La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Prima Pagina

La Valdichiana nel 2020: diventare grandi, senza manie di grandezza

“Crescendo noi non ci abituiamo soltanto alla legge di gravità bensì al mondo così com’è. Perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci…

“Crescendo noi non ci abituiamo soltanto alla legge di gravità bensì al mondo così com’è. Perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci offre.” (Jostein Gaarder)

Che cosa significa diventare grandi? Crescere, indubbiamente. Diventare più maturi, abbandonando le fasi della vita più infantili per abbracciare l’età adulta. La crescita, vista come un obiettivo positivo e inarrestabile, porta con sé maggiori responsabilità, ma anche la perdita della capacità di stupirsi di fronte al mondo come un bambino ai cui occhi tutto appare nuovo ed entusiasmante.

Per il nostro giornale, diventare grandi significa prendere coscienza delle proprie responsabilità e affrontare il necessario processo di crescita. Quando abbiamo iniziato, vedevamo il mondo come dei bambini, con la carica e il divertimento di chi affronta qualcosa di nuovo. La Valdichiana è stato un esperimento che avrebbe potuto fallire, e invece viaggia a gonfie vele verso il settimo anno di vita, crescendo costantemente. E noi siamo cresciuti assieme ad essa, diventando sempre più consapevoli e responsabili.

Nel corso degli anni abbiamo contribuito a far crescere giornalisti, abbiamo coinvolto tanti collaboratori, abbiamo creato una redazione stabile e un modello giornalistico che sta dando frutti positivi. Ma crescere significa diventare grandi? Non necessariamente. Si può invecchiare senza mai maturare completamente. Invecchiare è un processo biologico, diventare grandi è un processo culturale. Non avviene naturalmente, c’è bisogno di impegno da parte nostra.

Ci siamo impegnati a crescere, senza coltivare manie di grandezza: lo capiamo ogni giorno di più lavorando a stretto contatto con i ragazzi, un impegno che si rinnova anche nel 2020 nei confronti della scuola, dell’ambiente, del teatro e del mondo giovanile in generale. Perché, pur nella crescita, qualcosa dell’adolescenza va sempre mantenuto, anche in età adulta. Ovvero la curiosità, la leggerezza, l’apertura. La capacità di stupirsi nei confronti del mondo, insomma.

Questo è lo spirito che animerà la nostra testata anche nel 2020, tra vecchi e nuovi progetti. Siamo impegnati su molti fronti, in modo da garantirvi il giornalismo a cui siete abituati con l’arrivo di nuove rubriche e articoli interessanti. Saremo ancora più impegnati in progetti collaterali che contribuiscono a mantenere vivo il nostro stupore mentre diventiamo grandi: i video di Specchio, il nuovo corso della radio, i prossimi arrivi nel negozio dedicato al territorio.

Vi facciamo quindi i nostri migliori auguri per il nuovo anno, con la speranza che anche voi possiate mantenere la capacità di stupirvi di fronte al mondo che ci circonda. Come al solito, siamo sempre pronti a parlare con voi, se avete consigli, suggerimenti o critiche. Buon 2020!

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Valdichiana, un anno in breve: i dieci eventi più significativi del 2019

Con la fine dell’anno arriva puntuale anche il momento dei bilanci, quello in cui si tirano le somme degli dodici mesi appena trascorsi e si passano in rassegna gli eventi…

Con la fine dell’anno arriva puntuale anche il momento dei bilanci, quello in cui si tirano le somme degli dodici mesi appena trascorsi e si passano in rassegna gli eventi che più li hanno caratterizzati. Quando mancano ormai poche ore all’arrivo del nuovo anno, ecco un riepilogo delle dieci vicende più significative per il territorio della Valdichiana in questo 2019.

