La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Prima Pagina

Contrabbasso e voce, concerto di Musica Nuda a Chianciano Terme

Il duo Musica Nuda, in concerto venerdì 13 settembre, alle 21.30, al teatro Caos di Chianciano Terme, si presenta come l’esito ben riuscito dell’incontro tra destino e talento. Petra Magoni…

Il duo Musica Nuda, in concerto venerdì 13 settembre, alle 21.30, al teatro Caos di Chianciano Terme, si presenta come l’esito ben riuscito dell’incontro tra destino e talento. Petra Magoni e Ferruccio Spinetti compongono questo duo dal 2003, quando lei era una cantante solista con già quattro album all’attivo e lui il contrabbassista degli Avion Traviel. Proprio il successo inaspettato del loro primo concerto, in cui Ferruccio all’ultimo minuto si trovò a suonare a fianco di Petra, li ha esortati a proseguire, a preparare un repertorio e pubblicare un album. Da lì, ad aspettare i Musica Nuda c’è stato un continuo susseguirsi di album e concerti, come loro stessi raccontano in questa intervista a poche ore dal concerto che li vedrà protagonisti della rassegna Chianciano Terme da Vivere.

«Il nostro duo e’ nato per gioco nel 2003. Nessuno di noi pensava all’inizio di dar vita ad un sodalizio artistico che va avanti oramai da 17 anni, più di 1500 concerti in tutto il mondo, 11 cd ed un dvd. Abbiamo avuto premi e riconoscimenti, soprattutto da parte del pubblico,  che ci hanno dato la spinta di credere giorno dopo giorno nella bontà del lavoro che stavamo facendo. E anche all’unicità del nostro progetto, un duo composto solo da una voce e un contrabbasso».

Che tipo di brani comprende il vostro repertorio e quali di questi saranno eseguiti a Chianciano?

«Il nostro repertorio è un mix tra cover del mondo pop come i Beatles o Sting, brani del songbook cantautorale italiano come Battisti, Paolo Conte, Tenco o ancora brani del repertorio classico, come Monteverdi e Bach, e brani originali scritti da noi o da amici come Pacifico, Frankie Energy, Luigi Salerno, Alessio Bonomo, Avion Travel.
Avendo più di 300 brani in repertorio ogni nostro concerto è unico, nel senso che decidiamo la scaletta il giorno stesso del concerto, lasciandoci trasportare anche dal luogo dove ci esibiremo o dalla propensione a suonare determinati brani quel giorno».

Ci sono state collaborazioni con altri interpreti o musicisti in questi anni?

«Certo, Musica Nuda non e’ una gabbia. Già nel 2006 il nostro secondo album Musica Nuda 2, era un doppio cd con, da una parte, solo brani del duo, e con dall’altra duetti preparati con tanti ospiti. Nel 2013, invece, per i 10 anni di Musica Nuda, abbiamo dato vita a Banda Larga, un disco arricchito dalla presenza di un’orchestra sinfonica e dagli arrangiamenti orchestrali di Daniele di Gregorio, che ha suonato anche la marimba ed il vibrafono in alcuni brani. Abbiamo avuto poi la gioia di duettare con Al Jarreau, di cui abbiamo aperto il tour tedesco nel 2010. Ogni incontro, ogni collaborazione ti fa crescere, soprattutto se trovi musicisti sensibili e bravi come abbiamo avuto la fortuna di incontrare sulla nostra strada».

Siete portati a seguire un procedimento particolare nella preparazione dei vostri brani?

«Non ci sono regole. A volte nasce prima la musica, altre volte il testo».

Applicate un certo tipo di studio o ricerca sulla vostra musica?

«La nostra e’ una ricerca continua sui nostri strumenti, contrabbasso e voce. Cerchiamo di esplorare nuove soluzioni, ci definiamo un po’ dei “geologi” della musica e, in un certo senso, anche artigiani: poco computer, molta manualità».

Inserite anche contaminazioni con altri generi musicali?

«Nel mio caso – risponde Ferruccio – il Brasile e’ stato semplicemente fondamentale. Mi è sempre piaciuto quel caratteristico modo di scrivere, partendo dallo choro, fino alla bossanova, ed al Tropicalismo di Veloso. Ho avuto la fortuna di incidere due dischi con un altro gruppo che si chiama InventaRio, composto da me, Francesco Petreni, Giovanni Ceccarelli e Dadi Carvalho, di cui uno dedicato alla musica di Ivan Lins che ci è valso anche una nomination ai Grammy Awards 2015 nella sezione Musica Popolare Brasiliana».

Quali sono le suggestioni e le emozioni che, più di altre, cercate di suscitare nel pubblico durante i concerti?

«Basta pensare che la gente che esce dal teatro dopo un nostro concerto sia felice d’aver passato un’ora e mezza di spensieratezza, di serenità. Di aver riso o di essersi emozionata su una parola o su una nota. Mi piace l’idea che la nostra musica possa far compagnia a chi ci ascolta sia dal vivo che nella vita di tutti i giorni. Non ho mai suonato per insegnare qualcosa o mandare dei messaggi politici. Mi piace pensare che quando suoneremo in Austria, Portogallo, USA, come accadrà nei prossimi mesi di ottobre e novembre, la nostra musica non avrà confini. Sarebbe bello un mondo senza barriere ideologiche e culturali. Con dei porti che accolgono… invece che respingono, ovviamente con delle regole da rispettare, ma con una buona dose d’umanità alla base di tutto».

