La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: News

Fenomenologia di Federico Buffa

Giovedì 14 Marzo, al Teatro Poliziano, Federico Buffa presenta la sua avventura teatrale: “Il rigore che non c’era”. Ambientato in un luogo non collocato nel tempo e nello spazio, lo…

Giovedì 14 Marzo, al Teatro Poliziano, Federico Buffa presenta la sua avventura teatrale: “Il rigore che non c’era”. Ambientato in un luogo non collocato nel tempo e nello spazio, lo spettacolo ritrae personaggi condannati a raccontarsi. Si avvia così un itinerario narrativo accompagnato dagli interventi musicali del pianista Alessandro Nidi che sottolineano e impreziosiscono i racconti. Sullo sfondo della scena, si scorgono un palazzo e due finestre, tra le quali compare una sorta di angelo custode, interpretato da Jvonne Giò; sul palco, insieme a Federico Buffa, c’è anche un altro attore, Marco Caronna.

Nella sacralità dello sport, la cronaca diviene liturgia e i cronisti (i tele-cronisti, i narratori e i giornalisti sportivi) assurgono a sacerdoti laici dell’agonismo. In questo, il presbitero della poetica sportiva italiana è Federico Buffa. Egli è la cronaca che diventa storytelling e contestualmente lo storytelling che scivola nella cronaca: è il neorealismo della diretta a telecamere accese che passa alla differita del realismo il quale, con austerità e cognizione storica, riporta i fatti facendo a meno delle immagini, esplicitando tutti i collegamenti che dagli eventi esposti scaturiscono. Federico Buffa riempie le fasi agoniche del gioco di valori umanistici, collettivi, e trasforma il racconto in puro fraseggio epico contemporaneo. Dall’essere voce italiana storica delle telecronache di NBA insieme a Flavio Tranquillo, è passato ad essere il guru dei format narrativi in TV, alimentando il grande peso sociale che l’aspetto sportivo detiene e che in Italia è stato storicamente parodizzato, marginalizzato, instupidito. Tutta la sua esperienza giornalistica trentennale ha sedimentato, fermentato, e viene espressa massimamente in questa sua prima fatica teatrale, la quale lo sta vedendo calcare il palchi di tutta Italia.

Il rigore che non c’era è uno spettacolo modulare. Federico Buffa lo sta portando in giro da due anni e con il tempo la struttura di questo si è arricchita e si è limata, ha ora allargato il campo di indagine, ora limato e centrato alcune argomentazioni. È uno spettacolo basato sulla realtà contro-fattuale, e cioè relativa al che cosa sarebbe successo se, le cosiddette sliding-doors (come insegna uno strepitoso film di Peter Howitt con Gwyneth Paltrow).  Il titolo dello spettacolo allude ad una storia raccontata dallo scrittore Osvaldo Soriano, in un libro intitolato Futbol: storie di calcio, edito in Italia da Einaudi. La vicenda vede protagoniste due squadre, l’Estrella Polar ed il Deportivo Belgrano, nel lontano 1958, nella ancor più lontana e sperduta Valle de Rio Negro, per le quali la tensione e il groppo in gola che si percepiscono prima di un rigore durarono addirittura una settimana intera.

Lo sport non è che un pretesto per parlare d’altro, un caleidoscopio argomentativo dal quale si diffranno antropologia dello sport, storia del Novecento, teoria dei giochi, storia delle arti; parafrasando Douglas Adams, la vita, l’universo e tutto quanto. Uno spettacolo che si mostra altresì nel suo configurarsi come espressione di un taccuino di viaggio, dal Perù a Barcellona, da Torino a Manchester, dall’Africa agli States. Federico Buffa allestisce un pantheon, una cattedrale sportiva di icone dall’aura quasi sacrale: Muhammad Alì, George Best, Lionel Messi, Bob Dylan, i Beatles, Neil Armstrong, il partito Sendero Luminoso, Elis Regina e Garrincha. Uno spettacolo che però fa perno – più che sui contenuti – sulle smisurate capacità narrative di Buffa, senza dubbio uno dei modelli italiani del racconto contemporaneo transmediale. Lui che ha riportato la narratologia nel vissuto sportivo su un piano analitico multilaterale, una dilatazione assoluta del discorso, che concretizza la regola aurea di Josè Mourinho da Setùbal, sintetizzata nel motto chi sa solo di calcio non sa niente di calcio.

 

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Intervista ad Amanda Sandrelli – La Locandiera: Carlo Goldoni contro il Patriarcato

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio…

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio principale Mirandolina è interpretato da Amanda Sandrelli, gli altri interpreti sono Alex Cendron e Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci. La produzione è di Arca Azzurra e Teatro Stabile di Verona.