13 febbraio
Viene sottoscritto l’atto costitutivo della Fondazione Valdichiana Promozione, dai sindaci e dagli amministratori dei Comuni di Cortona Francesca Basanieri, di Chiusi Juri Bettolini, di Castiglion Fiorentino Mario Agnelli, di Sinalunga Riccardo Agnoletti, di Torrita di Siena Giacomo Grazi, dall’Assessore di Montepulciano Franco Rossi, il Presidente di Confindustria sez. Valdichiana Giovanni Tiezzi, il Presidente di Aion Cultura Eleonora Sandrelli, il Presidente dell’Associazione OnTheMove Nicola Tiezzi, il Presidente di Confagricoltura Arezzo Angiolino Mancini, Sara Rapini della Conserveria, Fulvio Benicchi direttore della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi, con il sostegno dell’azienda Aboca e del Console Onorario del Lussemburgo Stefano Cacciaguerra Ranghieri, in qualità di fondatori del progetto. La Fondazione Valdichiana Promozione nasce come iniziativa di collaborazione per diffondere le opportunità dei Fondi Europei per le imprese del territorio.

30 marzo
Torrita di Siena e Montepulciano diventano mete di riferimento per il ciclismo internazionale, in quanto punti di partenza e di arrivo dell’edizione italiana della gara Gran Fondo New York, un evento per appassionati di ciclismo provenienti da tutto il mondo che si ripeterà anche nei prossimi due anni.

11 aprile
Viene annunciato l’imminente inizio dei lavori al pronto soccorso dell’ospedale di Nottola, un progetto per 2 milioni e 200 mila euro messi a disposizione dalla Regione Toscana e fondi aziendali, che prevede l’ampliamento e la riorganizzazione dei locali di accesso al monoblocco.

26 maggio
In concomitanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, si vota per le elezioni amministrative in 11 comuni della Valdichiana. Un mese dopo, il 26 giugno, si insedia la nuova giunta dell’Unione dei Comuni.

9 giugno
Arriva l’alta velocità a Chiusi, con la fermata di due treni Frecciarossa stabilita inizialmente per il periodo estivo e poi prolungata fino al 7 gennaio 2020. Nel periodo tra giugno e novembre i biglietti venduti da e per la stazione di Chiusi-Chianciano Terme sono oltre 15mila.

25 settembre
Il Consiglio regionale approva all’unanimità il progetto di candidatura del paesaggio della bonifica leopoldina in Valdichiana Toscana, finalizzato alla salvaguardia del territorio attraverso varie attività di mantenimento e valorizzazione dell’area. La ratifica arriva dopo la firma del protocollo d’intesa tra Regione Toscana e Comune di Lucignano, individuato come capofila del progetto che coinvolge anche i comuni di Arezzo, Castiglion Fiorentino, Civitella Val di Chiana, Cortona, Foiano, Marciano della Chiana, Monte San Savino, Montepulciano, Sinalunga, Torrita di Siena e Chiusi, per l’inserimento del paesaggio della bonifica leopoldina della Valdichiana nel Registro Nazionale dei Paesaggi Storici d’Italia.

1 ottobre
La Valdichiana Senese riceve il titolo di Comunità europea dello Sport per il 2021. Federazione delle Capitali e delle Città Europee dello Sport (ACES Europa) premia il progetto di area che vedrà nel 2021 la Valdichiana sede di numerosi eventi e iniziative a tema sportivo. Il 4 novembre, alla presenza del Presidente del Coni Giovanni Malagò, della Vice Presidente Alessandra Sensini e del Presidente di Aces Europa Pierfrancesco Lupattelli, al Foro Italico viene conferito il riconoscimento alla delegazione formata dai sindaci e i rispettivi assessori allo sport dei comuni coinvolti.

5 ottobre
La Regione Toscana approva il finanziamento per il progetto “Vero Aglione della Valdichiana”, coordinato dalla società Qualità e Sviluppo Rurale di Montepulciano, Università degli Studi di Siena-Dipartimento di Scienze della Vita, ANCI Toscana, CIA Toscana, la società Agricoltura è Vita-Etruria e quattro produttori dell’Associazione per la Tutela e la Valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana. Il fine è quello di certificare la provenienza del prodotto attraverso un sistema di informatico in grado di informare il consumatore finale.

21 ottobre
La cooperativa Coagria, con sede nel comune di Marciano della Chiana, sottoscrive un contratto di lungo termine con l’azienda Ferrero, per la coltivazione delle nocciole sul territorio di 50 delle circa 200 imprese agricole che riunisce. Lo sviluppo di una nuova filiera produttiva delle nocciole locale andrà ad aumentare l’impiego di materia prima di origine nazionale da parte del Gruppo Ferrero.

