La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Prima Pagina

I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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Art Adoption, l’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la…

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la conoscenza dell’arte contemporanea, questa associazione culturale che ha all’attivo collaborazioni di tutto rispetto, come quella con la Biennale di Venezia, dal 22 giugno fino a settembre 2019 farà di Foiano un luogo di interesse per connaisseurs e collezionisti con la rassegna “Open art: Carbonaia contemporanea”.

A raccontare tutti i dettagli dell’evento è il direttore artistico di Art Adoption, Massimo Magurano.

Foiano incontra per la prima volta l’arte contemporanea. Quali risvolti avrà questa iniziativa?

«La rassegna fa parte del progetto dell’assessorato alla Cultura del Comune di Foiano di dare risalto a luoghi fino ad adesso poco valorizzati con delle iniziative importanti dal punto di vista culturale. Il campo dell’arte contemporanea non è quello a cui più facilmente il pubblico si avvicina, ma di certo Open art: Carbonaia contemporanea sarà un importante evento di richiamo sia per gli appassionati, sia per chi abbia voglia di avvicinarsi a questo mondo, finalmente a pochi passi».

Tutti gli appuntamenti della rassegna saranno ospitati nella Sala Carbonaia. Come è allestire un evento di questo tipo in un luogo così unico nel suo genere?

«Dal primo momento in cui vi sono entrati, gli artisti sono rimasti subito affascinati dalla Sala Carbonaia. La sua architettura barocca di chiesa seicentesca, insieme al caratteristico colore nero assunto dalle pareti nel periodo in cui fu adibita a magazzino per il rimessaggio del carbone, la rendono veramente un luogo unico al mondo. Allo stesso tempo però, qualcuno l’ha addirittura definita “un luogo cattivo”, per la difficoltà ad unirla all’arte contemporanea senza che nessun elemento prevalga sull’altro. Abbiamo voluto che facesse da accompagnamento alle opere che vi verranno esposte e questo richiederà un’attenta progettazione e giorni di lavoro, come è stato per la mostra di Mario Consiglio».

Ad inaugurare la rassegna infatti è proprio la mostra di Mario Consiglio. Cosa c’è da aspettarsi da questa esposizione?

«”Bene dire, male fare” è il titolo della prima delle cinque mostre in cui è articolata Open art: Carbonaia contemporanea. I visitatori possono calarsi in un’atmosfera dai tratti caravaggeschi,  ricreati dalla sistemazione delle opere autoilluminanti sullo sfondo cupo della Sala. Una suggestione ancora più amplificata durante le aperture in notturna».

Fino a settembre 2019 si susseguiranno altre quattro mostre. Chi saranno gli artisti che esporranno le loro opere?

«Si tratta di artisti noti a livello internazionale. Dopo le installazioni di Mario Consiglio, a settembre la Sala ospiterà le sculture in terra cruda di Roberta Busato. A febbraio sarà il momento delle opere di Massimiliano Lucchetti, esponente dell’arte informale già celebrato nei musei d’oltreoceano, mentre a giugno quello di Vezio Moriconi, più volte protagonista della Biennale di Venezia. A chiudere la rassegna, a settembre, Mirko Pagliacci, ultimo artista ancora in vita della scuola di Piazza del Popolo e legato alla stagione romana della Pop Art. Tutte le esposizioni saranno ad accesso libero».

Art Adoption è una realtà in continuo movimento. Quali sono le linee che guidano questa attività?

«Art Adoption viaggia prevalentemente in due direzioni: da una parte è alla costante ricerca di nuovi talenti, artisti che sappiano esprimersi con un linguaggio interessante; dall’altra, ha l’obiettivo di realizzare esposizioni di opere importanti con il coinvolgimento del territorio e delle comunità. Gli allestimenti sono pensati come degli abiti per le opere, in maniera tale che i luoghi non si limitino ad ospitarle, ma ne diventino parte integrante, valorizzandosi a vicenda. Con questo principio sono stati fatti interventi permanenti in un ristorante dove è stato esposto un dipinto di Cattelan».

Attualmente, a cura di Art Adoption, è possibile visitare nei giardini del parterre a Cortona la mostra di sculture Digital Globe. Di cosa si tratta?

«Digital Globe è un omaggio al linguaggio digitale. “Io sono qui”, di Alessandro Bernardini, è la riproduzione dell’icona della geolocalizzazione su Google Maps e al termine della mostra andrà ad essere posizionata davanti ai Google Store negli Stati Uniti. Il Pixel 3D antropomorfo di Beppe Borella, invece, pone l’attenzione sulle unità di misura dell’immagine. Il parco sculture celebra i linguaggi della contemporaneità».

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Giardino Valdichiana – Stagione 2018

Anche per questa stagione estiva torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste e approfondimenti in diretta streaming curati dalla direttrice Valentina Chiancianesi. Dopo il successo della prima edizione e le conferme della seconda…

Anche per questa stagione estiva torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste e approfondimenti in diretta streaming curati dalla direttrice Valentina Chiancianesi. Dopo il successo della prima edizione e le conferme della seconda edizione, quest’anno il salotto si sposta nell’affascinante contesto del Golf Club Valdichiana, in località Esse Secco di Sinalunga, che sarà anche il main sponsor del programma.

Nato come esperimento innovativo, “Giardino Valdichiana” è diventato un appuntamento fisso della nostra estate, con tanti ospiti e tante occasioni per raccontare il territorio: un modo per coinvolgere associazioni, sportivi, artisti e tutti coloro che a vario titolo sono i protagonisti della zona in cui viviamo, attraverso interviste informali e aperte al contributo di tutti. Grazie ai mezzi tecnici messi a disposizione da Lightning Multimedia Solutions, che rinnova la collaborazione con la redazione, saremo in grado di potenziare ulteriormente la regia e la qualità della diretta streaming, per una continua crescita del programma.