Qualora in un qualsiasi tipo di rappresentazione narrativa venga inserita la scena di una coppia eterosessuale in pieno litigio, il pubblico fruitore percepisce una forte tensione realistica. Se, al contrario, la coppia viene presentata in un atto d’amore, nei canonici segmenti condivisi dei rapporti – dichiarazione d’amore, primo bacio, cena romantica – quello che viene recepito è invece una forzatura smielata, una leziosità romantica evitabile. Questo è uno dei sintomi che rivelano la forte pulsione patriarcale che basa la nostra implicita (in)educazione di genere: assimilare i rapporti più a uno scontro, a una guerra o a un tenzone, piuttosto che a un incontro, a una risoluzione in unità di due corpi. Un retaggio che le società eurasiatiche si portano dietro da millenni: ne parlavano già gli elegiaci romani, Tibullo, Properzio, e soprattutto l’Ovidio dell’Ars Amatoria, che sintetizzava molti dei suoi precetti d’amore, basati sul conquistare una donna attraverso l’inganno, nella celebre punch-line fallite fallentes (ingannate le ingannatrici). Anche il lessico contemporaneo tragitta un’educazione relazionale e sessuale apportata all’antagonismo tra i sessi; la “conquista” e la “preda”, la “resa”, lei che “ci casca”, lui che va “a caccia”, la coguara,  il “morto di fica”, e così via. La completa disfunzione delle interrelazioni di genere, sulle quali il nostro tempo ci impone di riflettere, dimostra una cognizione sessuale sempre più diffratta. Di questa diffrazione, com’è purtroppo ovvio, a pagare di più sono le donne.

Raccontare una vicenda che abbia come protagonista una donna indipendente sembra scuota un ambiguo interesse nel pubblico. L’interpretazione di Joy da parte di Jennifer Lawrence – che le è valsa un Golden Globe e una candidatura all’Oscar Academy Award per la miglior interpretazione femminile – nel 2015 venne osannata dal mondo femminile e ridicolizzata dalla beceraggine di certa critica mansplain. Non parliamo poi di quello che è emerso dal caso Weinstein e dal conseguente movimento #metoo, negli ambiti del terribile squilibrio che viene sancito dal binomio “sesso come merce”/”posizione di potere”.

Ecco: Carlo Goldoni era abbastanza avanti già nel 1753. Non tanto perché attraverso dinamiche drammaturgiche avanguardistiche era riuscito a superare gli schemi fissi della commedia d’improvviso e la canonica composizione delle maschere fisse nello spazio scenico, traghettando la commedia cosiddetta dell’Arte alle forme moderne di commedia d’autore; ma soprattutto perché, attraverso la gestione tridimensionale dei personaggi, riuscì ad analizzare i rapporti tra uomini e donne, la valutazione del sesso nella vita delle persone e soprattutto la pervasività del principio di realtà, e dei valori pubblici, nelle alcove d’amore.

Mirandolina (evoluzione d’autore della maschera fissa di Colombina), protagonista de La Locandiera, è una donna di mezza età, avvenente e consapevole. Gestisce – come appunto suggerisce il titolo della commedia – una locanda a Firenze,  assieme al cameriere Fabrizio. Mirandolina lavora al pubblico e la sua avvenenza attira gli interessi di molti clienti uomini, tra cui il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita. La Locandiera è brava a non lasciarsi sedurre, a gestire le avances con la maestria dell’inaccessibilità; ma è il Cavaliere di Ripafratta – simile a lei nell’ambito delle scelte sentimentali – che metterà fortemente in crisi la sua visione dei rapporti.

Amanda Sandrelli ha lavorato per interpretare questo personaggio nel nostro tempo. Le abbiamo fatto un po’ di domande: ecco l’intervista.

LaV: Possiamo dire che ormai sei di casa nei nostri teatri: nelle ultime stagioni hai avuto modo di apparire più volte nelle stagioni teatrali della Valdichiana. Come ti sembra recitare sui nostri palchi e come ti sembra il nostro pubblico?

Amanda Sandrelli: la Toscana, insieme all’Emilia Romagna e alle Marche sono i territori privilegiati per noi attori. Il pubblico sembra educato al teatro. In Toscana c’è una rete molto efficiente: l’offerta teatrale della Toscana, per numero di teatri funzionanti e spettatori, penso sia una delle prime regioni in Italia. Il teatro ha bisogno di educazione: e questa affermazione non vuole essere una cosa presuntuosa o borghese, è una cosa necessaria. Si sente la differenza tra un pubblico abituato a vedere un certo tipo di teatro; si vede quando il pubblico non è abituato, non è attento, non risponde all’attore. Per chi sta in palcoscenico questo è fondamentale. Ogni spettacolo è fatto sia dagli attori che dal pubblico. Quando il pubblico è educato te ne accorgi dal fatto che non squillano i telefonini, c’è silenzio, si ride e si applaude al momento giusto, c’è rispetto per un mestiere che sta dietro la preparazione di uno spettacolo.

LaV: La Locandiera è uno dei testi più celebri del nostro teatro. Viene certamente considerato per il suo peso storico, per il modo con cui ricalca illuministicamente i mutamenti sociali che nel mondo a lui contemporaneo si stavano verificando; ma oggi questo testo dimostra anche come il superamento di certe maschere fisse, ha portato Goldoni a costruire i personaggi secondo tipologie umane, non maschere ma volti comuni, iperrealistici, moderni, ancora oggi fortemente riconoscibili. Cosa ci dice La Locandiera oggi sui rapporti umani e sociali?

