulietta e Romeo, se poi su questo genere di “giornali” si crea un caso mediatico intorno alla Madia e di come “Ci sa fare con il gelato”. Cronaca, attualità, sport, cultura, crisi, territorio, guerra, moda, persino curiosità e frivolezze: sono innumerevoli gli argomenti di cui parlare, senza bisogno di rubare lo scatto di un ministro che mangia un gelato, creando una notizia dove non c’è nulla.

Una delle critiche più frequenti rivolte ai giornalisti è quella di creare notizie dove non ci sono. E modificare le informazioni invece di raccontare il reale svolgimento dei fatti, solo per vendere più copie o aumentare il coinvolgimento dei lettori. Purtroppo, il servizio sul gelato della Madia non è altro che l’ennesima dimostrazione della fondatezza di queste critiche.

Forse non sono nella posizione di poter insegnare agli altri il modo corretto di fare giornalismo, ma ho scelto di intraprendere questa professione perché volevo raccontare la verità dei fatti e attraverso le parole mettere in risalto la bellezza e gli aspetti positivi del mondo che ci circonda. Se avessi saputo che per fare notizia bastava creare una notizia su una giovane donna che sta mangiando un gelato, avrei sicuramente fatto un altro lavoro, forse la pettegola al baretto sotto casa. Perchè di questo si tratta, un pettegolezzo: gossip del peggior tipo.

I giornali di gossip sono sempre esistiti e non smetteranno mai di esistere, ma ricorrere a queste stratagemmi per vendere qualche copia in più è davvero disgustoso, ancora più disgustoso è mettere in cattiva luce quella che potrebbe essere la professione più bella del mondo: il giornalista.

Sono contenta che l’OdG della Lombardia se ne sia accorto e abbia avviato un procedimento disciplinare nei confronti di Alfonso Signorini:

“Era necessario mandare un segnale forte, chiaro e soprattutto immediato” – è il commento di Gabriele Dossena, presidente dell’Odg lombardo. Il caso verrà discusso in occasione della prossima riunione del Consiglio dell’Ordine, con il capo d’accusa: “Palese violazione delle norme deontologiche sulla privacy e fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale”.

Certo, sono indignata di questa mancanza di rispetto che CHI ha dimostrato nei confronti della Madia e del suo gelato come lo sono per la Pascale con il suo Calippo, ma è importante che qualcuno pensi anche alle conseguenze per il mondo del giornalismo. Staremo a vedere come andranno a finire le cose!

Detto ciò, concludo per non fare ulteriore pubblicità a questa brutta storia ma vi lascio con un consiglio: la prossima volta che ordinate un gelato, meglio chiederlo nella coppetta. #cisofareancheio.

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“Siamo tutte oche?” Fiera di non avere un Moncler!

“Non comprerò mai più un piumino Moncler” – “Con quanto costa un piumino Moncler!” Sono queste le espressioni che oggi, più che mai, si stanno rincorrendo a livello nazionale, sui…

“Non comprerò mai più un piumino Moncler” – “Con quanto costa un piumino Moncler!

Sono queste le espressioni che oggi, più che mai, si stanno rincorrendo a livello nazionale, sui principali social network e sulla stampa. La trasmissione Report, il programma di inchiesta condotto da Milena Gabanelli ha fatto ancora centro e la puntata andata in onda ieri 2 novembre, dove è stato mostrato come Moncler impacchetta i suoi piumini d’oca, come trova le materie prime e come vengono lavorati da laboratori tessili esteri – snobbando palesemente il Made in Italy per i costi troppo alti – ha fatto aprire gli occhi a molti consumatori, facendo chiarezza su cosa c’è realmente dietro un piumino Moncler. Forse qualcuno sapeva già tutto, ma sicuramente ha lasciando interdetti i più.

L’inchiesta comincia prima di tutto con il reperimento di materie prime, ovvero le piume d’oca, quelle stesse piume d’oca vanto e segno distintivo del brand. Le telecamere di Report si sono recate in alcuni allevamenti di oche in Ungheria e hanno documentato lo spiumaggio degli animali. Lo spiumaggio delle oche deve avvenire secondo regole ben precise, in modo da non causare stress agli uccelli. Invece, ieri sera, chi ha visto il servizio ha dovuto assistere a immagini forti, dove le piume delle oche venivano letteralmente strappate agli animali vivi, creandogli delle lacerazioni, e conseguentemente venivano ricuciti con ago e filo, per poi ricominciare la pratica una volta ricresciute le piume.

Già da sola, questa parte del servizio potrebbe essere oggetto di grande discussione, ma il servizio va avanti e quello che viene dopo, forse, è ancora più preoccupante. L’inviata, Sabrina Giannini, spiega che siccome produrre in Italia costa troppo per Moncler, da un giorno  all’ altro, il brand del lusso decide di sospendere tutti contatti con i laboratori tessili italiani per andare all’estero: in Romania, in Armenia o addirittura in Transnistria, uno Stato auto proclamato facente parte del territorio della Moldova, non riconosciuto dalle Nazioni Unite. Report, a questo punto, ha intervistato i responsabili delle catene di produzione di piumini, che proprio da Moncler ricevono tutte le materie prime: piume, stoffe, bottoni, chiusure lampo, etichette e loghi da applicare al capo finito. I terzisti ricevono per ogni capo finito un compenso che si aggira tra i 30 e i 45 euro, mentre sul cartellino, in negozio, il prezzo sale fino a raggiungere e talvolta superare i 1.000 euro.

Questo servizio, ovviamente, ha scatenato l’ira dei consumatori e soprattutto di tutte quelle persone che, almeno una volta nella vita, hanno comprato un Moncler. Io alla vista del servizio, per una volta, mi sono sentita orgogliosa di non aver mai posseduto un Moncler, ma mi sono  immedesimata in tutti quelli che hanno investito i propri risparmi per comprare un capo importante e di qualità e che dopo questo servizio si sono resi conto che di qualità ha veramente poco. L’unica cosa di cui possono essere felici, tralasciando tutto, è quella di essere soddisfatti che almeno le piume sono vere piume d’oca.

Ma scherzi a parte! La pagina Facebook di Moncler, oggi, è stata presa d’assalto dai consumatori, alcuni denunciavano il prezzo finale dei noti piumini, altri le condizioni di lavoro dei dipendenti, dei terzisti e delle povere oche, ma tra tanti, c’erano anche quelli che difendono la scelta di Moncler di andare a produrre all’estero a scapito del Made in Italy. Chi è che adesso non lo farebbe?

Molto spesso, però, questi insulti non vengono presi in considerazione e rimangono inascoltati dall’azienda, perché purtroppo c’è la cognizione che la pagina facebook funga da vetrina per l’azienda, un luogo dove far bella mostra dei prodotti, tralasciando l’idea che un social network possa anche servire come mezzo per dialogare con il consumatore finale, ascoltando le sue esigenze e perché no, anche i consigli.

Moncler potrà non leggere i milioni di commenti sulla sua pagina facebook, ma indubbiamente non può far a meno di notare il titolo in rosso all’apertura della Borsa. Oggi 3 novembre, infatti, il titolo è risultato uno dei peggiori.

Intanto Moncler, nel suo sito ufficiale, ha pubblicato un comunicato dove si legge:

Annuncio-Moncler“Moncler, a seguito della trasmissione di Report di domenica 2 novembre, specifica che tutte le piume utilizzate in Azienda provengono da fornitori altamente qualificati che aderiscono ai principi dell’ente europeo EDFA (European Down and Feather Association), e che sono obbligati contrattualmente a garantire il rispetto dei principi a tutela degli animali, come riportato dal Codice Etico Moncler (sezione Governance al punto 6.4). Tali fornitori sono ad oggi situati in Italia, Francia e Nord America. Non sussiste quindi alcun legame con le immagini forti mandate in onda riferite a allevatori, fornitori o aziende che operano in maniera impropria o illegale, e che sono state associate in maniera del tutto strumentale a Moncler….”

A questo punto viene da pensare, ma allora cosa abbiamo visto in televisione? Il servizio non era vero? E se fosse così, allora perché una televisione pubblica avrebbe mandato in onda certe immagini, denunciando certo cose? Che ritorno avrebbe avuto?

