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Le Facce di Lù. Gli artisti camminano fra noi – Intervista all’artista Luigi Viroli

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?” Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di…

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?”

Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di queste domande vi sarà sicuramente passata per la testa, che siate esperti d’arte o semplicemente curiosi come il sottoscritto.

Qualche giorno fa ho conosciuto Luigi Viroli, in arte , all’inaugurazione della sua mostra “Puzzle” ad Arezzo. So bene che un solo artista non fa la regola generale, ma sicuramente un po’ di luce sopra i miei dubbi a proposito dell’arte ultra-contemporanea l’ha fatta.

Innanzi tutto, sì: gli artisti camminano fra noi. Egocentrici o timidi, solitari o festaioli, pazzi o nor… no, gli artisti sono tutti un po’ pazzi, dai. Guardatevi intorno e scoprirete una mostra qua, un laboratorio sotto casa vostra, un po’ di colori accanto al muro del vostro ufficio. , artista aretino, non fa eccezione.

Su quali siano i lavori proponibili dopo secoli in cui l’arte ha reso estremamente complicato ogni tentativo di confronto con il passato (vedi Rinascimento), bè, la risposta è molto più complicata e c’è ancora parecchio buio. Sta di fatto che ci sono tantissimi esempi di arte di altissima qualità nel terzo millennio, penso a Banksy o a Steve McCurry. L’unica cosa che mi sento di poter dire è SIATE CURIOSI e scoprirete un sacco di cose bellissime. Spesso strane, ma bellissime.

Come si fa arte visiva oggi? Ho provato a chiederlo a il giorno dell’inaugurazione della sua mostra, in mezzo ai suoi quadri incredibilmente coinvolgenti.

Come ti sei formato?

Ho fatto di tutto nella vita. Ho studiato architettura, ho disegnato gioielli, ho lavorato in un negozio di arredamento e alla fine ho messo su uno studio privato. L’aspetto artistico mi ha sempre accompagnato per tutta la vita. In ogni momento ho dipinto, creato e scritto ciò che sentivo dentro di me.

La passione per l’arte da dove viene?

Forse dalla passione per il bello in generale. A me piace il bello che mi arriva dalla musica, dall’arte, dai vestiti anche. È una ricerca di un equilibrio che probabilmente io non ho. Dipingere è la mia psicanalisi. Quest’ultima avventura delle Facce è nata da un iPad regalato per i miei 50 anni: ho iniziato a disegnare su quello schermo delle facce stilizzate mentre parlavo al telefono. Le ho pubblicate su Facebook per gioco e la gente mi chiedeva continuamente cosa fossero. all’ennesima richiesta mi sono deciso. Ho comprato una tela al negozio dei cinesi, ho riesumato i miei vecchi acrilici e ho iniziato a trasformare le facce in quadri.

C’è qualche corrente artistica o qualche autore al quale ti ispiri?

Io sono un grande osservatore. Guardo, scruto e probabilmente anche senza volerlo recepisco cose e immagini. Non credo di avere nessuna formazione specifica. Rubo immagini dal mondo e le rielaboro. Se una cosa mi colpisce prima o poi esplode, torna fuori. Non ho una grande competenza specifica in arte. Guardo e ripropongo in diversi modi ciò che per me è bello.

Prima delle Facce di Lù cosa facevi? Per esempio, a casa dei miei ho un bellissimo quadro in 3 dimensioni di una città al chiaro di luna, fatto interamente in legno. Una cosa unica.

Sì!! È vero, quanto tempo!! Ma io ho fatto di tutto. Ora mia riporti alla memoria una cosa che avrò fatto più o meno 20 anni fa. Ho lavorato molto con le mai: sculture, quadri particolari, pitture sui mobili. Mi è sempre piaciuto creare. Quando ho in testa una cosa la faccio diventare reale.

Le Facce di Lù cosa rappresentano?

Ti ho già detto che sono nate quasi per gioco. Oggi rappresentano la ricerca di un equilibrio tra spazi, forme, linee. Per me questi quadri diventano un equilibrio nel disordine, nella anormalità.

Dal momento che disegni facce immagino che l’equilibrio ti venga dalle persone che ti stanno intorno?

Non saprei di preciso. Sono anche un grande amante della fotografia e ciò che più di ogni altra cosa amo fotografare sono le persone. Anche se in realtà sono un gran solitario e da solo raggiungo il mio equilibrio, ho sempre bisogno delle persone, delle particolarità che si portano dietro.

Continuerai con le Facce o inizierai qualche altro progetto?

Penso di sì. Mi piace che ci sia qualcosa che mi contraddistingua. Può darsi che comincerà con gli animali, ma sempre di facce si tratterà. Continuerò così perché mi diverte molto e mi stimola. Sto dipingendo personaggi famosi, come la Drusilla l’attore che si veste da donna a teatro, quello che ha fatto Strafatto. Mi diverto ed è quello che ho voglia di fare. Alla gente piace molto questa cosa delle facce perciò mi rende ancora più felice.

La mostra, allestita in via Garibaldi 111 in pieno centro di Arezzo e curata da Giuseppe Simone Modeo, andrà avanti fino al 9 dicembre.

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Lo Stato Sociale in Piazza del Campo per la Notte dei Ricercatori – Intervista alla band

Dopo il successo di Sanremo arriva l’esibizione nella magnifica cornice di Piazza del Campo a Siena Al termine del concerto della band bolognese in Piazza del Campo, organizzato dall’Università di…

Francesco Bellacci e Lodo

Dopo il successo di Sanremo arriva l’esibizione nella magnifica cornice di Piazza del Campo a Siena

Al termine del concerto della band bolognese in Piazza del Campo, organizzato dall’Università di Siena e l’Università per stranieri, in collaborazione con il Comune di Siena, la Fondazione Monte dei Paschi, Uisp, l’azienda regionale per il diritto allo studio universitario e Toscana Life Sciences, per la Notte dei Ricercatori a Siena, mi sono intrufolato nel back-stage.

Un “dietro le quinte” molto particolare fra le sale del magnifico Palazzo Pubblico, dove i regaz de Lo Stato Sociale, ancora carichi di adrenalina da concerto, si stavano scolando le ultime bottiglie di birra vagando senza mete precise, ridendo e scherzando con los chicos degli Espana Circo Este e lo staff. L’ultimo sforzo della serata l’hanno fatto concedendomi un’intervista in perfetto Bolognese.

