La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Chiusi

Orizzonti a Chiusi, ma Aperti – cos’è stato #DONNA2019

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in…

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in memoria video che non riguarderà mai – tace estasiato da un gruppo di bambini che sta raccontando (drammatizzandola) la fiaba di Cappuccetto Rosso. I codici sono bambineschi eppure efficaci. I rapporti di ascolto, convenzionalmente stabiliti dall’uso comune, vengono rovesciati: sono gli infanti che raccontano fiabe agli adulti. Adulti persi nel telefono, imbambolati dai meme, scossi e ridestati dai figli che raccontano loro fiabe. Niente di meno improvvisato: è uno spettacolo che si intitola Bambini che Raccontano nei Parchi. È la penultima rappresentazione in programma per il Festival Orizzonti 2019, diretto da Gianni Poliziani.  Alessandro Manzini ha sapientemente gestito un gruppo di 26 bambini, tutti i giorni, dal 5 all’11 agosto, dimostrando una pazienza e una capacità drammaturgica notevole: tutto ciò che Manzini elabora, per la messa in scena di fine laboratorio, muove da istanze che arrivano dai partecipanti: la scrittura è imminente, corale, complementare.  Già il pomeriggio precedente i ragazzi di un altro laboratorio avevano dimostrato la costruzione di uno spettacolo teatrale, mosso dagli spunti di drammatizzazione corporea emersi durante sei giorni di workshop intensivo, tenuto da Francis Pardeilhan. Anche in quel caso – probabilmente in misura maggiore – il dato esperienziale, di nutrimento conoscitivo, vissuto dal pubblico è stato rilevante. Sempre frutto di un percorso laboratoriale è stato anche Inferno SRL, messo in scena nel pomeriggio di venerdì, che avevamo già avuto modo di vedere in una versione teatrale – sacrificata – e che invece nella cornice open-air di Parco dei Forti trova il suo habitat drammaturgico.

Ma procediamo per immagini. Una platea che in attesa dello spettacolo si presenta come uno smisurato tappeto di ventagli, quasi da sembrare un ingabbiato allevamento di lepidotteri. Prendete infatti le temperature medie della settimana dal 5 all’11 agosto 2019 a Chiusi Città: picchi di 36 gradi nel pomeriggio  e minime che non scendevano al di sotto dei 22. Sfido chiunque a mantenere quattrocento persone chiuse in un teatro per due ore, senza aria condizionata. C’è chi ce l’ha fatta. La Stazione del gruppo LST Teatro è stata un rapimento cognitivo che ha sospeso le percezioni fattuali convincendo tutti i presenti di trovarsi altrove. È agosto di uno degli anni più caldi del secolo? I gradi percepiti sono 50? No, è un giorno di pioggia invernale: in scena una stufa a legna, i pellicciotti, una pioggia continua che sembra battere sui vetri delle finestre, gli attori che entrano dalle quinte trafelati e umettati d’acqua piovana: quella che si presenta agli occhi del pubblico è una scena totalizzante, persuasiva, che trascende lo spettatore.

La scenografia e in generale la tecnica prepotente e prorompente – gestita in parte direttamente dal Regista Manfredi Rutelli – sono un punto di forza dello spettacolo. Tecnica che non si pone come semplice orpello estetico, ma di reale peso diegetico. È infatti intorno alla pioggia, alla rumoristica fuori-scena, agli effetti mobili di alcune porzioni di scenografia che si sviluppa la vicenda de La Stazione. Il plot vede un capostazione, di un imprecisato momento storico (tra gli anni ’90 e i primissimi 2000), in un altrettanto imprecisato luogo del sud Italia, vedere rotta da un evento imprevisto la sua rigida routine; tanto rigida da fargli calcolare tempistiche precise, con minutaggio effettivo, della preparazione del caffè, del tempo che lo sportello – rotto – di una vecchia mensola ci mette a scattare verso il basso. Si tratta dell’arrivo, in stazione, di Flavia, giovane e attraente ragazza, in abiti borghesi, in fuga da una festa e da un compagno troppo possessivo e violento. Quello che vuole è tornare a Roma in treno.

Interessante peculiarità del gruppo LST è proprio il rifiuto dalla tecnica prescritta: le luci, così come le musiche (sovente eseguite da Paolo Scatena durante gli spettacoli, come abbiamo avuto modo di sentire nel pirandelliano L’Uomo, La Bestia, La Virtù) vengono determinate dal respiro del pubblico, dall’andamento della mise en scène. È una compagnia attentissima alle urgenze della platea. Allo stesso modo per La Stazione, le istanze degli spettatori arrivano evidentemente a deviare certe ritmiche di scena: applausi a scena aperta e fragorose risate impreviste, hanno evidentemente interrotto un flusso recitativo continuo. Alessandro Waldergan – fungente da termometro tensivo e da bilanciamento drammatico in più punti – occupa la scena per il 90 per cento dello spettacolo,  dentro una divisa FdS di almeno una taglia più grande. L’abito caratterizza tantissimo il personaggio interpretato da Waldergan, che procede per scatti mimetici, infondendo dapprima insicurezza, subalternità rispetto agli altri personaggi, per poi percorrere un processo di riscatto che si riverbera anche nei movimenti stessi. Il contraltare fisico è il bruto Gianni Poliziani, in giacca e papillon, fidanzato di Flavia, che cerca di recuperare la ragazza – più interessato alla brutta figura che sta facendo alla festa dell’alta società, che all’effettivo sentimento – e riportarla alla festa. Poliziani lavora tantissimo di spalle, caratterizza il bruto gonfiando i toni e il petto, forzando costantemente la parte inferiore del volto, accentuando un prognatismo volitivo funzionalissimo alle attribuzioni di scena. Silvia Frasson interpreta invece Flavia, al centro di questo triangolo di tensioni che va crescendo lungo tutta l’ora e mezza di spettacolo: a lei va la responsabilità più grande di essere stata bravissima come punto focale, la bandierina al centro della linea di gioco il secondo prima dell’annuncio dei numeri: ha mantenuto la stessa carica drammatica, pur surfando sulle ondate sceniche degli altri due personaggi. Bravi tutti, ottima regia. Non è facile tenere il palco bene in tre, lavorando in complementarità con molta tecnica di scena e soprattutto con quaranta gradi.