Ogni venerdì a partire dal 15 Giugno, alle ore 18:00 circa, “Giardino Valdichiana” sarà in diretta streaming  attraverso Facebook Live, con la possibilità di intervenire personalmente con domande e commenti. La puntata sarà poi disponibile on demand sia sul nostro canale YouTube sia su questa pagina del magazine, con l’intera raccolta in aggiornamento.

Se volete partecipare alla nuova edizione “Giardino Valdichiana”, potete scrivere alla redazione oppure venire direttamente in trasmissione. L’appuntamento è per tutti i venerdì al Golf Club Valdichiana, con una nuova puntata del programma e con l’aperitivo “Green Friday” in mezzo ai verdi campi da golf!

Sesta Puntata – 20 luglio 2018

  • Nuova lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • Chinese Corner e Biblioteca “P. Calamandrei” con Duccio Pasqui e Tatiana Camerota
  • Intrattenimento musicale con i Belindà
  • Imitazioni e comicità con Andy Bellotti

Quinta Puntata – 13 luglio 2018

  • Nuova lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • L’artista Maurizio Laurenti
  • Sara e Natalia del circolo Tennis I Tigli
  • La musica dei Bangcock
  • I progetti di Passione senza Fine e Mercante in Chiana

Quarta Puntata – 6 luglio 2018

  • Nuova lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • La presentazione del 43° Cantiere Internazionale d’Arte
  • Sport e comunicazione con Diego Mancuso
  • Musica ed emozioni con Laura Falcinelli
  • Equitazione e ippoterapia con il Club Ippico Benefizio

Terza Puntata – 29 giugno 2018

  • La seconda lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • I prodotti tipici della Valdichiana, con Stefano Biagiotti e Pietro Rampi
  • La comicità di Alessandro Paci
  • Le nuove associazioni giovanili con la Tigre di Carta
  • Il folclore locale con Igor Abbas e Massimiliano Minotti

Seconda Puntata – 22 giugno 2018

  • La lezione di golf con il maestro Ricardo Kleinert Iversson
  • L’artista Giorgio Raffaelli e Sabrina Biliotti per la Sagra del Cinema di Castiglion Fiorentino
  • La campionessa di braccio di ferro e body building Luciana Foianesi
  • Marco Giramondi ci parla del Carnevale di Foiano

Prima Puntata – 15 giugno 2018

  • Lo scrittore e grande conoscitore di sport Riccardo Lorenzetti
  • L’artista e pittrice Elena Conti
  • Palio Della Rivalsa: Davide Bianchini, Alessandro Albani e Marta Tiezzi della Pro Loco Bettolle
  • Green Friday: Andrea Guerrini, Leandro Marzuoli e il maestro di golf Riccardo

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Pici, il ‘marchio di fabbrica’ della Valdichiana e l’iscrizione all’INPAI

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti,…

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano


I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti, è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti, ma molto più corposi” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro ‘La cucina toscana in 800 ricette tradizionali’.

La storia dei pici affonda le sue radici in epoca etrusca e difatti una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto. Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti: c’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, mentre altre sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”.

Tuttavia la creazione dei pici non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, ma dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. Intorno ai pici e all’arte dell’appiciare sono state riconosciute importanti caratteristiche come la capacità di mantenere legami sociali nelle comunità e la possibilità di essere praticata da chiunque, sotto la guida di mani esperte, aprendo a tutti i membri della comunità che poi li consumerà la partecipazione alla produzione.

Per questo motivo il MIPAAF ha accolto la richiesta di ammissione al patrimonio agroalimentare e “I pici e l’arte di appiciare” sono stati ammessi con Decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali all’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano (INPAI).

Insieme ai nostri pici c’è solo “L’arte del pizzaiolo napoletano” che il 7 dicembre 2017 è diventata addirittura Patrimonio culturale dell’umanità, riconosciuto e tutelato dall’UNESCO. Doverosa precisazione da fare è che mentre l’arte della pizza è patrimonio esclusivo dei pizzaioli che diventano tali al termine di un percorso di addestramento non facile e dalla riuscita non certa, chiunque può “appiciare” con risultati apprezzabili. Da non sottovalutare poi il fatto che il riconoscimento, il più alto che possa essere attribuito in Italia nel settore agroalimentare e delle tradizioni popolari e contadine, prevede che sia lo stesso Ministero a valorizzare i beni ammessi all’Inventario attraverso attività di comunicazione e nella Settimana della cucina italiana nel mondo che nel 2018 giungerà alla terza edizione dopo aver superato, l’anno scorso, i 1.000 eventi in oltre 100 Paesi.

La richiesta d’iscrizione è stata effettuata dell’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che ha affidato l’incarico a Qualità e Sviluppo Rurale, società a prevalente capitale pubblico, già positivamente impegnata in attività simili. Lo studio è stato condotto, a costo zero, dal Presidente di QSR Stefano Biagiotti e da un team comprendente anche Alessio Banini, Filippo Masina e Francesca Sordi.

Sull’iscrizione ha pesato la modalità di trasmissione dell’arte dell’appiciare, che si basa sulla pratica, e il valore sociale e culturale che racchiude, rappresentando un forte strumento di trasmissione delle tradizioni insieme alla sua capacità di superare barriere sociali ed anagrafiche. Indubbiamente questa iscrizione avrà delle ricadute importanti su tutto il nostro territorio in quanto ha sistematizzato il valore sociale e culturale del prodotto, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco.

Proprio su questo punto abbiamo chiesto maggiori informazioni al presidente di QSR, nonché rappresentante dell’Università Telematica Pegaso della sede di Montepulciano, Stefano Biagiotti.