Il comunicato continua: “Moncler non ha mai spostato la produzione come afferma il servizio, visto che da sempre produce anche in Est Europa. In Italia ha mantenuto collaborazioni efficienti con i migliori laboratori. Per quanto riguarda i ricarichi, il costo del prodotto viene moltiplicato, come d’uso nel settore lusso, di un coefficiente pari a circa il 2,5 dall’azienda al negoziante, a copertura dei costi indiretti di gestione e distribuzione…. – nota conclude – L’azienda ha dato mandato ai propri legali di tutelarsi in tutte le sedi opportune.”

Bene, Moncler ha detto la sua, risposta ovviamente scontata, non poteva dire diversamente. A questo punto non ci resta che aspettare le dichiarazioni dei propri legali.

Una domanda che mi viene in mente: quanto durerà questa indignazione dei consumatori? Continuerà per qualche settimana e poi tutto come prima? Forse sì, visto che su Twitter la protesta è calata e su Instagram il piumino d’oca più famoso al mondo continua a fare moda, ma l’importante è che tutti si siano resi conto di come lavorano, per la maggior parte dei casi, i colossi della moda. Dico la maggior parte, perchè ci sono sempre quelle eccezioni che fanno grande il settore.  Io lo ammetto: mi piace la moda, mi piace seguirla, amo gli aninali ma non sono  animalista, non sono vetegariana o vegana e sono sempre più orgogliosa di non avere un piumino Moncler nel mio guardaroba, il motivo? Semplicemente il costo, i miei risparmi preferisco spenderli in altri modi.

E oltre a dire questo, mi piace vedere e sapere che una TV pubblica si sia occupata di un caso così importante, qualche anno fa era semplicemente impensabile.

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L’università non prepara al mondo del lavoro. Giusto, ma…

Oggi, si viene detto sempre più che è meglio lavorare, essere idraulico, panettiere, pasticcere, anziché prendersi una laurea, perché un laureato costa troppo a un’azienda, perché un laureato non ha…

Oggi, si viene detto sempre più che è meglio lavorare, essere idraulico, panettiere, pasticcere, anziché prendersi una laurea, perché un laureato costa troppo a un’azienda, perché un laureato non ha idea di che cosa sia il mondo del lavoro, perché l’università è un mondo chiuso a sé stante che non è in grado di preparare i giovani al mondo del lavoro vero e proprio.

Suonerà come uno “sputare nel piatto in cui si mangia”, ma quest’editoriale non vuole essere una manifestazione di ingratitudine, ma è assolutamente vero che non è in grado di fare quanto detto. L’università è incapace di preparare al mondo del lavoro, oggi come oggi, per un problema di didattica e di impostazione. Con le dovute precisazioni: prima di tutto, quando dicono che ci sono posti liberi da fornai, artigiani, che nessuno vuole, e che sono “estremamente ben pagati”, ebbene, si attendono le dichiarazioni di questi fornai e artigiani che guadagnano “fino a 3.000 € al mese”, perché ancora latitano. Secondo, l’università non preparerà al mondo del lavoro, ed è un aspetto grave, ma si potrebbe bilanciare nuovamente la didattica, favorendo lo sviluppo del pensiero critico degli studenti e prediligendo l’attività allo studio eccessivamente passivo e poco critico.

Ecco il problema più grande dell’università italiana: l’eccessivo nozionismo. Avere una solida cultura di base, avere una conoscenza teorica forte è senz’altro importante. Ma c’è un effetto collaterale, a cui non si pensa: una preparazione eccessivamente sbilanciata sulle teorie, su uno studio puramente astratto, rende gli studenti dei perfetti pappagalli, che leggono il libro, imparano a memoria, vanno all’esame, passano l’esame, per poi dimenticarsi quanto studiato. Perché poi, giustamente, molti laureati e già lavoratori, anni dopo arrivano a dire “quello che ho studiato all’università non l’ho mai applicato”. In altre parole, non è servito a niente. E non è lusinghiero come commento, eppure salta fuori molto spesso. Ma è vero, si vedono questi atteggiamenti, si leggono, si sentono in giro: non c’è bisogno di sapere il perché si studia questa teoria, anziché un’altra, basta impararsi i concetti meccanicamente e ripeterli in maniera corretta all’esame, per prendersi un 30. A volte basta impararsi tutto con dei riassunti, non ci vogliono neanche gli innumerevoli libri della bibliografia dell’esame. Qua si apre una triste parentesi: i libri scritti dai professori. Talvolta, le bibliografie d’esame sono fatte esclusivamente da libri scritti dai professori che tengono il corso; e molto spesso, sono libri illeggibili, quando sullo stesso tema, sono stati scritti libri più autorevoli e più ragionati (nonché più comprensibili). E questa, sembra essere una prassi tutta italiana.

Cosa ne consegue dal troppo nozionismo dell’università italiana? Che viene a mancare una forte dose di attività, di pratica, di progettualità. Quanti di quelli che hanno studiato Scienze della Comunicazione si sono trovati davanti a un progetto di social media marketing da fare? A un blog da aprire per scrivere articoli in base ai temi trattati a lezione? Quanti di questi studenti si sono trovati davanti alla richiesta di scrivere o di progettare una raccolta di racconti con i compagni di corso, partendo dai racconti da scrivere, ai rudimenti di ‘impaginazione con InDesign? Quanti di questi si sono trovati di fronte a un esame dove l’obiettivo non è studiare una data quantità di pagine e libri, ma è dimostrare di saper fare qualcosa, coerentemente con il corso di studi?

Perché succede di trovarsi di fronte a laureati in Scienze della Comunicazione che non sono in grado di scrivere un comunicato stampa, o un semplice articolo, e non sono in grado di capire come funziona Facebook o Twitter, o la semplice gestione della comunicazione di un brand sui social network.

Non solo: da quest’ossessione per il nozionismo ne consegue una grave mancanza di capacità critica. Capacità critica verso quanto studiato, e capacità di comprendere cosa, tra quanto imparato, serva davvero nel proprio percorso lavorativo. Una prassi molto diffusa, nell’università inglese, è quella di produrre essay, dei saggi critici, per gli esami. Perché sembra che il pensiero autonomo e critico sia più importante delle nozioni, nel mondo dell’università inglese (ed è chiaro che anche quel mondo avrà i suoi difetti). O meglio, sembra che venga preferito lo studente che è in grado di mettere in pratica quanto appreso e che è anche in grado di scegliere quello che gli sembra più utile nel proprio percorso. Il famoso chiedersi il perché si studiano quelle teorie, perché si leggono quei libri, anziché degli altri, l‘utilità della singola nozione e lo scoprire i nessi logici che vanno a creare il bagaglio di conoscenze che ci si appresta a capire, prima di utilizzarle.

Un eccesso di nozionismo fa provare una repulsione crescente verso l’università, e lo dimostrano le immatricolazioni sempre più in calo, anno dopo anno. Al di là delle ragioni economiche, dovute alla crisi economica e all’aumento delle rette universitarie, c’è questo motivo “non ho voglia di studiare un altro tre, cinque anni”, “non ho voglia di studiare di nuovo cose che ho già fatto”. Questo è il problema: l’università non dovrebbe “insegnare cose già fatte”, dovrebbe invece portare le conoscenze degli studenti verso un nuovo livello e dovrebbe portare alla presa di coscienza del proprio bagaglio culturale, oltre che dare un’idea di che cosa potrebbe implicare il voler essere un esperto di comunicazione nel mondo del lavoro, una volta preso l’agognato “pezzo di carta”. E chiamarlo pezzo di carta, con questa università italiana, è drammaticamente la definizione giusta. Un pezzo di carta bello da mostrare e nulla più. L’urgenza è di far diventare l’università un mondo che dialoghi con la dimensione lavorativa, e di farlo diventare un luogo dove si ragiona, si fa, si sperimenta, dove si sbaglia e si corregge il tiro, non un posto dove si studia a memoria “per passare l’esame” o per “stare parcheggiati”. Perché questi pensieri – reali e già sentiti uscire da alcune persone – sono veramente tristi e svilenti e contribuiscono a dipingere un ritratto dell’universitario ideale tutt’altro che positivo.