Amanda Sandrelli: La rilettura di Francesco Niccolini è perfetta. Questo è un testo perfetto di per sé, Francesco lo ha semplicemente avvicinato ai nostri tempi. Considera che dura un’ora e mezzo, quando in realtà La Locandiera ne dovrebbe durare tre. Il linguaggio è stato avvicinato al pubblico contemporaneo ed è quello che l’autore avrebbe voluto: Goldoni scriveva per la sua epoca, per la gente del Settecento. Ecco: in questa “spolverata” si nota ancora di più quanto i personaggi siano profondi. La Locandiera e il Cavaliere dichiarano una cosa che non è vera per entrambi: la locandiera non vuole uomini intorno, si vuole godere la sua autonomia e il cavaliere odia tutte le donne: dice che non ne ha mai conosciuta una degna di amore. Queste sono ovviamente espressioni di autodifesa. Dichiarano e affermano una forza d’animo che però nasce da una fragilità. Visto che l’amore nessuno lo ha mai deciso, ma è sempre arrivato per tutti, arriva anche per loro. Entrambi però finiscono col rifiutarlo perché non vogliono dichiararsi “perdenti” di fronte agli altri. Mirandolina alla fine decide di rinunciare al rischio, all’amore, al cavaliere che è di una classe sociale diversa dalla sua, poiché rappresenta un pericolo per la sua affermazione, ma soprattutto non si lascia andare con lui per non far vedere agli altri che ha perso. Goldoni ci mostra ancora oggi, nell’era dei social network, di quanto la parte pubblica della nostra vita diventi più importante di quella privata.

LaV: Mirandolina ad un certo punto afferma «Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza e questa è la debolezza di quasi tutte le donne…» Cosa ne pensi di quest’affermazione del tuo personaggio?

Amanda Sandrelli: Dunque, in quel monologo Mirandolina non dice la verità, non dice quello che veramente sente. È una dichiarazione di intenti, speculare a quella del cavaliere che dice di “odiare le donne”. È una presa di posizione e come tutte le prese di posizione non è mai completamente vera. Mirandolina non vuole non essere sedotta, ma vuole proteggere un’indipendenza e una liberta che in quel periodo storico era ancora più rara di quanto sia oggi. Lei è una donna del Settecento che ha più o meno la mia età, orfana, sola, che ha deciso di non sposarsi, a cui il padre ha messo accanto un servo, Fabrizio, con il quale probabilmente si intrattiene nel letto ma non lo sposa, perché non le conviene. C’è ancora oggi un pensiero diffuso, nel femminile,  quello che un uomo o un matrimonio ti possa risolvere la vita. È una cosa terribilmente sbagliata. Ti toglie la vera libertà. Mirandolina teme una libertà impossibile: nessuno di noi è libero a meno che non decida di essere solo. Nel momento in cui si ama qualcuno, allora si dipende da qualcuno. Per quanto riguarda me, io intendo oggi la libertà economica e sociale, la libertà di andarsene nel momento in cui un uomo diventa pericoloso. Continuo a pensare che questo sia il primo passo per l’emancipazione: quando le donne saranno davvero indipendenti e nessuna penserà più che un uomo sia una “soluzione” alla propria vita – così come nessuna madre e nessuna nonna lo penserà più – a quel punto anche la violenza di genere verrà sconfitta.


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Cos’era Guido Ceronetti

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran…

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran gli aveva dedicato un capitolo nella sua raccolta di ritratti Esercizi di Ammirazione, del 1986, nel quale così tesseva la sua iconografia: «…lo si direbbe un eremita sedotto dall’inferno (dall’inferno del corpo), segno certo d’una salute precaria, anzi minacciata: sentire i propri organi, esserne coscienti fino all’ossessione». In effetti, Guido Ceronetti si è interrogato molto sul valore del corpo, non solo del proprio, o più precisamente sul punto di intonazione dell’esistente, snobbando la sua posizione. Guido Ceronetti era un intellettuale obliquo, sovente cattivo, attaccato al peso dei viventi tanto da sentire  la necessità di sfilacciarlo – questo peso – liberarlo dal groviglio filamentoso della storia. Quando, ad esempio, parla di civiltà delle automobili – che annulla la percezione dello spazio – si riferisce a sé come uomo a piedi: l’essere umano pedone che affina il suo sapersi vedere come «punto più debole della natura, candela da soffiare, pudendi scoperti».  In testi come Lo Scrittore Inesistente o La Lanterna del Filosofo (da cui è tratta la citazione soprastante), ma soprattutto ne Il Silenzio del Corpo, cerca di scardinare l’automatismo sensoriale dell’uomo negli anni del consumismo attraverso un vero e proprio culto della parola, che parallelamente trovava forma nelle sue rappresentazioni teatrali.