“Una co-abitazione di grande prestigio che attribuisce enorme valore al riconoscimento attribuito dal MIPAAF ad un alimento, i pici, di origine povera, inconfondibile per la sua tipicità e provenienza, quasi identitario, ma oggi diffuso su tutte le tavole, e soprattutto ad una pratica, appunto l’ “appiciare”, di cui uno studio appositamente commissionato ha sistematizzato il valore sociale e culturale, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco” – spiega il presidente Biagiotti

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Arte, tecnica e amore per i cavalli – L’equitazione raccontata dall’associazione Tre Laghi

  È stato in occasione della 37sima Fiera dell’Agricoltura di Tre Berte che l’Associazione Tre Laghi ha organizzato il Gran Galà dell’arte equestre. La competizione, a cui hanno partecipato anche…

 

È stato in occasione della 37sima Fiera dell’Agricoltura di Tre Berte che l’Associazione Tre Laghi ha organizzato il Gran Galà dell’arte equestre. La competizione, a cui hanno partecipato anche il Club Ippico Villa Il Poggio di Sinalunga, il Centro Ippico Happy Horse e La Cacciata di Orvieto, è stata uno spettacolo formato da una decina di esibizioni curate nei minimi particolari, le quali hanno reso evidente lo stretto legame tra i cavalieri e i loro splendidi quadrupedi. Perché se c’è una cosa che non può mancare nell’equitazione è proprio questo rapporto di sintonia, reso inscindibile dalle tante ore di lavoro passate insieme ai cavalli, al fine di mettere a punto esercizi sempre più precisi e al tempo stesso di creare realtà importanti per il territorio, quale quella rappresentata dall’Associazione Tre Laghi, nata nel 1992 e oggi punto di riferimento per il turismo equestre.

A svelare alcuni aspetti di questo mondo, è stato Arnaldo Poggiani, presidente dell’Associazione Tre Laghi.

Innanzitutto, quali sono le fasi di allestimento di uno spettacolo di arte equestre?

«Per prima cosa si studia la coreografia, che dipende dall’esperienza sia del cavallo che del cavaliere, quindi si passa all’inserimento delle musiche, in modo da rendere l’esibizione il più coinvolgente possibile».

Quali requisiti sono necessari per cimentarsi in questo sport?

«Proprio come in ogni sport, agli atleti è richiesta una preparazione fisica costante. Si inizia ad avvicinarsi all’equitazione dai 6 ai 25 anni e si continua svolgendo almeno quattro ore a settimana di attività fisica. Ma anche per i cavalli è previsto un vero e proprio allenamento, da quando sono puledri, quindi dai quattro-cinque anni di età, fino a che non raggiungono la maturità mentale e diventano compagni di lavoro preparati ad eseguire i movimenti secondo i precisi segnali impartiti dai loro addestratori».

Quanto tempo occorre per preparare una coreografia?

«È un lavoro continuo, che dura tutto l’anno per far sì che si raggiungano i massimi livelli, anche perchè le occasioni per esibire le proprie abilità non mancano mai. A tal proposito, il programma della tre giorni di Fiera comprende anche le finali di gimkana e di dressage del campionato interrregionale Uisp».

Quali attività proporrà l’Associazione nei prossimi mesi?

«Oltre ad offrire agli agriturismi della zona la possibilità di far incontrare i cavalli ai propri ospiti, l’Associazione ha in programma iniziative come “Il Cammino di Leonardo da Vinci”, un itinerario di due giorni di passeggiata a cavallo tra i laghi di Chiusi e Montepulciano».

Perchè consiglierebbe di provare l’esperienza di salire a cavallo?

«Semplicemente perchè l’effetto terapeutico di una passeggiata con questi splendidi animali corrisponde alla scoperta di un nuovo modo di conoscere il territorio, anche quando si tratta di un tragitto già tante volte percorso in auto. Si tratta di un contatto con la natura del tutto inedito che, per essere vissuto appieno, richiede di estraniarsi e di osservare la realtà senza condizionamenti».

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Buon quinto compleanno, La Valdichiana!

La fase di startup, che è la parte iniziale di ogni nuova impresa, è quella più complicata, ma allo stesso tempo ricca di soddisfazioni: di solito dura tre anni, un…

La fase di startup, che è la parte iniziale di ogni nuova impresa, è quella più complicata, ma allo stesso tempo ricca di soddisfazioni: di solito dura tre anni, un lasso di tempo nel quale si è in grado di comprendere se l’attività può sopravvivere agli sforzi e agli entusiasmi iniziali e mettere radici profonde nel terreno, per continuare a lungo nel tempo.

La Valdichiana ha compiuto cinque anni, quindi possiamo dire che la fase di startup è stata superata: quella fase in cui era più difficile emergere, ma anche quella fase in cui gli errori potevano più facilmente essere perdonati. Cinque anni fa questo progetto era una scommessa, adesso è una realtà, considerato da molti lettori come un punto di riferimento serio e autorevole. Nel corso di questi anni ci siamo rinnovati e migliorati, ci siamo sforzati di cambiare e di offrire un servizio sempre migliore, mantenendo quanto più possibile saldi i valori etici che abbiamo già descritto a lungo su queste pagine.

Il vostro sostegno ci ha permesso di raggiungere il quinto compleanno, gettando le basi per continuare ancora a raccontare il territorio in cui viviamo. Sarebbe impossibile fare un elenco completo delle tante soddisfazioni di questi anni e delle persone che abbiamo incontrato; per questo, invece che concentrarci sul passato, preferiamo concentrarci sul futuro, e sulla strada che dobbiamo ancora percorrere.