Il tema delle cinque giornate di spettacoli è stato “DONNA”, proprio perché di donne, sul palco, se ne sono viste moltissime. Livia Castellana e Debora Villa, ad esempio, che con due monologhi diversissimi, in due location diverse, hanno attraversato le fasi della vita di una donna, con il piglio narrativo e introspettivo che ha fatto riconoscere in molte presenti – ma anche, inaspettatamente in molti presenti – schemi esistenziali comuni. La paura di invecchiare, di restare soli, di non essere volute o voluti, respinti: sono sentimenti sineddotici di tutti gli esseri umani.

Livia Castellana ha lavorato – sotto lo sguardo registico di Gianni Poliziani – su un testo di Aldo Nicolaj intitolato “Poco Più, Poco Meno”, con alcune azzeccatissime modifiche sull’originale. La crescita della protagonista è resa da una capacità vocale indiscutibile, che procede verso il declino del corpo e la disgregazione psichica di una donna che ha perso la memoria, che si ritrova a collazionare sprazzi, colori, immagini irrelate, per ritrovare la sua identità. Notabilissime le luci che hanno trasformato la Tensostruttura di San Francesco, operate da Simone Beco, durante l’esibizione di Livia Castellana, che hanno inglobato tutta la macroarea dello spettacolo in un’unica bolla mnestica. Sempre nello stesso spazio abbiamo avuto modo di rivedere QUIN, di cui abbiamo già parlato qui. Con Valentina Bischi e la regia di Laura Fatini, che – in maniera affine, ma con un taglio decisamente più multidimensionale – ripercorre la vicenda di una sfortunata “miss” di provincia.

Continuiamo a procedere per immagini: una gremita platea che si intrattiene ad osservare spettacoli di narrazione fino a tarda notte. Nella Tensostruttura di San Francesco si sono snodati spettacoli di narrazione, in tarda serata, come a elaborare un “circuito off” interno al cartellone. Le regine della Tensostruttura sono senza dubbio state Le Coche che insieme a Silvia Frasson hanno edificato una narrazione drammatizzata della figura di Artemisia Gentileschi, artista post-carvaggesca, vissuta tra XVI e XVII secolo. Le Coche (galline, in dialetto chiusino) sono composte da Mascia Massarelli, Francesca Carnieri, Roberta Ceccarelli, Sara Provenda e Claudia Morganti, ed hanno intessuto il loro vettore creativo con il progetto “Racconto quindi Esisto” di Silvia Frasson. Un procedimento di scrittura collettiva incentrato sulla prima grande femminista della storia italiana: vittima di stupro in giovane età, ha fatto pesare le sue scelte e ha deciso della sua vita in un mondo nel quale erano gli uomini a decidere per le donne. Le Coche sono in scena con una t-shirt macchiata di acrilico policromatico, e – specularmente – l’espressività si articola in una pluralità di registri, di toni, di colori. “Artemisia Della Rabbia e Dell’Amore” – questo il titolo dello spettacolo –  risulta così avere qualità espressive di un olio su tela caravaggesco, con pennellate miste, una tavola ampissima e fortissimi contrasti tra luci e ombre.

Il Festival Orizzonti è stata quindi la festa di una comunità che ruota attorno alle pratiche del teatro, nelle sue molteplici sfaccettature. Si sono visti gli “addetti ai lavori” sopra e sotto il palco, mescolati agli ospiti del festival, alle compagnie professionali venute a portare i loro lavori (riuscitissimi il Romeo e Giulietta di Stivalaccio Teatro e Sempre Domenica di Controcanto Collettivo). Un’officina, una settimana di approfondimento, di esperienza laboratoriale che esce dai perimetri dei workshop e assimila tutte le persone coinvolte nel festival, tutti i tecnici, tutti gli organici della Fondazione Orizzonti d’Arte, tutti i presenti nella Città di Chiusi. Un festival che doveva essere chiuso, secondo molti, che avrebbe dovuto perire sotto i dardi di un debito economico, sotto il peso di un difficile rapporto creato con il resto della cittadinanza, ha invece trovato la strada per la ricostituzione, per tornare ad essere il festival principale per il teatro di prosa nel nostro territorio. Gli orizzonti, verso i quali sembra tendere questo festival, sono decisamente aperti all’innovazione, alla crescita, alla bellezza.

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Alessandro Benvenuti: «”Un Comico Fatto di Sangue” è un monologo, ma sul palco non mi sento mai solo»

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro…

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro di Chiusi, che ha visto alternarsi sul suo palcoscenico alcune tra le stelle più brillanti del teatro nazionale.
Alessandro Benvenuti torna in Valdichiana un anno dopo aver rappresentato Chi è di Scena, sua ultima fatica autoriale, al Teatro Poliziano, di cui abbiamo già parlato nel periodico Valdichiana Teatro. Spettacolo leggermente più vecchio (la prima risale al 2015), ma mai approdato nei teatri del nostro territorio, è questo Un Comico Fatto di Sangue, composto in collaborazione con Chiara Guazzini. Un monologo che ripercorre  le vicende di una famiglia e delle sue tensioni interne: Un padre, una madre, due figlie e qualche animale domestico che funge da deus ex machina tragico, per i nodi formati nei rapporti tra i protagonisti.
Di seguito l’intervista.

