La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Editoriale

Libero Accesso, dove il giornalismo mette a confronto una comunità

Raccontare il territorio con passione e innovazione, coniugando l’ottica locale a quella globale: sono questi i concetti che teniamo a mente in ogni nostro lavoro. È stato così anche per…

Raccontare il territorio con passione e innovazione, coniugando l’ottica locale a quella globale: sono questi i concetti che teniamo a mente in ogni nostro lavoro. È stato così anche per la nostra ultima esperienza, Libero Accesso, il programma televisivo co-prodotto insieme a Tele Idea, storica emittente locale.

Per la nostra redazione, Libero Accesso è stato una bella esperienza dal punto di vista lavorativo e formativo. Un lavoro giornalistico scrupoloso con un ritmo rapido e coinvolgente, un approccio vivace e fresco agli argomenti trattati che ha permesso agli spettatori di interagire con gli ospiti in studio.
Abbiamo cercato di raccontare i pregi e difetti di un territorio sempre più in cambiamento: lavoro, sanità, trasporti, immigrazione, scuola e così via. Di questi argomenti ne abbiamo discusso con politici e tecnici, per avere un quadro più completo delle opinioni e delle posizioni, mettendo in condizione il telespettatore di formarsi un proprio punto di vista.

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Alessia Zuccarello e Chiara Magliacane

Dobbiamo ammettere che la produzione di questo programma è stata più lunga e faticosa del previsto. Ma era quello che volevamo, perchè siamo una redazione multidisciplinare e multimediale che non vuole limitarsi alla piattaforma web ma allargarsi anche ai media tradizionali. Perché la reputazione di una testata editoriale, al giorno d’oggi, non si limita al suo prodotto principale, ma fa parte di un vero e proprio brand che comprende il suo ecosistema digitale, le relazioni virtuali e reali con i lettori e con i membri delle nostre comunità.

Il legame con il territorio è evidente, anche se siamo una testata online: il web è un ambiente virtuale dove tutti possono dire la loro opinione, a volte anche nascondendosi dietro a identità fittizie e scatenando le peggiori emozioni, ma quando si è chiamati a parlare in televisione di argomenti delicati come quelli trattati a Libero Accesso, non è sempre facile metterci la faccia. Argomenti fondamentali per la società in cui viviamo, che non possono essere liquidati con una semplice frase di circostanza come: “Grazie, ma l’argomento è troppo difficile!”.

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Alessio Banini

Gli argomenti trattati da Libero Accesso possono essere stati difficili, ma purtroppo o per fortuna sono alcune delle fondamenta della nostra società. Forse siamo abituati ad assistere a programmi televisivi e approfondimenti giornalistici dove si parla a senso unico, lasciando dettare l’agenda ai politici? Con Libero Accesso abbiamo creato un confronto tra tecnici, politici e cittadini per affrontare questi temi da molteplici punti di vista, cercando di proporre soluzioni o di portare alla luce le opinioni altrui, stimolando il confronto.

Libero Accesso non voleva essere l’imitazione di un talk show generalista, ma un vero e proprio programma di confronto e interazione tra più parti in cui anche gli spettatori potevano partecipare, nell’ottica di quella Social Tv che anche le grandi emittenti stanno sempre più utilizzando. Speriamo di poter ripetere l’esperimento la prossima stagione, arricchendolo con elementi ancora più innovativi e sempre più coinvolgenti, con contenuti di maggiore qualità.

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Matteo Biagi e Alessia Zuccarello

Siamo orgogliosi di aver partecipato alla produzione di Libero Accesso, e non possiamo che ringraziare Tele Idea per l’opportunità che ci ha dato.
Anche il pubblico ci ha dimostrato la sua partecipazione e il suo apprezzamento, dandoci qualche consiglio sui temi da affrontare o sugli ospiti da invitare in trasmissione, oppure criticandoci per migliorare.

Reduci dalla partecipazione al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, possiamo essere ulteriormente orgogliosi di Libero Accesso: un giornalismo che vuole creare coinvolgimento e confronto, quel confronto che se portato avanti in maniera costruttiva, senza cercare la polemica facile o il pollaio televisivo, può servire a migliorare tutta la comunità.
Siamo convinti che il futuro dell’editoria passi per il concetto di membership, ovvero la capacità di interagire con una comunità di lettori affezionati e appassionati. L’unico modo per rendere i nostri lettori membri della comunità de La Valdichiana è quello di mantenere alto il livello qualitativo dei nostri contenuti editoriali, investire continuamente sulla serietà della nostra reputazione online e offline. Perché, anche se il nostro prodotto è gratuito, gli unici “padroni” da cui dipendiamo siete proprio voi, i nostri lettori, che fanno parte della nostra comunità.

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Valentina Chiancianesi e Roberto Cozzi Lepri con gli ospiti

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La Valdichiana: è tempo di cambiamenti

Raccontare un territorio significa viverlo, conoscerlo, entrare in contatto con le sue vere radici culturali: partecipare, in qualche modo, alla costruzione della sua identità. E un territorio come quello della…

Raccontare un territorio significa viverlo, conoscerlo, entrare in contatto con le sue vere radici culturali: partecipare, in qualche modo, alla costruzione della sua identità. E un territorio come quello della Valdichiana non è un territorio da cartolina, bensì un rapporto continuo tra uomo e natura, tra passato e futuro, in cui l’uomo ha contributo a modificare il pesaggio, adattandolo al cambiamento.

Quando abbiamo fondato “La Valdichiana”, meno di due anni fa, lo abbiamo fatto per dare voce a questo territorio. Volevamo creare una testata giornalistica che rivendicasse la Valdichiana come territorio e come identità centrale, che non fosse semplicemente un inserto di un altro giornale o un luogo di confine in altri contesti. Pur senza ospitare un capoluogo di provincia, pur nel suo provincialismo e nella sua rete diffusa di comuni, idee, somiglianze e diversità, eravamo convinti che la Valdichiana avesse una dignità da raccontare. E non volevamo che questo giornale diventasse simile a una cartolina del paesaggio, un luogo in mostra da visitare e non da vivere, schiavo del suo passato. Proprio come gli uomini che hanno modificato il paesaggio della Valdichiana, ci siamo resi conto che il nostro e il vostro giornale aveva necessità di cambiare.

Nel corso di questi 18 mesi circa, abbiamo lavorato per darvi informazione di qualità, abbiamo acquisito autorevolezza e rispetto grazie alla nostra professionalità, affrontando con umiltà e dedizione il lavoro quotidiano. Abbiamo investito su canali di diffusione come i social network senza averne paura, abbiamo cercato di migliorarci in continuazione senza adagiarci sugli allori. Perchè credevamo che il territorio avesse bisogno di un giornale come questo, e noi dovevamo continuamente dimostrare di essere all’altezza di un compito del genere. Abbiamo fatto del nostro meglio: a volte non è bastato, ma ci siamo impegnati per migliorarci, adattarci, cambiare.

10866068_708426619272269_1362214249792088555_oSiete stati in tantissimi a seguirci: sul sito, sui social, attraverso le mail e i commenti. Abbiamo sentito una vicinanza e un’apertura che non si è limitata al mondo virtuale: ci siamo incontrati agli eventi, nei convegni, alle conferenza stampa e in tanti altri momenti di ritrovo. Abbiamo pubblicato tantissimi articoli, dando spazio alle notizie ma anche alle rubriche, alle opinioni, ai contributi di blogger e lettori. Abbiamo parlato tanto, ma soprattutto abbiamo ascoltato. Perchè in quest’era dell’informazione una testata giornalistica non può limitarsi a parlare in maniera unidirezionale con l’autorevolezza della pubblicazione regolarmente registrata: deve partecipare a una conversazione, ampliare la partecipazione, usare la sua professionalità per operare un filtro in maniera positiva e garantire la pluralità e la democrazia dell’informazione.