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Tradizioni digitali: i mercati della Valdichiana Senese si raccontano

Raccogliere storie, scrivere aneddoti e raccontare la vita, è questa la parte del mio lavoro che più mi piace. Una parte scontata, forse, perché è alla base di ogni lavoro…

Raccogliere storie, scrivere aneddoti e raccontare la vita, è questa la parte del mio lavoro che più mi piace. Una parte scontata, forse, perché è alla base di ogni lavoro giornalistico, ma non sempre semplice. Gli sguardi diffidenti degli interlocutori, il non voler parlare davanti ad un microfono, la preoccupazione di dove andranno a finire le dichiarazioni rilasciate, sono tutti aspetti da mettere in conto da chi decide di raccontare la vita. Ma quando il contesto è un luogo essenziale che descrive un popolo e una comunità anche l’interlocutore dimentica ogni segno inibitorio e diventa una fonte e una testimonianza preziosa e fondamentale per la storia di un territorio.

Ed è proprio attraverso un luogo essenziale e le testimonianze dei vari attori che animano questo spazio, che la nostra redazione ha deciso di raccontare la Valdichiana attraverso l’elemento che più costudisce una vasta collezione di aneddoti e racconti del patrimonio orale, che caratterizza il nostro territorio con un valore identitario che non si disperderà mai. Questi luoghi sono i mercati, sempre più costretti in una crisi che li rende poco competitivi rispetto ai supermercati e alla grande distribuzione organizzata ma con principi importanti per l’economia locale.

La Fondazione Cantiere d’Arte di Montepulciano, grazie al progetto ‘Luoghi-incontro’ sostenuto da Fondazione Monte dei Paschi di Siena nell’ambito della programmazione di “SIENAindivenire”, ci ha affidato il compito di digitalizzare la tradizione orale raccolta nei principali mercati della Valdichiana Senese per la diffusione alle nuove generazioni, assumendo così quel tratto di innovatività che proietta in un futuro conscio le radici culturali della collettività.

E così insieme al mio socio-scrittore Alessio Banini abbiamo cominciato il nostro tour nel patrimonio culturale immateriale contenuto nei mercati di Montepulciano, Sarteano, Cetona, Sinalunga e Torrita di Siena. Nel corso dei mesi di aprile e di maggio 2019, abbiamo fatto visita a questi mercati e utilizzando  tecniche di indagine qualitative, ovvero interviste dirette, storie di vita, osservazione partecipante, siamo entrati in contatto con le persone che frequentano i mercati, che vivono la socialità del luogo di incontro, in grado di raccontare aneddoti e tradizioni orali. Le preziose testimonianze sono state successivamente sottoposte a verifica, grazie allo studio della letteratura collegata e al confronto con altre fonti orali.

Dopo quattro mesi dalla prima intervista, questo lavoro è pronto per essere diffuso come testimonianza delle dinamiche antecedenti ai modelli culturali del consumismo, della commercializzazione di massa e della globalizzazione. I saperi, gli aneddoti, le storie di una vita apparentemente lontani, grazie a questo libro, sono stati recuperati e verranno preservati, attraverso la digitalizzazione e la trasmissione alle generazioni più giovani.

Quello che abbiamo appreso da questa esperienza lavorativa è che oltre al grande valore sociale, come luogo simbolico di ritrovo e di confronto tra le rispettive esperienze, in cui l’aspetto economico dell’acquisto della merce è fortemente connotato dalla modalità di acquisto, dalla conoscenza delle persone e dai meccanismi di fiducia e vicinanza, il mercato è a tutti gli effetti un “mercato”, un luogo in cui vengono realizzati gli scambi economici di materie prime, regolato dalle leggi della domanda e dell’offerta, una piazza pubblica che diventa il momento fondante della vita della comunità, in cui ritrovare la propria identità. Un luogo in cui interviene una mimica del corpo e una modalità di comunicazione fisica che altrove non accade: il modo di occupare lo spazio, di interagire con la merce, di parlare con il venditore e di avvicinarsi al banchino diventa parte di una comunicazione di sé da parte dell’acquirente. Forse non è azzardato avvicinare il mercato ad una rappresentazione teatrale: il mercato è un evento pubblico che si può fruire soltanto dal vivo, con un attore, l’ambulante, che mette in pratica le sue tecniche di recitazione migliori, in questo caso ‘di vendita’ per attirare la clientela, ma anche la propria rappresentazione in un luogo pubblico, utilizzando la conoscenza delle persone, il pubblico, che ha di fronte e l’improvvisazione.

Il nostro lavoro è disponibile gratuitamente all’interno del negozio “Valdichiana Shop”: potete scaricare l’ebook gratuito a questo link, aggiungendolo al carrello e completando la procedura, finché non apparirà il bottone per scaricarlo direttamente nel vostro dispositivo.

“I saperi del mercato, come tutti i processi culturali, si trasmettono attraverso i mediatori, i maestri, il dialogo: fra il compratore e la cosa desiderata è frapposto il mediatore, interprete, trasmettitore e conoscitore. Il supermercato invece è il luogo dell’”immediato”, in cui fra il cliente le cose esposte non si trova nessun informatore, nessuna voce, nessuna presenza mediatrice. Ognuno rimane solo con le sue tentazioni. […] Vi domina, unico sovrano legittimo e riconosciuto, il Potere d’Acquisto e la Moltiplicazione, spesso gratuita, immotivata. Spazio controllato e chiuso, luogo della non partecipazione, dell’acquisto condizionato, non contrattato, istintivo e gregario, della presenza passiva, trappola da percorsi obbligati, dalla quale si può uscire se la logica dell’acquisto viene rispettata. Il mercato, se il dialogo langue, può trasformarsi in teatro animato, pulsante. In vita”. (Piero Camporesi)

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I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

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Drammaturgia della Canzone – Intervista a La Rappresentante di Lista

Abbiamo incontrato Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista dopo il loro show al Live Rock Festival di Acquaviva il 1 settembre 2019. In un dialogo costante…

Abbiamo incontrato Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista dopo il loro show al Live Rock Festival di Acquaviva il 1 settembre 2019. In un dialogo costante tra drammaturgia della canzone ed energia esecutiva dei brani, il loro live è annoverato tra i migliori dell’ultima stagione musicale italiana. Figlio di un lungo percorso di ricerca e di scrittura, il loro ultimo disco Go Go Diva segna un traguardo che conferma la qualità compositiva di quella che è senza dubbio una delle più importanti band della nostra scena indipendente. Tommaso Ghezzi ha parlato con loro delle tematiche principali del disco, delle legature creative che si creano tra musica e teatro, di Sicilia, di Toscana e di futuro.