Guido Ceronetti è stato drammaturgo. Parlava dei suoi testi come di un complesso di parole date in offerta all’altare umanistico che è il teatro. Un teatro, il suo, proiettato al superamento – anche qui – della rappresentazione corporea – certo con le marionette, ma anche con la pura fonetica, per la fruizione della quale si rimanda ai suoi eccezionali radiodrammi per la serie delle Interviste Impossibili.

Attraverso il suo insistere filosofico sul corpo, ha intuito il misticismo new age e il vegetarianesimo almeno vent’anni prima che fosse mainstream, quando in ballo non c’erano movimenti politici con endogene gerarchie da scalare o notorietà, ma solo appercezioni gnoseologiche e altitudini morali.  Guido Ceronetti perseguiva scarti epifanici partendo dal circostante, dai dati che l’esistenza ha messo a disposizione: l’unica stratificazione materica a lui cara è stata la terra, quella del viaggio e dell’immersione paesaggistica. Ha scelto e amato Cetona, come la Svizzera italiana e la sua Torino; ha dato respiro descrittivista alla sua prosa nel suo Viaggio in Italia, con la profondità mistica dei simbolisti francesi, in un tenue anelito di riscatto: «Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un pallido aiuto alla pensabilità del mondo», scrive nel Viaggio.

Guido Ceronetti è stato altresì un traduttore. Ha tradotto i due libri biblici più vertiginosi: l’Ecclesiaste (o Qoelet) e Il Cantico dei Cantici. Forse uno dei pochi intellettuali del Novecento ad intendere la Bibbia come testo umanisticamente letterario e che – lontano da tutto l’aspetto dogmatico – ha fornito ad esso una postazione di rilievo nella riflessione basica delle letterature comparate.

Nell’ipermaterialismo dei nostri tempi, chi annulla la carne è considerato pessimista, così come l’Edipo Tiranno è percepito come osceno – in realtà il pessimismo di Ceronetti non era che un decimo del suo enorme apporto filosofico. Dal pessimismo mistico, Ceronetti lascia emergere una forte caratura ironica, l’uso del paradosso e della rappresentazione scarna, dell’oggettivizzazione, della conoscenza proteiforme.

La sua mistica nichilistica non si è mai tradotta in uno spudorato – e poco autentico – affidamento religioso, come ad esempio è accaduto in Huysmans, o nel modo in cui recentemente gli scellerati sceneggiatori di True Detective hanno semplificato il pensiero di Thomas Ligotti (altro intellettuale che se avesse avuto trent’anni in più, sarebbe sicuramente stato intercettato, tradotto e divulgato in Italia da Ceronetti), piuttosto nell’eresia (che – come ci insegna lui stesso – deriva da αἵρεσις sostantivizzazione di αἱρέω, e per aumento temporale ᾕρεον, e cioè un verbo la cui significazione rimanda all’atto dello scegliere, del conoscere tante opzioni così da permettersi la valutazione di tutte). Nella sua erudizione Guido Ceronetti ha fornito ai suoi lettori e ai suoi allievi la Scelta, la capacità di ognuno di accrescere una dossografia privata e considerare ogni elemento come degno di approfondimento. È stato erroneamente indicato come intellettuale provocatoriamente antisistemico, passivamente polemico, fuori dagli schemi, era in realtà un erudito capace di non sigillarsi in propugnacoli idealistici, ma aprirsi all’alterità totale. È forse per questo che, negli ultimi giorni di vita, ha scelto di attraversare il sacramento battesimale del Consalamentum, il battesimo dei catari, come a rilucere nel decadimento con un ultimo beffardo ghigno e santificare la morte attraverso l’epitome di un’eresia.

In tutto e per tutto, l’opera di Ceronetti avrà ancora un peso crescente, non tanto nei contenuti della nostra cultura, quanto nel metodo, nel procedimento, nella capacità di strutturare un itinerario del pensiero. Un antidoto all’ego, smisurata malattia dei nostri tempi.

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Federico Zeri, il coraggioso protettore della cultura

A distanza di venti anni dalla scomparsa, Montepulciano ha ricordato lo storico d’arte Federico Zeri con  una tre giorni di eventi a lui dedicata. Dal 5 al 7 ottobre, il…

A distanza di venti anni dalla scomparsa, Montepulciano ha ricordato lo storico d’arte Federico Zeri con  una tre giorni di eventi a lui dedicata. Dal 5 al 7 ottobre, il nome di Zeri è tornato a risuonare in una cittadina che non lo ha mai dimenticato, da quando nel 1994 proprio grazie allo storico le fu restituita la Sacra famiglia, un’opera del Sodoma rinvenuta tra i pezzi di una collezione privata a Parigi. D’altronde, anche per Zeri Montepulciano fu una città preziosa, tanto da definirla “colta, bella e piena di opere raffinatissime”. Il rapporto tra questa e lo storico d’arte si rivela dunque un legame che non perde occasione per rinnovarsi, al di là del trascorrere del tempo.