Da quando abbiamo cominciato quest’avventura, quindi, abbiamo fatto tanto. Anche troppo, forse. Ma il risultato è chiaro: “La Valdichiana” non basta più. Abbiamo raggiunto il nostro scopo, abbiamo capito che il territorio ha una sua dignità da raccontare, e il nostro giornale, così come il nostro lavoro, deve cambiare e adattarsi per affrontare le sfide future. Ci assumiamo un rischio: avremmo potuto accontentarci dei successi conseguiti e rimanere seduti orgogliosamente in cima al nostro piccolo feudo, ma vogliamo fare sempre di più e sempre meglio. Vogliamo contribuare a far crescere questo territorio e crescere assieme ad esso. Vogliamo dimostrare continuamente di essere all’altezza.

Siamo lieti di annunciare la nostra partecipazione a “QuiNews”: un network indipendente di testate locali con sede a Firenze, con un’agenzia videogiornalistica che vuole diventare il punto di riferimento online per la Toscana. Abbiamo sposato il progetto e daremo vita a“QuiNewsValdichiana”, la testata giornalistica che si occuperà delle notizie dal territorio. Ospiteremo tutti gli aggiornamenti costanti dal territorio, con notizie di cronaca, attualità, cultura, politica, eventi, economia e tanto altro, in collegamento a un network di carattere regionale.

“La Valdichiana” si trasformerà invece in un magazine di approfondimento locale, con rubriche, inchieste e interviste, con tutta la professionalità a cui vi abbiamo abituati. La Valdichiana, quindi, non lascia: raddoppia. Da una parte il quotidiano, dall’altra il magazine. Ma sempre la stessa redazione, sempre lo stesso approccio, sempre la stessa volontà di essere all’altezza del territorio di cui facciamo parte.

Per una settimana rimarremo offline, in modo da poter aggiornare il layout e i contenuti dei nostri prodotti editoriali. Vi aspettiamo quindi giovedì 22 gennaio, con il nostro quotidiano di informazione QuiNewsValdichiana.it e il nostro magazine di approfondimento LaValdichiana.it. Due prodotti, entrambi gratuiti, entrambi curati da noi.

Siamo convinti che vorrete rinnovarci il vostro affetto. Tutta la redazione vi ringrazia immensamente per la strada che abbiamo percorso assieme negli ultimi mesi: adesso imbocchiamo un nuovo sentiero, e sarà un altro viaggio meraviglioso da intraprendere tutti assieme.

“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone” (J.Steinbeck)

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Charlie Hebdo: vittime della libertà di stampa

“Ancora nessun attentato in Francia” È questa la vignetta, raffigurante un terrorista islamico con la barba e il mitra sulle spalle, uscita appena qualche giorno fa su Charlie Hebdo. Una vignetta…

Foto La Repubblica.it

Foto La Repubblica.it

“Ancora nessun attentato in Francia”
È questa la vignetta, raffigurante un terrorista islamico con la barba e il mitra sulle spalle, uscita appena qualche giorno fa su Charlie Hebdo. Una vignetta che, stando ai fatti odierni, ha il sapore di una premonizione, la stessa premonizione che la mattina del 7 gennaio 2015, alle 11:30, si è trasformata in realtà.

Un commando di due uomini con giubbotto antiproiettile e armi da guerra ha attaccato la sede del giornale Charlie Hebdo durante la riunione settimanale di redazione. Dodici i morti, tra i quali il direttore Stephan Charbonnier, detto Charb, tre noti vignettisti e due poliziotti, oltre a numerosi feriti. Stando ai fatti riportati dalle varie agenzie, durante l’attentato il commando avrebbe gridato frasi inneggianti alla vendetta di Allah e alla punizione del Charlie Hebdo.

Il giornale satirico francese aveva già subito un attentato nel 2011, quando la sede venne distrutta a seguito del lancio di diverse bombe Molotov, appena prima dell’uscita del numero dedicato alla vittoria del partito fondamentalista islamico alle elezioni tunisine.

Ma perchè gli islamisti ce l’hanno tanto con Charlie Hebdo?
Charlie Hebdo è un periodico settimanale satirico francese di tradizione libertaria e repubblicana, dallo spirito aspro e irriverente. I suoi bersagli principali sono spesso idee e personaggi del centro-destra, ma non disdegna neanche i partiti di sinistra, siano o meno al governo. Ha un orientamento libertario, di sinistra e fortemente anti-religioso e ha come obiettivo quello di difendere le libertà individuali.

Charlie Hebdo non è solo la testata giornalistica, ma anche il simbolo di un’istituzione del giornalismo irriverente e anticonformista. Le sue vignette graffianti fanno spesso male perché politicamente scorrette, e anche gli articoli incentrati su politica, cultura, estrema destra, cattolicesimo, islam e giudaismo risultano scomodi.

Ecco, queste sono le sue colpe: aver disegnato vignette che non incontrano l’approvazione dei fondamentalisti fanatici, aver espresso opinioni diverse, avere affrontato temi religiosi o politici con molta ironia. E per questo due attentatori hanno massacrato persone inermi, armate di carta e matita, solo perché stavano manifestando il proprio pensiero in libertà.

Da direttrice de La Valdichiana, mi sconcerta pensare quanto sia crudele che persone quali erano quei redazionisti, giornalisti e fumettisti siano rimasti vittime delle loro stesse parole, dei loro pensieri e di quello che dovrebbe essere il diritto di libertà di stampa. Giornalismo significa anche confrontarsi su opinioni diverse, e queste divergenze non dovrebbero portare a stragi, siano esse di matrice religiosa, politica o di altro tipo.

Forse le persone che hanno commesso questa strage vorrebbero che non esistesse questa libertà di espressione, e che tutti fossimo costretti a vivere nell’oscurantismo in una società immobile, dove le professioni di giornalista, scrittore, redazionista e fumettista siano considerate alla stregua di una minaccia, per la loro intrinseca caratteristica di stimolare una società a mantenersi pensante e razionale, in grado di sviluppare idee, pensieri e opinioni propri.

Tutta la redazione si sente vicina alla vittime del massacro, nostri colleghi, e si sente in dovere di ribadire che nessuna minaccia potrà mai ridurre al silenzio l’informazione.

Immagine di Copertina © Alessia Zuccarello (OwletStudio)

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Media Etruria: il futuro della politica e del giornalismo

Di cosa parliamo, quando parliamo di futuro? Il futuro è il tempo che verrà, l’immagina della vita come sarà. Il futuro non è il regno della verità: va immaginato, previsto, progettato,…

Di cosa parliamo, quando parliamo di futuro? Il futuro è il tempo che verrà, l’immagina della vita come sarà. Il futuro non è il regno della verità: va immaginato, previsto, progettato, sperato, temuto. E la politica deve fare la sua parte nella progettazione del futuro, per dare un senso al percorso da intraprendere a livello sociale, culturale e amministrativo per raggiungere determinati obiettivi. La politica non si limita a gestire il presente, ma può e deve immaginare il futuro.

In questo senso, la proposta della stazione per l’alta velocità Media Etruria è una proposta che guarda al futuro. Vengono immaginati i vantaggi che un territorio così vasto (il sud della Toscana, l’Umbria, l’alto Lazio) potrebbe avere grazie al collegamento dell’alta velocità nella tratta Firenze-Roma, vengono presentati progetti, alleanze, condivisioni, piani di sviluppo. Il sindaco di Chiusi, Stefano Scaramelli, si è fatto promotore della candidatura della sua città per ospitare la stazione di Media Etruria, durante un’iniziativa pubblica che si è svolta al Teatro Mascagni lo scorso 21 novembre: una proposta importante per la Valdichiana e per la Provincia di Siena, e un forte cavallo di battaglia per la candidatura del sindaco renziano per la Regione Toscana oppure per il Parlamento. Poco importa, sul piano politico, verificare la fattibilità, la concretezza e l’opportunità della costruzione della stazione Media Etruria a Chiusi: in campagna elettorale conta la capacità di far sognare, di essere protagonisti, di vivere in maniera positiva il futuro e di restituire speranza al territorio. Conta far parlare di sé e dei propri progetti, nel bene o nel male, catalizzare l’opinione pubblica e rendersi credibili e autorevoli agli occhi del pubblico. Tutto questo è possibile grazie alla proposta di un’idea di futuro, di progetti che guardino al domani.

stampaMa questo è il futuro, come ho detto prima: il regno del sogno e della speranza. Il presente, invece, è il regno della realtà: una proposta come quella della stazione Media Etruria a Chiusi merita di essere presa sul serio, nel bene e nel male, e merita di essere sottoposta a critica razionale, per studiarne l’efficacia, la fattibilità e l’opportunità. A chi spetta questo compito? Non ai cittadini, che hanno i loro consueti lavori da svolgere e non possono avere il tempo di cercare le fonti, filtrarle, controllarle e diventare competenti in tutti gli argomenti. Ed è un compito che non spetta neppure ai politici, che possono limitarsi a tirare l’acqua al loro mulino per farsi eleggere in qualche poltrona. È un compito che spetta al giornalismo.