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Poesia di vita quotidiana: intervista ad Antonio Dimartino

Il tour che ha seguito l’uscita del disco “Afrodite” di Dimartino ha toccato anche Acquaviva, in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival, la sera del 29 Agosto 2019….

Il tour che ha seguito l’uscita del disco “Afrodite” di Dimartino ha toccato anche Acquaviva, in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival, la sera del 29 Agosto 2019. Apprezzatissimo da critica e pubblico, sia come interprete dei suoi brani sia come autore per altri artisti, Antonio Di Martino – che solo nel caso del nome d’arte contrae il suo cognome in Dimartino – è uno dei più importanti cantautori italiani. Con quattro dischi all’attivo (più un disco tributo a Chavela Vargas), e molte canzoni eseguite, tra gli altri, da Arisa, Malika Ayane, Brunori, Colapesce, Levante e Carmen Consoli, è il punto di riferimento del songwriting italiano. Tommaso Ghezzi lo ha intervistato nel backstage del Live Rock Festival subito dopo la sua esibizione.

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Maurizio Landini (CGIL) a La Valdichiana: «risollevare l’Italia creando un rinascimento dei valori»

La distanza tra partiti politici e società civile non è mai stata così grande. Si potrebbe dire abissale, senza nessun rischio di esagerare le dimensioni del problema. La politica non…

La distanza tra partiti politici e società civile non è mai stata così grande. Si potrebbe dire abissale, senza nessun rischio di esagerare le dimensioni del problema. La politica non dialoga. Difficilmente riesce a farlo all’interno degli stessi partiti, figuriamoci se si trova nella condizione di poterlo fare con il popolo. Sembra proprio questo, infatti, il problema della politica (mondiale) del ventunesimo secolo.

Trovare soluzioni è tutt’altro che semplice, ma di proposte di miglioramento se ne trovano molte. Manca, però, la fiducia. Quella fiducia che per tutto il Novecento ha permesso di cambiare il mondo conquista (sociale) dopo conquista. I cittadini non si riconoscono più negli ambienti politici, intellettuali e sociali. Da 30 anni sembra che l’unica possibilità in mano agli elettori sia crocettare il nome del leader del momento. Quello che fa leva su grandi promesse irrealizzabili o su rottamazioni e cambi generazionali o sull’odio incondizionato.

Intenso dialogo, unione, rivoluzione dell’istruzione e nuove tutele sono alcune delle soluzioni che propone Maurizio Landini, Segretario generale della CGIL, intervistato in esclusiva per la nostra testata.

Il dialogo tra le componenti della società civile e tra queste e i partiti potrebbe essere la soluzione alla crisi della democrazia e della sinistra?

C’è sicuramente un nesso tra la crisi democratica e valoriale che stiamo vivendo e l’atteggiamento antisistema di gran parte dei partiti politici e dei loro esponenti. C’è una grave dimenticanza verso i fondamenti del nostro Paese, che sono la libertà, la democrazia e la solidarietà. Questa Italia è nata all’indomani della Seconda guerra mondiale sulle ceneri del fascismo, grazie alla collaborazione di tutte le forze sinceramente democratiche: i partiti, i sindacati, le associazioni laiche e cattoliche. E anche dopo, negli anni della ricostruzione e nelle situazioni di grave crisi non solo economica, ma anche civile – penso per esempio agli anni di piombo – è stato grazie alla collaborazione tra politica e società civile che si sono affrontate e gestite situazioni e problemi gravi. La delegittimazione della società civile come del resto delle istituzioni non sta facendo bene al Paese. Si dovrebbe ripartire da lì per un nuovo rinascimento valoriale.

La storia delle conquiste sociali e, nello specifico, della nascita e dello sviluppo dei sindacati è praticamente assente nei programmi scolastici e nei corsi universitari. È un’enorme falla all’interno del nostro sistema scolastico. Come mai si parla così poco di questo problema? Non potrebbe essere una base da cui ripartire? Ritrovare il contatto con le nuove generazioni ri-partendo dalla cultura, dall’insegnamento, dai docenti.

La storia del movimento dei lavoratori è la storia del nostro Paese. Dalle lotte bracciantili passando per le prime organizzazioni dei lavoratori, i sindacalisti assassinati dalle mafie e dai potentati, perché organizzavano i lavoratori nel rivendicare i propri diritti, fino alla conquista di quelle tutele oggi date quasi per scontate come malattia, ferie, parità, maternità: è la storia dei sindacati, ma anche dell’emancipazione del popolo italiano. A volte penso che le nuove generazioni fatichino a comprendere l’importanza dell’essere uniti e solidali nelle rivendicazioni per i diritti, perché non hanno idea di quale sia la loro genesi. Inserire nello studio della storia questi elementi favorirebbe lo sviluppo di una coscienza civile. È evidente che questi temi abbiano una fortissima valenza politica, il che forse spiega come mai non li ritroviamo nei programmi scolastici.

Oggi la definizione di classe lavoratrice è molto diversa da quella che l’ha caratterizzata per tutto il Novecento. Ne sono conferma, per esempio, le tante tipologie di contratto difficili da definire e da tutelare. È un altro tema del quale si parla pochissimo. La CGIL cosa ha intenzione di fare in proposito?