I prossimi mesi saranno caratterizzati da tante novità: per esempio il Mercante in Chiana, la nuova edizione del gioco di carte collezionabili ispirate al dialetto chianino, in cui avrete la possibilità di scegliere i nomi e le illustrazioni. Avremo inoltre il crowdfunding dedicato a “Passione senza fine”, il docufilm che racconta la vita e le emozioni del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena, la cui produzione avverrà nel corso dei mesi a venire. Per non parlare dei tanti eventi da seguire, della nuova stagione di “Giardino Valdichiana” che ci accompagnerà per tutta l’estate, con interviste e musica dal vivo, e nuovi articoli nel nostro negozio online dedicato agli approfondimenti sul territorio.

Tanti progetti in arrivo, quindi, e tante altre sfide che ci aspettano lungo il percorso. Siamo felici dei risultati raggiunti, ma non vogliamo fermarci qui, e speriamo di avervi con noi nel proseguo del cammino. Grazie a tutti e buon compleanno, La Valdichiana!

 

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

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I volti e le fiabe: intervista a Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie…

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie artistiche realizzate da Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli.

Fotografa lei, hair stylist con esperienza internazionale nel campo della moda lui, l’anno scorso hanno scelto di venire a vivere con Francesca, la loro bambina a cui tra l’altro è dedicata la mostra, nel piccolo borgo di Fonte Vetriana.

Cosa vi ha portato a Fonte Vetriana?

Carlotta: «Eravamo alla ricerca di un luogo tranquillo, una specie di eremo, dove ad essere più pulita fossero la qualità dell’aria e i rapporti con le persone. Qui adesso abbiamo il nostro studio e abbiamo trovato il luogo perfetto per esporre “C’era un volto e forse c’è ancora”».

Come è iniziato il progetto della mostra?

Carlotta: «É accaduto per caso, era il 2014 e Gianluca stava lavorando a un servizio di moda. Rimanemmo colpiti da come alcuni scatti riuscivano a raccontare una modella nei tratti distintivi della sua personalità, oltre che ovviamente a ritrarla nei suoi lineamenti. Poi durante un’esposizione a Parigi, abbiamo fatto vedere le foto a un gallerista che ci ha suggerito di approfondire questo spunto».

Oggetto degli scatti sono i volti. A cosa si deve questa scelta?

Gianluca: «La scelta è stata dettata dalla volontà di porre l’attenzione sulla persona, in una realtà ormai velocissima dove si fa sempre più fatica a soffermarsi sui volti che ci circondano. Abbiamo voluto in posa di fronte all’obiettivo chi potesse esprimere un’estetica non necessariamente racchiusa nei canoni tipici della bellezza, ma in grado di raccontare una propria verità».

Chi sono i soggetti delle fotografie?

Carlotta: «Sono persone del posto, di cui alcune hanno accettato il nostro invito a farsi fotografare, mentre altre si sono proprio offerte».

Che ci sia un legame tra le vostre fotografie e il mondo fiabesco lo si intuisce già dal titolo della mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, ma di preciso in cosa consiste questo rapporto?

Carlotta: «Le fiabe rappresentano luoghi dell’immaginazione con più di un significato, le trame sono fatte di esperienze, incontri, sfide e paure che non riguardano soltanto i personaggi dei racconti, ma la vita vera di ognuno. Per questo vogliamo far riflettere sul fatto che le fiabe si riscrivono ogni giorno, si ritrovano nella vita quotidiana e nei volti delle persone che si incontrano per strada».

Quale ruolo possono avere le fiabe nella nostra società?

Carlotta: «Oggi regna ovunque un clima di indifferenza, quando non proprio di sfiducia, dell’uno verso l’altro, alimentato da paure spesso motivate dalla non conoscenza. L’osservazione di un volto è il primo passo verso la scoperta di una persona e della sua storia, anche se di fronte a queste fotografie lo spettatore può costruirsi il proprio percorso di lettura, inventarsi ogni volta un finale. Non ci sono nè titoli nè didascalie ad indicare a quale fiaba la foto si riferisce, anzi nella maggior parte dei casi si è voluto eliminare il più possibile i particolari che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dai soggetti».

State già pensando ad un nuovo progetto?

Gianluca: «Sicuramente proseguiremo con i ritratti, per approfondire e rendere più vasto questo lavoro. Poi vorremmo esporre la mostra in un contesto urbano. Forse in città, piuttosto che qui, incombono la solitudine e l’isolamento dell’individuo e dunque le nostre foto potrebbero essere un’occasione per soffermarsi a osservare, e conoscere, cosa le persone che ci stanno attorno hanno da raccontare».

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I DaBoot e la mototerapia

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8…

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8 aprile c’erano anche i ragazzi del Team DaBoot freestyle.

Sono ragazzi che si divertono a fare acrobazie in aria con la moto da cross, saltando da una rampa che li proietta a 10 metri d’altezza e non contenti si mettono anche a fare capriole e giri della morte. L’adrenalina che trasmettono è tantissima. Il rombo dei motori e lo scoppio delle marmitte ti entra nel cervello in un misto di fascino e timore; lo spostamento d’aria che si sente fra i capelli quando sfrecciano sulle rampe fa venire i brividi e quando si alzano gli occhi al cielo per vedere il risultato della loro passione e della loro follia, dentro di te qualcosa esplode. Succede a chiunque. Anche ai ragazzi diversamente abili che vedo a bordo-pista, che, come tutti gli spettatori, in un vero e proprio stato di estasi tendono le braccia in attesa che i piloti sfreccino accanto alle loro mani per battere il cinque.

I DaBoot sono degli eroi. Proprio come quelli dei fumetti: con la maschera e la tuta. Ma non tanto per quello che riescono a fare in aria, quanto per la gioia che trasmettono ai ragazzi con disabilità attraverso la mototerapia.