La stazione Media Etruria è un tema che tocca concretamente la Valdichiana e tutta la Provincia di Siena. È passato un mese dall’evento del Teatro Mascagni, e ancora nessun giornale si è preso la briga di approfondire la questione. Di fare un’analisi seria, ragionata, ponderata, studiando la fattibilità della proposta e i suoi effetti, di interrogarsi assieme a tutti gli altri soggetti che potrebbero essere coinvolti nella vicenda. È una mancanza di tutto il mondo dell’informazione locale, che riguarda sia i giornali che le radio e le televisioni di questa provincia. Una grave mancanza che colpisce in particolar modo le testate storiche, quelle che escono in edicola e si fanno trovare in bella mostra in tutto i bar, e che dimostrano ancora una volta la loro inadeguatezza a questa fase storica: il Corriere di Siena e La Nazione di Siena. Tra le testate online ho letto solo gli approfondimenti di Valentina Chiancianesi e Marco Lorenzoni (che da una parte è sempre molto critico nei confronti del primo cittadino di Chiusi, ma dall’altra è stato subito tacciato di essere un gufo invidioso, senza ottenere risposte nel merito, con atteggiamenti tipici del peggiore berlusconismo).

watchdog-not-lapdog-300x237Se ci sono stati approfondimenti seri sulla questione dal mondo giornalistico, in provincia di Siena, vi prego di farmeli conoscere, perchè non ne ho trovati. Gli approfondimenti in cui vengono intervistati i vari politici o i vari individui che a vario titolo concorrono a qualche campagna elettorale non servono a niente, non valgono nulla: è tutta propaganda. Non è informazione, è servitù verso il potere. Sulla stazione Media Etruria abbiamo letto tanta propaganda, tanti comunicati stampa. La politica ha fatto la sua parte, immaginando un’idea di futuro e mettendola sul piatto per una legittima lotta al potere tra i vari contendenti. Ma adesso è il giornalismo che deve fare la sua parte, se in questa provincia ha ancora senso parlare di giornalisti. Se avete ancora un briciolo di orgoglio, un barlume di dignità, un’idea di futuro… datevi una mossa!

“La cosa peggiore per i giornalisti ‘usati’ per fare propaganda è quando i lettori se ne accorgono e il giornalista, apparentemente, no.” (Thomas Baekdal)

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Da Interstellar al Jobs Act: ricerca spaziale e lavoro

Da Interstellar al Jobs Act: perchè spendere nella ricerca spaziale, quando manca il lavoro? La ricerca spaziale e la riforma del mercato del lavoro: difficile immaginare due argomenti più distanti….

Da Interstellar al Jobs Act: perchè spendere nella ricerca spaziale, quando manca il lavoro?

La ricerca spaziale e la riforma del mercato del lavoro: difficile immaginare due argomenti più distanti. Eppure, c’è un filo conduttore che ci permette di collegare Interstellar al Jobs Act. E non è soltanto l’ironia che potrebbe spingerci a sostenere che, oggi, attraversare un buco nero sia più facile di trovare un posto di lavoro a tempo indeterminato.

Interstellar è il film di fantascienza uscito in questi giorni nelle sale italiane; l’ultima fatica del regista Christopher Nolan. I suoi estimatori hanno apprezzato l’approccio scientifico utilizzato nella costruzione dell’ambientazione e della trama del film, un tipo di fantascienza che negli ultimi anni era stata accantonata. Addirittura il film ha portato a una nuova scoperta scientifica sulla natura dei buchi neri, grazie ai sofisticati software di rendering della produzione e gli studi dell’astrofisico Kip Thorne. All’interno della storia, il protagonista si trova costretto in quello che è un classico dilemma di Ulisse. Mentre la società e la sua famiglia hanno bisogno delle sue capacità di agricoltore, lui ha nostalgia dello spazio. E le sue capacità di pilota spaziale, la voglia di scoprire l’universo, la spinta alla ricerca e al viaggio hanno la meglio sull’uomo sedentario che ha imparato a controllare e coltivare la natura. La curiositas, quindi, l’istinto che guida alla scoperta del mondo e alla conoscenza della realtà, come caratteristica peculiare dell’uomo. Come un novello Ulisse, il protagonista parte verso lo spazio sconosciuto: un pioniere dell’umanità verso le stelle.

E qui arriviamo al punto critico, al di là del romanticismo del film o della bellezza della narrativa. La spesa per la ricerca spaziale è un costo oppure un investimento? Possiamo facilmente collegare il film di Nolan alla missione Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea: partita dieci anni fa, la sonda ha sganciato il lander che è atterrato sulla superficie della cometa 67P, alla ricerca di informazioni e campioni sulla natura di questi corpi celesti. La missione è tuttora in corso, nonostante le critiche del TG4 e di coloro che preferirebbero le stelle comete del presepe.

https://www.youtube.com/watch?v=kSWo37c2Tvw

Eppure, al di là di questi buffi servizi psuedo-giornalistici, c’è un contenuto fondamentale da affrontare. La spesa per la ricerca spaziale è giustificata? In un mondo di crisi, in un’Italia in crisi economica e occupazionale, ha senso investire in missioni spaziali? Si tratta di una critica classica che viene mossa a tutto il mondo della ricerca, soprattutto nei casi in cui non si vedono immediati ritorni economici per la collettività. Tutti quei miliardi spesi per la missione Rosetta, in effetti, avrebbero potuto essere investiti in maniera più efficace per diminuire la disoccupazione o aumentare i servizi sociali. Chi si trova senza lavoro ha bisogno di riforme urgenti. Chi non arriva a fine mese non sa cosa farsene dei dati scientifici raccolti sulla cometa 67P o delle nuove scoperte sui buchi neri di Kip Thorne.

Ma il punto della questione è veramente questo, o c’è qualcosa di più? Il Jobs Act in fase di approvazione da parte del Governo Renzi cerca di sbloccare il mercato del lavoro. Si tratta di una riforma controversa, che incontra appassionati difensori e strenui oppositori. Al di là del giudizio di merito sui contenuti e sugli obiettivi, tuttavia, ha il vantaggio di elaborare delle misure strategiche riferite al settore del lavoro, del welfare, delle politiche sociali. Non taglia i fondi ad altri ministeri: prevede modifiche all’art.18, ai contratti a progetto, alla maternità, ai centri per l’impiego e agli strumenti di welfare. Nuovi strumenti normativi e legislativi per imprimere riforme che possano migliorare la società e il mercato del lavoro.

Persino il Jobs Act, quindi, dice che i soldi investiti nella ricerca spaziale non sono un problema per la crisi economica, sociale ed occupazionale del nostro Paese. La spesa per la ricerca non dovrebbe essere messa a paragone delle riforme necessarie alla nostra economia, per tre motivi che vado banalmente a riassumere:

  1. Non si tolgono investimenti da un settore per fare investimenti su un altro settore. Casomai, si colpiscono inefficienze e costi all’interno dello specifico ministero, mercato, ufficio o territorio di riferimento. Per migliorare il mercato del lavoro si agisce sulla normativa del lavoro, sul sistema di welfare, e via dicendo; non si tolgono risorse destinate a settori altrettanto importanti. Altrimenti, passatemi il paragone, sarebbe come tagliare un braccio al figlio affamato per farglielo mangiare: risolvere un problema creandone un altro.
  2. Siamo sempre in emergenza. La storia dell’umanità è fatta di disuguaglianze. Se dovessimo aspettare la risoluzione di tutte le iniquità (fosse anche possibile) per effettuare ricerche scientifiche, non scopriremmo mai nulla. Ulisse non avrebbe mai lasciato la sua isola. Invece, saremmo perfettamente in grado di lottare contro le disuguaglianze e di investire in ricerca, contemporaneamente, senza metterli in competizione.
  3. La ricerca scientifica è utile. Permette di scoprire i mezzi per migliorare la produzione, aumentare la competitività del mercato, oppure di progredire le conoscenze mediche e tecnologiche per migliorare la nostra sopravvivenza. In parole povere, la ricerca scientifica è in grado di creare posti di lavoro e di migliorare la nostra vita, come illustrato perfettamente dall’aneddoto del conte tedesco, nella lettera del direttore della NASA del 1970.