Il mondo del lavoro è profondamente cambiato nell’ultimo ventennio. Oggi dobbiamo confrontarci con una precarietà esasperata, con la somministrazione, l’impiego sistematico di false partite IVA, le piattaforme digitali, gli algoritmi. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non sempre i lavoratori lamentano la loro condizione instabile. Si rende allora necessario trovare un meccanismo per riconoscere le tutele fondamentali a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla tipologia contrattuale o di lavoro. Per farlo la Cgil, insieme a un team di giuslavoristi, ha elaborato una proposta di legge che è stata firmata da oltre un milione di persone e già depositata in Parlamento: è la Carta dei diritti universali del lavoro, che in sostanza è uno Statuto dei Lavoratori in linea col mondo del lavoro di oggi. Una legge che farebbe bene a tutti i lavoratori ma che, a dispetto delle promesse in campagna elettorale, non trova sponsor in Parlamento.

L’effetto delle grandi manifestazioni sembra avere esaurito la forza di incidere sulle decisioni politiche. Mi ricordo l’enorme delusione che provai dopo che, nel 2014, la meravigliosa manifestazione a Roma contro il Jobs Act risultò vana. È giusto puntare ancora su questo tipo di approccio per far sentire la voce dei cittadini e dei lavoratori?

Scioperi e manifestazioni sono lo strumento fondamentale della protesta dei lavoratori. Il punto non sta nella forma della protesta, ma nel mancato ascolto da parte di una politica che si è convinta di potere fare a meno dei lavoratori. Vorrei sommessamente ricordare che i partiti dei governi precedenti hanno perso le elezioni per non aver dato ascolto ai lavoratori che sono ancora la vera grande forza che manda avanti il Paese.

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Apocrifa Orchestra a Chianciano Terme canta il proprio Fabrizio De André

Foto di copertina: Marco Lambardi   Riferendosi ai libri, Italo Calvino diceva che “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, per il fatto che…

Foto di copertina: Marco Lambardi

 

Riferendosi ai libri, Italo Calvino diceva che “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, per il fatto che pur a distanza di anni, se non secoli, dalla scrittura di un testo, e a prescindere da quante volte lo si sia già letto, esso mantiene la capacità di insegnare qualcosa che fino a quel momento non si sapeva, il potere di sorprendere per un dettaglio mai notato prima, o un insegnamento chiaro solo con un po’ più di esperienza di vita alle spalle. In questo senso, nessuno avrà nulla in contrario se, parlando dell’Apocrifa Orchestra, si dà l’accezione di “classici” a quei testi di Fabrizio De André che da quindici anni il gruppo propone con arrangiamenti originali, come ha raccontato il cantante Riccardo Nucci.

«Apocrifa Orchestra nasce dall’idea di un gruppo di amici di mettersi in discussione come musicisti, in quello che abbiamo chiamato “progetto De André“. Questo consiste nel dedicarsi ai testi del cantautore, lasciando che tutta la loro poesia ci suggerisca delle rivisitazioni verso soluzioni stilistiche di genere diverso rispetto a quello con cui sono conosciute. Le canzoni hanno un’anima, nel loro significato, a cui attraverso la ricerca di altre chiavi di lettura, proviamo a conferire nuovi percorsi interpretativi».

Quello per De André, da parte dei suoi appassionati, somiglia forse più a un atto di fede che a una preferenza in termini di gusti musicali. Come è stato accolto questo progetto dal pubblico?

«A distanza di venti anni dalla sua scomparsa, De André effettivamente continua a raccogliere cultori, anche tra le nuove generazioni. All’inizio c’è stata un po’ di titubanza tra i più fondamentalisti, ma solo fin tanto che non è stato chiaro cosa stessimo facendo. Attraverso la musica, portiamo anche l’aggregazione che ci lega come gruppo, e questo sono sicuro che il pubblico lo percepisce, arrivando a condividere con noi l’emozione di ciò che suoniamo».

Passando proprio al gruppo, da quanti elementi è composto e a cosa deve questo nome?

«Apocrifa Orchestra è composta, oltre che da me, che canto e suono l’armonica, da Francesco Ceri per mandolino, voce e chitarre, Riccardo Butelli alla batteria, Paolo Cellini al basso, Alessandro Zibo De Maio alle tastiere, Paolo Batistini alle chitarre, Gianni Rubolino al sassofono. Siamo musicisti provenienti, in quanto a percorso professionale, da esperienze e generi diversi, che hanno trovato sin dagli esordi una gran sintonia in questo progetto. Il nome del gruppo prende spunto da “La buona novella“, l’album che Faber pubblicò nel 1970 con brani ispirati appunto ai Vangeli Apocrifi».

Per quanto riguarda gli arrangiamenti, c’è un motivo che vi ha portati in questi anni a scegliere dei brani piuttosto che altri?

«Non ci sono mai stati criteri precisi. Semplicemente siamo sempre partiti dalle sensazioni suscitate dai singoli brani per indagare quale tipo di arrangiamento fosse più adatto. Dal 2004, quando ci siamo riuniti, abbiamo affrontato praticamente tutta la discografia di De André, con particolare riferimento per quelli che il cantautore propose in collaborazione con la PFM. I brani frutto di questo lavoro, per adesso, si possono ascoltare nei due album “Apocrifa Orchestra” e “Rovistando“, e nei concerti che abitualmente teniamo».

Come quello che si terrà venerdì 16 agosto a Chianciano Terme, dalle 21:30 in Piazza Italia. L’occasione di ascoltare le opere di De André in una versione inedita e originale, l’opportunità di scoprire il loro carattere sotto una luce nuova.

Qual è il brano senza il quale non chiudete mai il concerto?

«Per la sua interminabile forza di coinvolgere, unire ed entusiasmare: Il pescatore».