“Nel segno di Zeri”, questo è il titolo dell’iniziativa, un ciclo di conversazioni a cui si può dire che sia stato pure lo stesso Zeri a partecipare, emergendo in maniera sempre incisiva dall’eredità culturale che ha lasciato, attraverso testi e video. Ed è proprio la proiezione di un documentario girato nel 1993 a San Quirico d’Orcia, in cui si vede Zeri raccontare Palazzo Chigi Zondadari e i gravi danneggiamenti ad esso provocati dall’esplosione di un ordigno durante la seconda guerra mondiale, ad inaugurare il programma della prima giornata.

Dopo la presentazione da parte dell’assessore alla cultura del Comune di Montepulciano Franco Rossi, e un’introduzione del direttore del museo civico Pinacoteca Crociani Roberto Longi, una cattedra sul palco del teatro Poliziano viene lasciata a Tomaso Montanari, docente di storia dell’arte Moderna all’Università per stranieri di Siena, il quale si sofferma sul tema dell’indignazione di Federico Zeri per il patrimonio culturale italiano con una relazione il cui titolo, “Meno male che c’è stato Napoleone”, risulta programmatico.

Perchè certe opere meglio vederle all’estero, che saperle abbandonate all’incuria provocata dall’ignoranza di una classe dirigente che non ne apprezza il valore. Da qui la missione di Zeri, portata avanti per tutta una vita, di divulgare, fare da intermediario tra l’opera e il suo spettatore.

«Così come sarebbe difficile comprendere un passaggio della Divina Commedia senza l’ausilio delle note a margine – ricorda Montanari – allo stesso modo non si può capire a fondo un affresco di Giotto se non con l’intermediazione di un esperto».

È una sfida culturale oggi più che mai attuale e che restituisce di Zeri un’immagine legata non solo alla sua statura di grande storico d’arte, ma anche a quella di strenuo protettore della cultura. Una personalità così elevata da meritare l’attenzione di cui “Nel segno di Zeri”, promosso dal Comune di Montepulciano, dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte e dalla Fondazione Musei Senesi, con la collaborazione di Rai Teche, della Fondazione Federico Zeri, e con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, degnamente lo omaggia.

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Incidente sul lavoro, muore giardiniere a Chianciano

Daniele Cioli, giardiniere di 47 anni, è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a Chianciano, lungo la strada provinciale per Sarteano. L’incidente è avvenuto nel tardo pomeriggio di lunedì…

Daniele Cioli, giardiniere di 47 anni, è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a Chianciano, lungo la strada provinciale per Sarteano. L’incidente è avvenuto nel tardo pomeriggio di lunedì 13 gennaio, all’interno di una proprietà privata, a causa di un motocoltivatore.

L’uomo è stato soccorso dai sanitari del 118, ma sono stati vani i tentativi di rianimazione. Sono intervenuti anche i vigili del fuoco e i carabinieri, e sono ancora in corso gli accertamenti per stabilire le modalità dell’incidente.

 

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NCD contro Valentini: “Non può mettere il bavaglio alla città”

Ncd Siena: “Mps, Valentini non può mettere il bavaglio alla città. Necessario avviare un dibattito sul futuro della Banca” Dalla segreteria del Nuovo Centrodestra senese, alla vigilia della risposta di…

Ncd Siena: “Mps, Valentini non può mettere il bavaglio alla città. Necessario avviare un dibattito sul futuro della Banca”

Dalla segreteria del Nuovo Centrodestra senese, alla vigilia della risposta di Francoforte sul piano di ricapitalizzazione di Rocca Salimbeni, riceviamo questa nota:

“Il 2015 sarà un anno decisivo per il Monte dei Paschi: in pochi mesi si decideranno le sorti della Banca e il suo legame con Siena. Siamo ormai giunti a poche ore da un verdetto decisivo per il futuro di Mps ovvero se la Banca centrale europea si accontenterà o meno di un aumento di capitale da circa 2,5 miliardi di euro per mettere al riparo i conti del Monte o se invece il tandem Profumo-Viola dovrà rivedere ancora una volta i conti, così come è accaduto dopo la ricapitalizzazione da 5 miliardi della scorsa primavera.

Nella prossima primavera scadrà l’incarico dell’attuale Cda e dunque riteniamo prioritario che si apra una riflessione sui risultati raggiunti dall’attuale gestione, a cominciare da un’analisi sull’anno appena concluso. Un 2014 che ha visto il titolo Mps in picchiata fino a un meno 57%, vanificando l’aumento di capitale da 5 miliardi, ha visto approvare l’undicesima trimestrale consecutiva in rosso e ha visto scivolare il Monte da terza a decima banca per capitalizzazione.

C’è poi tutta la questione dei dipendenti e delle risorse umane su cui il giudizio per l’operato del duo Profumo-Dalla Riva è del tutto negativo: da un lato le tante professionalità che hanno abbandonato la Banca, dall’altro l’aumento di stipendio per i top manager mai smentito e le voci, su cui vorremmo chiarimenti, di un continuo ricorso a consulenze esterne. Ma soprattutto quello che non ci convince è il fatto che per il futuro non sembrano esserci assunzioni di quei giovani senesi che un tempo erano considerati un investimento per il valore aggiunto intrinseco dell’attaccamento al Monte e alla città.