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L’economia del dono ai tempi delle contrade

Un ringraziamento non è sufficiente, quando si riceve un dono. Perché il dono sfugge alle regole dello scambio commerciale ed entra nel legame sociale e affettivo, il suo valore non…

Un ringraziamento non è sufficiente, quando si riceve un dono. Perché il dono sfugge alle regole dello scambio commerciale ed entra nel legame sociale e affettivo, il suo valore non può essere misurato con la moneta, poiché è un valore culturale. Quando ci viene donato qualcosa, abbiamo l’obbligo di accettare il dono (la cortese reticenza iniziale non deve essere esagerata, rifiutare un dono è un’offesa!) e abbiamo l’obbligo di ricambiare. Sfuggire alle regole e alle consuetudini dello scambio dei doni ha il significato di abbandonare il legame sociale che si vorrebbe invece celebrare. In maniera simile ai fidanzati che reclamano la restituzioni dei rispettivi regali al momento della rottura.

MdcValdichianaLa dinamica sociale del dono è uno dei temi portanti dell’antropologia economica e vanta una bibliografia e una storia molto lunga. Quel che mi preme sottolineare in questa sede, tuttavia, è la sua differenza dallo scambio economico tradizionale, di tipo commerciale. Quello scambio in cui beni e servizi vengono offerti e acquistati in un mercato in cui entrambi i contraenti devono rimanere liberamente soddisfatti e in cui il rapporto termina al momento della transazione. Acquisto una merce, la pago, e non ho bisogno di intrattenere più alcun rapporto con il venditore: sono libero. Usufruisco di un servizio, pago il professionista, e il rapporto è concluso: sono libero.

Il dono celebra la perdita di questa libertà e il rafforzamento del legame sociale. Il dono celebra uno scambio sociale che è più forte di quello commerciale, perché non ci libera. Noi vogliamo donare, vogliamo ricevere doni, vogliamo ricambiare. Una sorta di indebitamento crescente e continuo a cui aderiamo volontariamente, perché attribuiamo al legame sociale e affettivo un valore economico e culturale che è superiore a quello commerciale.

Questo articolo è un piccolo pensiero, un piccolo modo di ricambiare il dono ricevuto dal Magistrato delle Contrade del Bravìo delle Botti di Montepulciano. La pergamena di ringraziamento che abbiamo ricevuto al Teatro Poliziano era a sua volta un modo per celebrare il legame e per ricambiare il lavoro svolto dalla redazione del nostro giornale nell’occasione del quarantennale della manifestazione: un legame che non poteva esaurirsi in uno scambio commerciale.

Un semplice ringraziamento non sarebbe stato sufficiente, da parte nostra: questo articolo rappresenta invece la nostra gratitudine, nel senso di “Sentimento e disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare”. Donare, ricevere, ricambiare. La nostra gratitudine è anche il nostro apprezzamento per il lavoro svolto dal Magistrato delle Contrade e tutti coloro che hanno donato il loro tempo e la loro fatica alla buona riuscita del Bravìo 2014, con la speranza che la manifestazione possa crescere ulteriormente.

La nostra gratitudine, quindi, non è il cortese ringraziamento per uno scambio economico che ci rende liberi: è il sincero rafforzamento di un legame sociale e affettivo, la speranza per la crescita di un rapporto che è destinato a durare nel tempo. Donare, ricevere, ricambiare.

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Valdichiana e Valdorcia: terre di Rave Party?

Valdichiana e Valdorcia: terre di Rave Party?  Visti gli ultimi accadimenti, la domanda non potrebbe che avere una risposta positiva. I rave party sono feste a base di musica elettronica, acid…

Valdichiana e Valdorcia: terre di Rave Party?  Visti gli ultimi accadimenti, la domanda non potrebbe che avere una risposta positiva.

I rave party sono feste a base di musica elettronica, acid house, techno, jungle, drum & bass, giochi di luce e droga. Sul nostro territoriale nazionale ci sono sempre stati e forse sempre ci saranno, ma fin tanto che accadono lontano dal nostro naso e dalle nostre terre, tutto va bene; leggiamo e sentiamo notizie inerenti ad essi, ma che non suscitano niente di particolare in noi.

Il problema arriva quando il rave party viene organizzato proprio sotto casa tua, a tua insaputa, e il più delle volte nel cuore della notte. “Punkabbestia”, stereotipo coniato per indicare i disadattati, persone che si divertono solo quando perdono il controllo del loro corpo oltre i limiti della decenza, sono coloro che rompono la quiete di paesaggi incontaminati e la tranquillità della gente che vi abita.

Ma cosa succede una volta che la musica si spegne, che gli effetti delle droghe sono passati ed è arrivato il momento di ripartire verso un altro territorio da sfasciare? Sporcizia ovunque, gente che si regge in piedi a malapena, degrado e reazioni incontrollabili con conseguenti danni alle cose e alle persone. Qualche esempio?

“”Punkabbestia” diretti ad un rave party, hanno terrorizzato i viaggiatori del treno Arezzo-Magione, che sono stati costretti a finire nell’ultima carrozza per non essere travolti da quel marasma che mostra il “meglio” della maleducazione giovanile. A sentirsi male durante il viaggio anche una bambina trasportata in ospedale con l’ambulanza del 118. Denunciati in tutto 13 persone, nove italiani e quattro stranieri, di età tra i 16 e i 25 anni, di cui 10 residenti in provincia di Roma, due in provincia di Perugia, uno in provincia di Torino. (PerugiaToday.it 24-06-2014)

“Grosseto, carabinieri presi a bastonate a un posto di blocco: appuntato gravissimo. I colpevoli quattro ragazzi reduci da un rave party nei pressi di un campo vicino al fiume Fiora, sotto la frazione di Sovana. (Il Messaggero.it 25-04-2011)”

I rave party spesso vengono organizzati da persone straniere, all’insaputa di tutte le amministrazioni del luogo prescelto. Quello in Valdorcia, come quello in Valdichiana di qualche mese fa, secondo le indiscrezioni è stato fatto infatti imbastito da stranieri in un terreno privato e questo, di fatto, ha limitato la possibilità di intervento da parte delle forze dell’ordine (va inoltre ribadito che il proprietario del terreno non aveva dato alcun permesso ed era contrario allo svolgimento dell’evento). Per evitare che la situazione potesse in qualche modo degenerare, si è deciso di attivare un servizio di controllo continuo che ha visto impegnati sul territorio carabinieri, polizia, guardia di finanza, forestale, polizia provinciale e municipale. Si è praticamente scomodata un’intera comunità per una festicciola tra punk!

Non intendo denunciare chi partecipa a queste feste: ognuno è libero di divertirsi, drogarsi e ubriacarsi come, quando e quanto vuole, a patto che non disturbi il prossimo. Quello che critico è la modalità di organizzazione e di svolgimento delle stesse. Questi signori non potevo organizzare le loro “sobrie festicciole” nei loro giardini di casa, invece di rompere la quiete e la tranquillità dei nostri territori, patrimonio dell’umanità, a suon di decibel e droga?

Di solito, quando si organizzano feste, c’è sempre un iter burocratico da seguire e regole da rispettare, mentre invece per i rave party sembra che tutto sia concesso. Feste in cui non vengono richieste autorizzazioni, non vengono assolti gli obblighi come il pagamento dei diritti d’autore o il rispetto delle normative igienico-sanitarie nella somministrazione di cibo e bevande, dove la droga diventa spesso parte integrante del divertimento dei giovani presenti, senza, ovviamente, tenere in considerazione la situazione dei territori dopo il passaggio di questa folla di punkabbestia.

I rave party esistono dagli anni ’80, sono nati in Inghilterra per poi espandersi in tutta Europa. L’obiettivo è quello di divertirsi, di trasgredire, di ribellarsi e di andare contro le regole imposte ogni giorno dalla nostra società ormai andata in panne.  Anche il rave ha una sua dignità nella storia e nella società del passato, quindi, e ne avrà sicuramente una in futuro! Non voglio infatti sostenere che queste feste debbano essere bandite, ma forse andrebbero riviste sotto tutti i punti di vista, tenendo conto del cambiamento del modo di divertirsi. Non è giusto che chi non vuole partecipare al rave party sia costretto a perdere il sonno per tre notti di fila, a causa dei decibel che oltrepassano la soglia legale. Non è accettabile trovare estranei nel proprio cortile che dormono e urinano, non è eticamente corretto essere obbligati a vedere il nostro territorio completamente sommerso dai rifiuti per colpa degli incivili ed esserne costretti a pagarne le conseguenze.