Com’è stato suonare a Sanremo?

Abbastanza divertente dai. In realtà suonare è una parola grossa, perché suonava l’orchestra: noi abbiamo cantato e fatto un po’ di casino. È stata una cosa strana, perché avevamo un pubblico di persone sedute, non c’eravamo abituati e poi ci sono tutte quelle telecamere… una cosa enorme! Ci stavamo cagando sotto, poi a metà del pezzo ci siamo caricati, perché abbiamo visto che il teatro era tutto in piedi e si muoveva. Da quel momento lì ci siamo divertiti un casino.

Tutto il teatro tranne due persone…

Bè sì… Matteo Salvini e la sua compagna. Erano fermi, immobili che si guardavano attorno con sdegno. Estranei a quella festa bellissima sembravano dire “io non mi voglio divertire con questi qui”, quasi fosse un motivo di orgoglio.

Come state vivendo il fatto di aver raggiunto una platea ancora più grande? Mi riferisco alle nonne, ai nipotini, alle mamme, ai babbi che vi hanno visto in tv.

È una figata! Questa estate abbiamo fatto un tour di concerti gratuiti nelle piazze e c’è stata la possibilità per i bambini, le famiglie e gli anziani di venirci a sentire. Abbiamo visto tantissime nuove facce di fronte a noi e questa roba qui è una figata, perché sai che stai facendo qualcosa che va un po’ oltre al circolo e alla nicchia. Poi in realtà abbiamo portato tutte le nostre canzoni, quelle che abbiamo fatto negli anni precedenti, quello che è la nostra storia fondamentalmente, e dopo i concerti ci sono state un sacco di persone che venivano a dirci “ma è divertentissimo è meglio della televisione!!”

Questa è “la rivoluzione che non passerà in TV” del vostro album L’Italia peggiore che diventa realtà!

Esatto!! Far uscire le persone di casa per noi è molto importante e ci piace molto. Speriamo di continuare con queste esperienze qua.

A me sembra un vostro piano per arrivare a dominare il mondo: farvi ascoltare dai bambini che crescendo chiederanno ai genitori “ma cosa significa stato sociale?” e i genitori saranno costretti a parlarne incuriosendo nuove generazioni. Confessate…

Esatto (ridono maliziosi). Infatti, prima il rettore dell’Università che ci ha detto “voi adesso state istruendo i bambini, state seminando e un giorno voteranno bene”, ma gli abbiamo subito risposto che voteranno bene se ci sarà qualcuno da votare. L’obiettivo di quello che facciamo è creare aggregazione, ma non si può fare solo con i giovani: c’è bisogno di allargare i confini e abbatterli per abbracciare generazioni diverse anche quelle molto più grandi. Siamo molto contenti di quello che ci sta succedendo e continueremo a fare questa operazione di estensione del dominio della lotta.

Parlate spesso di Bologna come una realtà dove i centri sociali ancora resistono, dove l’aggregazione è ancora una parola e una pratica radicata nella gente. Questo non esiste più nella maggior parte delle città italiane: non ci sono più punti di aggregazione, posti dove riscoprire e fare politica assieme, che non vuol dire assolutamente politica parlamentare. Quanto è grave questo problema?

È un problema molto grosso, che deriva da anni di mancanza di cure verso questo aspetto. La sinistra si è persa in un intellettualismo e in un atteggiamento che nasce dalla presunzione di conoscere il verbo divino e questa arroganza l’ha fatta allontanare dalla realtà.

Questo è quello che è successo alla sinistra parlamentare. E invece ai giovani?

Secondo me i giovani, ci assumiamo il rischio di dire una cazzata, hanno perso i punti di riferimento per quanto riguarda lo spirito della scoperta, della curiosità e sono diventati un po’ arrendevoli. Non soltanto per colpa loro, ma soprattutto per quello che ci viene imposto. Sia chiaro, non è un’imposizione rigida e granitica, ma qualcosa dettato dalla necessità. Non vedendo alternative ci si concentra nel portare a casa uno stipendio o nello studiare la cosa giusta per garantirsi un lavoro sicuro e non, invece, la cosa che ti interessa e ti rende felice. Questo è il problema… un bel mondo sarebbe dove le persone inseguono veramente quello che per loro è importante e non quello che gli viene detto di essere. Questa cosa non succede solo in Italia, ma in tutto il mondo. Da parte della sinistra manca la spinta culturale verso un atteggiamento carico di curiosità. Se non si stimola la curiosità si cade nell’apatia e nell’accettazione di quello che è il sistema e oggi il risultato è il disastroso declino dell’impegno… che poi sarebbe una cosa bellissima e divertente a differenza di quello che crede la gente.

Non è solo sacrificio, infatti.

No, assolutamente! Il sacrificio è una roba cristiana, di uno che ha stabilito che il sacrificio dovesse essere la via definitiva per tutte le cose. È chiaro che bisogna sbattersi, però se ti sbatti per una cosa in cui credi è per forza un piacere. Una vita in vacanza è questo: vivere di quello di cui hai voglia di vivere, di quello che credi sia giusto vivere. Solo che ormai s’è persa anche la volontà di stabilire cosa sia giusto, non per il mondo, perché sarebbe arrogante, ma per te stesso, per il tuo bene.

Il vostro nome nasce dal fatto che sentivate spesso lamentare la mancanza del welfare-state e in qualche modo, anche scherzoso, vi siete incaricati di riportarlo fra la gente. Come va il lavoro? Siete riusciti a rimediare?

Mah (ridono), purtroppo non siamo riusciti a bucare il grosso della barriera. Lo stato sociale è una cosa novecentistica in cui c’era un’idea di fondo che diceva che tutte le persone dovevano avere la stessa possibilità e le stesse opportunità, e lo Stato in teoria avrebbe dovuto aiutare lo sviluppo della società in questa direzione. Ora ci siamo noi e basta (ridono).

Dopo Sanremo qualcosina può cambiare?

Mah, siamo una goccia nell’oceano…

Ma non siete soli. Band che come voi si impegnano ce ne sono eccome: gli Espana Circo Este, Willie Peyote, I Ministri…

Ma certo! Per fortuna che nel mondo della cultura e della produzione artistica c’è chi si impegna in questa cosa qua. Sarebbe bello avere sempre, da parte di chi fa musica, da parte di chi fa cultura, una risposta o un segnale importante su quello che succede attorno.