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Ashno oltre il kebab – Dal Togo ad Arezzo fra panini e trap

Nel marzo del 2018 un kebabbaro di Arezzo si rivolge a un rapper per registrare una canzone-spot per il suo negozio. Una trovata originale che ha dato i suoi frutti:…

Nel marzo del 2018 un kebabbaro di Arezzo si rivolge a un rapper per registrare una canzone-spot per il suo negozio. Una trovata originale che ha dato i suoi frutti: la canzone è diventata subito virale, l’attività di ristorazione conosciuta ben al di fuori delle mura cittadine. C’è addirittura chi viene apposta da fuori città per mangiare quel kebab, in quel negozio, che ormai è diventato un luogo mitico (anche se solo in una nicchia – ma il mondo dello spettacolo di oggi non è fatto di tante piccole nicchie?). Ne hanno parlato su La Nazione, Sky Uno e ovunque sul web. Il negozio è il Kebab La Stazione, il rapper Ashno.

Ok il successo di Kebab La Stazione, ok il tormentone virale in rete, ma chi è davvero Ashno? Abbiamo provato a conoscere meglio il trap boy di Arezzo, sicuri che dietro alla canzone-promo ci fosse un artista più profondo e con una storia da raccontare.

Chi eri in Togo?
Mi chiamo Asrafou Sesso, sono nato nel 1993 e ho studiato filosofia all’Università. Ero un ragazzo semplice.

Come sei arrivato ad Arezzo?
Volevo migliorare la mia vita. Sono arrivato come richiedente asilo e per fortuna sono stato adottato da una famiglia italiana con cui mi trovo benissimo. La vita continua. Qui faccio musica e cerco di diventare un business man: rapper-business man.

Come nasce il tuo rapporto con la musica?
Cantavo da quando avevo 13 anni, perché adoravo i rapper francesi e americani ed è così che ho iniziato a fare freestyle di quartiere. È stata una cosa automatica: quando ascolti tanti rapper ti viene voglia di provare a esprimerti come loro.

Come hai iniziato a fare musica in Italia?
Quando ero ospite all’interno di una struttura di accoglienza ho creato un piccolo studio in cui creavo materiale e mi esercitavo con le canzoni. Poi ho pubblicato un freestyle su YouTube in quattro lingue diverse e caricato online alcuni pezzi, ma non ero ancora famoso. Ho iniziato così a farmi conoscere. Tutto è cambiato quando abbiamo bombardato la rete con Kebab La Stazione.

Cos’è cambiato?
Le views sono aumentate e ho fatto tanti concerti. Sapete già che gli artisti fanno soldi con lo stream, no? Ora faccio moltissime visualizzazioni.

Nelle tue canzoni dici “Sempre sorridente anche se la gente parla male”, “Ashno l’ottimista”, “nero italiano”. Sei diventato virale grazie a Kebab la stazione, ma di cosa parlano le altre canzoni?
Prima di fare una canzone scelgo un tema: l’amore, la mia storia, l’immigrazione. Parlo dell’invidia delle persone e dei loro discorsi quando mi vedono camminare per strada. Io rimango sulla mia strada e la percorro a testa alta. Poi parlo del problema del razzismo: lo affronto dicendo che se sei nero e straniero e ti comporti rispettando la legge allora sei anche un cittadino italiano. E lo stesso avviene con gli italiani che vengono in Africa e si comportano bene. L’ottimismo è la mia forza, perché sono convinto di raggiungere tutti i miei obiettivi e poi bisogna essere sempre ottimisti per cercare di andare avanti.

Eyo-b e Tizzy: che legame c’è con loro?
Sono togolesi come me. Ci conoscevamo già in Togo solo che loro sono arrivati qualche anno prima di me in Italia. Ci siamo incontrati di nuovo qua e abbiamo fatto una canzone insieme

Ashno vs Bello Figo. C’è uno scontro, un dissing, come mai?
Perché io sono il contrario di Bello Figo. È anche venuto qui dal kebabbaro per rispondere alla canzone in cui lo critico. Non faccio quello che fa lui: i testi delle mie canzoni sono diversi. Lui è contro i suoi fratelli di colore. Io sono con loro. Quando Bello Figo canta, invece di difendere i neri come lui, si mette contro di loro, li mette in difficoltà.

Come mai?
Lui è furbo. Fa lo scemo e fa soldi. Lo fa per avere più views. Ha capito che per diventare famoso bisogna fare le cose trash come piacciono agli italiani ed è proprio quello che sta facendo lui. Per questo la gente sta sempre attaccata al suo canale: per vedere cosa pubblica.

Ashno non fa anche musica trash?
Nelle mie canzoni non ci sono attacchi al governo o insulti. Le mie canzoni sono simpatiche. Cerco di far sorridere i miei fans. Quindi può darsi che butto delle frasi che fanno ridere e che possono essere interpretate come trash. Ognuno la pensa come vuole, ma la mia idea è di far sorridere la gente senza offendere.

Che programmi hai per il futuro?
Ci sono progetti. Kebab La Stazione ha aiutato molto sia me che il ristorante, infatti ne è stato aperto un altro a Castiglion Fiorentino. Da parte mia ho collaborazioni con altri artisti, video e soprattutto a settembre uscirà un mio remix di Bella Ciao.

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Piranha Social Club: l’orizzonte culturale di Acquaviva che si nutre di relazioni sociali

Foto di Elisa Valdambrini Veloce e curiosa come il quartiere più moderno di una grande città, familiare come solo una frazione di poco più di mille abitanti può essere. Acquaviva…

Foto di Elisa Valdambrini

Veloce e curiosa come il quartiere più moderno di una grande città, familiare come solo una frazione di poco più di mille abitanti può essere. Acquaviva di Montepulciano ormai da anni ha assunto sembianze cosmopolite che difficilmente ne rendono pensabile la collocazione a margine di un paese di provincia, tanto evidente e senza confronti è lo slancio verso una dimensione culturalmente viva che non rimane fine a se stessa, ma che anzi coinvolge, nutre e di nuovo ispira. In questo senso, il Collettivo Piranha è al tempo stesso agente e risultato di un processo culturale che, da quando si è innescato, non ha fatto che alimentare un fermento sociale chiaramente avvertito oltre gli esigui confini di Acquaviva.