Mi si conceda infine di citare il dialogo tra Giuda e Gesù, in quello che è il mio brano preferito di Jesus Christ Superstar, per terminare questa mia riflessione: “Woman your fine ointment, brand new and expensive/ Should have been saved for the poor./ Why has it been wasted? We could have raised maybe/ Three hundred silver pieces or more./ People who are hungry, people who are starving/ They matter more than your feet and hair!”

La ricerca scientifica non può e non deve essere considerata come una spesa inutile. Deve essere considerata una priorità, al pari di tutti gli altri settori strategici di un Paese. Non possiamo pensare che il lavoro debba essere usato come una merce di scambio o un motivo di ricatto: abbiamo il diritto di pretendere lavoro, sanità, scuola, ricerca, welfare, ambiente, tutti assieme. Perchè abbiamo imparato a coltivare la terra, abbiamo imparato a formare comunità sedentarie e chiuderci in noi stessi, ma il nostro istinto ci porterà sempre a esplorare l’ignoto. Fino a viaggiare tra le stelle, anche se non fossero nient’altro che sassi.

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Gelati e calippi. Al giornalista non resta che piangere

Gelato e politica! Sembra che questo binomio piaccia tanto a “loro” giornalisti. Perché dico “loro” e non “noi”, pur facendo parte anche io della categoria? Semplice, perché creare una notizia…

Gelato e politica! Sembra che questo binomio piaccia tanto a “loro” giornalisti. Perché dico “loro” e non “noi”, pur facendo parte anche io della categoria? Semplice, perché creare una notizia su un politico che sta gustando un semplice gelato in un momento di relax, non appartiene al mio lavoro e lo ritengo uno stupido tentativo di scarsa pubblicità da parte di giornali che non sanno più a che santo votarsi e non sanno più che strada prendere.

Foto il fatto Quotidiano

Foto il fatto Quotidiano

Quattro foto, pubblicate sul settimanale CHI, dove il Ministro Madia mangia un cono gelato, beccata in un momento in cui il cono gelato sembra tutt’altro che un cono gelato. “Sessista”, “volgare”, “vergognoso”, “osceno”, “troppo maschilista”: queste alcune delle critiche espresse soprattutto sul web, dove non sono mancati anche i messaggi di solidarietà al ministro da tutta la classe politica, senza distinzione tra destra, sinistra o centro. Ma al mondo del giornalismo chi esprime solidarietà?

In questo caso non si tratta di difendere la privacy del politico di turno mentre mangia un gelato o un ghiacciolo, ma, vedendo questo servizio, ci si dovrebbe chiedere la direzione che sta prendendo il giornalismo in Italia. Non ci dobbiamo meravigliare se in un servizio della trasmissione “Le Iene” l’Italia risulta essere uno dei Paesi più ignoranti del mondo e che alla domanda “Chi erano i promessi sposi” si possa rispondere Giulietta e Romeo, se poi su questo genere di “giornali” si crea un caso mediatico intorno alla Madia e di come “Ci sa fare con il gelato”. Cronaca, attualità, sport, cultura, crisi, territorio, guerra, moda, persino curiosità e frivolezze: sono innumerevoli gli argomenti di cui parlare, senza bisogno di rubare lo scatto di un ministro che mangia un gelato, creando una notizia dove non c’è nulla.

Una delle critiche più frequenti rivolte ai giornalisti è quella di creare notizie dove non ci sono. E modificare le informazioni invece di raccontare il reale svolgimento dei fatti, solo per vendere più copie o aumentare il coinvolgimento dei lettori. Purtroppo, il servizio sul gelato della Madia non è altro che l’ennesima dimostrazione della fondatezza di queste critiche.

Forse non sono nella posizione di poter insegnare agli altri il modo corretto di fare giornalismo, ma ho scelto di intraprendere questa professione perché volevo raccontare la verità dei fatti e attraverso le parole mettere in risalto la bellezza e gli aspetti positivi del mondo che ci circonda. Se avessi saputo che per fare notizia bastava creare una notizia su una giovane donna che sta mangiando un gelato, avrei sicuramente fatto un altro lavoro, forse la pettegola al baretto sotto casa. Perchè di questo si tratta, un pettegolezzo: gossip del peggior tipo.

I giornali di gossip sono sempre esistiti e non smetteranno mai di esistere, ma ricorrere a queste stratagemmi per vendere qualche copia in più è davvero disgustoso, ancora più disgustoso è mettere in cattiva luce quella che potrebbe essere la professione più bella del mondo: il giornalista.

Sono contenta che l’OdG della Lombardia se ne sia accorto e abbia avviato un procedimento disciplinare nei confronti di Alfonso Signorini:

“Era necessario mandare un segnale forte, chiaro e soprattutto immediato” – è il commento di Gabriele Dossena, presidente dell’Odg lombardo. Il caso verrà discusso in occasione della prossima riunione del Consiglio dell’Ordine, con il capo d’accusa: “Palese violazione delle norme deontologiche sulla privacy e fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale”.

Certo, sono indignata di questa mancanza di rispetto che CHI ha dimostrato nei confronti della Madia e del suo gelato come lo sono per la Pascale con il suo Calippo, ma è importante che qualcuno pensi anche alle conseguenze per il mondo del giornalismo. Staremo a vedere come andranno a finire le cose!

Detto ciò, concludo per non fare ulteriore pubblicità a questa brutta storia ma vi lascio con un consiglio: la prossima volta che ordinate un gelato, meglio chiederlo nella coppetta. #cisofareancheio.

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“Siamo tutte oche?” Fiera di non avere un Moncler!

“Non comprerò mai più un piumino Moncler” – “Con quanto costa un piumino Moncler!” Sono queste le espressioni che oggi, più che mai, si stanno rincorrendo a livello nazionale, sui…

“Non comprerò mai più un piumino Moncler” – “Con quanto costa un piumino Moncler!

Sono queste le espressioni che oggi, più che mai, si stanno rincorrendo a livello nazionale, sui principali social network e sulla stampa. La trasmissione Report, il programma di inchiesta condotto da Milena Gabanelli ha fatto ancora centro e la puntata andata in onda ieri 2 novembre, dove è stato mostrato come Moncler impacchetta i suoi piumini d’oca, come trova le materie prime e come vengono lavorati da laboratori tessili esteri – snobbando palesemente il Made in Italy per i costi troppo alti – ha fatto aprire gli occhi a molti consumatori, facendo chiarezza su cosa c’è realmente dietro un piumino Moncler. Forse qualcuno sapeva già tutto, ma sicuramente ha lasciando interdetti i più.

L’inchiesta comincia prima di tutto con il reperimento di materie prime, ovvero le piume d’oca, quelle stesse piume d’oca vanto e segno distintivo del brand. Le telecamere di Report si sono recate in alcuni allevamenti di oche in Ungheria e hanno documentato lo spiumaggio degli animali. Lo spiumaggio delle oche deve avvenire secondo regole ben precise, in modo da non causare stress agli uccelli. Invece, ieri sera, chi ha visto il servizio ha dovuto assistere a immagini forti, dove le piume delle oche venivano letteralmente strappate agli animali vivi, creandogli delle lacerazioni, e conseguentemente venivano ricuciti con ago e filo, per poi ricominciare la pratica una volta ricresciute le piume.