Si tratta un progetto nato nel 2012 grazie a uno dei membri del team: Vanni Oddera. Consiste nel condividere la passione per la moto con i ragazzi disabili, passare una giornata assieme a loro ed immergerli nel mondo del freestyle motocross, facendoli divertire e facendo loro trascorrere una giornata da veri riders.

Vado a parlare con i tre motociclisti al termine della loro esibizione. Mi parlano delle loro esperienze e mi spiegano della mototerapia.

«Ovunque andiamo nel mondo a fare i nostri show chiediamo alle associazioni per ragazzi diversamente abili di partecipare. Si vedono lo spettacolo in prima fila, a pochi centimetri dalle moto che sfrecciano e volano. Poi, quando finiamo di saltare li montiamo in sella con noi e li portiamo in giro per la pista. Vista da lontano sembra una gita romantica, dove due persone che si vogliono bene attraversano collinette e saliscendi al tramonto»

E loro come reagiscono?

«Esplodono di gioia. Fra le vibrazioni della moto, il chiasso assordante della marmitta e del motore, la musica a tutto volume iniziano a ridere come matti, urlano e piangono di felicità. Tanti quando scendono iniziano a saltellare e a gridare “è la cosa più bella della mia vita”. Provano cose che li rendono davvero felici. Per noi è un gesto semplicissimo, non ci costa niente, ma ci riempie di orgoglio e pace»

Convincete i nostri lettori e le associazioni per disabili a provare la vostra terapia.

«Bèh, facciamo tanti show all’anno e in tutto il mondo, ormai dal 2012, e sempre più ragazzi partecipano, perché genitori e assistenti provano sulla propria pelle e soprattutto su quella dei figli i risultati, i miglioramenti. Non è una medicina scientifica, ma riusciamo a infondere gioia ed emozioni fortissime a chi è meno fortunato di noi. È una cosa che fa sentire più umani»

Il Team DaBoot raggruppa i migliori giovani italiani nella disciplina acrobatica del freestyle e permette loro di esibirsi nel mondo alle più importanti competizioni. Fra questi pazzi c’è anche Davide Rossi, casentinese di Pratovecchio. È uno dei più giovani piloti della squadra DaBoot e arriva direttamente dalla FMX school di Alvaro Dal Farra, grandissimo freestyler. Nel 2017 è stato selezionato fra i 15 top riders al mondo per competere in una delle tre gare di freestyle MX più prestigiose del panorama, i Nitro World Games organizzati a Salt Lake City da Travis Pastrana, il più grande di tutti i tempi. Mi sono fatto raccontare la sua esperienza.

«Ho iniziato a saltare nel 2012. Vengo dal motocross e dall’enduro, un background che mi ha aiutato moltissimo. Il fascino del freestyle mi ha conquistato da subito, dalla prima volta che ho visto un pilota fare evoluzioni per aria. Allora mi sono trasferito a Belluno dove ho studiato in una scuola acrobatica. E da qui è iniziato tutto. Eventi, competizioni, tappe in giro per il mondo. Adesso è come una droga. Più salto e più vorrei saltare. È un’emozione che ti riempie anima e corpo ogni volta che ti sollevi dalla rampa di lancio»

Partecipi alla mototerapia?

«Certo! Le prime volte per me era molto dura, oltre che tanto emozionante. Poi ti accorgi di imparare da loro. Ci lamentiamo per la macchina nuova o il cellulare da cambiare perché è uscito il nuovo modello. Loro, con tutte le difficoltà della vita, riescono ad essere felici semplicemente stando in sella alla moto abbracciati a noi per 10 minuti. Bisogna ringraziarli, perché davvero ci insegnano tantissimo. È un’esperienza forte. All’inizio avevo il magone. Mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro e per i genitori. Adesso mi sento partecipe di un momento felice della vita di alcune persone. È stupendo»

Com’è Trevis Pastrana?

«Ho gareggiato nel suo circuito. È una persona speciale. Cordiale e gentilissima. Al termine della sessione è venuto a ringraziarci per essere venuti dall’Italia, nonostante che lui ci avesse concesso il privilegio di partecipare»

Mi ricordo del primo double back flip nella storia di questo sport. Eseguito proprio da Travis. Quanto ti manca per arrivare a quel livello?

«Vediamo… Ho degli obiettivi importanti e farò di tutto per raggiungerli. Sono scaramantico, perciò non dico nulla di più. Però il 14 luglio a Pratovecchio organizzo un evento di freestyle. Siete tutti invitati!»

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La bandiera vola tra le emozioni della storia – Intervista al Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva…

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva un’esigenza tattica ed era punto di riferimento durante il combattimento. Gli sbandieratori servivano per comunicare con i reparti: attraverso lanci e sventolii dei vessilli veniva infatti indicato l’attimo più propizio per l’attacco, i movimenti da effettuare con le truppe e le fasi salienti della battaglia, secondo un codice ben preciso.

Il maneggio delle bandiere era affidato a bravi militi che avevano il compito di difendere le proprie insegne sino alla morte. Dovevano essere fedeli, discreti e ingegnosi oltre che istruiti in diverse lingue per comunicare con i nemici sul campo di battaglia. Se i nemici catturavano uno sbandieratore, questi, nonostante violenze e torture, non dovevano assolutamente rivelare i segreti che gelosamente custodivano.

Oggi della figura dello sbandieratore è rimasto l’aspetto estetico e lo spettacolo che determinano l’atmosfera di una festa, una figura che fa vivere la bandiera con uno sventolio preciso e multicolore che sia scandito dai tempi indicati dai tamburi e dalle chiarine. Quello che non è cambiato nei secoli, però, è la paura, l’insicurezza e soprattutto l’onore e l’orgoglio che ogni sbandieratore e tamburino prova quando veste i colori della propria contrada che sia essa un’epoca antica o moderna.