Il Live Rock Festival ne è il caso più eclatante, consacrato in modo incontrovertibile a evento di riferimento nel suo genere. Dimostrazione evidente delle potenzialità che una realtà associativa può mettere in campo, il Festival deve la sua crescita all’impegno profuso dal Collettivo Piranha nel creare un ambiente dominato dal valore della continua elaborazione culturale. Lo stesso valore che, alcuni mesi fa, ha spinto i componenti del Collettivo a rilevare un bar di Acquaviva per farne, come lo ha definito il presidente del Collettivo Andrea Mezzanotte, uno “spazio creativo“, che diventasse un’area di aggregazione, un habitat vero per i Piranha storici e quelli che verranno.

«Perché il Piranha Social Club è nato ponendo come principio fondamentale la valorizzazione dei rapporti umani, come base per pianificare nuove iniziative e proporre occasioni di incontro e confronto, in una dinamica di avanzamento per l’intero territorio».

Così si entra in un locale e al tempo stesso si diventa parte di un insieme, quello dell’associazione, che poi è uno spazio di condivisione del tempo e di scambio di argomenti.

«Si scopre un luogo dove le relazioni sono vere, concrete, e da queste nascono discussioni sulle quali si innestano idee in un clima che, per definizione, in quanto collettivo ha già superato la dimensione dell’ “io”. La socialità evocata dal nome del locale la si ritrova nel tentativo di evitare la deriva individualistica cui l’era digitale talvolta obbliga. Uscire dalla propria zona di comfort, quella assicurata dai device e dalla cerchia di contatti più o meno virtuali, per entrare in contatto con persone di generazioni ed esperienze diverse».

Una dinamica che arricchisce sé stessi ma anche, indubbiamente, tutto il tessuto sociale nella sua complessità.

«Quel che sulla lunga distanza il Piranha Social Club può portare, in termini di cambiamento, nella comunità di Acquaviva è proprio l’effetto dell’esistenza di uno spazio in cui scoprire l’altro e al contempo sé stessi, un modo per stabilire contatti umani, ridefinire continuamente il proprio orizzonte di conoscenze. Auspichiamo che questo clima possa generare prodotti culturali sempre meritevoli di attenzione e interesse, anche per sensibilizzare chi ancora non ne fa parte ai valori che animano il Collettivo ».

Durante le sue prime settimane di attività, il Piranha Social Club ha proposto un programma di appuntamenti – dagli eventi musicali alle presentazioni di libri – ai quali se ne aggiungeranno altri il prossimo autunno, dopo che si sarà concluso il Live Rock Festival

Lo stesso Festival ha, di anno in anno, precorso caratteristiche e finalità adesso mantenute e coltivate anche dal Club: le tematiche sociali e quelle ambientali, affrontate e onorate con iniziative avanguardistiche, diventano così argomento di conversazione, dando animo a un movimento culturale che trae nutrimento dal suo stesso organismo.

«Gli eventi che il Piranha Social Club continuerà a ospitare possono essere preparati come improvvisati, quindi seguiti nella realizzazione dal gruppo di competenza. Niente che non si potrebbe impiantare in altre località: sarebbe una soddisfazione aggiunta se il Piranha Social Club facesse da ispirazione per la nascita di realtà analoghe nei dintorni, dove anche è già molto presente la cultura dell’associazionismo».

È forse presto per dire se ciò accadrà, ma visti i risultati che oggi fanno di Acquaviva e del suo Piranha Social Club i casi più interessanti di produzione culturale della Valdichiana, non possiamo che augurarcelo.

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Giardino Valdichiana – Stagione 2019

Arriva l’estate e assieme ad essa torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste, storie e approfondimenti a cura di Valentina Chiancianesi. Il programma torna a farci compagnia per l’estate con…

Arriva l’estate e assieme ad essa torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste, storie e approfondimenti a cura di Valentina Chiancianesi. Il programma torna a farci compagnia per l’estate con un’importante novità: non più in diretta streaming, ma in prima visione ogni settimana, con la possibilità di interagire in diretta con gli intervistati e la conduttrice, per un’edizione completamente dedicata alla storia, alla cultura e al mistero.

Dopo la prima edizione  in cui vi abbiamo portati al Giardino Poggiofanti di Montepulciano, la seconda edizione in cui siamo stati ospiti dell’Enoliteca del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e la terza edizione svolta presso il Golf Club Valdichiana, questa volta il programma si svolgerà dalla Villa di Leonardo a Sinalunga, in località Il Sodo. Si tratta di una villa ideata architettonicamente da Leonardo da Vinci, di cui proprio quest’anno ricorrono i 500 anni dalla morte, e verrà utilizzata come filo conduttore della trasmissione. Parleremo di storia della Valdichiana, di cultura locale, paesaggi della bonifica e tradizioni popolari, con particolare attenzione ai segreti e ai misteri che il genio toscano ha lasciato anche nel nostro territorio. Al suo interno, inoltre, la visita al Sentiero dell’Acqua di Sinalunga con il racconto a puntate dei sotterranei del borgo!

Nato come esperimento innovativo, “Giardino Valdichiana” è diventato un appuntamento fisso della nostra estate, con tanti ospiti e tante occasioni per raccontare il territorio: un modo per coinvolgere i protagonisti della zona in cui viviamo, attraverso interviste informali e aperte al contributo di tutti. Grazie ai mezzi tecnici messi a disposizione dagli amici di Lightning Multimedia Solutions, che rinnova la collaborazione con la nostra redazione, saremo in grado di offrirvi un programma ancora più innovativo e aperto alla partecipazione di tutti!