Già da sola, questa parte del servizio potrebbe essere oggetto di grande discussione, ma il servizio va avanti e quello che viene dopo, forse, è ancora più preoccupante. L’inviata, Sabrina Giannini, spiega che siccome produrre in Italia costa troppo per Moncler, da un giorno  all’ altro, il brand del lusso decide di sospendere tutti contatti con i laboratori tessili italiani per andare all’estero: in Romania, in Armenia o addirittura in Transnistria, uno Stato auto proclamato facente parte del territorio della Moldova, non riconosciuto dalle Nazioni Unite. Report, a questo punto, ha intervistato i responsabili delle catene di produzione di piumini, che proprio da Moncler ricevono tutte le materie prime: piume, stoffe, bottoni, chiusure lampo, etichette e loghi da applicare al capo finito. I terzisti ricevono per ogni capo finito un compenso che si aggira tra i 30 e i 45 euro, mentre sul cartellino, in negozio, il prezzo sale fino a raggiungere e talvolta superare i 1.000 euro.

Questo servizio, ovviamente, ha scatenato l’ira dei consumatori e soprattutto di tutte quelle persone che, almeno una volta nella vita, hanno comprato un Moncler. Io alla vista del servizio, per una volta, mi sono sentita orgogliosa di non aver mai posseduto un Moncler, ma mi sono  immedesimata in tutti quelli che hanno investito i propri risparmi per comprare un capo importante e di qualità e che dopo questo servizio si sono resi conto che di qualità ha veramente poco. L’unica cosa di cui possono essere felici, tralasciando tutto, è quella di essere soddisfatti che almeno le piume sono vere piume d’oca.

Ma scherzi a parte! La pagina Facebook di Moncler, oggi, è stata presa d’assalto dai consumatori, alcuni denunciavano il prezzo finale dei noti piumini, altri le condizioni di lavoro dei dipendenti, dei terzisti e delle povere oche, ma tra tanti, c’erano anche quelli che difendono la scelta di Moncler di andare a produrre all’estero a scapito del Made in Italy. Chi è che adesso non lo farebbe?

Molto spesso, però, questi insulti non vengono presi in considerazione e rimangono inascoltati dall’azienda, perché purtroppo c’è la cognizione che la pagina facebook funga da vetrina per l’azienda, un luogo dove far bella mostra dei prodotti, tralasciando l’idea che un social network possa anche servire come mezzo per dialogare con il consumatore finale, ascoltando le sue esigenze e perché no, anche i consigli.

Moncler potrà non leggere i milioni di commenti sulla sua pagina facebook, ma indubbiamente non può far a meno di notare il titolo in rosso all’apertura della Borsa. Oggi 3 novembre, infatti, il titolo è risultato uno dei peggiori.

Intanto Moncler, nel suo sito ufficiale, ha pubblicato un comunicato dove si legge:

Annuncio-Moncler“Moncler, a seguito della trasmissione di Report di domenica 2 novembre, specifica che tutte le piume utilizzate in Azienda provengono da fornitori altamente qualificati che aderiscono ai principi dell’ente europeo EDFA (European Down and Feather Association), e che sono obbligati contrattualmente a garantire il rispetto dei principi a tutela degli animali, come riportato dal Codice Etico Moncler (sezione Governance al punto 6.4). Tali fornitori sono ad oggi situati in Italia, Francia e Nord America. Non sussiste quindi alcun legame con le immagini forti mandate in onda riferite a allevatori, fornitori o aziende che operano in maniera impropria o illegale, e che sono state associate in maniera del tutto strumentale a Moncler….”

A questo punto viene da pensare, ma allora cosa abbiamo visto in televisione? Il servizio non era vero? E se fosse così, allora perché una televisione pubblica avrebbe mandato in onda certe immagini, denunciando certo cose? Che ritorno avrebbe avuto?

Il comunicato continua: “Moncler non ha mai spostato la produzione come afferma il servizio, visto che da sempre produce anche in Est Europa. In Italia ha mantenuto collaborazioni efficienti con i migliori laboratori. Per quanto riguarda i ricarichi, il costo del prodotto viene moltiplicato, come d’uso nel settore lusso, di un coefficiente pari a circa il 2,5 dall’azienda al negoziante, a copertura dei costi indiretti di gestione e distribuzione…. – nota conclude – L’azienda ha dato mandato ai propri legali di tutelarsi in tutte le sedi opportune.”

Bene, Moncler ha detto la sua, risposta ovviamente scontata, non poteva dire diversamente. A questo punto non ci resta che aspettare le dichiarazioni dei propri legali.

Una domanda che mi viene in mente: quanto durerà questa indignazione dei consumatori? Continuerà per qualche settimana e poi tutto come prima? Forse sì, visto che su Twitter la protesta è calata e su Instagram il piumino d’oca più famoso al mondo continua a fare moda, ma l’importante è che tutti si siano resi conto di come lavorano, per la maggior parte dei casi, i colossi della moda. Dico la maggior parte, perchè ci sono sempre quelle eccezioni che fanno grande il settore.  Io lo ammetto: mi piace la moda, mi piace seguirla, amo gli aninali ma non sono  animalista, non sono vetegariana o vegana e sono sempre più orgogliosa di non avere un piumino Moncler nel mio guardaroba, il motivo? Semplicemente il costo, i miei risparmi preferisco spenderli in altri modi.

E oltre a dire questo, mi piace vedere e sapere che una TV pubblica si sia occupata di un caso così importante, qualche anno fa era semplicemente impensabile.

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L’università non prepara al mondo del lavoro. Giusto, ma…

Oggi, si viene detto sempre più che è meglio lavorare, essere idraulico, panettiere, pasticcere, anziché prendersi una laurea, perché un laureato costa troppo a un’azienda, perché un laureato non ha…

Oggi, si viene detto sempre più che è meglio lavorare, essere idraulico, panettiere, pasticcere, anziché prendersi una laurea, perché un laureato costa troppo a un’azienda, perché un laureato non ha idea di che cosa sia il mondo del lavoro, perché l’università è un mondo chiuso a sé stante che non è in grado di preparare i giovani al mondo del lavoro vero e proprio.

Suonerà come uno “sputare nel piatto in cui si mangia”, ma quest’editoriale non vuole essere una manifestazione di ingratitudine, ma è assolutamente vero che non è in grado di fare quanto detto. L’università è incapace di preparare al mondo del lavoro, oggi come oggi, per un problema di didattica e di impostazione. Con le dovute precisazioni: prima di tutto, quando dicono che ci sono posti liberi da fornai, artigiani, che nessuno vuole, e che sono “estremamente ben pagati”, ebbene, si attendono le dichiarazioni di questi fornai e artigiani che guadagnano “fino a 3.000 € al mese”, perché ancora latitano. Secondo, l’università non preparerà al mondo del lavoro, ed è un aspetto grave, ma si potrebbe bilanciare nuovamente la didattica, favorendo lo sviluppo del pensiero critico degli studenti e prediligendo l’attività allo studio eccessivamente passivo e poco critico.

Ecco il problema più grande dell’università italiana: l’eccessivo nozionismo. Avere una solida cultura di base, avere una conoscenza teorica forte è senz’altro importante. Ma c’è un effetto collaterale, a cui non si pensa: una preparazione eccessivamente sbilanciata sulle teorie, su uno studio puramente astratto, rende gli studenti dei perfetti pappagalli, che leggono il libro, imparano a memoria, vanno all’esame, passano l’esame, per poi dimenticarsi quanto studiato. Perché poi, giustamente, molti laureati e già lavoratori, anni dopo arrivano a dire “quello che ho studiato all’università non l’ho mai applicato”. In altre parole, non è servito a niente. E non è lusinghiero come commento, eppure salta fuori molto spesso. Ma è vero, si vedono questi atteggiamenti, si leggono, si sentono in giro: non c’è bisogno di sapere il perché si studia questa teoria, anziché un’altra, basta impararsi i concetti meccanicamente e ripeterli in maniera corretta all’esame, per prendersi un 30. A volte basta impararsi tutto con dei riassunti, non ci vogliono neanche gli innumerevoli libri della bibliografia dell’esame. Qua si apre una triste parentesi: i libri scritti dai professori. Talvolta, le bibliografie d’esame sono fatte esclusivamente da libri scritti dai professori che tengono il corso; e molto spesso, sono libri illeggibili, quando sullo stesso tema, sono stati scritti libri più autorevoli e più ragionati (nonché più comprensibili). E questa, sembra essere una prassi tutta italiana.