 

LaV: Per cominciare, banalmente, ti chiedo una riflessione sul titolo, che porta in sé un’ambivalenza di fondo…

Alessandro Benvenuti: Un Comico Fatto di Sangue ha una doppia lettura: ha senso sia che si parli di un comico – e cioè di una persona fatta di sangue, nel senso che adora parlare di vita vera, sanguigna –  sia che il fatto di cui si parla sia un “fatto di sangue”, un fatto oscuro, che però è anche comico. Nell’ambiguità del titolo, in fondo, si cela tutto lo spettacolo.

 

LaV: I contesti familiari possono essere considerati dei topos nella tua produzione. Nei lavori come la trilogia Gori, ma anche in Zitti e Mosca, le famiglie sono sempre dei nuclei caleidoscopici che tu sfrutti per raccontare l’incomunicabilità, le tensioni generazionali, o anche interi quadri storici. Cosa ti attrae così tanto, dal punto di vista narrativo e drammaturgico, dei nuclei familiari?

AB: Il nucleo familiare è un laboratorio di patologie. In famiglia c’è sì amore, c’è assistenza, c’è solidarietà, ma esistono anche i legami imposti, i vizi assimilati, le disfunzioni, la melassa, la vischiosità che la famiglia produce nel tentativo di proteggere i suoi componenti, e anche sé stessa, dall’esterno. È un laboratorio meraviglioso di patologie. Io preferisco, da comico, concentrare i contenuti della mia analisi sulle patologie, perché l’amore non fa ridere o comunque fa ridere meno. È più interessante raccontare le malattie della famiglia. Se vogliamo è anche una scelta terapeutica: cerchiamo insieme di guarire dalle malattie che la famiglia ha prodotto e produce, attraverso l’ironia e l’umorismo. Cerco di superare queste vischiosità attraverso racconti che svelano le metastasi del male prodotto dalla famiglia, ridendoci sopra. Sia chiaro: io adoro il concetto di famiglia. Non ce l’ho con l’idea di famiglia, ma ne vedo anche la pericolosità. Per questo ho diffidenza nei confronti di chi difende la famiglia come se fosse la cosa più sacra che c’è. La famiglia non è una cosa sacra. Diventa sacra nel momento in cui produce il bene e allarga la mente di chi la compone, ma se questa diventa un fortino arroccato contro la modernità e contro gli altri in generale, la famiglia diviene un grumo di male, un cancro che estende metastasi in tutti gli appartenenti. Quando si difende la famiglia, si difendono spesso anche degli obbrobri. È bene parlare di famiglia, e guarirla, perché è il primo nucleo nel quale si riconosce l’essere umano. Se la famiglia è sana, ne risente anche la nazione in cui l’essere umano vive. La famiglia può essere sacra nel momento in cui capisce quali siano le patologie che essa stessa ha prodotto e riesce a sanarle.

 

LaV: Non parli solo di rapporti tra persone, ma anche tra persone e animali…

AB: Dei rapporti tra persone e animali disvelo gli aspetti più pittoreschi e più comici: perché uno si mette in casa un animale? La risposta è: perché ha bisogno di un affetto diverso forse.  Cosa produce, invece, un animale in casa, nei confronti di chi non ha bisogno di questo affetto. Io racconto con molta sincerità quello che succede tra genitori e figli e tra esseri umani e animali. Tra l’altro la collaborazione con Chiara è stata molto fruttuosa in questo. Lei ha scritto “la versione della moglie” dello spettacolo. Lo spettacolo è diviso in cinque parti, tre sono recitate e due sono lette. Quelle lette sono testimonianze documentali, pensieri e appunti lasciati dalla moglie in un cassetto, che il marito ritrova e legge al pubblico.

 

LaV: Lo snodo della vicenda si sviluppa dal 2000 al 2015: che tipo di lettura storica viene data a questo quindicennio?

AB: No, più che una lettura storica, c’è la storia che entra di soppiatto nello spettacolo, con piccoli accenni nella vicenda. Si parla ad esempio della paura dell’America per i talebani, così come si parla della crisi e della recessione, ma il succedersi degli eventi è solo un’ombra. La vicenda è tutta concentrata nei rapporti interpersonali tra un padre, una madre, due figlie e in più qualche animale domestico. La  grande Storia serve per contestualizzare il racconto, ma pur avvertendone gli aspetti e le complicanze, rimane alla finestra.

 

LaV: Un Comico Fatto di Sangue è un monologo: come si riempie il palco da soli? Quali sono i vantaggi o gli svantaggi – se così vogliamo definirli – dello stare da soli rispetto al lavorare in spettacoli corali?

AB: Ma sai, l’importante è fare una bella cosa. L’importante è che ci sia un senso in quello che si fa, a prescindere da quanti siamo sul palco. Quando scrivo uno spettacolo, parto da un bisogno intimo di raccontare qualcosa della mia vita, della mia esperienza, e cerco di coinvolgere nelle storie che racconto quanta più gente possibile. In Chi È di Scena, ad esempio, non sono solo sul palco e trovo una grande armonia con i miei due colleghi, la stessa armonia però cerco di trovarla anche in questo spettacolo, nonostante sia solo sul palco. Sento che sto parlando sì di cose che riguardano me, ma anche tanta gente che le sta ascoltando: il fatto di riderci insieme costruisce un rapporto divertente e divertito che è già di per sé coralità. Sono solo sul palco, ma allo stesso tempo non lo sono. Non si ride a caso sul nulla, o su invenzioni letterarie, si ride di cose tragiche della vita condivise, si ride delle nostre miserie, riuscendo a scherzarci sopra, a perdonarci, a trovare una pietas. Il teatro, in questo senso, assolve a questa funzione di comunicazione e di riconoscimento, sia per chi vede, sia per chi è visto.