A me pare che negli ultimi anni la musica stia facendo di nuovo suoi questi temi. Dopo il periodo delle Posse, di Caparezza, di Frankie Hi-Nrg, degli Offlaga Disco pax c’è stata una decina d’anni in cui questo modo di fare musica è scomparso del tutto, fino a quando siete tornati voi e altri artisti. Non sono esempi da poco, perché state avendo un ottimo seguito. Quindi questo momento della musica italiana mi sembra molto positivo, mi sbaglio?

Vero, sì assolutamente. Il problema è che nel mondo della produzione musicale non c’è interesse a creare un pensiero critico, ci si accontenta di fare una canzone che funzioni, che passi in radio e raggiunto lo scopo ci si limita a quello. Che va bene, non voglio fare una critica ferrea, ma solo dire che una volta che arrivi ad avere tutte le possibilità che ti dà un pubblico, perché non passare un decimo del tuo tempo a dire una cosa importante per provare a sensibilizzare sulle situazioni che vivi e vive chi ti ascolta?

Secondo me non si dà il giusto merito al lavoro di certe etichette discografiche. Quanto è importante il lavoro che fa la Garrincha?

È molto importante ed è una roba estremamente collettiva e comunitaria per come si è sviluppata. Soprattutto il fatto di essere in molti, spessissimo a contatto gli uni con gli altri, ti porta ad accettare e comprendere i difetti, perché sia noi che Garrincha, e tutte le persone con le quali lavoriamo, siamo pieni di difetti. Il bello è che abbiamo imparato ad accettarci e a convivere per cercare di fare qualcosa in più, e quindi in questo confronto constante fra di noi si cresce e si raggiungono risultati bellissimi da proiettare all’esterno: dal palco al pubblico. Per risponderti in breve: è una ricchezza.

“Approccio alla vita secondo il cazzeggio” è un po’ il mantra de Lo Stato Sociale. Ci spiegate cosa significa?

Consapevolezza del fatto che moriremo tutti e quindi è bene cercare di fare qualcosa di buono con il sorriso, godendotela il più possibile. Non ha senso struggersi, ha senso promuovere una gioia nel fare anche cose complicate. E poi ogni tanto ci sta di cazzeggiare, come facciamo nei concerti (ridono).

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Claudia Koll, il cinema, la conversione e la fede

La conversione, il passato da attrice, la fede e i giovani, Claudia Koll è intervenuta all’annuale convocazione diocesana di Montepulciano-Chiusi-Pienza che da avvio all’anno pastorale 2018–2019. Invitata dal Vescovo mons….

La conversione, il passato da attrice, la fede e i giovani, Claudia Koll è intervenuta all’annuale convocazione diocesana di Montepulciano-Chiusi-Pienza che da avvio all’anno pastorale 2018–2019. Invitata dal Vescovo mons. Stefano Manetti, Claudia Koll è la persona che nell’ultimo decennio si è distinta per la sua fede matura e forte, capace di testimoniare al nostro tempo la novità cristiana.

‘Se non c’è verità nella tua vita, come ci può essere nel tuo mestiere?’, è da questa frase, che le ripeteva la sua coach sul set, che inizia il processo di conversione di Claudia Koll. Da qui in poi per Claudia, attrice romana, classe ’65 da anni, inizia un percorso che la conduce a varcare la Porta Santa nel 2000, ad impegnarsi come missionaria laica nell’aiuto ai poveri e nelle missioni e ad occuparsi di un ragazzo malato di Aids ricoverato in un centro della Caritas.

La piccola Claudia viene allevata dalla nonna, cieca, la madre, dopo la sua nascita, rimane a lungo ricoverata in ospedale per una malattia. Claudia bambina era solita guardare i film in compagnia della nonna, ma, quest’ultima, essendo cieca vedeva i film attraverso gli occhi di Claudia, la quale le raccontava cosa succedeva nelle scene dei film. Era la voce narrante della nonna.

L’allontanamento dai genitori verrà vissuto da Claudia con un forte dolore, tanto da credere di essere stata abbandonata e maturare un grande rancore nei loro confronti. In seguito al diploma classico, la Koll inizia a frequentare corsi di teatro ed infine conosce Tinto Brass, che la scrittura per il film ‘Così fan tutte’. Il debutto dell’attrice le permette di riscuotere un forte successo, premiandola con il titolo di diva erotica italiana. Dopo questo film si susseguono vari lavori, tra i quali anche con Ezio Greggio e Renato Pozzetto nel film ‘Miracolo Italiano’, nel 1995  affiancherà Pippo Baudo nel Festival di Sanremo e dopo due anni sarà protagonista della fiction Linda e il brigadiere, al fianco di Nino Manfredi ed altri lavori di successo come Valeria medico legale. Claudia però inizia a vivere dei forti turbamenti sul set dovuti alla sua professione e da qui inizia il suo percorso di conversione.

“La mia conversione è avvenuta nel 2000 con il passaggio della Porta Santa. Mi sono messa in moto su due aspetti: la verità, e quindi scoprire che come persona dovevo essere autentica, non ipocrita e quindi togliermi di dosso tutte le maschere che indossavo per il mio lavoro, trovare chi era veramente Claudia ed entrare in relazione autentica con gli altri. L’altro aspetto su cui mi sono mossa è l’amore insieme alla carità” – racconta Claudia durante la nostra intervista.

Claudia, nell’intervista, parla di come è avvenuto il passaggio dal cinema alla fede, o come ci tiene a precisare lei, il passggio alla vita reale:

“Il passaggio dal cinema alla vita, ovvero la rappresentazione della realtà, è avvenuto in modo naturale. Ho semplicemente scoperto che era molto più interessante vivere piuttosto che rappresentare e quindi tutto quello che è finzione non mi piace più e di conseguenza mi pesa, come mi pesa quando devo interpretare qualche ruolo. Potrò tornare ad interpretare ruoli solo quando sento di aderire perfettamente al quel personaggio perchè mi permetterà di camminare nella strada della verità”.

L’incontro della diocesi a cui ha preso parte Claudia Koll è stato un momento di riflessione ampio e concreto all’interno del quale sono venuti fuori momenti di confronto interessanti. Il Vescovo Manetti ha insistito molto su questo appuntamento che ha visto la Diocesi molto attenta a sviluppare la tematica “I giovani e la fede” e proprio su questo tema Claudia dice:

“Il modo migliore per trasmettere il vero senso della fede è l’amore coinvolgendo i giovani a fare del bene. Nei giovani ci sono delle forti potenzialità da capire e sviluppare, ma è anche importante dargli degli stimoli importanti per fare sempre nuove esperienze”.