Personalmente comprendo anche i punkabbestia, il loro modo di divertirsi e le loro festicciole, pur non condividendo le loro azioni. Tuttavia, i partecipanti a questi rave party dovrebbero mostrare maggiore rispetto per le persone e per i luoghi, privati o pubblici, che occupano abusivamente. Luoghi che invadono senza il beneplacito delle amministrazioni o dei proprietari, infrangendo il nostro ordine e il nostro silenzio. Ma temo che sia un appello che finirà inascoltato, perché hanno dimostrato di non conoscere, o di ignorare, il significato della parola rispetto.

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Perché si cade sempre più nella trappola del complottismo?

C’è una piaga che si sta spargendo per la Rete a velocità preoccupante. E contamina anche cervelli normodotati; sì, le vittime potrebbero essere anche dei vostri insospettabili amici. Il problema…

C’è una piaga che si sta spargendo per la Rete a velocità preoccupante. E contamina anche cervelli normodotati; sì, le vittime potrebbero essere anche dei vostri insospettabili amici. Il problema è che se ne sottovalutano i primi timidissimi sintomi, pensando che questo o quell’amico sia stato preso da un abbaglio temporaneo. Invece non è così. Di che cosa stiamo parlando? Del complottismo. 

Intendiamoci, il complottismo non è nato su Internet – c’era già prima – ma oggigiorno si è diffuso a una velocità troppo rapida per non essere osservata: provate a pensare quante volte ultimamente vi siete imbattuti in teorie riguardanti scie chimiche, chip sottocutanei per il controllo della popolazione, vaccini da boicottare – perché fanno ammalare artificialmente la popolazione, a beneficio delle cure sperimentate delle case farmaceutiche, eventi orditi da non meglio specificate lobby o logge massoniche… Fino ad arrivare al volo MH17 della Malaysian Airlines abbattuto volutamente, perché a bordo si trovava uno dei maggiori ricercatori per quanto riguardava la cura contro l’HIV. Di sicuro vi sarà capitato di leggere qualche link che esordiva con: “I giornali non ne parlano”, “La verità che nessuno dice, ecco perché…”, “Svegliatevi, informatevi, condividete…”.

Ma perché c’è gente che abbocca a queste teorie fantasiose – e prive di qualsiasi fondamento, se le approfondite un po’? Ci sono alcuni elementi di sociologia che sono arrivati in soccorso di chi scrive e il tentativo sarà di chiarire che cosa passa nella testa.

Prima di tutto in questi anni di crisi, la maggior parte di questi “complottisti” ha atteso delle risposte valide da parte delle istituzioni, dai governi… Ma a quanto pare queste risposte non sono arrivate o non sono state le risposte attese. Perché? Ciascuno di noi ha un bagaglio di esperienze e di conoscenze differenti dagli altri. Il problema è quando la differenza – la dissonanza – tra quanto vissuto da me e quello che viene esperito dagli altri è troppa. Chi dei due si sente fuori dal mondo? Le istituzioni vengono oramai percepite come troppo lontane dai problemi reali delle persone, quindi per forza sono i cittadini delusi a sentirsi “fuori luogo”, o “fuori da questo mondo”. Ed è qua che s’innesca una delle possibili tre reazioni alla dissonanza cognitiva tra sé e gli altri:

  1. Si cambia l’ambiente;
  2. Si cambia il comportamento / atteggiamento;
  3. Si cambia il proprio modo cognitivo;

La possibile reazione del complottista è un cambiamento di ambiente – nel senso che le risposte vengono cercate al di fuori delle istituzioni, dai governi, combinato a un cambio di atteggiamento verso coloro che lo hanno deluso, verso i quali prova diffidenza e risentimento. E il complottista del 2014 cerca le proprie risposte su Internet. Un ambiente sconfinato, potenzialmente infinito, dove si può scrivere di tutto e il contrario di tutto (in apparenza). In apparenza, tutto quello che si può leggere può essere preso per vero, se non si organizzano più coerentemente le proprie nozioni, se non si applica più un filtro critico verso quanto ci si appresta a leggere. Il complottista, improvvisamente, smette di eseguire queste due semplici operazioni: critica e organizzazione delle nozioni. Perché si sente intrappolato in un mondo troppo dissonante dal suo, ma non vuole subirlo, vuole dominarlo. Non vuole subire verità che non sente sue, vuole dominare con le sue verità che non riescono a trovare un riscontro da nessuna parte. Ma su Internet è possibile, nell’infinito mare di Internet, è possibile trovare la risposta esatta, che sfugga alle norme delle istituzioni, alla conoscenza organizzata. Cerca una verità alternativa, che per lui o lei è nascosta volutamente. Ma all’epifania della verità, fateci caso, il complottista non è mai presente: parla sempre per sentito dire, per link condivisi, per testimonianze di terzi, senza molte altre prove sensate, spesso in contraddizione tra loro, ma a quanto pare nessuno dei complottisti sembra rendersene conto.

Avete mai sentito parlare di Effetto Forer? È proprio quello che si scatena nel (non ancora) complottista di fronte allo svelamento di una verità nascosta, nello smascheramento di un complotto. Avete presente un oroscopo? Quando vi dice che in amore ci saranno “molte sorprese”, che sul lavoro ci saranno “momenti impegnativi”, e che la salute “andrà tenuta d’occhio”? E avete presente quando quello era proprio quello che volevate sentirvi dire per il vostro segno zodiacale – a dispetto del fatto che venga detta la stessa cosa negli altri undici segni, più o meno? Questo è l’Effetto Forer – una risposta perfettamente generica che esaurisce tutte le domande irrisolte. Il fatto è che queste domande possono essere tra le più disparate, tra le più complesse.

Politica? È tutto un complotto.

Politiche ambientali? Tutti complotti dietro per distruggere l’ambiente.

Tecnologia? Stanno complottando per renderci schiavi della tecnologia e controllarci.

Salute? C’è un complotto dietro per farci ammalare di più.

Il complotto è formalmente generico, vago, inconsistente. È un ready-made, ma può essere rimanipolato, modificato appena appena, per essere utilizzato per altri argomenti. È ciò che in semiotica è sottoposto a semiosi illimitata – ciascuno può prendere il complotto, reinterpretarlo e farlo diventare uno tutto nuovo e scintillante potenzialmente all’infinito. Eppure è la risposta perfetta, meno faticosa in assoluto da ottenere per qualsiasi quesito fondamentale di natura sociale. Ed è per questo che le risposte facili e generiche causano una certa dipendenza nel complottista.

Un consiglio spassionato: ci sono questioni che non possono avere una risposta univoca, immediata, semplice. A volte non c’è piena comprensione delle risposte, perché sono di loro incomplete, a volte occorrono anni per completarle e renderle delle risposte soddisfacenti, ma non per questo sono errate. A volte manca qualche competenza in chi pone la domanda e non comprende appieno la soluzione fornita. È giusto e legittimo dubitare delle risposte che vengono fornite, ma occorre dubitare con senso critico e con lucidità. Bruciarsi il cervello dietro un complotto inconsistente e spacciarlo per verità significa prima di tutto fare un danno verso se stessi, e soprattutto un danno sociale, verso altre persone potenzialmente più soggette a farsi coinvolgere in questa mania chiamata complottismo.

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Quando il criminale fa business

“Schettino che insegna la gestione del panico? E’ come se La Sapienza avesse chiamato Dracula a tenere un corso sull’anemia”. È stato questo il commentato del capo della protezione civile,…

“Schettino che insegna la gestione del panico? E’ come se La Sapienza avesse chiamato Dracula a tenere un corso sull’anemia”. È stato questo il commentato del capo della protezione civile, Franco Gabrielli alla notizia del comandate Schettino all’Università alla Sapienza di Roma.

Con un po’ di sconcerto e un po’ di incredulità, i giorni scorsi abbiamo appreso questa notizia, l’ex comandante della Costa Concordia è salito in cattedra per una lezione sulla gestione del controllo del panico presso la facoltà di Medicina dell’Università la Sapienza di Roma. Verrebbe da dire: mai persona è stata più adeguata e ovviamente nessuno sapeva della sua presenza all’Università, solito cruccio tutto italiano, nessuno sa mai niente.
Ma la notizia dove sta? Nel fatto che nessuno sapeva niente? Nel fatto che Schettino ha tenuto una lezione sulla gestione del panico (lui che abbandonò la nave)? O il fatto che un criminale, come viene definito, possa tenere le lezioni all’Università?