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Nero su nero – Night Garden della Evolution Dance Theater in prima nazionale a Chiusi

«Qual è il tuo disco preferito?» chiedo ad Anthony Heinl durante l’incontro pomeridiano nel foyer del teatro Pietro Mascagni di Chiusi, poche ore prima del debutto in prima nazionale del…

«Qual è il tuo disco preferito?» chiedo ad Anthony Heinl durante l’incontro pomeridiano nel foyer del teatro Pietro Mascagni di Chiusi, poche ore prima del debutto in prima nazionale del nuovo spettacolo della Evolution Dance Theater, Night Garden, «Oh ce ne sono tantissimi» dice «Sicuramente qualcosa dei Led Zeppelin» mi fa, con la dilatazione delle formanti vocaliche propria degli americani che parlano italiano mantenendo, fortemente, il loro accento d’origine. Una risposta quasi estraniante per un coreografo come lui, attento alle più innovative trovate digitali che il nostro presente offre, tanto estraniante quanto le scelte drammaturgiche che trasferisce in scena attraverso la compagnia EDT di cui è direttore dal 2008. Sembra quasi storcere il naso quando ci si riferisce alle sue creazioni come “coreografie di ballo”: la danza non è che una porzione dell’intero scenico che la sua centrifuga creativa elabora costantemente. Heinl infatti ha una formazione di base scientifica: «studiavo fisica e chimica all’università di Boston» dice «prima di dedicarmi completamente al teatro», e la capacità alchemica di mescolare elementi e farli reagire, di misurare i dosaggi delle componenti per un equilibrio efficace, ha visibilmente permeato tutta la sua carriera di ballerino e coreografo.

Night Garden è una raccolta poetica in verso libero, con un’estrema prepotenza visuale. No, non è uno spettacolo di danza, è performance totalizzante, è quintessenza del superamento. La tecnica di palco non è affidata alle americane, né a faretti o puntatori di sala. Tutto ciò che è luminescenza all’interno nel contesto scenico viene prodotto – dal punto di vista del pubblico – direttamente dai corpi dei performer, che si muovono sulla parete scura della superficie della boccascena. Il 75% della funzionalità e del movimento è legata alla luce e non ai corpi in sé, il pubblico osserva figure eteree mobili, luminescenze, fluorescenze che si imprimono su velatini a tagliafuoco, filamenti di tessuto illuminati da neon e led, lampade in resina o UV, tutto marcato dal punto di vista illusionistico e onirico. Non si vedono i volti, non si vedono i confini esatti delle fisicità, ma solo la loro rappresentazione fosforescente.

La scelta musicale è sopraffina: AIR, Radiohead, Woodkid, Sneaker Pimps, Darkside, Joni Mitchell, ed altri, coronano la perizia immaginifica e creativa della compagnia. «Tutto inizia dalla musica» ripete più volte durante l’intervista Heinl: «la mia mente produce immagini infinite e confuse, attraverso la musica tutto prende forma».

Anthony Heinl insieme a Nadessja Casavecchia hanno elaborato una formula estremamente efficace di spettacolarità, collisione pop di esperienze divergenti, la quale carpisce perfettamente l’attenzione del pubblico più digiuno dalla danza, il pubblico apparentemente meno interessato. Con la Evolution Dance Theater hanno riunito sei danzatori provenienti dalle formazioni più poliedriche: Chiara Morciano, Chiara Verdecchia, Carim Di Castro, Lavinia Scott, Bruno Batisti ed Emiliano Serra spaziano dal classico alla breakdance, dagli esercizi degli acrobati ai ginnasti. Lo spettacolo scuote l’abitudine del guardare, producendo un potenziamento di ogni singolo movimento di palco attraverso gli effetti speciali di luce e di strumentazione scenica.  Un complesso estetico totale, inseribile ovunque, dai teatri tradizionali ai palchi dei maggiori festival techno e rock d’Europa.

 

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E saldava la terra con il cielo – Un Michele Riondino “ligure” interpreta Don Andrea Gallo

Contemporaneamente alla consegna dei premi UBU, molti dei quali sono finiti tra le mani di diversi nomi che sono stati presenti nei programmi di Teatro Mascagni e Orizzonti Festival, a Chiusi…

Contemporaneamente alla consegna dei premi UBU, molti dei quali sono finiti tra le mani di diversi nomi che sono stati presenti nei programmi di Teatro Mascagni e Orizzonti Festival, a Chiusi è arrivato Michele Riondino. Il rituale ATUPERTU delle 17:30, ha visto una nutrita affluenza, con un target anagrafico molto ampio – con un termine minore nei ragazzi del progetto redazione-a-scuola dell’istituto Graziano da Chiusi, che hanno partecipato all’intervista – tra cui un gruppo di avventori anconetani, venuti in Valdichiana appositamente per lo spettacolo nel teatro chiusino.

Angelicamente Anarchici è il titolo di una notevole elaborazione dei codici interni al teatro-canzone, con la mescita di parole, opere e musiche di due personalità enormi nel canone culturale italiano contemporaneo: Don Andrea Gallo e Fabrizio de André.  « I miei vangeli non sono quattro» diceva Don Gallo, «Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo Fabrizio De André, un cammino cioè in direzione ostinata e contraria». Una coppia ormai entrata nell’immaginario collettivo, legata imprescindibilmente a quella Genova portuale, spigolosa e ricurva in sé stessa, la Genova dei camalli, degli operai portuali e dei benedettini, la Genova della sacralità terrena, della natura umana del Cristo. Da quando nella seconda metà degli anni ’50, le vite di De André e Don Gallo si incrociarono – per l’infausto avvenimento del suicidio di un compagno di scuola di Faber – il binomio è divenuto uno dei simboli più efficaci della città: entrambi legati agli “ultimi”, ai “vinti”, agli emarginati. Le tematiche comuni – delle composizioni per il cantautore e dell’impegno sociale per il prete – hanno da sempre inquadrato i due personaggi sotto la stessa aura. L’ultima pubblicazione, postuma di Andrea Gallo, edita dai tipi Piemme, si intitola  «Sopra ogni cosa. Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta». Nel modo più laico possibile, Fabrizio de André pare abbia fornito la più grande dimostrazione di Fede, di sacralità e di santità. Angelicamente Anarchico, quindi, non è un ossimoro, ma un’endiadi di impegno sociale, solidarietà, gioia dell’azione.