Questo il quadro di una banca ancora in mezzo alla tempesta di cui non si conosce l’approdo. Ancora non sappiamo infatti quale sarà il futuro del Monte ma stando ai rumors mediatici sarebbe entrata nel mirino di Banca Santander grazie al cavallo di troia dell’affaire Antonveneta. Una prospettiva che significherebbe la definitiva rottura di ogni legame con Siena e i senesi che, è bene sempre ricordarlo agli attuali dirigenti di Mps, hanno fatto grande questa banca.

Di fronte a questo quadro servirebbe una presa di coscienza collettiva da parte della classe dirigente della città e invece l’ordine è quello di non parlare del Monte. Una ‘regola del silenzio’ di cui è fermo custode il sindaco Valentini. E’ lui che vorrebbe mettere il bavaglio al consiglio comunale con lo slogan che la politica non deve occuparsi della banca: una lezione che non accettiamo perché i danni alla banca sono stati causati dalla cattiva politica chiusa nelle sedi di partito, non dalla trasparenza e dal libero dibattito in consiglio comunale dove è normale che ci si occupi della prima fonte di reddito di una città. O forse a Torino non si dovrebbe parlare della Fiat o a Taranto del futuro dell’Ilva? O forse è meglio non parlarne per non disturbare il manovratore, pari pari come accadeva nel recente e tragico passato?”

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A Cortona va in scena la commedia “Natale al Basilico”

Il 16 Gennaio 2015, andrà in scena al Teatro Signorelli di Cortona la commedia “Natale al Basilico”, di Valerio di Piramo per la regia di Marco Nocchia. I veterani della compagnia del…

Il 16 Gennaio 2015, andrà in scena al Teatro Signorelli di Cortona la commedia “Natale al Basilico”, di Valerio di Piramo per la regia di Marco Nocchia. I veterani della compagnia del “Piccolo Teatro” porteranno in scena il divertente spettacolo in tema natalizio, ricco di situazioni entusiasmanti e colpi di scena.

Tutto è pronto alla vigilia del Natale: Oreste e Carla sono felici di passare questo giorno speciale soli soletti in tutta tranquillità. Ma una bufera di neve sconvolgerà tutti i loro piani e questa apparentemente splendida e tranquilla giornata si trasforma in qualcosa di completamente diverso.
A questo punto entra in scena un gran susseguirsi di personaggi, ad iniziare da Adele, mamma di Carla, che arriverà all’improvviso nella casa per portare scompiglio con i suoi vuoti di memoria. Poi toccherà a Vladimir, che con il suo comportamento porterà vivacità e spensieratezza. Snob e tremendamente sofisticata, poi, entrerà in scena Lilli, seguita dai figli di Oreste e Carla, Francesco e Angelo. Infine, sarà Buruni l’interprete dell’ultimo divertentissimo colpo di scena che lascerà tutti a bocca aperta.

Il sipario si alzerà su ‘Natale al Basilico’ alle ore 21:15.

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Chiti a Montepulciano per “Il malato immaginario”

Sabato 17 gennaio a Montepulciano, doppio appuntamento con l’autore che ha saputo segnare la storia recente del teatro italiano, una serata-evento dedicata al celebre regista Ugo Chiti. Alle ore 18.30,…

Sabato 17 gennaio a Montepulciano, doppio appuntamento con l’autore che ha saputo segnare la storia recente del teatro italiano, una serata-evento dedicata al celebre regista Ugo Chiti.

Alle ore 18.30, al Caffè Poliziano, è in programma “Ugo Chiti racconta”: l’autore sarà infatti presente per un confronto aperto con i giovani teatranti Laura Fatini, Gabriele Valentini e Martina Belvisi, introdotto e curato da Francesca Fenati.

Alle 21.30, al Teatro Poliziano, va poi in scena “Il malato immaginario”, commedia di Molière annoverata tra i capolavori assoluti nella storia del teatro, con la nuova interpretazione della prestigiosa compagnia Arca Azzurra Teatri, guidata proprio da Ugo Chiti. Il titolo è ormai divenuto qualcosa di più che un classico, di fronte a personaggi diventati veri e propri archetipi anche nella vita quotidiana. La vicenda è tanto divertente quanto attuale, nell’ossessione ipocondriaca di Argante, nella sua fame di medicinali che è un atteggiamento contemporaneo, come del resto la sua ingenuità di fronte ai raggiri degli esperti e dei dottori che sono senza dubbio caratteristica della nostra società dove abbondano millantatori e maghi, ma dove i rimedi sono spesso peggiori dei mali.

Ugo Chiti incanta il teatro italiano da 30 anni, grazie alla semplicità della sua eleganza formale; al cinema ha lavorato con personaggi come Francesco Nuti e Alessandro Benvenuti, conquistando anche il David di Donatello. Tra i suo successi più clamorosi, spicca la sceneggiatura della serie tv “Gomorra” ispirata al best seller di Roberto Saviano.