Ecco, la notizia sta proprio in questa ultima domanda, come può l’autore di una delle più grandi tragedie del mare, dopo il Titanic ovviamente, tenere una lezione di vita? Il comandate Schettino è solo l’ultimo di una lunga lista; a salire in cattedra per dispensare consigli più o meno opinabili, a scrivere libri, a ad andare a feste e party, è in buona compagnia. Sembra che per insegnare qualcosa a qualcuno ed essere presi da esempio, si debba uccidere, rubare, fare del male e commettere crimini.

Alcuni esempi? Schettino professore, Amanda Knox scrittrice, Erika ed Omar esempi per un musical. Sembrano barzellette ma invece è la verità e soprattutto è la REALTA’.

Amanda Knox, la studentessa americana accusata di essere la responsabile del delitto di Meredith Kercher nel novembre 2007 a Perugia, da fine luglio ha iniziato a lavorare in una grande casa editrice di New York. Fresca di laurea in writing, conquistata presso un ateneo di Seattle, e fresca di successo del suo libro «Waiting to be heard», che racconta la sua vicenda personale e uscito solo negli States, ha gentilmente scippato un posto di lavoro che poteva essere occupato chi invece ha sempre vissuto nel rispetto della legge.

Erika ed Omar, i fidanzati di Novi Ligure che uccisero madre e fratellino di lei, ricompaiono in un musical, o meglio vengono presi come modello per un musical. Tobia Rossi, ovadese di 28 anni e Francesco Lori, vocal coach di tanti cantanti e attori italiani, hanno deciso di mettere insieme un musical con un argomento tutt’altro che leggero e sollevare una riflessione su come le tragedie familiari diventino materiale di spettacolo. Ok, i fidanzatini centrano fino ad un certo punto, ma in qualche modo si va a toccare e riaprire una triste pagina di cronaca italiana. Non era meglio fare dei semplici e puri riferimento a persone o a fatti casuali?? No, perché il cattivo reale attira di più!

E poi Pietro Maso e Pietro Vallanzasca con centinaia di fan innamorate, per non parlare della signora che ha sposato il mostro del Circeo, per carità libera di scegliere chi amare, sui sentimenti non si discute, non possiamo che farle tanti auguri, ma magari poteva guardarsi meglio intorno, chissà da qualche parte ci sarà stato pure chi faceva per lei ed essere una persona per bene. Bah!

Il vero problema, però, è non il criminale in se, ma è chi per lui, lo vezzeggia, lo porta in giro, alimenta la sua figura e lo fa passare come modello. Perché accade questo? Forse perché il criminale fa business e su di lui vengono costruite delle vere e proprie campagne di marketing strategico. Potrebbe essere la soluzione più giusta! Tutto si rapporta al ritorno economico e quindi pubblicità per l’Ateneo, pubblicità per la casa editrice, pubblicità per un musical, pubblicità per tutti purché porti guadagno.

Ma dove è finito il rispetto? Oggi ci vorrebbe più sensibilità per le cose e i sentimenti altrui, l’attenzione per le vittime e per le proprie famiglie. Questo sì che farebbe bene a tutti! Basta avere un po’ di buon senso e avvolte imparare dai nostri errori.

Non tutti però riescono a pensare in questi termini! Per fortuna però, la Sapienza sembra aver capito e non ha gradito la pubblicità fatta da Schettino. Adesso in caduta libera non c’è solo il comandate della Costa Concordia, ma anche il professore Vincenzo Mastronardi, docente di psicopatologia forense nell’ateneo, e colui che ha reclutato Schettino per la lezione, definita poi poco logica, poco didattica e con poche opportunità. Miglior definizione non poteva esserci: scusate ma cosa ha di logico uno che ha abbandonato la nave e va a spiegare la gestione del panico? Cosa c’è di didattico in una persona che non ha insegnamenti da dare, o almeno non era stato chiamato per spiegare quello che Schettino avrebbe dovuto sapere? E per le poche opportunità, non sono d’accordo, perché Schettino un’opportunità ce l’aveva, quella di rimanersene a casa, ma NO!, lui ne ha approfittato anche questa volta per dimostrare il suo valore.

Un episodio sconcertante, come è stato definito dal Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, che, aggiungo io, rammenta che ancora in Italia ci sono tante cose che devono essere cambiate, primo su tutti far spiegare le cose a chi ne sa veramente, puntare ancora una volta sulla qualità e non sulla quantità.

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Dov’è finita la solidarietà artistica in Italia?

Houston, abbiamo un problema. Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema. Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona.  Chi scrive non…

Houston, abbiamo un problema.

Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema.

Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona. 

Chi scrive non è nessuno, per carità, ma mi sono resa conto che in Italia c’è un grosso, enorme problema. Faccio parecchie cose nel tempo libero, e perlopiù queste attività afferiscono al campo artistico – e capita ogni tanto di portare queste attività fuori dalla sala prove, cameretta, laboratorio. Rimango nessuno, ma rivendico il mio diritto a non essere trattata come un’imbecille da chi potrebbe darmi l’opportunità di suonare, recitare, distribuire e diffondere quanto scritto da me. 

Chi scrive si è resa conto che cercare di organizzare un qualsivoglia evento artistico interessante sia qualcosa che rasenta il TSO, o necessiti di una serie di sedute dallo psicoterapeuta dopo il trauma.

Parliamo di organizzare un concerto: partendo dal presupposto che non si sia la solita cover band – che, personalmente, penso che contribuiscano a rovinare il già disastrato panorama live italiano – suonare nel nostro Paese, soprattutto se si è una rock band e affini, è un disastro. Benissimo, lo sappiamo in tanti, è anche colpa dei gestori dei locali, che appunto, preferiscono una serata facile dando da suonare a una cover band. Il locale si riempie se uno sente “You Shook Me All Night Long” degli AC/DC, anziché un brano inedito di una band di emeriti nessuno. Insomma, le band con pezzi originali svuotano i locali, si sa. Meglio tenersi qualche copia maldestra di Angus Young in canna, è un successo assicurato, anche se le canzoni non sono proprio di per sé fresche e nuove. Insomma, come quando all’Inter c’era Siniša Mihajlović a battere le punizioni e i calci d’angolo – anche quando non era proprio più giovincello: tirava ed era un successo assicurato. Quasi lo si metteva in campo solo per un benedetto calcio d’angolo (Siniša ti voglio bene). Ma anche Mihajlović a un certo punto non funzionava più e si è ritirato. 

Detto questo, qualcuno dei lettori de La Valdichiana si ricorderà di certo la mia mini-guida sulla ricerca di lavoro – e sul fatto che uno dei problemi dei potenziali datori di lavoro era proprio la maleducazione nel non rispondere alle candidature. Bene, se vogliamo traslare il discorso in campo artistico, forse questo malcostume è anche più radicato e diffuso. Rarissimamente arrivano risposte o cenni d’interesse, se arrivano alcune sono il top dell’incompetenza o dell’arroganza. La comunicazione è un grosso problema (uno dei tanti), d’altronde uno non può neanche girare mezza Italia per distribuire una demo di locale in locale – e anche qua, ammesso che tu venga ben accolto e non trattato come un questuante e ammesso che il responsabile del locale sia di buon umore. Siccome una band in erba non ha i mezzi per girare l’Italia a scopo promozionale, si passa a contattare i locali via internet… E qua, bisogna tenere sottomano qualche farmaco appartenente alla famiglia delle benzodiazepine, perché si rischia un attacco di panico incontrollato. La comunicazione via internet è fattibile a patto che il locale in questione abbia anche solo una pagina Facebook aggiornata. O un indirizzo email utilizzato e controllato quotidianamente. Altrimenti, non proverete neanche la gioia e il gaudio di vedere un “visualizzato alle ore…”, ma proverete lo strazio di aspettare e aspettare ancora anche un “no, grazie, non siamo interessati”. Perché, seriamente, vi aprite una pagina Facebook se non siete neanche in grado di usare una basilare email? E mi taccio del fatto che alcuni locali non rispondano a prescindere, perché hanno il loro giro di band da far suonare

Non affronto neanche con il discorso del gestore del locale che chiede a chi vuole suonare “sì, ma quanta gente mi porti?”, perché la gente la si porterebbe anche volentieri, lo si fa il passaparola con piacere, ma se non sei capace di promuovere le serate nel tuo locale, quello è un problema del gestore, non della band. Da laureata in Linguaggi dei Media, devo dire che di siti o account di locali seriamente gestiti, forse li conto su una mano, due, al massimo. Comunicazione poco mirata, pubblico non selezionato, perché si passa allo spam generico e all’invito di massa. 