Dall’altra parte della strada della fermata della metro genovese Darsena c’è Via del Campo, dalla cui quarta traversa – se si procede verso il centro – si accede in Piazza Don Andrea Gallo. Sulla pietra cui è inciso il nome della via, c’è anche un’apposizione: Prete di Strada: è su quella strada, in direzione ostinata e contraria, che la vita di Don Gallo si è consumata tra amicizie “poco raccomandabili” agli occhi della curia, difese acerrime dei diritti umani, della non-violenza, delle fasce deboli della società, che accoglieva nella Comunità di San Benedetto al Porto, ponendosi al fianco di omosessuali e transessuali, i “senza nome” – come ai funerali ricordò Don Ciotti – «a cui Don Gallo ne diede uno».

Ed è proprio da questa idea di Genova che lo spettacolo di Michele Riondino decolla. Sulla scena un lungo pannello in 16:9, da quinta a quinta, taglia la profondità del palco in due, immettendo il gioco delle proiezioni posteriori, delle illuminazioni diegetiche, nella dinamica dello spettacolo. La tecnica appare subito come fulcro dell’evoluzione scenica, elemento illustrativo centrale dello spettacolo. Riondino si presenta con un cigarillo, una bombetta e uno spiccato accento ligure (gestito perfettamente lungo tutte le scene, alternandolo alle interpunzioni dialogiche di personaggi “altri”, dimostrando ottime capacità di tenuta dei personaggi), presentando un Don Gallo – il cui appellativo non viene mai nominato – fumettistico e calibrato, estremamente efficace, di una poeticità sovrastante.

Oltre alla tecnica e alle capacità di Riondino, il terzo elemento chiave dello spettacolo è quello Musicale. un trio composto da Francesco Forni (che si è occupato anche degli arrangiamenti), Ilaria Graziano e Remigio Furlaunt, alimentano e riempiono i quadri con doviziose esecuzioni del repertorio deandreiano. Si parte da Crêuza de mä per poi sciogliere, in un ping-pong tra resa cantata e racconto in prosa, un florilegio delle “parabole” di De André, storie proprie di quel vangelo che Don Gallo leggeva tra le righe delle liriche. Una rispettosa e piacevole declinazione postmoderna di Teatro-Canzone, in cui si comprimono messaggi fondamentali di solidarietà e comunitarismo e celebrazione di due figure da tenere salde dentro il canone culturale italiano.

Il Don Gallo rappresentato – possiamo dire – è contemporaneo, ovvero post-mortem. Michele Riondino si assume la responsabilità di un D.G. nell’aldilà, lasciato solo per condanna, il quale lampeggia nel nereggiare degli sfondi di un limbo solitario, in cui non c’è nessun volto in cui incastrare lo sguardo, per uno come lui, «con migliaia di storie e nessuno a cui raccontarle». Una solitudine, però, che «mette a contatto con il circostante» e lo eleva e lo rappresenta.

Riondino è di fatto l’unico attore in scena, ma quello cui si assiste non è un monologo: l’aspetto dialogico con figure o entità che sembrano apparire alle sue spalle si configura in rimasugli di ricordo, lampi di luce esistenziale in una catabasi che è un inno alla vita, con una quarta parete che si assottiglia sempre di più tanto è accogliente quell’ondulazione delle parole del protagonista. Il testo è impreziosito da frasi potentissime, quasi evangeliche, e rappresentazioni pantomimiche dei brani di De André (tra cui, è indubbio, la più potente, virtuosa ed efficace è quella de La Ballata dell’Amore Cieco).

Uno spettacolo che intrattiene ed educa, che dissente ma celebra, uno spettacolo che riempie ed è riempito, che cammina con gli ultimi e li rende giganti, anteponendoli alla vista dei primi. Che sembra ricominciare, ad ogni cambio scena, da un punto qualsiasi delle vite di tutti, uno spettacolo che spalanca le braccia, che lascia danzare le parole ed utilizza uno dei dialetti più ritmicamente accelerati d’Italia. Uno spettacolo che rappresenta qualcosa di indicibile, che non si può dire ma che si deve raccontare, oggi e sempre.

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Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro…

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

T.G. Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

T.G. E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

T. G.: Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

T.G: E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

T.G.: Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

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La casa di paglia che si affaccia sulla Valdichiana: la storia di Martin Steiger

Foto di Dario Pichini Una casa che respira, calda d’inverno e fresca d’estate, dove non ci siano più problemi di umidità: si può dire che sia il sogno di tutti,…

Foto di Dario Pichini

Una casa che respira, calda d’inverno e fresca d’estate, dove non ci siano più problemi di umidità: si può dire che sia il sogno di tutti, un sogno che per Martin Steiger sta diventando realtà.

Martin Steiger, di nazionalità svizzera ma dagli anni ’90 residente in Valdichiana, tra Chiusi e Sarteano, sta costruendo una casa proprio con queste caratteristiche. Dov’è la novità? Nei materiali che sta utilizzando: balle di paglia e legno di pino bianco e rosso.

Sì, avete letto proprio bene, Martin sta costruendo una casa utilizzando balle di paglia.

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Martin sul terrazzo della casa di paglia

Incontro Martin nel suo cantiere a Cimbano, una località al confine tra la Toscana e l’Umbria, nei pressi di Chiusi, dove il panorama è da mozzare il fiato: colline che si perdono all’orizzonte, ai loro piedi il lago di Chiusi colorato dal sole del tardo pomeriggio.