Forte di tali esperienze, Chiti affronta questa nuova sfida teatrale con la sua consueta lucidità artistica:

“Questa commedia – spiega il regista – è intrisa di realismo, con i personaggi che si muovono sulla ritmica dell’intreccio comico, alludono alla commedia dell’arte, senza tralasciare una seconda lettura che lascia intuire la natura più sinistra di figure inquiete; caratteri teatrali che sfiorano il tragico con un ghigno divertito di maschere comiche.”

Adattamento e regia, secondo Chiti, cercano questa doppia lettura necessaria in un testo contaminato da molteplici segni teatrali, dove convivono pantomime metafisiche e riflessioni sulla natura dell’uomo. “Il Malato immaginario” spariglia il gioco: è una commedia sulla delusione medica ma forse, ancora più presente è la disamina sull’uomo vinto dalle illusioni.

Foto copertina di A.Botticelli

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Rappuoli torna sulla richiesta di dimissioni del sindaco di Sinalunga

Angelina Rappuoli, Lista Civica Angelina per Sinalunga, torna sulla richiesta di dimissioni rivolta al Sindaco Agnoletti, fatta pochi giorni fa a mezzo stampa. Angelina dice che la richiesta di dimissioni…

Angelina Rappuoli, Lista Civica Angelina per Sinalunga, torna sulla richiesta di dimissioni rivolta al Sindaco Agnoletti, fatta pochi giorni fa a mezzo stampa. Angelina dice che la richiesta di dimissioni si basa su fatti che dimostrano l’incapacità del primo cittadino a gestire il Comune di Sinalunga e non è una millanteria casuale.

Nella nota inviata al nostro giornale si legge:

Il Sindaco Agnoletti, una volta scaduto l’incarico del responsabile dell’ufficio tecnico (31/12/2014), si è fatto trovare impreparato senza avere una minima programmazione e senza sapere chi dovesse sostituire tale figura professionale. Ad oggi quindi non c’è nessuno che può firmare le pratiche tecniche. Probabilmente tale incombenza verrà data in via provvisiona al Segretario Comunale che chiaramente non potrà valutare in maniera accurata le varie pratiche e gestire le varie problematiche. Inoltre c’è da considerare che una dipendete dell’ufficio tecnico è stata spostata in altra area diminuendo così il personale a disposizione. Con tali presupposti molte pratiche resteranno bloccate ed è così a rischio l’approvazione del Regolamento Urbanistico di cui ancora non si è nemmeno parlato. Questo tipo di gestione è assolutamente insensata.

Altro fatto estremamente grave è che il 22 dicembre scorso il primo cittadino, partecipando alla riunione dei sindaci dell’ATO Toscana Sud, invece di opporsi, come hanno fatto alcuni sindaci, all’aumento richiesto dalla società Sei Toscana, incaricata della raccolta rifiuti, ha visto bene di votare favorevolmente dando di fatto il suo assenso all’aumento dell’imposta sui rifiuti (Tari) per i prossimi anni. In campagna elettorale sbandierava di poter abbassare le tasse ed oggi, oltre ad aumentarle, non si batte nemmeno per tutelare i cittadini.

Infine – la nota si conclude –  altro fatto da segnalare è che la convenzione con la Pro Loco di Sinalunga per la gestione dell’ufficio turistico è scaduta dal mese di novembre e ad oggi non si sa se verrà rinnovata o meno. Questo è sicuramente grave ma ancor di più lo è se si considera che due giovani hanno vinto la graduatoria per svolgere il Servizio Civile nella struttura gestita dalla Pro Loco e rischiano di perdere tale opportunità se la convenzione non verrà rinnovata. Ecco il perché sono sempre più convinta che siano necessarie le dimissioni di un Sindaco che praticamente sta amministrando male il nostro Comune.”

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Ritrovato il 49enne di Chianciano Terme

E’ stato ritrovato Salvatore Visconti, di 49 anni, residente Chianciano Terme, scomparso da sabato pomeriggio 10 gennaio, intorno alle ore 15:00, L’uomo sta bene; sabato era uscito di casa a piedi, senza portare…

E’ stato ritrovato Salvatore Visconti, di 49 anni, residente Chianciano Terme, scomparso da sabato pomeriggio 10 gennaio, intorno alle ore 15:00,

L’uomo sta bene; sabato era uscito di casa a piedi, senza portare con sè né il cellulare né i suoi medicinali.

Dopo che la famiglia ne aveva denunciata la scomparsa, in tutti i paesi limitrofi a Chianciano Terme erano scattate le ricerche da parte di vigili del fuoco, carabinieri, polizia municipale e protezione civile. Le ricerche sono avvenute via terra e via aerea con l’ausilio di un elicottero; sono sono state percorse le strade provinciali 40 e la 146 che portano a Chiusi ed è stata sorvolata la zona termale di Chianciano.