Detto questo, passo al problema più serio. I musicisti stessi. Sì, a voi mi rivolgo: dov’è finita la solidarietà artistica verso le altre band? Suonare in Italia è diventata una guerra tra poveri. Perché, se fai parte di quel giro di band elette a suonare in maniera più o meno regolare, grazie a quei padri-padroni che gestiscono i locali, che di solito monopolizzano la scena di una città e la incancreniscono fino a far passare la voglia di suonare, tu band immanicata sei al sicuro. E le band emergenti che ti chiedono un contatto, anche solo un’informazione su come poter suonare nel locale dove oramai suoni fisso, finiscono per avere il silenzio o risposte evasive (sempre per la serie “ti faccio sapere” o “sono un adepto del Culto della Non-Risposta, spiacente”). Come se si avesse paura che qualcuno possa entrare nel giro di apprezzamenti e favori del padre-padrone e uscire dal giro buono. Che poi giro buono non è, è sempre un inganno, il giro di per sé è mediocre… Però… Se non fai parte di quel giro… “Eh, ma se non accettiamo quello che dice o ci vuole far fare Tizio Caio, che è immanicato con mezza città, noi non suoniamo da nessuna parte” questa è la giustificazione che ho sentito più volte. E posso assicurarvi che ogni volta che sento questa giustificazione il mio cuore perde un battito. Mi cascano le braccia, mi viene il latte alle ginocchia e quant’altro. Perché alla fine, le band che aderiscono a quel giro, accettano di comportarsi da membri di una setta esclusiva e accettano di non dare una possibilità a coloro che sono ai loro primi passi nella loro attività. Che è gravissimo – poi ci si lamenta che ci sono sempre le solite band in giro a suonare, poi ci si lamenta che gli eventi sono sempre quelli. Ma se non si dà una possibilità a tutti, spiegatemi come si può innovare e rinnovare un ambiente che sa di stantio? Ed è qua che gli artisti “fuori dal giro” possono riscattarsi, alla faccia di chi vi ha negato la possibilità di dire la vostra e di farvi conoscere.

Questo è un appello per gli artisti che si sentono tagliati fuori da un giro che viene spacciato per giro buono: non gettate la spugna, perché non tutto il male e il dispiacere provato viene per nuocere. E soprattutto, state fuori dal giro musicale dal sapor di mafia. È più faticoso, ma il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre” oggi deve essere la vera guida di tutti i creativi (e non). Createvi le occasioni da soli, è il momento della rinegoziazione di un valore di un live, dell’incisione di un album intero. Alleatevi con la tecnologia, inventatevi nuovi modi insoliti per farvi conoscere – registrate un live esclusivo dalla vostra saletta prove, preparatela per ospitare pochissime persone, fatevi aiutare per le riprese, mettetelo su YouTube una volta sistemato. Lasciate perdere le vecchie vie stantie – e se volete proprio combatterle, è ora di allearvi con quelle poche persone veramente fidate, che non vi dicono davanti che siete tanto bravi, mentre alle spalle ve ne dicono di ogni. Ed è ora di smettere di credere che la vecchia via sia sempre quella migliore. Se vogliamo, se volete veramente cambiare le regole del gioco, forse è il momento di scommettere sulle proprie facoltà e bisogna smettere di dipendere da qualche magica facoltà di qualche presunto padre-padrone che preferisce tenere tutti in un mare di mediocrità (e si conta i soldi e raccoglie la gloria alle nostre spalle). La spinta per il cambiamento deve arrivare da noi. Dobbiamo fare fatica, ma credo sempre che la fatica venga sempre ripagata. 

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Il “traffico gonfiato” su Internet non è una novità

“We buy things we don’t need, with money we don’t have, to impress people we don’t like”. “Compriamo cose di cui non abbiamo bisogno, con soldi che non abbiamo, per…

We buy things we don’t need, with money we don’t have, to impress people we don’t like”.

“Compriamo cose di cui non abbiamo bisogno, con soldi che non abbiamo, per impressionare persone che non ci piacciono”.

In questi giorni, sono stati pubblicati alcuni articoli riguardanti il traffico gonfiato che il Corriere avrebbe commissionato a Tradedoubler: la pratica utilizzata sarebbe quella del site under. In Internet, non è di certo una novità che si studino e si provino nuovi meccanismi per aumentare il traffico esistente, o ottenere più visite uniche e nuovi utenti fissi. Ma, come ogni cosa, certe pratiche devono avere un limite, pena la messa in discussione della credibilità e della serietà di certi brand.

Partiamo con un piccolo chiarimento: non è di per sé scandaloso o illegale comprare le keywords su Google, o pianificare una campagna pubblicitaria per apparire il più in alto possibile sui motori di ricerca. Si fa, ci sono molte agenzie che si occupano di ottimizzare il posizionamento del sito nei motori di ricerca, come per esempio il SEO o l’OAO. La pratica di site under invece può essere considerata scandalosa (e ingannevole), perché va a creare una visita e un visitatore unico, ma spesso il traffico non è umano, è generato da dei bot.

Nella smania di superare la concorrenza di Repubblica.it, si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di primeggiare – ed è poco verosimile che il Gruppo RCS non sapesse niente di questa pratica, certo, magari non ai vertici, ma magari chi si occupa di queste prassi, lo deve sapere. Soprattutto per una questione di credibilità del brand, che rischia di essere messa discussione: non dimentichiamoci che i media e gli editori online sono supervisionati dall’Audiweb, che controlla i numeri del traffico internet di Corriere, Repubblica e via discorrendo. Poi ovviamente, è arrivata anche la smentita/precisazione, neanche troppo chiara, tipicamente all’italiana, anche da parte di Tradedoubler: ovvero, la colpa non è di RCS, ma neanche di Tradedoubler. La colpa non è mai di nessuno: il traffico e i click saranno aumentati magicamente da soli e sarà stato un trafficone a far partire quella campagna di site under per conto del Corriere.

Si può discutere che non ci sia niente di male nell’ottimizzare il sito per un motore di ricerca: quello che stupisce sempre è come non si possa pensare prima di tutto a ottimizzare per esempio la grafica di un sito. Avete visto quello del Corriere.it? Francamente è assai poco leggibile e se si vuole leggere una notizia, è preferibile andare su altri lidi più gradevoli. È fuori discussione cercare di leggere sul telefono delle notizie dal sito del Corriere: occorre abbonarsi. Per quanto riguarda i contenuti? Premesso che reputo che siano sempre migliorabili, a prescindere dal sito. (E non è proprio remota la notizia che sul Corriere sia apparsa un’intervista a una scrittrice… Moglie del giornalista autore dell’articolo. Ripeto, la reputazione di un giornale è fondamentale, vorrei sapere chi ha autorizzato un articolo del genere – perché è improbabile che non si sappia che questa scrittrice sia sposata a un giornalista del Corriere – NdR). Prima di arrivare a queste pratiche di marketing, prima di tutto bisognerebbe avere un reparto dedito al marketing e alla gestione dei social network competente e sul pezzo, perché queste pratiche bisogna conoscerle e bisogna saperle usare saggiamente.

Ma questo uso di “gonfiare” le proprie visite si può traslare su Facebook. Da circa un anno, forse poco più, c’è questa prassi del “comprare fan” o “comprare like”.  Si può scegliere per quanti giorni far durare questa campagna, su quali paesi concentrarla, il budget e così via. E magicamente, viene promessa più visibilità nelle bacheche altrui e un numero congruo di like in più assicurati al giorno o alla settimana.