La casa vista da fuori sembra una casa in costruzione normalissima, ma entrando si possono vedere i “muri” completamente realizzati con la paglia.

Martin, perché hai deciso di costruire una casa di paglia? Come la stai realizzando?

“Per rispettare l’ambiente. Questa struttura è fatta completamente con paglia e legno, unica eccezione sono le fondamenta che ovviamente sono in cemento per il discorso della stabilità; per il resto sono tutti materiali naturali. Per la costruzione io sto seguendo la tecnica Greb (groupe de recerges ecologique de La Baie), che viene dal Quebec ed è stata messa a punto da un architetto ed un ingegnere canadese e mette in relazione, secondo precise e collaudate azioni di messa in opera, quattro elementi: legno, paglia, malta e giunti metallici.

Metodo Post and Beam

Tecnica Greb

Martin mi spiega che ci sono varie tecniche per costruire le case di paglia: quella più antica arriva dagli Usa, più precisamente dal Nebraska di fine ‘800, che prevede balle di paglia autoportanti, cioè in grado di reggere da sole il peso del tetto.
Le balle vengono posizionate come grossi mattoni ed eventualmente fissate tra di loro e alla fondazione. Era il metodo tradizionalmente utilizzato dai pionieri americani, in quanto era veloce, sicuro e richiedeva minore materiale alternativo.

Metodo Matrix

Malta

Poi c’è il metodo post and beam, ovvero: la struttura portante è composta dal legno per sostenere il tetto, mentre le balle di paglia servono da riempitivo isolante. È un sistema che richiede conoscenze specifiche di carpenteria, ma assicura una miglior stabilità e fattibilità di progetto”. Infine il metodo Matrix. Quest’ultimo metodo è un ibrido tra l’uso di un materiale naturale, la paglia, e di uno moderno come il cemento armato, che viene utilizzato come riempitivo e come struttura portante. Nel sua costruzione Martin sta usando la malta, prevalentemente di calce aerea e allegerita con segatura che aumenta la traspirabilità e il potere coibente.

Le case di paglia rappresentano bene un vecchio detto: “Quello che para il freddo, para anche il caldo”. Infatti, nei mesi invernali la temperatura si mantiene costantemente sui 18-20 gradi, mentre d’estate dà un senso di piacevole refrigerio: aria sana e zero umidità. La naturalità dei materiali rende l’ambiente salubre, e questo si riflette sul benessere del corpo di chi abita la casa.

Martin, come sta procedendo la costruzione e chi ti aiuta?

“Sono aiutato dai miei amici. Ultimamente è uscita una legge che permette agli amici di contribuire fisicamente alla costruzione degli immobili, e così i miei amici mi stanno dando una mano nella costruzione. Posso dire che questo è il primo cantiere, per questo territorio, che opera con questa nuova legge. I lavori sono iniziati il 14 di agosto di circa un anno fa, abbiamo fatto una festa per la messa del primo palo e per me rappresentava finalmente l’inizio di quello che avevo sempre sognato. Ho lavorato fino a ottobre poi ho dovuto smettere a causa del brutto tempo e dell’arrivo dell’inverno. Quindi sono tornato qualche mese in Svizzera, poi sono tornato in Italia ad aprile e ho ripreso a lavorare”.

Martin in cantiere

Martin in cantiere

Il progetto è tuo?

“Per il progetto mi sono fatto aiutare da un architetto, mentre l’ingegnere mi ha fatto il progetto della tenuta strutturale. La casa sta in piedi con i pilastri e le travi, ma dal punto di vista sismico c’erano da fare degli accorgimenti. Il legno è un materiale elastico, la casa è molto leggera, l’onda sismica agisce sul peso e quindi fa molta meno resistenza. Ecco, loro mi hanno aiutato a sistemare questo aspetto. Diciamo che, in caso di terremoto, una casa di legno è più sicura di una in mattoni”.

Per quanto riguarda gli impianti, come pensi di procedere?

“Ho predisposto due scale, una esterna e una interna. Sotto quella interna realizzerò una stanza tecnica per gli impianti. La mia idea è quella di fare una casa autosufficiente, con pannelli solari, e gli elettrodomestici dovranno essere usati uno alla volta. Per quanto riguarda gli impianti idraulici, ho in mente di fare una sistemazione di fitodepurazione, ovvero dove sono le piante stesse a depurare l’acqua perché certe piante hanno dei batteri utili alla depurazione”.

Insomma, possiamo definirla una “casa green”?

“Assolutamente sì. Posso dire che è un modo di vivere che richiede un nuovo approccio mentale, è un vivere più intelligente, perché rinunciare alle comodità fa vivere con intelligenza. Purtroppo, negli ultimi cento anni noi uomini siamo stati un po’ egoisti con l’ambiente, non lo abbiamo rispettato per niente e infatti adesso ci sta presentando il conto; è arrivato il momento di cambiare e di portagli rispetto”.

Struttura della casa

Struttura della casa

Una curiosità che mi ha raccontato Martin durante la nostra lunga intervista è che il legno utilizzato per la costruzione della casa è un legno lunare: a seconda delle fasi della luna la linfa delle piante sale e scende, dalle radici alle foglie. Il legno viene tagliato un giorno prima della luna nuova, quando la linfa che si trova  nelle radici non ha fatto l’inversione di rotta per andare nelle foglie e l’acqua non ha avuto più la possibilità di rientrare nel legno, che alla fine risulta più asciutto e leggermente più duro. Per questo motivo il rischio che il legno sia attaccato da batteri o parassiti è molto basso.

Martin, se tu dovessi vendere questa casa quale sarebbe il suo prezzo?