14 dicembre
Acea Ambiente ritira il progetto di costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane, per il quale aveva acquistato l’area “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, piano al centro di un’inchiesta pubblica richiesta dalla Regione Toscana e di un lungo e aspro dibattito sia nel territorio chiusino che nel territorio circostante.

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GiFra e amici presentano lo spettacolo “La bella addormentata”

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come…

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come guida e i poveri e gli ultimi come fratelli. A Lucignano, la GiFra organizza ogni Natale una recita il cui incasso viene devoluto in beneficenza. Anche quest’anno l’appuntamento è fissato per lunedì 23 dicembre alle ore 21:00, per la messa in scena dello spettacolo “La Bella Addormentata” al teatro Rosini.

Abbiamo incontrato Viola Meacci, presidentessa della fraternità di Lucignano, per farci raccontare cosa vedremo a teatro e quali sono le attività di questo gruppo.

 La Bella Addormentata è una favola diventata famosa grazie al film prodotto dalla Disney. La vostra è una rivisitazione?

“Sì, sarà una rivisitazione in chiave comica. Apriremo lo spettacolo con una parte di varietà con ospiti e amici che canteranno, balleranno e faranno sketch simpatici.”

Non è il primo spettacolo che portate a teatro, sbaglio?

“No. È dal 2006 che li facciamo. Negli anni passati abbiamo fatto il Re leone, Pinocchio, la Bella e la Bestia, Shrek, gli Aristogatti e tantissimi altri. Praticamente la Disney l’abbiamo reinterpretata tutta.”

Qual è lo scopo di questi eventi?

“Raccogliere fondi che daremo in beneficenza. Cerchiamo di aiutare ogni anno realtà diverse, sia in Italia che nel mondo. Per esempio, dopo il terremoto ad Amatrice abbiamo devoluto il denaro raccolto alla città. Quest’anno il ricavato verrà donato alla comunità Cenacolo che aiuta i bambini meno fortunati in Brasile, in Messico e in altre parti del mondo. Negli anni passati, tramite il Comune, abbiamo aiutato famiglie di Lucignano in difficoltà economica e ancora abbiamo contribuito alla realizzazione di una piscina riabilitativa in un ospedale pediatrico in Africa.”

Oltre alle attività recitative cosa fate?

“Ci incontriamo al convento dei cappuccini di Lucignano dove facciamo momenti di preghiera e di formazione per quanto riguarda la vita cristiana e francescana. facciamo anche incontri con le altre GiFre e organizziamo eventi come il carnevale per i bambini o il villaggio di Babbo Natale.”

Quanti siete nella fraternità?

“Siamo giovani dai 14 ai 30 anni. A Lucignano siamo una decina, ma per eventi come gli spettacoli di Natale ci aiutano anche degli amici che non fanno parte della GiFra, ma che sono interessati allo scopo dello spettacolo.”

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La musica (e la grafica) dei Maestro

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta…

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta di un progetto in corso d’opera, composto da un trio molto particolare. Alberto Nepi alla voce e ai sintetizzatori è accompagnato da Lorenzo Camilletti, basso e “spippolini”. E poi c’è Francesco Camporeale, l’illustratore grafico, l’elemento visivo del gruppo.

Sì, perché è proprio questa la particolarità dei Maestro: musica elettronica e illustrazioni che si intrecciano e si influenzano a vicenda. Una bella novità nel campo musicale aretino, a dispetto di un ambiente tanto restio alle proposte artistiche giovanili (pur con le solite lodevoli eccezioni). Li ho intervistati in uno dei locali di Corso Italia, proprio ad Arezzo.

Com’è nato questo progetto?