Intervista Claudia Koll

La sua conversione, il suo passato da attrice, i giovani e la fede, sono queste le testimonianze portate nel nostro territorio da Claudia Koll in occasione della Convocazione diocesana. Il Consiglio Pastorale Diocesano, unitamente al Vescovo mons. Stefano Manetti, ha pensato a Claudia, per questo importante appuntamento, per la sua fede matura e forte, capace di testimoniare al nostro tempo la novità cristiana Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza

Pubblicato da La Valdichiana su Lunedì 24 settembre 2018

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Willie Peyote: la rabbia per la politica, la fiducia per ripartire

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle…

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle generazioni più giovani e alla musica”. Sui palchi italiani sta presentando il suo ultimo album Sindrome di Tôret uscito il 6 ottobre per l’etichetta 451.

Senza mai perdere la solennità per i temi trattati, riesce a essere allo stesso tempo provocante e dissacrante, ironico e irriverente, incazzoso e romantico (a modo suo). Il suo rappare si lega alle lezioni del cantautorato più classico, al pop e a mille altre sfumature. Non a caso dentro al suo ultimo disco le sonorità spaziano dal punk al funk, passando per il jazz fino all’hip-hop. Un vero mosaico. Per il Peyote la musica significa anche comunicare prendendo posizione e lo dice chiaro e tondo “non rimo: divulgo”.

Lo abbiamo intervistato dopo il suo concerto alla Festa dell’unità di Torrita di Siena e abbiamo imparato che non le manda a dire e che non si piegherebbe mai a nessuno. Ah, è anche “uno di noi”, uno easy.

C’è tantissimo “Daniele Silvestri” nei tuoi testi e nelle tue musiche. Mi sbaglio?

“Beh, l’ho ascoltato moltissimo. Secondo me è il più bravo di tutti i cantautori italiani di seconda generazione. Scrive da Dio. Tra tutti è quello che sicuramente mi ha influenzato di più, insieme ovviamente ad artisti più vecchi tipo Gaber, Iannacci, Buscaglione. Ha un modo molto ironico di gestire la scrittura e il palco. Poi ti dico che un mese fa a Roma è venuto a vedermi suonare con i figli… sembrerebbe essere fan.”

Un bel traguardo, no?

“Minchia! Una delle cose più belle che mi siano successe!”

Anche stasera, come sempre, hai dimostrato di aver riportato il rap sul piano sociale. Prima di te c’erano Frankie Hi-Nrg, Caparezza, i 99 Posse, poi però qualcosa è cambiato. In quale direzione è andato il rap?

“Ma sai, in realtà è un falso mito quello che vede il rap come strumento per far emergere le problematiche sociali. Ovviamente il rap nasce negli USA all’interno dei quartieri afroamericani, dove era forte il senso di rivalsa sociale. Ma vede la luce come genere per far divertire le persone, perciò non dobbiamo aspettarci che il rap abbia per forza contenuti sociali. In Italia s’è legato da subito alle posse, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, quindi da sempre pensiamo che sia così. Dopodiché ti dico che non me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. Io ho bisogno di dire delle cose, ho una coscienza politica e la metto nelle mie canzoni. Gli altri sono liberi di fare quello che vogliono. Non so verso quale direzione sia andato il rap, ma secondo me la musica non deve andare da nessuna parte. Ogni artista fa quello che sente. Ognuno deve fare quello che vuole fare.”

Il cantante oggi deve riappropriarsi della responsabilità politica?

“Solo chi se la sente. Non deve essere obbligatoria: se hai una coscienza politica è giusto che tu la metta nella tua musica. Se sei uno a cui non frega un cazzo è giusto che ti faccia i cazzi tuoi, perché un ignorante che parla di temi importanti è peggio di uno che non ne parla.”

Qualche giorno fa abbiamo intervistato I Ministri parlando, tra l’altro, di fiducia che poi è anche il loro nuovo album. Nelle tue canzoni c’è lo stesso appello e una critica verso chi questo atteggiamento l’ha dimenticato. Quanto è importante ritrovarlo?

“Senza fiducia non si può vivere. Io in realtà non ho molta fiducia negli esseri umani, soprattutto se tengo a una persona paradossalmente mi fido meno, perché mi sento vulnerabile e quindi ho più paura. Però sarebbe bello che tutti ci sentissimo parte della società sapendo che chi è di fianco a noi, se avessimo un momento di difficoltà, ci aiuterebbe. In italiana non è così. La fiducia nella persona che ti sta accanto andrebbe ritrovata, a prescindere da quale sia il grado di parentela o di amicizia. Sai perché non c’è fiducia? Perché tutti inconsciamente sanno che non si spenderebbero per l’altro e se tu per primo non lo fai pensi che l’altro si spenderebbe per te? È colpa nostra. Non coltiviamo più il concetto di comunità. Non c’è bisogno di essere tutti d’accordo: la comunità è anche un luogo in cui si discute, è la sensazione di poter essere utile e aiutare il prossimo. Questa roba non c’è. Dovremmo avere più fiducia nell’essere umano.”

Tu però ne parli sempre, sali sul palco e arrivi al punto di arrabbiarti. Ci credi davvero nel miglioramento?

“C’è un inizio. Bisogna tutti tornare a pensare di più, a pensare con la nostra testa e a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Quello è il meccanismo. Dobbiamo smettere di parlare per titoli di giornale, per slogan televisivi o da social network. Dobbiamo tornare a parlare e pensare come vogliamo noi. Sarebbe già un inizio. Nessuno deve pensare come me, ma con la propria testa. Poi se ne può parlare. Però ognuno dovrebbe essere consapevole di quello che pensa non andare avanti per sentito dire. C’è un momento in cui ti accodi a delle idee che funzionano. Succede nella musica, succede nella politica. Tutti lo facciamo, ci sta, ma troppi non hanno le palle di prendere posizione e staccarsi dal branco. Io prendo posizione e c’è un sacco di gente che mi dice “oh ma guarda che è un rischio, perdi del pubblico”. E vabbè. Non voglio essere ascoltato da gente che alla festa dell’unità mi manda a cagare se faccio un pezzo antifascista.”