Il comando provinciale dei vigili del fuoco di siena aveva attivato una postazione operativa in via della Valle a Chianciano Terme e, in collaborazione con la Polizia Municipale di Chianciano e la locale stazione dei Carabinieri, aveva subito attivato le ricerche.

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Libri e teatro, il fine settimana di Chiusi

A Chiusi prosegue il calendario di Libriamoci, evento coordinato dall’assessorato al Sistema Chiusipromozione – Biblioteca comunale della città di Chiusi – in collaborazione con Regione Toscana, Redos e con il…

A Chiusi prosegue il calendario di Libriamoci, evento coordinato dall’assessorato al Sistema Chiusipromozione – Biblioteca comunale della città di Chiusi – in collaborazione con Regione Toscana, Redos e con il supporto di varie realtà territoriali e mira a far scoprire e riscoprire il piacere della lettura

L’appuntamento di sabato 10 gennaio, alle 17:00, sarà dedicato ai più piccoli e si intitolerà “Nati per Leggere”, secondo appuntamento del ciclo educare all’ascolto organizzato da Arianna Nocera – Educatrice prof.le e Mediatrice familiare e Catia Mezzetti – Educatrice prof.le e Counsellor, presso i locali della Casa della Cultura – Biblioteca Comunale, iniziativa rivolta sia a bambini che a genitori.

All’appuntamento con Libriamoci seguirà e proseguirà alle ore 18.00, la serie di incontri a teatro con A tu per Tu organizzati dalla Fondazione Orizzonti d’Arte e che questa volta permetterà di conoscere da vicino Giorgio Albertazzi e il suo Mercante di Venezia (in scena al Teatro Mascagni alle ore 21.15 di sabato 10 gennaio). Prima e dopo lo spettacolo sarà come sempre possibile cenare a teatro con i piatti del ristorante Grillo è Buon Cantore, Il Punto e La Zaira.

Domenica 11 gennaio sarà ancora la volta di riscoprire il piacere della lettura con Libriamoci. Alle ore 17.00 presso il Museo Civico La Città Sotterranea, Roberto Sanchini (presidente Gruppo Archeologico) presenterà il suo volume Dialoghi con Plutone, introdotto da Giuseppe Maria Della Fina.

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Editoria digitale: la tassazione sugli ebook scende al 4%

Importanti novità per l’editoria digitale: la tassazione sugli ebook scende dal 22% al 4% La legge di stabilità 2015 approvata in Parlamento ha introdotto importanti novità in materia fiscale. Un provvedimento…

Importanti novità per l’editoria digitale: la tassazione sugli ebook scende dal 22% al 4%

La legge di stabilità 2015 approvata in Parlamento ha introdotto importanti novità in materia fiscale. Un provvedimento riguarda una modifica molto attesa sull’IVA per i libri digitali: la tassazione sugli ebook scenderà infatti dal 22% al 4%. Il provvedimento ha quindi dato una risposta positiva alla richiesta dell’Associazione italiana editori, che ha chiesto l’equiparazione della tassazione degli ebook a quella dei libri cartacei, portando entrambi i formati al 4%.

Una battaglia per l’editoria digitale che era stata portata avanti attraverso una campagna dal titolo #Unlibroèunlibro. La campagna, che ha riscosso grande successo sul web, mirava al rilancio degli ebook attraverso un abbassamento dei prezzi. Come si legge nel sito dell’iniziativa:

“In Italia i device per la lettura digitale stanno conoscendo una forte diffusione: nel 2013 gli ereader acquistati sono stati 2,4 milioni (+34,2%), i tablet 6,3 milioni (+65,7%) e gli smartphone 26,2 milioni (+43,0%). A essere in crescita è anche il tempo che gli italiani passano in loro compagnia. In un Paese dove 4 italiani su dieci (il 43% secondo Istat) leggono almeno un libro all’anno, intercettare lettori e non lettori attraverso i device che utilizzano maggiormente è la sfida da vincere per aumentare gli indici di lettura. Già oggi la lettura digitale, che nel 2013 ha registrato un +18%, cresce più di quanto non faccia la lettura dei libri di carta che, al contrario, nell’ultimo anno ha perso il 6,1%.

Perché allora, nella normativa fiscale, si parla di ebook e libri in termini differenti? Perché un libro può godere di un’IVA agevolata (4%), mentre secondo la direttiva europea un ebook è assimilato a un servizio elettronico e sconta il trattamento fiscale ordinario (22%)? Un libro è un libro, indipendente dal supporto. Perché non riconoscerlo?”

Con la legge di stabilità 2015 l’equiparazione tra i due formati è finalmente avvenuta. La differenza era stata stabilita dall’Unione Europea, che aveva stabilito che ogni bene digitale dovesse essere considerato un servizio ai fini della tassazione IVA, applicando quindi l’aliquota massima; con l’avvento degli ebook e del mercato dell’editoria digitale, però, molti paesi europei hanno cominciato ad applicare una tassazione agevolata, considerando tali prodotti un veicolo di crescita culturale e democratica.

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