“Del tutto casualmente da un incontro in studio di registrazione. Dialogavamo sull’accostamento tra immagine e musica da molti anni. Con i Whao! (band di cui fa parte Alberto), per esempio, facemmo un brano molto elettronico (Anxiety 2.0), che accompagnammo a un video pieno di immagini bellissime create al PC dalle mani e dalla mente di Francesco. Qualche mese fa abbiamo conosciuto Lorenzo e ci siamo accorti di avere molte idee in comune, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica nella musica. Questi interessi simili hanno fatto scattare una scintilla. A livello sonoro e testuale volevamo creare qualcosa che dialogasse con le immagini di Francesco. Da lì è partito questo trio composto da una coppia che fa elettronica e un grafico che illustra.”

A cosa serve il grafico?

“Musica e arte visiva qui sono qualcosa che si completano a vicenda. Il progetto è in fase di sperimentazione, abbiamo enormi margini di crescita anche per imparare a conoscere le nostre potenzialità. La grafica è una sintesi dei brani fatta al computer. La creazione dell’immagine avviene in maniera autonoma rispetto alla composizione della musica, ma da questa deve essere influenzata, perché vogliamo che dialoghino a vicenda. Sono le sensazioni create da suono e voce riportate sotto forma di immagini o video. Nel nostro primo pezzo “Chimera” i disegni dialogano totalmente con i musicisti che vengo rappresentati in maniera stilizzata, essenziale. Inoltre, ci sono dei richiami all’arte italiana come Giotto, il Cristo morto del Mantegna, Michelangelo. Altri video che abbiamo sono immagini con una storia dietro. Lo scopo è quello di creare altre letture del messaggio testo-suono.”

Come i Gorillaz?

“Loro sono una Cartoon-band. Noi abbiamo in mente qualcosa di diverso. Mentre la band inglese usa i cartoni animati per dare vita al gruppo, noi vogliamo che musica e immagini si fondano per creare qualcosa di nuovo, che sia un altro componente del lavoro complessivo.”

 

Come mai questo nome?

“Nella musica classica il Maestro è il musicista che ha letteralmente dedicato gran parte della sua vita alla musica e a un certo strumento. Da tanti anni i miei amici mi chiamano Maestro, per giocare sul fatto che suono da sempre e sono effettivamente un maestro di musica. Questa cosa autobiografica l’abbiamo sfruttata per dare profondità al progetto già a partire dal nome. Volevamo che la band avesse un po’ di spessore, perché ci sembra che la musica oggi ne abbia perso un bel po’, insieme alle tematiche che finiscono nei testi. Anche Jim Morrison, per esempio, parlava di sesso e droga, ma le canzoni dei Doors trattavano anche la guerra, la politica e la vita quotidiana. Poi Maestro è anche una parola internazionale, speriamo sia di buon auspico. Vorremmo che la nostra musica fosse qualcosa verso cui approcciarsi con la voglia di avere sensazioni visive, sonore e di ogni altro tipo. Ci piacerebbe che le persone ci ascoltassero con attenzione e calma, come qualcosa a cui bisogna dedicare più energia e concentrazione, ma che alla fine ripaga dello sforzo.”

Ricercate un pubblico specifico quindi?

“No. Perché si può parlare di temi culturali a diverse profondità e con linguaggi diversi, universali. Non facciamo cose difficilissime e complesse. Il nostro è un linguaggio fruibile da tutti. Non sono esercizi di stile per far vedere quanto siamo bravi. Abbiamo anche strofe e ritornelli! C’è del POP!”

Di cosa parlano i Maestro?

“Di una cultura generalmente intesa, ma non come quella sbandierata sui social da qualche politico sempre affamato. Una cultura che crea conoscenza e pensieri da condividere, non quella che ti fa andare su facebook a scrivere cazzate o a esprimere opinioni da ignorante. Parliamo anche di esperienze personali e di affetti. Che si parli di amore o di politica o di quello che vuoi l’importante è avere un contenuto dignitoso e profondo.”

Durante i live come funziona con la grafica?

“Prepariamo le immagini che passeranno nello schermo durante l’esibizione. Sul palco siamo un duo elettronico e lo schermo ci sta molto bene lì nel mezzo. A proposito di live, il 2 gennaio suoneremo al Velvet Underground di Castiglion Fiorentino. È una bellissima opportunità, non vediamo l’ora.”