Il problema è che questa campagna può avere effetti disastrosi, se usata senza cognizione di causa e senza settare i parametri giusti.  Si rischia di avere molti like che provengono da utenti fuori target nella maniera più assoluta, ma che non interagiscono minimamente con i contenuti della pagina. Ma è chiaro: c’è chi crea profili fasulli e mette il “like” dietro compenso forfettario (una manciata di dollari per migliaia di like al giorno, come potete ben leggere in quest’articolo). Peccato che anche le statistiche di pubblica consultazione delle pagine di Facebook poi confermino la politica poco trasparente di certi furbetti che vogliono superare gli altri in quantità, senza aver considerato che forse il problema fosse la qualità del loro prodotto. Come può una pagina italiana con presunti “migliaia di like” avere il grosso del traffico proveniente dall’altra parte del mondo (per esempio, il Cile o il Perù), con una fascia d’età media degli utenti di 13 – 17 anni e gli utenti hanno nomi incomprensibili, o sono anche presunti arabi nati in Alaska, ma che vivono in Sudamerica? Poi si dà un occhio alla pagina e l’attività è praticamente inesistente, quando non ci sono soldi per finanziare nuove campagne che promuovano la pagina e i post. Come se fosse una pagina seguita solo da qualche decina di persone. In buona sostanza, diventa una pagina da buttare: è diventata dipendente dalle campagne promozionali – e appena si smette di investirci in denaro, viene abbandonata a se stessa. Queste prassi sono comuni anche su Twitter, e anche su YouTube – come fanno alcuni video ad avere già centinaia di migliaia di visualizzazioni dopo qualche giorno? Semplice, c’è un business dietro che pilota il tutto e gonfia il tutto.

Ma fino a che punto si arriverà nel rendere una pagina “cliccatissima”? Internet molto spesso viene visto come un paradiso di libertà e di massima libertà nelle pratiche: forse è difficile stabilire un’etica valida per tutti, forse non è abbastanza affidarsi al semplice buonsenso, perché ci sarà sempre qualcuno che non baderà a scrupoli e pur di avere qualche click in più sarà disposto a tutto. Il problema è che, molto spesso, se queste prassi diventano fisse, il risultato è poi un sito intasato buono da lanciare nel cestino. Il punto è questo: chiedersi se vale la pena percorrere la strada più veloce, che porta a risultati non autentici, o provare una politica di social marketing più “faticosa” per chi la deve fare e deve imparare i meccanismi giusti che possono portare il sito a un buon livello di credibilità anche nei social network e un’autentica indicizzazione nei motori di ricerca.

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Andare veloce per restare in forma! La ricetta benessere del giornalismo italiano

La redazione de LaValdichiana.it al completo ha partecipato all’VIII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Una redazione in grande spolvero, pronta a confrontarsi con realtà giornalistiche diverse, professionisti del…

La redazione de LaValdichiana.it al completo ha partecipato all’VIII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Una redazione in grande spolvero, pronta a confrontarsi con realtà giornalistiche diverse, professionisti del settore e testate internazionali, un ottimo corso di aggiornamento per giornalisti già affermati e un’ottima palestra per aspiranti tali.

Che il giornalismo in Italia stia cambiando ormai è cosa nota, e non ci vuole di certo un festival per rendersene conto. Il festival di Perugia si definisce internazionale proprio perché riesce a mettere a confronto realtà giornalistiche italiane con quelle del resto del mondo e a volte, ahimè, il confronto non regge più di tanto.

Mentre in Italia siamo legati ancora alla concezione per cui “chi da’ prima la notizia, è più bravo”, negli altri Paesi il problema è “saper dare la notizia” e saperla far correre, usare cioè i giusti canali, che siano social, siti web o carta stampata, l’importante è saper veicolare all’esterno l’informazione. Le notizie, ormai, viaggiano sui social: Twitter ha soppiantato di gran lunga lagenzia Ansa e le sue breaking news, basta saper scegliere “l’uccellino” giusto da seguire e il gioco è fatto, notizie fresche e di giornata. Questo succede perché ormai la comunicazione è bidirezionale, c’è un filo diretto tra chi la produce e chi la riceve, chiunque in rete può fare comunicazione, esprimere un gradimento e condividere sui social media.

In questo modo un giornalista o un editore, giorno per giorno, deve guadagnarsi la fiducia e le aspettative del proprio pubblico. Secondo Mario Tedeschini Lalli, giornalista italiano, questa può essere considerata una rivoluziona al pari della pressa da stampa di Gutemberg. Ed ha proprio ragione! Come spesso accade in Italia, questa rivoluzione è arrivata dopo che tutto il mondo ne sta sperimentato gli effetti.

A cambiare non è la professione del giornalista, il quale non modificherà le sue attività fondamentali (ovvero, selezionare, produrre, curare, correlare e ordinare: questi resteranno tutti i tratti distintivi della professione), a cambiare è l’architettura dell’informazione, la disciplina che da più di dieci anni progetta la comunicazione digitale in funzione dei contesti nei quali essa accadrà: siti web, applicazioni, reti interne, fino all’informazione che andrà ad interagire sempre di più con le persone in tutti gli ambienti fisici.

Ed è qui che oltre alla tecnologia entra in gioco la creatività del contenuto. Ormai da troppi anni il giornalismo in Italia ripete sempre le stesse cose; il giornalista moderno, oltre allo scrivere articoli (sempre più aiutato dagli uffici stampa), deve saper creare, esplorare e capire che la scrittura per il web è diversa da quella della carta stampa. Il segreto è fornire contenuti originali e creativi. La scrittura deve saper catturare l’attenzione di chi legge e andare subito al punto. Il pubblico si stanca a leggere articoli lunghi e prolissi, la maggior parte dei lettori sul web non ha tempo da perdere, vogliono immediatezza, per poter far sentire la propria voce.

La nuova frontiera del giornalismo, però, ci è stata spiegata a Perugia da professionisti stranieri, per lo più americani e tedeschi. I panel dei grandi nomi italiani sono stati soltanto delle pure e semplici vetrine di presentazione, messaggi promozionali e aspetti fin troppo teorici, al contrario di ciò che dovrebbe essere il giornalismo!  Scrivere non è un atto astratto e puramente teorico, la scrittura si può avvicinare all’aspetto grafico e tecnologico. Che gli italiani non abbiano ancora capito la direzione in cui sta andando il nostro giornalismo? Che i nostri giornalisti, i quali dovrebbero essere di esempio per le nuove generazione, non abbiano le idee chiare sulla modernità di un mondo crossmediale? La risposta è data dallo slogan dell’VIII edizione del Festival del Giornalismo di Perugia, e forse non è mai stato così attuale e azzeccato: “Stay Fast, Stay Fit”. Ovvero, la velocità ci sta travolgendo, mantenersi in allenamento ci farà vincere la sfida. E i giornalisti italisti italiani per vincere le sfide che ci lanciano i media internazionali devono fare tanto, tanto sano allenamento.

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Che ne sarà del calcio italiano?

Camorrista o non camorrista? Attacco programmato o non programmato? Il tifoso ferito è fuori pericolo o ancora sta lottando tra la vita e la morte? Ecco, questi interrogativi sono ciò…

Camorrista o non camorrista? Attacco programmato o non programmato? Il tifoso ferito è fuori pericolo o ancora sta lottando tra la vita e la morte? Ecco, questi interrogativi sono ciò che è rimasto di quello che doveva essere un bel sabato di calcio italiano, fatto di bambini, ragazzi, donne e uomini andati allo stadio per divertirsi e tifare la propria squadra, ma noi italiani siamo stati in grado di rovinarlo. Sì, noi italiani, perché quando succedono queste cose, non c’è differenza tra nord e sud, est ed ovest. Siamo un unico popolo, un’unica nazione, nel bene e nel male, e quello che andato in onda sabato 3 maggio all’Olimpico di Roma ha dimostrato ancora una volta di cosa siamo capaci: rovinare quella che doveva essere una festa, sia per i vincitori che per i vinti.

Fiorentina-Napoli doveva essere puro divertimento e un passatempo anche per persone che come me non sono appassionate di calcio ma piace seguirlo. Sabato sono stata costretta a vedere un capo “ultras” che dettava legge in un stadio stracolmo di gente, di fronte a istituzioni della nostra Repubblica, rimaste completamente inermi davanti a quello spettacolo alquanto raccapricciante. Fischi al nostro Inno, vigili del fuoco feriti, calciatori che non sapevano se giocare o no, società sportive in balia degli eventi, sembrava tutto meno che una partita di calcio.