Cosa ne consegue dal troppo nozionismo dell’università italiana? Che viene a mancare una forte dose di attività, di pratica, di progettualità. Quanti di quelli che hanno studiato Scienze della Comunicazione si sono trovati davanti a un progetto di social media marketing da fare? A un blog da aprire per scrivere articoli in base ai temi trattati a lezione? Quanti di questi studenti si sono trovati davanti alla richiesta di scrivere o di progettare una raccolta di racconti con i compagni di corso, partendo dai racconti da scrivere, ai rudimenti di ‘impaginazione con InDesign? Quanti di questi si sono trovati di fronte a un esame dove l’obiettivo non è studiare una data quantità di pagine e libri, ma è dimostrare di saper fare qualcosa, coerentemente con il corso di studi?

Perché succede di trovarsi di fronte a laureati in Scienze della Comunicazione che non sono in grado di scrivere un comunicato stampa, o un semplice articolo, e non sono in grado di capire come funziona Facebook o Twitter, o la semplice gestione della comunicazione di un brand sui social network.

Non solo: da quest’ossessione per il nozionismo ne consegue una grave mancanza di capacità critica. Capacità critica verso quanto studiato, e capacità di comprendere cosa, tra quanto imparato, serva davvero nel proprio percorso lavorativo. Una prassi molto diffusa, nell’università inglese, è quella di produrre essay, dei saggi critici, per gli esami. Perché sembra che il pensiero autonomo e critico sia più importante delle nozioni, nel mondo dell’università inglese (ed è chiaro che anche quel mondo avrà i suoi difetti). O meglio, sembra che venga preferito lo studente che è in grado di mettere in pratica quanto appreso e che è anche in grado di scegliere quello che gli sembra più utile nel proprio percorso. Il famoso chiedersi il perché si studiano quelle teorie, perché si leggono quei libri, anziché degli altri, l‘utilità della singola nozione e lo scoprire i nessi logici che vanno a creare il bagaglio di conoscenze che ci si appresta a capire, prima di utilizzarle.

Un eccesso di nozionismo fa provare una repulsione crescente verso l’università, e lo dimostrano le immatricolazioni sempre più in calo, anno dopo anno. Al di là delle ragioni economiche, dovute alla crisi economica e all’aumento delle rette universitarie, c’è questo motivo “non ho voglia di studiare un altro tre, cinque anni”, “non ho voglia di studiare di nuovo cose che ho già fatto”. Questo è il problema: l’università non dovrebbe “insegnare cose già fatte”, dovrebbe invece portare le conoscenze degli studenti verso un nuovo livello e dovrebbe portare alla presa di coscienza del proprio bagaglio culturale, oltre che dare un’idea di che cosa potrebbe implicare il voler essere un esperto di comunicazione nel mondo del lavoro, una volta preso l’agognato “pezzo di carta”. E chiamarlo pezzo di carta, con questa università italiana, è drammaticamente la definizione giusta. Un pezzo di carta bello da mostrare e nulla più. L’urgenza è di far diventare l’università un mondo che dialoghi con la dimensione lavorativa, e di farlo diventare un luogo dove si ragiona, si fa, si sperimenta, dove si sbaglia e si corregge il tiro, non un posto dove si studia a memoria “per passare l’esame” o per “stare parcheggiati”. Perché questi pensieri – reali e già sentiti uscire da alcune persone – sono veramente tristi e svilenti e contribuiscono a dipingere un ritratto dell’universitario ideale tutt’altro che positivo.

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L’economia del dono ai tempi delle contrade

Un ringraziamento non è sufficiente, quando si riceve un dono. Perché il dono sfugge alle regole dello scambio commerciale ed entra nel legame sociale e affettivo, il suo valore non…

Un ringraziamento non è sufficiente, quando si riceve un dono. Perché il dono sfugge alle regole dello scambio commerciale ed entra nel legame sociale e affettivo, il suo valore non può essere misurato con la moneta, poiché è un valore culturale. Quando ci viene donato qualcosa, abbiamo l’obbligo di accettare il dono (la cortese reticenza iniziale non deve essere esagerata, rifiutare un dono è un’offesa!) e abbiamo l’obbligo di ricambiare. Sfuggire alle regole e alle consuetudini dello scambio dei doni ha il significato di abbandonare il legame sociale che si vorrebbe invece celebrare. In maniera simile ai fidanzati che reclamano la restituzioni dei rispettivi regali al momento della rottura.

MdcValdichianaLa dinamica sociale del dono è uno dei temi portanti dell’antropologia economica e vanta una bibliografia e una storia molto lunga. Quel che mi preme sottolineare in questa sede, tuttavia, è la sua differenza dallo scambio economico tradizionale, di tipo commerciale. Quello scambio in cui beni e servizi vengono offerti e acquistati in un mercato in cui entrambi i contraenti devono rimanere liberamente soddisfatti e in cui il rapporto termina al momento della transazione. Acquisto una merce, la pago, e non ho bisogno di intrattenere più alcun rapporto con il venditore: sono libero. Usufruisco di un servizio, pago il professionista, e il rapporto è concluso: sono libero.

Il dono celebra la perdita di questa libertà e il rafforzamento del legame sociale. Il dono celebra uno scambio sociale che è più forte di quello commerciale, perché non ci libera. Noi vogliamo donare, vogliamo ricevere doni, vogliamo ricambiare. Una sorta di indebitamento crescente e continuo a cui aderiamo volontariamente, perché attribuiamo al legame sociale e affettivo un valore economico e culturale che è superiore a quello commerciale.

Questo articolo è un piccolo pensiero, un piccolo modo di ricambiare il dono ricevuto dal Magistrato delle Contrade del Bravìo delle Botti di Montepulciano. La pergamena di ringraziamento che abbiamo ricevuto al Teatro Poliziano era a sua volta un modo per celebrare il legame e per ricambiare il lavoro svolto dalla redazione del nostro giornale nell’occasione del quarantennale della manifestazione: un legame che non poteva esaurirsi in uno scambio commerciale.

Un semplice ringraziamento non sarebbe stato sufficiente, da parte nostra: questo articolo rappresenta invece la nostra gratitudine, nel senso di “Sentimento e disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare”. Donare, ricevere, ricambiare. La nostra gratitudine è anche il nostro apprezzamento per il lavoro svolto dal Magistrato delle Contrade e tutti coloro che hanno donato il loro tempo e la loro fatica alla buona riuscita del Bravìo 2014, con la speranza che la manifestazione possa crescere ulteriormente.

La nostra gratitudine, quindi, non è il cortese ringraziamento per uno scambio economico che ci rende liberi: è il sincero rafforzamento di un legame sociale e affettivo, la speranza per la crescita di un rapporto che è destinato a durare nel tempo. Donare, ricevere, ricambiare.

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Valdichiana e Valdorcia: terre di Rave Party?

Valdichiana e Valdorcia: terre di Rave Party?  Visti gli ultimi accadimenti, la domanda non potrebbe che avere una risposta positiva. I rave party sono feste a base di musica elettronica, acid…

Valdichiana e Valdorcia: terre di Rave Party?  Visti gli ultimi accadimenti, la domanda non potrebbe che avere una risposta positiva.

I rave party sono feste a base di musica elettronica, acid house, techno, jungle, drum & bass, giochi di luce e droga. Sul nostro territoriale nazionale ci sono sempre stati e forse sempre ci saranno, ma fin tanto che accadono lontano dal nostro naso e dalle nostre terre, tutto va bene; leggiamo e sentiamo notizie inerenti ad essi, ma che non suscitano niente di particolare in noi.

Il problema arriva quando il rave party viene organizzato proprio sotto casa tua, a tua insaputa, e il più delle volte nel cuore della notte. “Punkabbestia”, stereotipo coniato per indicare i disadattati, persone che si divertono solo quando perdono il controllo del loro corpo oltre i limiti della decenza, sono coloro che rompono la quiete di paesaggi incontaminati e la tranquillità della gente che vi abita.

Ma cosa succede una volta che la musica si spegne, che gli effetti delle droghe sono passati ed è arrivato il momento di ripartire verso un altro territorio da sfasciare? Sporcizia ovunque, gente che si regge in piedi a malapena, degrado e reazioni incontrollabili con conseguenti danni alle cose e alle persone. Qualche esempio?