 

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Camilla Giannelli

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros. La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra…

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros.

La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra e la musica, con un occhio rivolto ai progetti futuri senza dimenticare però i meravigliosi anni liceali.

(intervista a cura di Leon D’Antonio – foto di Luca Farini)

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Francesca Del Toro

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata…

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata celebre per la sua partecipazione ad Amici 13, sta continuando la sua carriera da ballerina nel mondo dello spettacolo, con tante partecipazioni importanti a livello nazionale. Ha iniziato a ballare da piccolissima e la sua specialità è il moderno contemporaneo, ma le piace comunque provare e sperimentare stili diversi: una passione coltivata con grande spirito di sacrificio e tanto impegno.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

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Le Sardine devono creare laboratori di democrazia

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia…

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista e Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica, sono gli organizzatori della mobilitazione d’esordio a Bologna. Ma cosa propongono di concreto le Sardine?

Il fatto che si identifichino esclusivamente come un movimento anti-Salvini mi fa riflettere sull’incapacità di una certa parte della società civile italiana di indirizzare le energie politiche verso percorsi a lungo termine, che includano proposte, soluzioni, dialogo e confronto. Non sono tra quelli appartenenti a una delle mille sinistre, che criticano a prescindere questo movimento. Mi schiero tra quelli che da una tradizione di sinistra ci provengono per educazione familiare, per trasmissione di valori democratici, antifascisti e resistenziali, tramandati da mio nonno (partigiano medaglia d’argento al valor militare) fino a me.  Sono uno di quelli che la Sinistra non l’ha mai vissuta, se non in contesti locali, associazionistici, familiari, intimi. Sono uno di quelli che per la Sinistra si è mosso e mobilitato, senza mai averla vista nascere.

Delle Sardine sono attualmente un sostenitore e in quanto tale ho aspettative, proposte e critiche per il rilancio di una parte politica avvilita, straziata, ma anche corrotta e smarrita. Qualche giorno fa stavo parlando con il Prof. Paul Ginsborg proprio a proposito di questo “banco di pesci” che sta provando a nuotare controcorrente nelle acque torbide e pericolose della politica. Le parole che più frequentemente risuonavano all’interno del suo studio, nel quale lo scorso anno ci riunivamo insieme ad altri ragazzi sotto il nome di “Serraglini”, erano “dialogo” e “passioni”. Per circa 40 minuti abbiamo discusso della crisi dell’Università, di chi la vive, delle mie incertezze e delle mie paure per il futuro. È stata anche l’occasione per parlare di un argomento che coinvolge proprio le Sardine e che è ben spiegato in un articolo uscito il 27 novembre sul Fatto Quotidiano, in cui Paul Ginsborg fa una breve – ma esaustiva – analisi delle mobilitazioni civili dell’ultimo anno in tutto il mondo. Ad animarle sono soprattutto giovani, a volte giovanissimi; sono studenti di ogni età e grado; sono donne coraggiose e forti. È una generazione in pieno dialogo, forse impaurita dal presente e dal futuro incerto, stanca della precarietà, decisa a muovere i primi passi per cambiare il mondo. Tra le manifestazioni globali dell’ultimo anno ce ne sono state anche di pericolose, come quelle dichiaratamente razziste e fasciste, ma la maggior parte si sono dette democratiche e progressiste, proprio come le Sardine. Qualcosa sta cambiando. Le rivolte contro il sistema liberista (e liberalista) in America latina ci parla di un risveglio di coscienze di proporzioni gigantesche; la lotta di una ragazza di 16 anni per nuove e concrete politiche ambientali, ha smosso milioni di persone in tutti gli angoli del pianeta, unendole come forse solo il Sessantotto era riuscito a fare; il movimento femminista è riuscito perfino a coinvolgere ambienti integralisti arabi, in cui le donne vivono ancora in condizioni di subordinazione inaccettabili. Il 2019 è stato l’anno delle mobilitazioni. Qualcosa sta cambiando e forse cambierà davvero.