Juri Gigliotti, presidente Gruppo Sbandieratori e Tamburini Torrita di Siena

Sensazioni strane e allo stesso tempo difficili da descrivere quelle provate da uno sbandieratore o tamburino, ma che la nostra redazione è riuscita a carpire dalle parole di Juri Gigliotti, neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena.

Il Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena nasce nel 1991, figlio naturale dell’Associazione Sagra San Giuseppe, l’associazione che organizza ogni anno il Palio dei Somari. Il gruppo è attualmente composto da 50 elementi tra sbandieratori, tamburini, chiarine, armati e tutte le persone che lavorano dietro le quinte per la crescita dei questa bella realtà torritese.

Lo scopo del Gruppo è quello di far conoscere e promuovere il territorio di Torrita di Siena, il suo Palio e tutta la passione con la quale viene vissuto, rievocando la tradizione dell’epoca tardo-medievale senese. Il Gruppo si esibisce in suggestivi cortei e in curate evoluzioni capaci di far rivivere uno scorcio di vita medievale, utilizzando le bandiere delle 8 contrade e dei 4 castelli del Palio dei Somari di Torrita.

Ogni contrada sfila il giorno del Palio in un suggestivo corteo che racchiude quasi 300 figuranti in costume. All’interno del corteo vi sono due sbandieratori e due tamburini per ogni contrada che si sfidano il sabato antecedente al Palio, in una gara a coppie nella piazza del Comune. Questa gara ha raggiunto negli anni alti livelli di qualità, destrezza e sincrona armonia nelle esibizioni presentate dalle coppie di concorrenti. La domenica del Palio tutti gli sbandieratori e i tamburini delle Contrade si esibiscono insieme in esecuzioni di piccola squadra, grande squadra e numero dei musici.

Ciao Juri, primo anno di palio da neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita, come ti senti?

Sono molto emozionato. Spero di essere all’altezza di questi ragazzi perché l’impegno che mettono in tutto quello che fanno è massimo e quindi li devo rappresentare nel migliore dei modi’

Come si sta preparando il gruppo in vista del Palio e quali sono i numeri che porteranno in piazza il giorno della grande corsa?

‘Il gruppo si sta preparando con prove continue, studi e tanti consigli da chi è stato sbandieratore o tamburino prima di loro. Spesso far conciliare impegni personali e prove non è semplice e quindi i nostri ragazzi fanno i salti mortali per poter essere impeccabili il giorno del Palio. È un gruppo fantastico e sta facendo un ottimo lavoro. Quest’anno il giorno del Palio porteranno in piazza due numeri: uno composto da sei sbandieratori e otto tamburini, uno per contrada, e un altro in cui ci saranno otto sbandieratori e otto tamburini. Inoltre ci sarà il numero aggiuntivo dei castelli composto da quattro tamburini e quattro sbandieratori”.

Oltre al vento, qual è l’insidia più temuta da uno sbandieratore?

‘Oltre il vento l’insidia più temuta è sicuramente l’emozione. L’emozione potrebbe giocare brutti scherzi, perché portare in piazza i colori della tua contrada, farli sventolare a ritmo di tamburi è una scarica di adrenalina che non ti abbandona mai, ma allo stesso tempo ti da la giusta carica per affrontare il numero. Questi momenti ti regalano un insieme di emozioni difficili da spiegare che solo vivendoli si possono capire’.

Ed è proprio la voglia di continuare a tramandare queste emozioni e la passione per la bandiera che nel 2005 nasce la Scuola Sbandieratori e Tamburini di Torrita, dedicata ai bambini dai 9 ai 14 anni. La Scuola Sbandieratori e Tamburini si è esibita all’interno di molti contesti sia nel nostro territorio che nelle province e nelle regioni limitrofe. Veder crescere le nuove generazioni vicine all’arte della bandiera, del tamburo e della chiarina, garantendo così il tramandarsi della propria tradizione e attività, è fonte di orgoglio e soddisfazione per il Gruppo Sbandieratori e Tamburini, che rappresenta ormai fiore all’occhiello della propria comunità.

Che effetto fa essere considerati uno dei gruppi più apprezzati e ammirati della Valdichiana?

‘Fa estremamente piacere e onore ad essere visti così dagli altri gruppi della Valdichiana, perché significa che stiamo lavorando bene, frutto di anni di lavoro e di molti sacrifici da parte delle persone che ne hanno fatto parte nel tempo. In questo ci ha aiutato molto la scuola dei piccoli sbandieratori e tamburini, con la quale siamo partiti sette anni fa e adesso stiamo raccogliendo i risultati di quel lavoro. La buona preparazione ricevuta dai piccoli fa bene alla crescita del gruppo e vedere che oggi quei bambini sono cresciuti e quindi passati nel gruppo dei grandi, fa sicuramente piacere’.

Del gruppo fanno parte anche diverse donne. Com’è cambiato, negli anni, il ruolo delle donne nel gruppo e quante ne fanno parte attualmente?

‘Le donne, fino a poco tempo fa, non erano così numerose come adesso. In passato hanno ricoperto il ruolo di porta insegne e ci aiutavano dietro le quinte: mi viene da citare e ringraziare Francesca Rossi e Daniela Bonollo. Le quote rosa stanno prendendo sempre più campo sia tra gli sbandieratori e che tra i tamburini e anche nella scuola è arrivato un bel gruppetto di bambine. Quest’anno poi, nel gruppo dei grandi, ci sarà sempre la coppia di donne della contrada Porta a Pago e quindi anche quest’anno ci sarà una bella rappresentanza di donne che non solo fanno parte dell’uscita della domenica del Palio ma partecipano attivamente a tutta la vita del gruppo’.