“”Punkabbestia” diretti ad un rave party, hanno terrorizzato i viaggiatori del treno Arezzo-Magione, che sono stati costretti a finire nell’ultima carrozza per non essere travolti da quel marasma che mostra il “meglio” della maleducazione giovanile. A sentirsi male durante il viaggio anche una bambina trasportata in ospedale con l’ambulanza del 118. Denunciati in tutto 13 persone, nove italiani e quattro stranieri, di età tra i 16 e i 25 anni, di cui 10 residenti in provincia di Roma, due in provincia di Perugia, uno in provincia di Torino. (PerugiaToday.it 24-06-2014)

“Grosseto, carabinieri presi a bastonate a un posto di blocco: appuntato gravissimo. I colpevoli quattro ragazzi reduci da un rave party nei pressi di un campo vicino al fiume Fiora, sotto la frazione di Sovana. (Il Messaggero.it 25-04-2011)”

I rave party spesso vengono organizzati da persone straniere, all’insaputa di tutte le amministrazioni del luogo prescelto. Quello in Valdorcia, come quello in Valdichiana di qualche mese fa, secondo le indiscrezioni è stato fatto infatti imbastito da stranieri in un terreno privato e questo, di fatto, ha limitato la possibilità di intervento da parte delle forze dell’ordine (va inoltre ribadito che il proprietario del terreno non aveva dato alcun permesso ed era contrario allo svolgimento dell’evento). Per evitare che la situazione potesse in qualche modo degenerare, si è deciso di attivare un servizio di controllo continuo che ha visto impegnati sul territorio carabinieri, polizia, guardia di finanza, forestale, polizia provinciale e municipale. Si è praticamente scomodata un’intera comunità per una festicciola tra punk!

Non intendo denunciare chi partecipa a queste feste: ognuno è libero di divertirsi, drogarsi e ubriacarsi come, quando e quanto vuole, a patto che non disturbi il prossimo. Quello che critico è la modalità di organizzazione e di svolgimento delle stesse. Questi signori non potevo organizzare le loro “sobrie festicciole” nei loro giardini di casa, invece di rompere la quiete e la tranquillità dei nostri territori, patrimonio dell’umanità, a suon di decibel e droga?

Di solito, quando si organizzano feste, c’è sempre un iter burocratico da seguire e regole da rispettare, mentre invece per i rave party sembra che tutto sia concesso. Feste in cui non vengono richieste autorizzazioni, non vengono assolti gli obblighi come il pagamento dei diritti d’autore o il rispetto delle normative igienico-sanitarie nella somministrazione di cibo e bevande, dove la droga diventa spesso parte integrante del divertimento dei giovani presenti, senza, ovviamente, tenere in considerazione la situazione dei territori dopo il passaggio di questa folla di punkabbestia.

I rave party esistono dagli anni ’80, sono nati in Inghilterra per poi espandersi in tutta Europa. L’obiettivo è quello di divertirsi, di trasgredire, di ribellarsi e di andare contro le regole imposte ogni giorno dalla nostra società ormai andata in panne.  Anche il rave ha una sua dignità nella storia e nella società del passato, quindi, e ne avrà sicuramente una in futuro! Non voglio infatti sostenere che queste feste debbano essere bandite, ma forse andrebbero riviste sotto tutti i punti di vista, tenendo conto del cambiamento del modo di divertirsi. Non è giusto che chi non vuole partecipare al rave party sia costretto a perdere il sonno per tre notti di fila, a causa dei decibel che oltrepassano la soglia legale. Non è accettabile trovare estranei nel proprio cortile che dormono e urinano, non è eticamente corretto essere obbligati a vedere il nostro territorio completamente sommerso dai rifiuti per colpa degli incivili ed esserne costretti a pagarne le conseguenze.

Personalmente comprendo anche i punkabbestia, il loro modo di divertirsi e le loro festicciole, pur non condividendo le loro azioni. Tuttavia, i partecipanti a questi rave party dovrebbero mostrare maggiore rispetto per le persone e per i luoghi, privati o pubblici, che occupano abusivamente. Luoghi che invadono senza il beneplacito delle amministrazioni o dei proprietari, infrangendo il nostro ordine e il nostro silenzio. Ma temo che sia un appello che finirà inascoltato, perché hanno dimostrato di non conoscere, o di ignorare, il significato della parola rispetto.

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Perché si cade sempre più nella trappola del complottismo?

C’è una piaga che si sta spargendo per la Rete a velocità preoccupante. E contamina anche cervelli normodotati; sì, le vittime potrebbero essere anche dei vostri insospettabili amici. Il problema…

C’è una piaga che si sta spargendo per la Rete a velocità preoccupante. E contamina anche cervelli normodotati; sì, le vittime potrebbero essere anche dei vostri insospettabili amici. Il problema è che se ne sottovalutano i primi timidissimi sintomi, pensando che questo o quell’amico sia stato preso da un abbaglio temporaneo. Invece non è così. Di che cosa stiamo parlando? Del complottismo. 

Intendiamoci, il complottismo non è nato su Internet – c’era già prima – ma oggigiorno si è diffuso a una velocità troppo rapida per non essere osservata: provate a pensare quante volte ultimamente vi siete imbattuti in teorie riguardanti scie chimiche, chip sottocutanei per il controllo della popolazione, vaccini da boicottare – perché fanno ammalare artificialmente la popolazione, a beneficio delle cure sperimentate delle case farmaceutiche, eventi orditi da non meglio specificate lobby o logge massoniche… Fino ad arrivare al volo MH17 della Malaysian Airlines abbattuto volutamente, perché a bordo si trovava uno dei maggiori ricercatori per quanto riguardava la cura contro l’HIV. Di sicuro vi sarà capitato di leggere qualche link che esordiva con: “I giornali non ne parlano”, “La verità che nessuno dice, ecco perché…”, “Svegliatevi, informatevi, condividete…”.

Ma perché c’è gente che abbocca a queste teorie fantasiose – e prive di qualsiasi fondamento, se le approfondite un po’? Ci sono alcuni elementi di sociologia che sono arrivati in soccorso di chi scrive e il tentativo sarà di chiarire che cosa passa nella testa.

Prima di tutto in questi anni di crisi, la maggior parte di questi “complottisti” ha atteso delle risposte valide da parte delle istituzioni, dai governi… Ma a quanto pare queste risposte non sono arrivate o non sono state le risposte attese. Perché? Ciascuno di noi ha un bagaglio di esperienze e di conoscenze differenti dagli altri. Il problema è quando la differenza – la dissonanza – tra quanto vissuto da me e quello che viene esperito dagli altri è troppa. Chi dei due si sente fuori dal mondo? Le istituzioni vengono oramai percepite come troppo lontane dai problemi reali delle persone, quindi per forza sono i cittadini delusi a sentirsi “fuori luogo”, o “fuori da questo mondo”. Ed è qua che s’innesca una delle possibili tre reazioni alla dissonanza cognitiva tra sé e gli altri:

  1. Si cambia l’ambiente;
  2. Si cambia il comportamento / atteggiamento;
  3. Si cambia il proprio modo cognitivo;

La possibile reazione del complottista è un cambiamento di ambiente – nel senso che le risposte vengono cercate al di fuori delle istituzioni, dai governi, combinato a un cambio di atteggiamento verso coloro che lo hanno deluso, verso i quali prova diffidenza e risentimento. E il complottista del 2014 cerca le proprie risposte su Internet. Un ambiente sconfinato, potenzialmente infinito, dove si può scrivere di tutto e il contrario di tutto (in apparenza). In apparenza, tutto quello che si può leggere può essere preso per vero, se non si organizzano più coerentemente le proprie nozioni, se non si applica più un filtro critico verso quanto ci si appresta a leggere. Il complottista, improvvisamente, smette di eseguire queste due semplici operazioni: critica e organizzazione delle nozioni. Perché si sente intrappolato in un mondo troppo dissonante dal suo, ma non vuole subirlo, vuole dominarlo. Non vuole subire verità che non sente sue, vuole dominare con le sue verità che non riescono a trovare un riscontro da nessuna parte. Ma su Internet è possibile, nell’infinito mare di Internet, è possibile trovare la risposta esatta, che sfugga alle norme delle istituzioni, alla conoscenza organizzata. Cerca una verità alternativa, che per lui o lei è nascosta volutamente. Ma all’epifania della verità, fateci caso, il complottista non è mai presente: parla sempre per sentito dire, per link condivisi, per testimonianze di terzi, senza molte altre prove sensate, spesso in contraddizione tra loro, ma a quanto pare nessuno dei complottisti sembra rendersene conto.