Ogni venerdì a partire dal 28 Giugno alle ore 14:00, “Giardino Valdichiana” sarà in prima visione  attraverso Facebook Live, con la possibilità di intervenire personalmente con domande e commenti. La puntata sarà poi disponibile on demand sia sul nostro canale YouTube sia su questa pagina del magazine, con l’intera raccolta in aggiornamento. Inoltre entrerà a far parte del palinsesto dell’emittente regionale Tele Idea al canale 190 del digitale terrestre: le puntate saranno trasmesse ogni giovedì alle ore 21:00 e in replica il venerdì alle ore 14:15. Come al solito, se avete suggerimenti, curiosità o critiche riguardanti la nuova edizione di “Giardino Valdichiana”, potete scrivere alla redazione!


Sesta puntata – 2 agosto 2019

  • Disegno, arte e territorio con Andrea Picciafuochi
  • Ultima tappa del viaggio sotterraneo nel Sentiero dell’Acqua di Sinalunga
  • Teatro e cultura con Ludovico Cosner

Quinta puntata – 26 luglio 2019

  • Storia e filosofia ai tempi di Leonardo da Vinci con il prof. Marco Montori
  • Quinta tappa del viaggio sotterraneo nel Sentiero dell’Acqua di Sinalunga
  • Le case leopoldine e la bonifica in Valdichiana con Massimo Trabalzini

Quarta puntata – 19 luglio 2019

  • Salute e benessere con l’allattamento e la clownterapia secondo Danila Lorenzini
  • Quarta tappa del viaggio sotterraneo nel Sentiero dell’Acqua di Sinalunga
  • Libri e letteratura con lo scrittore torritese Nicola Nucci

Terza puntata – 12 luglio 2019

  • Storia, paesaggio e abbazie con Franco Rossi e Paolo Tiezzi Maestri
  • Terza tappa del viaggio sotterraneo nel Sentiero dell’Acqua di Sinalunga
  • La musica e le ispirazioni dal territorio di Fabrizio Bai

Seconda puntata – 5 luglio 2019

  • Il valore delle comunità e dei piccoli borghi con Riccardo Lorenzetti
  • Seconda tappa del viaggio sotterraneo nel Sentiero dell’Acqua di Sinalunga
  • Le iniziative ambientali del gruppo Fridays For Future Siena con Elena Scaccia

Prima puntata – 28 giugno 2019

  • I misteri della Villa di Leonardo con Roberto Barbessi
  • Prima tappa del viaggio sotterraneo nel Sentiero dell’Acqua di Sinalunga
  • Storie del borgo di Sinalunga con Ivo Padrini

 

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“Culture Contro la Paura” dell’Orchestra Multietnica di Arezzo: Intervista a Luca Baldini

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel…

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel suo senso etimologico, nel suo valore di interesse nei confronti della collettività e del bene condiviso degli esseri umani. In Piazza Signorelli, il 21 luglio 2019, è stato presentato il progetto Culture Contro la Paura: due ore di musica, graditissimi ospiti e flussi espressivi provenienti dai quattro angoli del mondo. Sul palco, diretti da Enrico Fink, 35 musicisti provenienti da Albania, Palestina, Libano, Nigeria, Costa d’Avorio, Argentina, Colombia, Bangladesh, Giappone, Romania, Russia, Svizzera e dalle più svariate regioni italiane, hanno accompagnato protagonisti della musica italiana del calibro di Brunori SAS, Lo Stato Sociale, Paolo Benvegnù, Dente, Luca Lanzi de La Casa del Vento insieme a Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, Alessandro Fiori nonché le voci di Emad Shuman e Paola Scoppa. Durante l’esibizione, poi, il fondale del palco si è animato con il live drawing del collettivo perugino dei BecomigX.
Abbiamo intervistato Luca “Roccia” Baldini, uno dei coordinatori dell’orchestra – nonché vicepresidente di Officine della Cultura e bassista, organico del progetto – a poche ore dallo spettacolo che ha riempito di gioia e di colore Piazza Signorelli di Cortona. Nel vorticoso viavai degli artisti, tra palco e backstage, nel caotico rumoreggiare del sound-check del pomeriggio di domenica 21 luglio, siamo riusciti a fargli qualche domanda.

Quale è stato il percorso, intrapreso dall’Orchestra Multietnica di Arezzo, che ha portato all’esibizione che vedremo stasera in chiusura del Cortona Mix Festival 2019?  

Luca Baldini: Dunque, il progetto dell’OMA va avanti ormai da 12 anni ed è nato inizialmente come percorso formativo, finalizzato alla conoscenza e all’approfondimento delle strutture di base delle tradizioni musicali delle aree del mediterraneo. Il progetto Culture Contro la Paura, invece, lo abbiamo iniziato lo scorso anno, come progetto interno all’OMA, coinvolgendo anche Dario Brunori, Paolo Benvegnù e Amanda Sandrelli. È nato in occasione di un mini-tour siciliano: abbiamo portato in giro un messaggio di integrazione in tre spettacoli che abbiamo fatto alla Valle dei Templi di Agrigento, al mercato di Ballarò e al Teatro di Verdura di Palermo. È stata una tre giorni di cultura dell’integrazione, in cui abbiamo condiviso una visione di mondo migliore con altri artisti, un mondo in cui potremmo essere tutti uguali. Da questa esperienza è partita la registrazione di un disco – intitolato appunto Culture Contro la Paura – che uscirà nei prossimi giorni, nel quale saranno presenti tutti gli ospiti che sono stati integrati nel percorso dell’OMA nel corso degli anni: ci sono Shel Shapiro, Dario Brunori, Raiz, Cisco, ma c’è anche la Bandabardò, Moni Ovadia e tantissimi altri. Questo è stato un espediente per ritrovarci e dare un messaggio importante, qui a Cortona. È la prima volta che facciamo un concerto con così tanti ospiti e siamo molto orgogliosi ed emozionati.

Sul palco insieme a voi ci sarà una presenza molto importante, sia per il messaggio – coerente con quello della OMA – sia per la stessa città di Cortona: sto parlando della Chitarra “Mare di Mezzo”.