Ci sono rivalità tra gli sbandieratori e tamburini del gruppo?

‘Le rivalità ci sono, però si tratta di sana competizione. Tra i ragazzi c’è molto affiatamento perché la giornata del Palio siamo tutti insieme per suonare in piazza e portare in alto i colori di Torrita. Non ci sono mai stati litigi, ma solo, ripeto, una sana competizione’.

L’esperienza acquisita negli anni dai ragazzi, oggi adulti, ha portato ad adattare le loro esibizioni a ogni necessità richiesta, con la possibilità di esibirsi in spettacoli di grande squadra, piccola squadra e singolo e numero dei musici. Molte sono state le piazze entusiasmate dai colori torritesi negli ultimi venti anni di attività, italiane ed europee, ecco alcuni esempi: Middelalder Festival di Horsens, Middelalder Festival di Oslo, Santiago de Compostela, Piazza San Pietro a Città del Vaticano, Beauvais e Budapest.

Juri Gigliotti al suo primo anno da presidente del Gruppo sente molta responsabilità e alle giovani generazioni spera di riuscire a tramandare l’amore per la festa, la passione per la bandiera o per i tamburi o le chiarine, ma soprattutto l’impegno di cui la manifestazione ha bisogno per crescere ancora e le gioie e i dolori che possono portare questa meravigliosa festa, simbolo di aggregazione e comunità.

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Valdichiana Shop: nasce il nostro negozio online

Con l’avvicinarsi del quinto compleanno de “La Valdichiana”, la costante evoluzione del nostro magazine non si ferma: nasce infatti Valdichiana Shop, il negozio online che offre a tutti i lettori…

Con l’avvicinarsi del quinto compleanno de “La Valdichiana”, la costante evoluzione del nostro magazine non si ferma: nasce infatti Valdichiana Shop, il negozio online che offre a tutti i lettori nuovi prodotti interessanti legati al nostro territorio.

Cosa troverete all’interno del negozio? Prima di tutto gli ebook, libri in formato digitale ottimizzati per l’esperienza di lettura da smartphone e tablet, che possono essere scaricati comodamente con pochi clic e letti nei momenti che preferite. Dentro Valdichiana Shop potete già trovare alcuni ebook dedicati a inchieste realizzate sul territorio dai nostri redattori oppure gli approfondimenti legati alle realtà teatrali, che coinvolgono sempre più persone e associazioni culturali.

Oltre ai prodotti digitali, all’interno del negozio saranno presenti libri e volumi cartacei, che dopo l’acquisto vi verranno spediti all’indirizzo indicato. Abbiamo cominciato in grande con il dizionario di dialetto chianino “Di qua dal fosso”, ma tanti altri libri legati alla cultura locale e alle tradizioni del territorio sono in arrivo.

La procedura di acquisto è semplice e può essere completata con pochi clic: si può pagare con carta di credito oppure con un account Paypal, come in ogni e-commerce (in caso di necessità, potete richiedere fattura fiscale). Se preferite, potete registrarvi durante la procedura, in modo da creare un account personale e rendere ancora più semplice e rapida la procedura per gli acquisti successivi. Attraverso la nostra newsletter, inoltre, potrete ricevere informazioni sulle nuove uscite e promozioni speciali.

In ottica di superamento del mercato pubblicitario basato sui banner, vogliamo rendere il nostro magazine fruibile dagli utenti senza distrazioni e inserzioni fastidiose, concentrandoci su ciò che realmente suscita il nostro (e il vostro) interesse. Soprattutto, vogliamo mantenere “La Valdichiana” libera e autonoma, capace di continuare a produrre contenuti di qualità e approfondimenti originali sul territorio.

Acquistare su Valdichiana Shop, quindi, è il modo migliore per sostenere le nostre attività. Presto il negozio si riempirà di altri libri cartacei e digitali dedicati al nostro territorio, continuate a seguirci!

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Intervista ai ROS: “Si avvicina il tour, siamo pronti a fare Rumore!”

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana…

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana che alla fine dello scorso anno ha partecipato all’undicesima edizione di X Factor, il talent show musicale di Sky (qui potete ripercorrere la loro esperienza all’interno dello show). Dopo questa importante esperienza, che ha garantito loro visibilità e maturazione artistica, i ROS sono pronti a partire per il loro primo tour nazionale con una serie di tappe a partire dal mese di Aprile che comprendono Treviso, Firenze, Parma, Teramo e Roma.

Mentre fervono i preparativi per il tour, i tre ragazzi ci hanno concesso un’intervista per conoscere meglio le loro aspettative e avere un’anteprima delle prospettive musicali che riserverà loro il futuro.

“Ciao ragazzi, parliamo subito dell’esperienza di X Factor. Quanto vi ha fatto crescere quest’esperienza?”

Camilla: “X Factor è stata un’esperienza prima di tutto formativa, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con personaggi come Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo, oltre a grandissimi vocal coach; questa è la cosa che più ci è rimasta, e ci sta aiutando tuttora dal punto di vista artistico. Manuel ci sta aiutando molto, lavoreremo ancora con lui ed è una opportunità che ci fa grandissimo onore. La formazione che abbiamo ricevuto a X Factor è stata molto importante, abbiamo suonato tantissimo e imparato ancora di più, ci siamo messi continuamente alla prova.”

“Manuel Agnelli è stato il vostro giudice a X Factor e continua a sostenervi, ma c’è stato un giudice che vi ha penalizzato? E tra i giudici delle passate edizioni, c’è stato qualcuno con cui avreste voluto lavorare?” 