Avete mai sentito parlare di Effetto Forer? È proprio quello che si scatena nel (non ancora) complottista di fronte allo svelamento di una verità nascosta, nello smascheramento di un complotto. Avete presente un oroscopo? Quando vi dice che in amore ci saranno “molte sorprese”, che sul lavoro ci saranno “momenti impegnativi”, e che la salute “andrà tenuta d’occhio”? E avete presente quando quello era proprio quello che volevate sentirvi dire per il vostro segno zodiacale – a dispetto del fatto che venga detta la stessa cosa negli altri undici segni, più o meno? Questo è l’Effetto Forer – una risposta perfettamente generica che esaurisce tutte le domande irrisolte. Il fatto è che queste domande possono essere tra le più disparate, tra le più complesse.

Politica? È tutto un complotto.

Politiche ambientali? Tutti complotti dietro per distruggere l’ambiente.

Tecnologia? Stanno complottando per renderci schiavi della tecnologia e controllarci.

Salute? C’è un complotto dietro per farci ammalare di più.

Il complotto è formalmente generico, vago, inconsistente. È un ready-made, ma può essere rimanipolato, modificato appena appena, per essere utilizzato per altri argomenti. È ciò che in semiotica è sottoposto a semiosi illimitata – ciascuno può prendere il complotto, reinterpretarlo e farlo diventare uno tutto nuovo e scintillante potenzialmente all’infinito. Eppure è la risposta perfetta, meno faticosa in assoluto da ottenere per qualsiasi quesito fondamentale di natura sociale. Ed è per questo che le risposte facili e generiche causano una certa dipendenza nel complottista.

Un consiglio spassionato: ci sono questioni che non possono avere una risposta univoca, immediata, semplice. A volte non c’è piena comprensione delle risposte, perché sono di loro incomplete, a volte occorrono anni per completarle e renderle delle risposte soddisfacenti, ma non per questo sono errate. A volte manca qualche competenza in chi pone la domanda e non comprende appieno la soluzione fornita. È giusto e legittimo dubitare delle risposte che vengono fornite, ma occorre dubitare con senso critico e con lucidità. Bruciarsi il cervello dietro un complotto inconsistente e spacciarlo per verità significa prima di tutto fare un danno verso se stessi, e soprattutto un danno sociale, verso altre persone potenzialmente più soggette a farsi coinvolgere in questa mania chiamata complottismo.

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Quando il criminale fa business

“Schettino che insegna la gestione del panico? E’ come se La Sapienza avesse chiamato Dracula a tenere un corso sull’anemia”. È stato questo il commentato del capo della protezione civile,…

“Schettino che insegna la gestione del panico? E’ come se La Sapienza avesse chiamato Dracula a tenere un corso sull’anemia”. È stato questo il commentato del capo della protezione civile, Franco Gabrielli alla notizia del comandate Schettino all’Università alla Sapienza di Roma.

Con un po’ di sconcerto e un po’ di incredulità, i giorni scorsi abbiamo appreso questa notizia, l’ex comandante della Costa Concordia è salito in cattedra per una lezione sulla gestione del controllo del panico presso la facoltà di Medicina dell’Università la Sapienza di Roma. Verrebbe da dire: mai persona è stata più adeguata e ovviamente nessuno sapeva della sua presenza all’Università, solito cruccio tutto italiano, nessuno sa mai niente.
Ma la notizia dove sta? Nel fatto che nessuno sapeva niente? Nel fatto che Schettino ha tenuto una lezione sulla gestione del panico (lui che abbandonò la nave)? O il fatto che un criminale, come viene definito, possa tenere le lezioni all’Università?

Ecco, la notizia sta proprio in questa ultima domanda, come può l’autore di una delle più grandi tragedie del mare, dopo il Titanic ovviamente, tenere una lezione di vita? Il comandate Schettino è solo l’ultimo di una lunga lista; a salire in cattedra per dispensare consigli più o meno opinabili, a scrivere libri, a ad andare a feste e party, è in buona compagnia. Sembra che per insegnare qualcosa a qualcuno ed essere presi da esempio, si debba uccidere, rubare, fare del male e commettere crimini.

Alcuni esempi? Schettino professore, Amanda Knox scrittrice, Erika ed Omar esempi per un musical. Sembrano barzellette ma invece è la verità e soprattutto è la REALTA’.

Amanda Knox, la studentessa americana accusata di essere la responsabile del delitto di Meredith Kercher nel novembre 2007 a Perugia, da fine luglio ha iniziato a lavorare in una grande casa editrice di New York. Fresca di laurea in writing, conquistata presso un ateneo di Seattle, e fresca di successo del suo libro «Waiting to be heard», che racconta la sua vicenda personale e uscito solo negli States, ha gentilmente scippato un posto di lavoro che poteva essere occupato chi invece ha sempre vissuto nel rispetto della legge.

Erika ed Omar, i fidanzati di Novi Ligure che uccisero madre e fratellino di lei, ricompaiono in un musical, o meglio vengono presi come modello per un musical. Tobia Rossi, ovadese di 28 anni e Francesco Lori, vocal coach di tanti cantanti e attori italiani, hanno deciso di mettere insieme un musical con un argomento tutt’altro che leggero e sollevare una riflessione su come le tragedie familiari diventino materiale di spettacolo. Ok, i fidanzatini centrano fino ad un certo punto, ma in qualche modo si va a toccare e riaprire una triste pagina di cronaca italiana. Non era meglio fare dei semplici e puri riferimento a persone o a fatti casuali?? No, perché il cattivo reale attira di più!

E poi Pietro Maso e Pietro Vallanzasca con centinaia di fan innamorate, per non parlare della signora che ha sposato il mostro del Circeo, per carità libera di scegliere chi amare, sui sentimenti non si discute, non possiamo che farle tanti auguri, ma magari poteva guardarsi meglio intorno, chissà da qualche parte ci sarà stato pure chi faceva per lei ed essere una persona per bene. Bah!

Il vero problema, però, è non il criminale in se, ma è chi per lui, lo vezzeggia, lo porta in giro, alimenta la sua figura e lo fa passare come modello. Perché accade questo? Forse perché il criminale fa business e su di lui vengono costruite delle vere e proprie campagne di marketing strategico. Potrebbe essere la soluzione più giusta! Tutto si rapporta al ritorno economico e quindi pubblicità per l’Ateneo, pubblicità per la casa editrice, pubblicità per un musical, pubblicità per tutti purché porti guadagno.

Ma dove è finito il rispetto? Oggi ci vorrebbe più sensibilità per le cose e i sentimenti altrui, l’attenzione per le vittime e per le proprie famiglie. Questo sì che farebbe bene a tutti! Basta avere un po’ di buon senso e avvolte imparare dai nostri errori.

Non tutti però riescono a pensare in questi termini! Per fortuna però, la Sapienza sembra aver capito e non ha gradito la pubblicità fatta da Schettino. Adesso in caduta libera non c’è solo il comandate della Costa Concordia, ma anche il professore Vincenzo Mastronardi, docente di psicopatologia forense nell’ateneo, e colui che ha reclutato Schettino per la lezione, definita poi poco logica, poco didattica e con poche opportunità. Miglior definizione non poteva esserci: scusate ma cosa ha di logico uno che ha abbandonato la nave e va a spiegare la gestione del panico? Cosa c’è di didattico in una persona che non ha insegnamenti da dare, o almeno non era stato chiamato per spiegare quello che Schettino avrebbe dovuto sapere? E per le poche opportunità, non sono d’accordo, perché Schettino un’opportunità ce l’aveva, quella di rimanersene a casa, ma NO!, lui ne ha approfittato anche questa volta per dimostrare il suo valore.

Un episodio sconcertante, come è stato definito dal Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, che, aggiungo io, rammenta che ancora in Italia ci sono tante cose che devono essere cambiate, primo su tutti far spiegare le cose a chi ne sa veramente, puntare ancora una volta sulla qualità e non sulla quantità.

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