“Il prezzo delle mura è il 20% più basso rispetto al normale, mentre il tetto, le fondamenta e gli impianti hanno il prezzo normale di vendita – Martin si sofferma un attimo e ride – E comunque non sono intenzionato a venderla: oltre al valore economico c’è il valore affettivo che mi lega a questa casa e al luogo dove ho scelto di costruirla. Con Cimbano è stato subito colpo di fulmine, sono innamorato di questo posto”.

Martin al lavoro

Martin al lavoro

Quando mi hanno proposto di intervistare Martin nella sua casa di paglia, mi è venuto subito da sorridere e ho pensato immediatamente alla fiaba dei “Tre porcellini” di Halliwell-Philipps, dove il porcellino più astuto e furbo era il terzo perché aveva costruito una casa di mattoni. Ma vedendo la casa Martin, fatta sì di paglia ma con intelligenza, rispettosa dell’ambiente e con le garanzie di una casa fatta di mattoni e calce, anche il lupo ci resterebbe male non riuscendo ad acchiappare la sua cena, e forse anche Halliwell-Philipps sarebbe costretto a rivedere il finale.

Ringraziamo Martin per questa intervista e per averci accolto nella sua casa di paglia.

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Emma Villas espugnata da Monvodì

La Emma Villas esce sconfitta per 3 set a 0 nella prima partita di campionato del 2015 contro la Bruno Rent Mondovì. La prima sconfitta per la squadra del Presidente…

La Emma Villas esce sconfitta per 3 set a 0 nella prima partita di campionato del 2015 contro la Bruno Rent Mondovì. La prima sconfitta per la squadra del Presidente Bisogno è stata frutto di una partita sofferta fin dall’inizio e contraddistinta da troppi errori soprattutto in fase di ricezione.

Nel primo set è Mondovì a spezzare l’equilibrio conquistando il primo time out tecnico (6-8), ma al rientro in campo un ace di Spescha e un primo tempo di Andrea Di Marco ribaltano la situazione (9-8). Il ritrovato equilibrio tra le due squadre prosegue costante nella seconda metà del set (14-14) fino al secondo time out tecnico, nel quale i padroni di casa arrivano con un doppio vantaggio (16-14). Al rientro in campo Mondovì recupera riportando le squadre in parità (18-18), arriva per prima a quota venti (19-21) ed infine chiude, vincendo il set, per 23-25. Determinante nella prima frazione il migliore gioco di squadra espresso da Mondovì.

La sconfitta nel primo set si fa sentire, tanto che, all’inizio del secondo i padroni di casa si trovano subito costretti a inseguire (1-5). Dopo il primo time out tecnico (4-8) il gap non diminuisce (7-12) ed ancora una volta è Mondovì a conquistare il secondo time out tecnico (11-16). Nonostante una fase di recupero (19-22) i bianco/blu non riescono a ricucire lo strappo ed escono sconfitti anche nel secondo set per 19-25. A fare la differenza soprattutto la battuta avversaria che in più di una occasione ha messo in difficoltà la ricezione Emma Villas.

I problemi in ricezione continuano anche nella terza frazione e costringono ancora una volta la Emma Villas a inseguire (5-8). Spinti anche da un palazzetto riempito in ogni posto, la truppa di coach Giannini riesce a recuperare qualche punto, ma è sempre Mondovì, con un gioco preciso e con pochi errori, a tenere le redini del gioco (12-14), a conquistare il secondo time out tecnico (14-16) e a vincere set e partita per 20-25.

Prossimo appuntamento dei leoni di Chiusi sabato 17 gennaio fuori casa contro Benassi Alba Cuneo alle ore 21.00.

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Libri e teatro, il fine settimana di Chiusi

A Chiusi prosegue il calendario di Libriamoci, evento coordinato dall’assessorato al Sistema Chiusipromozione – Biblioteca comunale della città di Chiusi – in collaborazione con Regione Toscana, Redos e con il…

A Chiusi prosegue il calendario di Libriamoci, evento coordinato dall’assessorato al Sistema Chiusipromozione – Biblioteca comunale della città di Chiusi – in collaborazione con Regione Toscana, Redos e con il supporto di varie realtà territoriali e mira a far scoprire e riscoprire il piacere della lettura

L’appuntamento di sabato 10 gennaio, alle 17:00, sarà dedicato ai più piccoli e si intitolerà “Nati per Leggere”, secondo appuntamento del ciclo educare all’ascolto organizzato da Arianna Nocera – Educatrice prof.le e Mediatrice familiare e Catia Mezzetti – Educatrice prof.le e Counsellor, presso i locali della Casa della Cultura – Biblioteca Comunale, iniziativa rivolta sia a bambini che a genitori.

All’appuntamento con Libriamoci seguirà e proseguirà alle ore 18.00, la serie di incontri a teatro con A tu per Tu organizzati dalla Fondazione Orizzonti d’Arte e che questa volta permetterà di conoscere da vicino Giorgio Albertazzi e il suo Mercante di Venezia (in scena al Teatro Mascagni alle ore 21.15 di sabato 10 gennaio). Prima e dopo lo spettacolo sarà come sempre possibile cenare a teatro con i piatti del ristorante Grillo è Buon Cantore, Il Punto e La Zaira.

Domenica 11 gennaio sarà ancora la volta di riscoprire il piacere della lettura con Libriamoci. Alle ore 17.00 presso il Museo Civico La Città Sotterranea, Roberto Sanchini (presidente Gruppo Archeologico) presenterà il suo volume Dialoghi con Plutone, introdotto da Giuseppe Maria Della Fina.

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Il magnetico Albertazzi al Mascagni di Chiusi

Sabato 9 gennaio 2015 al Mascagni di Chiusi Giorgio Albertazzi vestirà i panni di Shylock ne “Il Mercante di Venezia”. Prima dello spettacolo, il consueto appuntamento alle 18 con “A…

AlbertazziSabato 9 gennaio 2015 al Mascagni di Chiusi Giorgio Albertazzi vestirà i panni di Shylock ne “Il Mercante di Venezia”.