Ecco, cosa è successo a Torrita? Sul palco ti sei preso a parole con qualcuno…

“C’erano due al bar che dopo la strofa a cappella mi hanno fatto un suca. È per quello che ho fatto quell’invettiva. Non me ne fotte di ricevere un suca, non è il primo e non sarà l’ultimo. È il contesto che mi fa incazzare: se alla festa dell’unità, in un posto di provincia, qualcuno si incazza se viene trattato un tema antifascista dal palco allora abbiamo tutti un problema grosso di identità. E nessuno se ne rende conto. C’erano un sacco di vecchi, del PD probabilmente, seduti su quelle cazzo di sedie. Io ho parlato di molti temi importanti, di cose su cui bisognerebbe ragionare, ma loro sono figli di una politica che è morta. Vincerà sempre Salvini se continueranno ad essere loro l’opposizione. Sono tutti morti dentro. Su questo hanno ragione i 5 stelle: intorno a loro c’era la morte, Salvini ha distrutto tutto quello che aveva intorno, perché ha la forza di chi parla male, ma parla alle persone. Invece la sinistra è staccata dalla popolazione da ormai un sacco di tempo e queste situazioni qua mi fanno prendere male, mi incazzo quando vedo ‘sta roba, perché c’è gente che organizza queste cose chiamandole Feste dell’unità, per retaggio, per tradizione. Di vero senso di appartenenza, qua dentro, non c’è più un cazzo e questo è grave.”

Per calmare un po’ gli animi, ci dici com’è suonare con Roy Paci?

“Figo. Con i musicisti così è sempre molto figo. Poi lui quando prende la tromba in mano è mostruoso.”

Com’è andata? Come vi siete conosciuti?

“Mi ha scritto e poi ci siamo beccati a un concerto. Siamo diventati amici e sono andato nel suo studio a Lecce a registrare Sindrome di Tôret. Siamo diventati ancora più amici, ogni tanto ci becchiamo. Mi piace che la musica sia condivisione. Deve esserlo.”

Suonerete insieme?

“Ma guarda, ora sarà difficile perché siamo in tour e come puoi immaginare ci sono un sacco di complicazioni logistiche. Però prima o poi succederà.”

In Toscana suoni spesso. Com’è la risposta del nostro pubblico?

“Ultimamente ci suono spesso sì: Arezzo al Mengo, a Fucecchio, a Firenze e qua. Abbiamo esordito con un sold-out alla Flog totalmente inaspettato e da lì la regione ha risposto molte bene: al di sopra delle nostre aspettative. In realtà tutta Italia sta rispondendo molto bene.”

Magari ne ha bisogno. Secondo me c’è una valanga di giovani che hanno urgenza di sentire queste cose: hanno bisogno di ritrovare fiducia, iniziando a riconoscerla fra coetanei.

“Bene. Io provo a farlo, poi ognuno si riconosce in ciò che vuole. È un momento storico in cui le cose da un punto di vista musicale funzionano. La gente va ai concerti, quindi bella storia. Se riusciamo a far divertire le persone e a farle pensare allora benissimo!”

Molti provano a circoscriverti in categorie musicali sempre diverse, a cucirti addosso un genere su misura. O ci dici tu cosa fai oppure ne invento un’altra anche io: RAPACAZZO. Un mix tra rap e cacacazzo, visto che rompi i coglioni a molti con la tua musica…

“Ci può stare. È la prima volta che mi viene detto, ma me l’accollo. Potrei essere io in effetti! Comunque io non mi definisco. Non ci si definisce da soli. Tu sei. Gli altri ti definiscono.”

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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Art Adoption, l’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la…

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la conoscenza dell’arte contemporanea, questa associazione culturale che ha all’attivo collaborazioni di tutto rispetto, come quella con la Biennale di Venezia, dal 22 giugno fino a settembre 2019 farà di Foiano un luogo di interesse per connaisseurs e collezionisti con la rassegna “Open art: Carbonaia contemporanea”.

A raccontare tutti i dettagli dell’evento è il direttore artistico di Art Adoption, Massimo Magurano.

Foiano incontra per la prima volta l’arte contemporanea. Quali risvolti avrà questa iniziativa?

«La rassegna fa parte del progetto dell’assessorato alla Cultura del Comune di Foiano di dare risalto a luoghi fino ad adesso poco valorizzati con delle iniziative importanti dal punto di vista culturale. Il campo dell’arte contemporanea non è quello a cui più facilmente il pubblico si avvicina, ma di certo Open art: Carbonaia contemporanea sarà un importante evento di richiamo sia per gli appassionati, sia per chi abbia voglia di avvicinarsi a questo mondo, finalmente a pochi passi».

Tutti gli appuntamenti della rassegna saranno ospitati nella Sala Carbonaia. Come è allestire un evento di questo tipo in un luogo così unico nel suo genere?

«Dal primo momento in cui vi sono entrati, gli artisti sono rimasti subito affascinati dalla Sala Carbonaia. La sua architettura barocca di chiesa seicentesca, insieme al caratteristico colore nero assunto dalle pareti nel periodo in cui fu adibita a magazzino per il rimessaggio del carbone, la rendono veramente un luogo unico al mondo. Allo stesso tempo però, qualcuno l’ha addirittura definita “un luogo cattivo”, per la difficoltà ad unirla all’arte contemporanea senza che nessun elemento prevalga sull’altro. Abbiamo voluto che facesse da accompagnamento alle opere che vi verranno esposte e questo richiederà un’attenta progettazione e giorni di lavoro, come è stato per la mostra di Mario Consiglio».

Ad inaugurare la rassegna infatti è proprio la mostra di Mario Consiglio. Cosa c’è da aspettarsi da questa esposizione?

«”Bene dire, male fare” è il titolo della prima delle cinque mostre in cui è articolata Open art: Carbonaia contemporanea. I visitatori possono calarsi in un’atmosfera dai tratti caravaggeschi,  ricreati dalla sistemazione delle opere autoilluminanti sullo sfondo cupo della Sala. Una suggestione ancora più amplificata durante le aperture in notturna».

Fino a settembre 2019 si susseguiranno altre quattro mostre. Chi saranno gli artisti che esporranno le loro opere?

«Si tratta di artisti noti a livello internazionale. Dopo le installazioni di Mario Consiglio, a settembre la Sala ospiterà le sculture in terra cruda di Roberta Busato. A febbraio sarà il momento delle opere di Massimiliano Lucchetti, esponente dell’arte informale già celebrato nei musei d’oltreoceano, mentre a giugno quello di Vezio Moriconi, più volte protagonista della Biennale di Venezia. A chiudere la rassegna, a settembre, Mirko Pagliacci, ultimo artista ancora in vita della scuola di Piazza del Popolo e legato alla stagione romana della Pop Art. Tutte le esposizioni saranno ad accesso libero».