Tra le voci di protesta si sono levate anche quelle di tre ragazzi capaci di condensare tutta l’avversione alle politiche fasciste e razziste in manifestazioni di piazza che hanno ormai raggiunto proporzioni impensabili. Solo a Firenze la sera del 30 novembre, secondo gli organizzatori della manifestazione, si sono radunate in Piazza della Repubblica 40mila persone. Il messaggio è contrastare l’avanzata della Lega di Salvini, la sua politica basata sull’odio e sulle bugie. È un popolo disgustato quello che sta scendendo in piazza contro l’arroganza e la volgarità di un leader politico circondato e sostenuto da personaggi scandalosi. Odio, rabbia, discriminazione, ancora odio. La gente non ne può più e allora si è unita, come per un processo naturale, per urlarlo in maniera pacifica e dignitosa all’ex “ministro della propaganda” (cit. G. Carofiglio).

Le Sardine a Firenze in Piazza della Repubblica

Gli ideatori delle Sardine non hanno intenzione di legarsi a nessun partito politico; non si candideranno alle elezioni regionali; e non hanno neanche un programma che contenga proposte o alternative concrete. Non è ancora chiaro quale sarà il loro futuro. Non è ancora chiaro se hanno intenzione di proporre qualcosa oppure se si limiteranno ai flash mob a tempo indeterminato. Ma dopo aver raggiunto un consenso così ampio, dopo essere riuscite a unire migliaia di persone in un’Italia politica altamente divisiva e a portare in piazza così tanti giovani, non costruire alcun programma politico sarebbe l’ennesima, cocente sconfitta della sinistra italiana. Significherebbe lasciare ricadere nella disaffezione politica tutta questa gente. Significherebbe darla vinta a Salvini. Significherebbe (come se già non ce lo avesse dimostrato da tempo) che la sinistra parlamentare non è più in grado di raccogliere la voce delle masse. Questo non se lo possono permettere, anzi non devono permettere che accada.

E allora le Sardine devono assolutamente avviare un profondo e intenso dialogo con la società civile democratica e antifascista come ad esempio Libertà e Giustizia, l’ANPI, Libera, i sindacati. Devono riuscire a riaprire la finestra del dialogo con i partiti politici, dalla quale dovranno passare gli umori della gente, le proposte che arriveranno dalle associazioni e l’aria di cambiamento nel modo di fare politica. Le Sardine dovranno allargarsi per coinvolgere non soltanto giovani e studenti, ma anche i lavoratori, i precari, gli operai, i disoccupati. Nel loro cammino, che auguro loro essere lungo e pieno di felicità, incontreranno ostacoli provenienti non soltanto dagli oppositori politici, ma anche da quella generazione che ha ridotto nello stato attuale l’Italia con incoscienza, arroganza e individualismo e che ha il coraggio di schierarsi a sinistra.

Insomma, se le Sardine vogliono entrare a pieno titolo nelle mobilitazioni che stanno scuotendo il mondo in questi mesi, dovranno cominciare a proporre. Nel 1968 gli studenti, ai quali si unirono gli operai delle fabbriche, avevano fatto delle loro assemblee universitarie dei veri e propri laboratori di democrazia. Occorre ricreare questi laboratori.

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Licei Poliziani nel mondo: intervista ad Alessandro Pinzuti

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani….

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani.
Con il ventenne di Acquaviva abbiamo affrontato vari temi: dai ricordi scolastici ai suoi vizi, dai sacrifici agli obiettivi futuri, il tutto con l’immancabile nuoto al centro di tutto.
Ringraziamo gentilmente il Centro Sportivo Esercito per aver concesso l’intervista ad Alessandro Pinzuti: ecco le sue risposte!

Ascolta “Licei Poliziani nel mondo – Intervista ad Alessandro Pinzuti” su Spreaker.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

 

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Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

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Motta si racconta al Foiano Book Festival

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da…

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da altri talent simili. Ha fatto la gavetta, come gli piace ricordare spesso. Ha suonato per strada, ha messo su una band quando aveva poco più di 20 anni (i Criminal Jokers), ha lavorato come turnista scaricando gli strumenti dai furgoni, accompagnando sul palco musicisti del calibro di Nada e Zen Circus, fino al momento in cui si è accorto di essere entrato in un processo di maturazione umana e musicale che l’ha portato alla scelta di intraprendere la carriera solista.