Quella tra il calcio italiano, gli ultras e i tifosi è una vecchia e brutta storia, che così sta diventando ancora più vecchia e ancora più brutta, nessuno riesce a trovare un rimedio: o non si ha voglia di trovarlo, o non ci si prova abbastanza. Ancora una volta questo episodio rischia di rimanere uno dei tanti: il campionato finisce, i mondiali iniziano, poi c’è il calciomercato e l’anno prossimo ci troviamo a fare di nuovo i conti con quello che succede tra le tifoserie nemiche. Perché in Inghilterra questo problema è stato risolto? Forse perché sono stati più bravi di noi ad affrontarlo. In Inghilterra agli stadi non si va con petardi, bombe carte e oggetti di guerriglia, ma Italia sì. Forse in Italia si aspettano solo le grandi tragedie prima di reagire come si deve? Come se non fossero già morte persone per delle assurde partite di calcio e per degli stupidi rancori tra tifoserie!

Non voglio soffermarmi troppo sulla figura di “Genny a’Carogna”, lo sta già facendo la stampa internazionale per noi, e non voglio lasciare altro spazio a un tizio che, con una maglietta che inneggiava all’omicida di Filippo Raciti, riesce a decidere le sorti di incontro. Noi de La Valdichiana.it abbiamo pubblicato il nostro consueto articolo del Bar della Chiana con la foto di Genny, perché in questo fine settimana il calcio ha avuto lui come protagonista. Poco importa se la Juventus ha vinto il terzo scudetto di fila con due giornate di anticipo, il vero protagonista del calcio italiano è stato lui. Ci sono persone, secondo le agenzie di stampa, che lo ringraziano perché lui concede la sicurezza che lo Stato non garantisce, proprio come fa la camorra o la mafia. Sembra assurdo ma è così. Nel 2014 ancora stiamo parlando di queste cose, e la “svolta buona” dove sta in tutto in questo?

Mi è sembrato assurdo vedere quelle immagini e dovermi identificare in ciò che stava accadendo, eppure era davvero la realtà. L’Italia si è mostrata ancora una volta per ciò che è veramente: un Paese pieno di rancori e vendette personali, sempre pronto alla violenza. Forse questa sarà la “volta buona” in cui i nostri Ministri decidono di svegliarsi e capire che questo problema esiste ed esisterà per sempre, almeno finché non si riesca a trovare delle soluzioni forti e drastiche per risolverlo. Ormai non parliamo più di “calcio”, ma del “problema del calcio”. L’Inghilterra è riuscita a porre dei rimedi a una situazione simile, riusciremo a farcela anche noi?

Per dovere di cronaca, la partita di Coppa Italia giocata sabato 3 maggio all’Olimpico, è stata vinta dal Napoli per 3 a 1 sulla Fiorentina… ma questa è tutta un’altra storia!

Foto: Rai Sport

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Facebook festeggia 10 anni con un video. Sintesi “minimal” di una vita social.

Dal 4 febbraio 2004 molto è cambiato nel mondo della comunicazione, i libri erano ancora di carta, il giornalismo pareva, ancora, un mestiere che permettesse di girare il mondo, la…

Dal 4 febbraio 2004 molto è cambiato nel mondo della comunicazione, i libri erano ancora di carta, il giornalismo pareva, ancora, un mestiere che permettesse di girare il mondo, la disoccupazione non toccava i limiti record come adesso e non tutto passava per la rete, anche se quest’ultima costituiva già una parte importante nella mia vita.
Poi è arrivato un mio coetaneo statunitense, uno studente nerd, tale Marc Zuckerberg, che una sera, ubriaco, venne in mente la balzana idea di mettere a confronto le fotografie delle ragazze per cercare di fare colpo su qualcuna di queste, con effetti inizialmente disastrosi, e fu così che co-fondò il sito social più famoso al mondo: TheFacebook, come si chiamava in origine, e questo è ciò che racconta David Kirkpatrick nel suo libro The Facebook Effect, sulla nascita del social network più conosciuto.

La realtà, invece, racconta che all’inizio, il social network blu, doveva collegare la comunità degli studenti di Harvard, ma da lì a poco riuscirà ad avere 1,23 miliardi di utenti attivi ogni mese, quasi più di Google, dati che prima d’ora nessun motore di ricerca, sito o social aveva mai fatto registrare. Secondo un sondaggio svolto da “Pew Research Center”, su un campione di 5.173 persone, a leggere news su Facebook sono ben il 67 per cento degli utenti americani. Da due anni facebook si è anche quotato in borsa, e tale quotazione ha prodotto una forte suddivisione di quote fra i principali attori di questo importante cambiamento della web company: i fondatori, gli investitori e i fondi di investimento. Insomma una vera gallina dalle uova d’oro.

Questo in breve il riassunto di 10 anni vita di facebook, ma nel nostro quotidiano cosa è cambiato? Nella nostra vita sono entrati termini come “like”, “tag” e “chat”, all’inizio in punta di piedi, perché chi ti sentiva parlare così ti prendeva per matto, poi sempre di più fino a diventare termini da vocabolario. All’inizio facebook era un tabù, guai ad usarlo sul pc di università o ufficio, adesso invece lo porti anche in spiaggia sul tablet o smartphone e addirittura esistono corsi che ne esaltano le sue capacità.
Questo a dimostrazione che facebook è diventanto un pezzetto della nostra vita quotidiana, e anche chi all’inizio ne rinnegava l’esistenza, adesso non ne può fare a meno, forse lo usa molto più di chi glielo ha fatto conoscere. Voglia di condividere la propria vita con gli altri, può essere, fatto sta che adesso non facciamo più le foto per poterle stampare e metterle in album per poi guardarcele quando vogliamo, no adesso le facciamo per pubblicarle su facebook e taggarci amici, parenti, conoscenti e colleghi. Ma non solo questo, se ci lasciamo con il fidanzato, marito o compagno, prima lo diciamo a facebook, poi al mondo intero e poi forse al diretto interessato. Per non parlare poi degli stati d’animo, o del tempo che fa, insomma anche chi la mattina non si affaccia alla finestra sa benissimo che tempo fa in ogni parte del mondo.

Il network nato tra i teenager è diventato indispensabile anche per i nonni, sì perché è considerato uno strumento contro la solitudine della terza età. Quei nonni, all’inizio scettici, adesso fregano il pc ai nipoti per non sentirsi soli e forse sarà la volta buona che saranno i nipoti a spronare i nonni a non stare troppo davanti al computer. E se questo vi piace o no, non ha importanza, per voi parlano i dati: ogni secondo vengono aggiunti 41 mila aggiornamenti di status. Provate a visualizzarlo: ogni secondo, 41 mila persone raccontano come stanno. Di più: lo scrivono, lo dicono agli amici, lo immortalano per i posteri. E ogni minuto esprimiamo 1.8 milioni di “mi piace”, la vera sostanza di facebook. Basta che tutto sia social e che tutti sappiano il pensiero dell’altro.

Per ringraziarci di tutto questo i creatori di facebook non potevano non farci il regalo per i suoi dieci anni, e infatti, puntuale per i festeggiamenti è arrivato “A Look Back” un servizio che permette di ripercorrere la love story personale con il social network blu, dal momento in cui ti sei iscritto per la prima volta, allo stato con più “like”, fino alle foto delle vacanze di due estati fa e quelle appena pubblicate, con la possibilità di poterlo condividere. Il tutto in un video di un minuto circa, sintesi “minimal” di una vita social.

Che dire al sig.re Zuckerberg? Gli possiamo dire grazie per averci fatto diventare social? Certo, ma mentre noi ci tagghiamo nelle foto altrui, lui è diventato miliardario con i nostri stati d’animo e le nostre foto di estati passate, ma al sig.re Zuckerberg diciamo di inventarsi anche qualcosa di nuovo per mantenere un buon rapporto con i 1.23 miliardi di utenti per altri dieci anni. Non basta affidarsi e ad imitare altri social, o l’hashtag o trend topic per cercare di aggiudicarsi l’ultimo capriccio degli adolescenti per recuperare terreno perduto sugli utenti più giovani che scappano, il popolo di facebook ha bisogno di contenuti, ha voglia di essere sempre più social e di far vedere sempre più le proprie foto.

Così come la mente umana deve essere, e vuole essere, sempre attiva per non risultare una tavola piatta e un contenitore vuoto, anche lui non deve fare in modo che questo mostro di facebook, da lui creato, non finisca come una bolla di sapone!

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