Art Adoption è una realtà in continuo movimento. Quali sono le linee che guidano questa attività?

«Art Adoption viaggia prevalentemente in due direzioni: da una parte è alla costante ricerca di nuovi talenti, artisti che sappiano esprimersi con un linguaggio interessante; dall’altra, ha l’obiettivo di realizzare esposizioni di opere importanti con il coinvolgimento del territorio e delle comunità. Gli allestimenti sono pensati come degli abiti per le opere, in maniera tale che i luoghi non si limitino ad ospitarle, ma ne diventino parte integrante, valorizzandosi a vicenda. Con questo principio sono stati fatti interventi permanenti in un ristorante dove è stato esposto un dipinto di Cattelan».

Attualmente, a cura di Art Adoption, è possibile visitare nei giardini del parterre a Cortona la mostra di sculture Digital Globe. Di cosa si tratta?

«Digital Globe è un omaggio al linguaggio digitale. “Io sono qui”, di Alessandro Bernardini, è la riproduzione dell’icona della geolocalizzazione su Google Maps e al termine della mostra andrà ad essere posizionata davanti ai Google Store negli Stati Uniti. Il Pixel 3D antropomorfo di Beppe Borella, invece, pone l’attenzione sulle unità di misura dell’immagine. Il parco sculture celebra i linguaggi della contemporaneità».

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Giardino Valdichiana – Stagione 2018

Anche per questa stagione estiva torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste e approfondimenti in diretta streaming curati dalla direttrice Valentina Chiancianesi. Dopo il successo della prima edizione e le conferme della seconda…

Anche per questa stagione estiva torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste e approfondimenti in diretta streaming curati dalla direttrice Valentina Chiancianesi. Dopo il successo della prima edizione e le conferme della seconda edizione, quest’anno il salotto si sposta nell’affascinante contesto del Golf Club Valdichiana, in località Esse Secco di Sinalunga, che sarà anche il main sponsor del programma.

Nato come esperimento innovativo, “Giardino Valdichiana” è diventato un appuntamento fisso della nostra estate, con tanti ospiti e tante occasioni per raccontare il territorio: un modo per coinvolgere associazioni, sportivi, artisti e tutti coloro che a vario titolo sono i protagonisti della zona in cui viviamo, attraverso interviste informali e aperte al contributo di tutti. Grazie ai mezzi tecnici messi a disposizione da Lightning Multimedia Solutions, che rinnova la collaborazione con la redazione, saremo in grado di potenziare ulteriormente la regia e la qualità della diretta streaming, per una continua crescita del programma.

Ogni venerdì a partire dal 15 Giugno, alle ore 18:00 circa, “Giardino Valdichiana” sarà in diretta streaming  attraverso Facebook Live, con la possibilità di intervenire personalmente con domande e commenti. La puntata sarà poi disponibile on demand sia sul nostro canale YouTube sia su questa pagina del magazine, con l’intera raccolta in aggiornamento.

Se volete partecipare alla nuova edizione “Giardino Valdichiana”, potete scrivere alla redazione oppure venire direttamente in trasmissione. L’appuntamento è per tutti i venerdì al Golf Club Valdichiana, con una nuova puntata del programma e con l’aperitivo “Green Friday” in mezzo ai verdi campi da golf!


Ottava Puntata – 3 agosto 2018

  • Ultima lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • La musica di Selene Lungarella e Roberto Pagani
  • La riserva naturale di Pietraporciana con Legambiente Valdichiana
  • Sport e canottaggio con Chiara Sacco
  • Intrattenimento musicale e saluti finali con Luca Bernetti, Chiara Pascucci e Igor Abbas

Settima Puntata – 27 luglio 2018

  • Intervista al golfista professionista Alessandro Tadini
  • La musica di Alessio Giannetti
  • Moda e consigli di make-up con Clarissa Di Renzone
  • Il mondo della televisione con Andrea Saccone
  • Intrattenimento musicale con i Peach Ride

Sesta Puntata – 20 luglio 2018

  • Nuova lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • Chinese Corner e Biblioteca “P. Calamandrei” con Duccio Pasqui e Tatiana Camerota
  • Intrattenimento musicale con i Belindà
  • Imitazioni e comicità con Andy Bellotti

Quinta Puntata – 13 luglio 2018

  • Nuova lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • L’artista Maurizio Laurenti
  • Sara e Natalia del circolo Tennis I Tigli
  • La musica dei Bangcock
  • I progetti di Passione senza Fine e Mercante in Chiana

Quarta Puntata – 6 luglio 2018

  • Nuova lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • La presentazione del 43° Cantiere Internazionale d’Arte
  • Sport e comunicazione con Diego Mancuso
  • Musica ed emozioni con Laura Falcinelli
  • Equitazione e ippoterapia con il Club Ippico Benefizio

Terza Puntata – 29 giugno 2018

  • La seconda lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • I prodotti tipici della Valdichiana, con Stefano Biagiotti e Pietro Rampi
  • La comicità di Alessandro Paci
  • Le nuove associazioni giovanili con la Tigre di Carta
  • Il folclore locale con Igor Abbas e Massimiliano Minotti

Seconda Puntata – 22 giugno 2018

  • La lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • L’artista Giorgio Raffaelli e Sabrina Biliotti per la Sagra del Cinema di Castiglion Fiorentino
  • La campionessa di braccio di ferro e body building Luciana Foianesi
  • Marco Giramondi ci parla del Carnevale di Foiano

Prima Puntata – 15 giugno 2018

  • Lo scrittore e grande conoscitore di sport Riccardo Lorenzetti
  • L’artista e pittrice Elena Conti
  • Palio Della Rivalsa: Davide Bianchini, Alessandro Albani e Marta Tiezzi della Pro Loco Bettolle
  • Green Friday: Andrea Guerrini, Leandro Marzuoli e il maestro di golf Riccardo

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Pici, il ‘marchio di fabbrica’ della Valdichiana e l’iscrizione all’INPAI

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti,…

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano


I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti, è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti, ma molto più corposi” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro ‘La cucina toscana in 800 ricette tradizionali’.