Kevin: “Mara Maionchi ci ha penalizzati più di tutti… sicuramente ha i suoi gusti e le sue idee musicali, e un progetto come il nostro è un po’ più particolare. Sui giudici del passato non saprei, non ho mai visto X Factor quindi non ne ho la più pallida idea!”

Lorenzo: “Del passato direi Skin, ma anche Morgan sarebbe stato molto interessante… comunque siamo capitati in squadra con Manuel, e direi che meglio di così non poteva andarci!”

“Tuffiamoci nel passato, parlando delle vostre prime esperienze. Che ricordi avete del periodo in cui frequentavate le scuole superiori e in cui vi stavate avvicinando al mondo della musica?”

Camilla: “Della mia esperienza al liceo linguistico di Montepulciano mi ricordo tante cose. In quegli anni ho conosciuto Kevin, abbiamo cominciato a suonare insieme e ci siamo impegnati in tanti progetti. Di solito ci trovavamo all’autostazione, dopo le lezioni, e andavamo a suonare.”

Kevin: “Ricordo di aver passato ben sei anni a Montepulciano, prima frequentavo il liceo scientifico, ma suonavo troppo e sono bocciato. Insomma, la musica mi ha portato a cambiare scuola, sono passato ad economia e adesso mi sto laureando in scienze bancarie. Magari un giorno amministrerò le finanze dei ROS!”

“Come si è formato il vostro gruppo?”

Lorenzo: “In realtà hanno iniziato loro, io vivevo a Foiano… stavo cercando un progetto musicale in cui potermi impegnare seriamente e un giorno mi arriva un messaggio su Facebook da parte di una ragazza che stava cercava un batterista… che però ci teneva a specificare, si trattava di un progetto serio, voleva fare musica sul serio!”

Camilla: “Io e Kevin venivamo da varie esperienze musicali, anche a scuola, però abbiamo deciso di partire sul serio, lavorando al massimo su un solo progetto. Ci è balenata in testa l’idea di formare un power trio, ci mancava solo il batterista, abbiamo iniziato a fare provini a un po’ di persone finché non abbiamo trovato Lorenzo. Con lui è andata subito alla grande, cercavamo un batterista con uno stile molto forte dal punto di vista artistico e ci è piaciuto subito. Questo è successo tre anni fa. Abbiamo iniziato subito a lavorare su pezzi inediti, a cercare festival, lavorando tantissime ore al giorno, siamo cresciuti sempre di più, suonando in continuazione. Abbiamo fatto tanta gavetta, abbiamo suonato ovunque, anche in locali piccolissimi in cui ci chiedevano di abbassare il volume della batteria, che è piuttosto difficile!”

“A quei tempi il nome del vostro gruppo era l’acronimo di Revenge On Stage: siete ancora in quella fase, avete superato la voglia di vendicarvi?”

Camilla: “È vero, inizialmente ROS stava per Revenge On Stage, la vendetta sul palco. Abbiamo però iniziato da subito con la musica italiana e ci siamo staccati dall’idea di acronimo, ci siamo basati più sul colore, su questo nome diretto e d’impatto. In effetti la nostra è stata un po’ una vendetta sul palco, un riscatto contro chi non ci credeva… è stato un bel riscatto, finalmente arrivano le prime grandi conquiste!”

“Una delle grandi conquiste è il tour in arrivo: che prospettive avete, che emozioni state provando?”

Camilla: “Finalmente è arrivato il Rumore in Tour! Siamo felicissimi, il nostro obiettivo è sempre stato quello di suonare, calcare più palchi possibili e spaccare tutto davanti al pubblico!”

“Come sono cambiate le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?”

Camilla: “I nostri ascolti hanno avuto un percorso molto interessante. Io sono partita dai Foo Fighters e dal rock moderno, Kevin viene dal metal classico, ovvero Metallica e Iron Maiden. Lorenzo ci ha fatto amare i cantautori italiani, perché quando l’abbiamo incontrato noi eravamo ancora un pochino scettici, ma pian piano i nostri ascolti si sono evoluti insieme. X Factor, paradossalmente, ci ha incattiviti! Avevamo paura che il nostro sound ne risultasse alleggerito, e invece no, siamo arrivati alla sesta puntata a portare i Rage Aganist the Machine in prima serata italiana. È stata un’esperienza che ci ha fatto scoprire molte cose, anche grazie all’aiuto di Manuel e delle sue proposte. Pensiamo ai The Kills, alla musica italiana come gli Afterhours e i Verdena… c’è stata una grandissima evoluzione dei nostri ascolti e ne siamo felici, siamo sempre pronti a scoprire nuova musica e a farci influenzare.”

“L’attuale industria discografica sembra preferire i brani digitali, gli ascolti su Spotify e il consumo usa e getta. In passato si lavorava per mesi alla produzione di un disco fisico, era necessario un grande lavoro prima di una pubblicazione. Come vivete questa situazione?”

Camilla: “Purtroppo o per fortuna, adesso il commercio musicale gira attorno al web, però ci sono i pro e i contro. Si sta perdendo l’importanza della stampa del disco fisico che è una cosa bellissima per un musicista, però allo stesso tempo si ha la possibilità di emergere e di farsi sentire anche dal nulla, si può arrivare a un sacco di persone in più e dare spazio a progetti musicali che non avrebbero potuto emergere. Per noi rimane comunque importantissimo il contatto diretto con il pubblico, salire sul palco e vendere i dischi fisici dopo il tour.”

“Come e dove vi vedete tra dieci anni?”

Lorenzo: “Tra dieci anni mi vedo su un palco a suonare.”

Camilla: “Tra dieci anni mi vedo sul palco del Wembley Stadium.”

Kevin: “Tra dieci anni mi vedo anche io sul palco… speriamo di essere sullo stesso!”

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