LB: Sì, certamente! La chitarra che Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese, ha assemblato con frammenti di barconi arrivati a Lampedusa, sarà suonata da Francesco Moneti de La Casa del Vento e dei Modena City Ramblers. Sarà sul palco anche lo stesso Giulio Carlo Vecchini. Insomma, ci sarà un bel gruppo di amici. Personalmente devo dire che è stato molto faticoso. Veniamo da giorni di prove in teatro e siamo tutti un po’ stanchi. Come Officine della Cultura, poi, siamo anche coinvolti nell’organizzazione del Cortona Mix Festival e di conseguenza sono stati giorni molto intensi. Ma questo è il nostro gioiello e abbiamo fortemente voluto che chiudesse questa manifestazione. Abbiamo voluto chiudere ribadendo valori importantissimi, che non sono prettamente politici, ma sono etici. La politica si fa tutti i giorni, per strada, ma quando si parla di integrazione, di accoglienza e di apertura, penso che si entri in un ambito che è superiore della politica: si parla di etica, di valori assoluti.

L’OMA con questa compagine arriva in terra d’Arezzo dopo aver girato l’Italia. Rispetto alle tematiche citate, di integrazione e di accoglienza, come ti sembra che la terra d’Arezzo – e la Valdichiana – stia rispondendo?

LB: Vedo una grossa difficoltà delle persone rispetto a queste tematiche. È però una caratteristica comune di tutta l’Italia. È un periodo in cui le persone hanno veramente paura. La paura però nasce sempre dall’ignoranza, dal non conoscere – o peggio dal rifiutarsi di conoscere – le cose che stanno al di là del nostro campo visivo. L’unica soluzione è quella di cercare ogni giorno di far arrivare un messaggio di apertura e di ricerca. Le difficoltà ci sono, in Valdichiana così come nel resto d’Italia. Le abbiamo vissute anche sulla nostra pelle. Recentemente abbiamo portato in giro lo spettacolo Occident Express, con Ottavia Piccolo [di cui abbiamo parlato nel secondo numero di ValdichianaTeatro ndr] e mi sono accorto di come questo, in molti teatri, non sia stato accolto con grande entusiasmo. Le persone però si avvicinano a queste storie, le ascoltano, ne vengono coinvolte: ci rendiamo conto che le storie di chi viene da lontano sono anche nostre, sono vicine a noi, ci rendono complici. L’ignoranza è la malattia più grande dei nostri tempi, noi cerchiamo di curarla con quello che sappiamo fare meglio: suonare.

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Quando va tutto bene, è il momento di cambiare: la nostra estate

È proprio il momento in cui si realizza che tutto va bene, quello giusto per cambiare: per evitare di farci assalire dalla monotonia e dalla presunzione che non sia necessario…

È proprio il momento in cui si realizza che tutto va bene, quello giusto per cambiare: per evitare di farci assalire dalla monotonia e dalla presunzione che non sia necessario migliorarsi ulteriormente, provare qualcosa di nuovo, tentare nuove esperienze.

Questa consapevolezza ha animato gli ultimi mesi della nostra redazione, in un turbinio di nuovi progetti e il consolidamento di rubriche, attività e collaborazione che ci hanno garantito una crescita costante. Arrivati alle porte dell’estate, abbiamo quindi deciso di operare un cambiamento, anche se tutto stava procedendo a gonfie vele: per gettare le basi per intraprendere nuovi percorsi e avere la forza di costruire nuovi progetti, continuando ad ascoltare le proposte e le esigenze dei lettori.

Dal mese di luglio prenderò le redini della direzione editoriale del magazine, prendendo la staffetta da Valentina Chiancianesi, che ha svolto un ottimo lavoro nel corso dei sei anni di vita della testata. Valentina andrà a ricoprire il ruolo di direttrice responsabile degli uffici stampa di Valdichiana Media, la società editrice del magazine, pur continuando a collaborare con la testata nelle forme e nei modi a cui siete abituati. Si tratta quindi di un cambiamento nel segno della continuità.

Il nostro impegno è quello di continuare a investire nei contenuti di qualità per i tanti lettori che ci hanno seguito in tutti questi anni. Siamo pronti ad affrontare un’estate emozionante e densa di eventi: la nuova stagione di Giardino Valdichiana, condotta proprio da Valentina, ci farà compagnia fino a metà del mese di agosto, sperimentando la modalità della “Prima Visione” su Facebook Watch e la funzione “Premiere” su YouTube.

Quali promesse possiamo fare già da ora ai nostri lettori? Ci saranno inoltre nuove rubriche, nuovi ingressi in redazione, un decisivo incremento di uscite settimanali per il magazine. Verranno potenziate le attività dei gruppi Facebook (A Veglia in Valdichiana, dedicato alla storia delle tradizioni popolari del nostro territorio; Valdichiana Teatro, dedicato alle molteplici attività teatrali e alle compagnie locali), così come le opportunità di incontro, di confronto e crescita.

Abbiamo inoltre intenzione di aumentare le attività del negozio online, con nuovi prodotti e nuove offerte speciali, pubblicazioni speciali dedicate al nostro territorio. “Valdichiana Shop” ci consente infatti di mantenere gratuito il giornale per tutti i lettori e di limitare i banner pubblicitari all’interno del sito, senza ricorrere ai classici strumenti come AdSense per garantire la sostenibilità della testata, a scapito della leggibilità e della fruibilità degli articoli.

Infine, vogliamo impegnarci concretamente a sostegno delle tematiche ambientali e della cittadinanza attiva: un impegno che vuole rendere la nostra testata un punto di riferimento locale per i meccanismi positivi di servizio alla comunità. Se riusciremo a realizzare i nostri intenti, tuttavia, sarà soltanto grazie al vostro sostegno, ai vostri suggerimenti e alle vostre critiche. Tutti insieme, possiamo affrontare nuovi cambiamenti e crescere ancora. Buona estate a tutti!

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