La storia dei pici affonda le sue radici in epoca etrusca e difatti una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto. Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti: c’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, mentre altre sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”.

Tuttavia la creazione dei pici non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, ma dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. Intorno ai pici e all’arte dell’appiciare sono state riconosciute importanti caratteristiche come la capacità di mantenere legami sociali nelle comunità e la possibilità di essere praticata da chiunque, sotto la guida di mani esperte, aprendo a tutti i membri della comunità che poi li consumerà la partecipazione alla produzione.

Per questo motivo il MIPAAF ha accolto la richiesta di ammissione al patrimonio agroalimentare e “I pici e l’arte di appiciare” sono stati ammessi con Decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali all’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano (INPAI).

Insieme ai nostri pici c’è solo “L’arte del pizzaiolo napoletano” che il 7 dicembre 2017 è diventata addirittura Patrimonio culturale dell’umanità, riconosciuto e tutelato dall’UNESCO. Doverosa precisazione da fare è che mentre l’arte della pizza è patrimonio esclusivo dei pizzaioli che diventano tali al termine di un percorso di addestramento non facile e dalla riuscita non certa, chiunque può “appiciare” con risultati apprezzabili. Da non sottovalutare poi il fatto che il riconoscimento, il più alto che possa essere attribuito in Italia nel settore agroalimentare e delle tradizioni popolari e contadine, prevede che sia lo stesso Ministero a valorizzare i beni ammessi all’Inventario attraverso attività di comunicazione e nella Settimana della cucina italiana nel mondo che nel 2018 giungerà alla terza edizione dopo aver superato, l’anno scorso, i 1.000 eventi in oltre 100 Paesi.

La richiesta d’iscrizione è stata effettuata dell’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che ha affidato l’incarico a Qualità e Sviluppo Rurale, società a prevalente capitale pubblico, già positivamente impegnata in attività simili. Lo studio è stato condotto, a costo zero, dal Presidente di QSR Stefano Biagiotti e da un team comprendente anche Alessio Banini, Filippo Masina e Francesca Sordi.

Sull’iscrizione ha pesato la modalità di trasmissione dell’arte dell’appiciare, che si basa sulla pratica, e il valore sociale e culturale che racchiude, rappresentando un forte strumento di trasmissione delle tradizioni insieme alla sua capacità di superare barriere sociali ed anagrafiche. Indubbiamente questa iscrizione avrà delle ricadute importanti su tutto il nostro territorio in quanto ha sistematizzato il valore sociale e culturale del prodotto, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco.

Proprio su questo punto abbiamo chiesto maggiori informazioni al presidente di QSR, nonché rappresentante dell’Università Telematica Pegaso della sede di Montepulciano, Stefano Biagiotti.

“Una co-abitazione di grande prestigio che attribuisce enorme valore al riconoscimento attribuito dal MIPAAF ad un alimento, i pici, di origine povera, inconfondibile per la sua tipicità e provenienza, quasi identitario, ma oggi diffuso su tutte le tavole, e soprattutto ad una pratica, appunto l’ “appiciare”, di cui uno studio appositamente commissionato ha sistematizzato il valore sociale e culturale, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco” – spiega il presidente Biagiotti

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Arte, tecnica e amore per i cavalli – L’equitazione raccontata dall’associazione Tre Laghi

  È stato in occasione della 37sima Fiera dell’Agricoltura di Tre Berte che l’Associazione Tre Laghi ha organizzato il Gran Galà dell’arte equestre. La competizione, a cui hanno partecipato anche…

 

È stato in occasione della 37sima Fiera dell’Agricoltura di Tre Berte che l’Associazione Tre Laghi ha organizzato il Gran Galà dell’arte equestre. La competizione, a cui hanno partecipato anche il Club Ippico Villa Il Poggio di Sinalunga, il Centro Ippico Happy Horse e La Cacciata di Orvieto, è stata uno spettacolo formato da una decina di esibizioni curate nei minimi particolari, le quali hanno reso evidente lo stretto legame tra i cavalieri e i loro splendidi quadrupedi. Perché se c’è una cosa che non può mancare nell’equitazione è proprio questo rapporto di sintonia, reso inscindibile dalle tante ore di lavoro passate insieme ai cavalli, al fine di mettere a punto esercizi sempre più precisi e al tempo stesso di creare realtà importanti per il territorio, quale quella rappresentata dall’Associazione Tre Laghi, nata nel 1992 e oggi punto di riferimento per il turismo equestre.

A svelare alcuni aspetti di questo mondo, è stato Arnaldo Poggiani, presidente dell’Associazione Tre Laghi.

Innanzitutto, quali sono le fasi di allestimento di uno spettacolo di arte equestre?

«Per prima cosa si studia la coreografia, che dipende dall’esperienza sia del cavallo che del cavaliere, quindi si passa all’inserimento delle musiche, in modo da rendere l’esibizione il più coinvolgente possibile».

Quali requisiti sono necessari per cimentarsi in questo sport?

«Proprio come in ogni sport, agli atleti è richiesta una preparazione fisica costante. Si inizia ad avvicinarsi all’equitazione dai 6 ai 25 anni e si continua svolgendo almeno quattro ore a settimana di attività fisica. Ma anche per i cavalli è previsto un vero e proprio allenamento, da quando sono puledri, quindi dai quattro-cinque anni di età, fino a che non raggiungono la maturità mentale e diventano compagni di lavoro preparati ad eseguire i movimenti secondo i precisi segnali impartiti dai loro addestratori».

Quanto tempo occorre per preparare una coreografia?

«È un lavoro continuo, che dura tutto l’anno per far sì che si raggiungano i massimi livelli, anche perchè le occasioni per esibire le proprie abilità non mancano mai. A tal proposito, il programma della tre giorni di Fiera comprende anche le finali di gimkana e di dressage del campionato interrregionale Uisp».

Quali attività proporrà l’Associazione nei prossimi mesi?

«Oltre ad offrire agli agriturismi della zona la possibilità di far incontrare i cavalli ai propri ospiti, l’Associazione ha in programma iniziative come “Il Cammino di Leonardo da Vinci”, un itinerario di due giorni di passeggiata a cavallo tra i laghi di Chiusi e Montepulciano».

Perchè consiglierebbe di provare l’esperienza di salire a cavallo?