I suoi due album “La fine dei vent’anni” e “Vivere o morire” hanno vinto il premio Tenco rispettivamente nel 2016 e nel 2018. E la performance di “Dov’è l’Italia” sul palco di Sanremo gli è valso il premio Miglior duetto insieme a Nada. Insomma, Motta è partito alla grande. I suoi sono testi che rimangono impressi, comunicano messaggi forti, nuovi nel mondo della musica, come in “Sei bella davvero”: una dolcissima canzone dedicata a una donna transgender.

Motta è stato ospite della prima edizione del “Foiano Book Festival”, la nuova kermesse letteraria che nel mese di Novembre ha portato scrittori, registi e cantautori tra le mura cittadine, con grande partecipazione da parte del pubblico e coinvolgimento da parte di autori locali. Nel corso dell’evento in cui si è raccontato al pubblico, abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio e rivolgergli alcune domande.

Francesco è da poco tornato dal suo viaggio di nozze in Australia insieme alla moglie Carolina Crescentini. Un posto per vivere migliore dell’Italia, dice, in cui ha trovato nuove ispirazioni per lavori futuri. «Ci vivrei. Ho preso appunti che forse andranno a finire in una canzone o forse no. Chissà».

Una notizia importante per tutti i suoi fan è che sta scrivendo un libro. «Il mio rapporto con la letteratura è pessimo. Leggo troppo poco, ma sto scrivendo un libro in cui racconto la mia drammatica esperienza con gli insegnanti di musica». Da come lo dice sembra quasi una rivincita. Motta, infatti, ha più volte raccontato di quando da piccolo studiava musica con un maestro che riusciva a rendere odiosa una cosa così bella. «Invece, la musica per me è stata sempre l’unica via di fuga. Mi faceva stare bene e mi faceva sentire unico nei miei sbagli».

Il suo esordio da solista è stato un vero successo. Oltre ai premi della critica c’è stato il riconoscimento del pubblico, che ha risposto alla grande. Ma è stato un album preparato nel corso di tanti anni, in cui si sommano tante esperienze, come la gavetta da quando è ragazzo, i mesi passati a scaricare e caricare i furgoni con gli strumenti e una maturazione che l’ha portato a capire come meglio incanalare i suoi pensieri in un testo. «A mio figlio sconsiglierò di andare a X-Factor, perché è giusto che si faccia un culo così. Quella dei talent è una ricerca di te stesso più arrivista e molto meno passionale rispetto a un percorso che per strada. Lì ci vai per diventare famoso, ma io a 18 anni volevo suonare e basta». Un Motta idealista e romantico.

«I miei venti anni sono stati un periodo molto buio» e nelle sue canzoni si sente «per 10 anni mi sono sentito in ritardo con me stesso. Oggi sto scrivendo in un insolito periodo felice della mia vita. Comporre con questo stato d’animo è una cosa nuova per me. Sto scoprendo altre forme che mi stanno insegnando che ci sono più modi per esorcizzare le paure con le canzoni: può succedere che stai benissimo e diventa l’occasione per dire cose che non vanno».

Motta è uno di quei cantautori che fa della libertà dei suoi testi un marchio di fabbrica. Le esperienze che canta sono legate alla realtà di tutti i giorni e tra le righe si coglie quella necessità di schierarsi. «È una decisione che si paga. Ma a prescindere dalla politica, che ti tiene spesso sotto tiro, penso che gli artisti debbano sentirsi liberi di parlare di ciò che vogliono. Al Festival di Sanremo sono andato con l’esigenza di cantare “Dov’è l’Italia”, una canzone non semplice, politica, schierata, che andava in controtendenza con il clima di quel periodo. Non era interessante per tantissime persone che stavano lì, ma per me era importante. È stato come un faccia a faccia. Ho capito che farò sempre ciò che posso fare e che voglio fare».

Poi gli ho chiesto di parlarci del suo rapporto con Livorno:

«Livorno è una città strana

piena di gambe nude e personalissime posture

dei silenzi di mia madre

e della mia giustificata distrazione…»

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