«Semplicemente perchè l’effetto terapeutico di una passeggiata con questi splendidi animali corrisponde alla scoperta di un nuovo modo di conoscere il territorio, anche quando si tratta di un tragitto già tante volte percorso in auto. Si tratta di un contatto con la natura del tutto inedito che, per essere vissuto appieno, richiede di estraniarsi e di osservare la realtà senza condizionamenti».

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Buon quinto compleanno, La Valdichiana!

La fase di startup, che è la parte iniziale di ogni nuova impresa, è quella più complicata, ma allo stesso tempo ricca di soddisfazioni: di solito dura tre anni, un…

La fase di startup, che è la parte iniziale di ogni nuova impresa, è quella più complicata, ma allo stesso tempo ricca di soddisfazioni: di solito dura tre anni, un lasso di tempo nel quale si è in grado di comprendere se l’attività può sopravvivere agli sforzi e agli entusiasmi iniziali e mettere radici profonde nel terreno, per continuare a lungo nel tempo.

La Valdichiana ha compiuto cinque anni, quindi possiamo dire che la fase di startup è stata superata: quella fase in cui era più difficile emergere, ma anche quella fase in cui gli errori potevano più facilmente essere perdonati. Cinque anni fa questo progetto era una scommessa, adesso è una realtà, considerato da molti lettori come un punto di riferimento serio e autorevole. Nel corso di questi anni ci siamo rinnovati e migliorati, ci siamo sforzati di cambiare e di offrire un servizio sempre migliore, mantenendo quanto più possibile saldi i valori etici che abbiamo già descritto a lungo su queste pagine.

Il vostro sostegno ci ha permesso di raggiungere il quinto compleanno, gettando le basi per continuare ancora a raccontare il territorio in cui viviamo. Sarebbe impossibile fare un elenco completo delle tante soddisfazioni di questi anni e delle persone che abbiamo incontrato; per questo, invece che concentrarci sul passato, preferiamo concentrarci sul futuro, e sulla strada che dobbiamo ancora percorrere.

I prossimi mesi saranno caratterizzati da tante novità: per esempio il Mercante in Chiana, la nuova edizione del gioco di carte collezionabili ispirate al dialetto chianino, in cui avrete la possibilità di scegliere i nomi e le illustrazioni. Avremo inoltre il crowdfunding dedicato a “Passione senza fine”, il docufilm che racconta la vita e le emozioni del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena, la cui produzione avverrà nel corso dei mesi a venire. Per non parlare dei tanti eventi da seguire, della nuova stagione di “Giardino Valdichiana” che ci accompagnerà per tutta l’estate, con interviste e musica dal vivo, e nuovi articoli nel nostro negozio online dedicato agli approfondimenti sul territorio.

Tanti progetti in arrivo, quindi, e tante altre sfide che ci aspettano lungo il percorso. Siamo felici dei risultati raggiunti, ma non vogliamo fermarci qui, e speriamo di avervi con noi nel proseguo del cammino. Grazie a tutti e buon compleanno, La Valdichiana!

 

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

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I volti e le fiabe: intervista a Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie…

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie artistiche realizzate da Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli.

Fotografa lei, hair stylist con esperienza internazionale nel campo della moda lui, l’anno scorso hanno scelto di venire a vivere con Francesca, la loro bambina a cui tra l’altro è dedicata la mostra, nel piccolo borgo di Fonte Vetriana.

Cosa vi ha portato a Fonte Vetriana?

Carlotta: «Eravamo alla ricerca di un luogo tranquillo, una specie di eremo, dove ad essere più pulita fossero la qualità dell’aria e i rapporti con le persone. Qui adesso abbiamo il nostro studio e abbiamo trovato il luogo perfetto per esporre “C’era un volto e forse c’è ancora”».

Come è iniziato il progetto della mostra?

Carlotta: «É accaduto per caso, era il 2014 e Gianluca stava lavorando a un servizio di moda. Rimanemmo colpiti da come alcuni scatti riuscivano a raccontare una modella nei tratti distintivi della sua personalità, oltre che ovviamente a ritrarla nei suoi lineamenti. Poi durante un’esposizione a Parigi, abbiamo fatto vedere le foto a un gallerista che ci ha suggerito di approfondire questo spunto».

Oggetto degli scatti sono i volti. A cosa si deve questa scelta?

Gianluca: «La scelta è stata dettata dalla volontà di porre l’attenzione sulla persona, in una realtà ormai velocissima dove si fa sempre più fatica a soffermarsi sui volti che ci circondano. Abbiamo voluto in posa di fronte all’obiettivo chi potesse esprimere un’estetica non necessariamente racchiusa nei canoni tipici della bellezza, ma in grado di raccontare una propria verità».

Chi sono i soggetti delle fotografie?

Carlotta: «Sono persone del posto, di cui alcune hanno accettato il nostro invito a farsi fotografare, mentre altre si sono proprio offerte».

Che ci sia un legame tra le vostre fotografie e il mondo fiabesco lo si intuisce già dal titolo della mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, ma di preciso in cosa consiste questo rapporto?

Carlotta: «Le fiabe rappresentano luoghi dell’immaginazione con più di un significato, le trame sono fatte di esperienze, incontri, sfide e paure che non riguardano soltanto i personaggi dei racconti, ma la vita vera di ognuno. Per questo vogliamo far riflettere sul fatto che le fiabe si riscrivono ogni giorno, si ritrovano nella vita quotidiana e nei volti delle persone che si incontrano per strada».

Quale ruolo possono avere le fiabe nella nostra società?

Carlotta: «Oggi regna ovunque un clima di indifferenza, quando non proprio di sfiducia, dell’uno verso l’altro, alimentato da paure spesso motivate dalla non conoscenza. L’osservazione di un volto è il primo passo verso la scoperta di una persona e della sua storia, anche se di fronte a queste fotografie lo spettatore può costruirsi il proprio percorso di lettura, inventarsi ogni volta un finale. Non ci sono nè titoli nè didascalie ad indicare a quale fiaba la foto si riferisce, anzi nella maggior parte dei casi si è voluto eliminare il più possibile i particolari che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dai soggetti».

State già pensando ad un nuovo progetto?

Gianluca: «Sicuramente proseguiremo con i ritratti, per approfondire e rendere più vasto questo lavoro. Poi vorremmo esporre la mostra in un contesto urbano. Forse in città, piuttosto che qui, incombono la solitudine e l’isolamento dell’individuo e dunque le nostre foto potrebbero essere un’occasione per soffermarsi a osservare, e conoscere, cosa le persone che ci stanno attorno hanno da raccontare».

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