Prima dello spettacolo, il consueto appuntamento alle 18 con “A tu per tu”, l’aperitivo con l’autore di scena nel foyer del Mascagni per scoprire, nei dettagli, ed entrare nel vivo di questo grande classico di William Shakespeare diretto dal regista Giancarlo Marinelli. La figura del vecchio ebreo, così come quella del grande attore, è dell’ultranovantenne attore toscano Abertazzi che sin dal momento della sua uscita attirerà l’attenzione dello spettatore, costantemente dubbioso se detestare o se allinearsi con quell’uomo solo, abbandonato anche dalla figlia per l’avidità con cui centellina i suoi sentimenti, oltre che i suoi soldi.

Il Mercante di Venezia, infatti, è tra le opere più ambigue di Shakespeare, ricca di simboli e di livelli di lettura, nella versione di Marinelli ruota principalmente intorno alla figura dell’ebreo Shylock e, di conseguenza, a Giorgio Albertazzi che ne veste i panni, animando una storia in bilico tra commedia e tragedia, odio e amore, che vede il nobile veneziano Bassanio, impersonato dall’affascinante Francesco Maccarinelli, chiedere all’amico Antonio, l’attore televisivo Franco Castellano, tremila ducati per corteggiare decorosamente la benestante Porzia, interpretata da Stefania Masala. La location è Venezia, un ponte, due paline di ormeggio, il mare e la Thora che si alternano sullo sfondo. La città si erge imponente con le sue regole e domina i personaggi lasciandoli muovere in luoghi in cui a reggere son le leggi del commercio.

Prima e dopo lo spettacolo, a partire dalle 19.30, sarà possibile anche cenare in teatro con un menù degustazione di prodotti tipici.

Il prossimo appuntamento con la Stagione teatrale del Mascagni è domenica 1 febbraio con Tocnadanza Venezia e il suo “Made in Italy – I soliti Ignoti. Omaggio a Monicelli”. Uno sguardo sull’Italia e su noi italiani, sui nostri difetti e sui nostri pregi, con affettuosa autoironia, perché così come diceva di noi Winston Churchill: “gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Spazio al sorriso e alle risate con “Le Beatrici” di Stefano Benni, uno spettacolo tutto al femminile, dove nel circo della fantasia il travestimento è d’obbligo e i cliché femminili vengono smontati, sul palco sabato 21 febbraio 2015.

Il 3 marzo arriva a Chiusi, con la nuova produzione del Teatro Stabile di Bolzano “I Vicini”, Fausto Paravidino definito dalla critica “l’unico scrittore vero di teatro degli ultimi anni”. Gran finale di stagione domenica 15 marzo con il mattatore Paolo Rossi e il suo “L’importante è non cadere dal palco”, dal cabaret al mistero buffo 2.0, attraverso Molière, Cecchelin, Jannacci, Gaber, fino ad arrivare a Shakespeare, un excursus sul teatro di Paolo Rossi, irriverente, rivoluzionario, pirotecnico.

Per informazioni e prenotazioni rivolgersi ai numero 0578/226273- 0578/20473 oppure 3459345475 e inviare una email a biglietteriafondazione@gmail.com

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Il Comune di Chiusi fa il bilancio dell’anno appena concluso

Il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli traccia un bilancio dell’anno appena concluso, sottolineando gli interventi del Comune che si è mosso a favore delle classi sociali più deboli, come ad esemio…

Il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli traccia un bilancio dell’anno appena concluso, sottolineando gli interventi del Comune che si è mosso a favore delle classi sociali più deboli, come ad esemio i pensionati, riducendo le tasse, mettendo a disposizione contributi e continuando a lavorare sulla consegna di case popolari.

Allo stesso tempo sono state realizzate opere pubbliche importanti come il parcheggio di Porta Lavinia, nuovi marciapiedi, parchi giochi, la Domus Romana e l’ammodernamento dello stadio. Non sono mancati nemmeno gli investimenti nella scuola sia in termini tecnologici e didattici che infrastrutturali.

In merito alla cultura, la Fondazione Orizzonti d’Arte e il Sistema Chiusipromozione hanno conosciuto una importante stagione con eventi quali Chiusi nella Danza, Festival Orizzonti, Lars Rock Fest, ma anche Tria Turris, Santa Mustiola, Ruzzi della Conca, il progetto della Dodecapoli, Libriamoci e molti altri.

Il 2014 si conferma quindi un anno importante per la città di Chiusi, e il lavoro svolto dal Comune pone le basi per un progetto di sviluppo futuro. Il primo cittadino si dichiara soddisfatto e pronto ad affrontare il 2015 a testa alta, per raggiungere con determinazione gli obiettivi prefissati.

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La Emma Villas accede alla Final Four Coppa Italia

La Emma Villas Chiusi è una delle squadre che giocheranno la Final Four di Coppa Italia di serie B1, verdetto arrivato dopo la vittoria in casa contro la Volley Lupi…

La Emma Villas Chiusi è una delle squadre che giocheranno la Final Four di Coppa Italia di serie B1, verdetto arrivato dopo la vittoria in casa contro la Volley Lupi Santa Croce per 3 set a 0.

Il primo set si è ben presto trasformato in un vero duello di nervi con le squadre compatte nel procedere punto a punto (16-16), sul finale è la Emma Villas riesce a prendere qualche punto di vantaggio (20-17) e a chiudere 25 – 20. A fare la differenza soprattutto il fondamentale della battuta nel quale la Emma Villas è riuscita in più occasioni a mettere in difficoltà gli avversari. La vittoria della prima frazione spinge forte la grinta dei padroni di casa che nel secondo set dominano il gioco e vincono per 25 –16. Tutte le fasi del gioco sono state ben amministrate dalla Emma Villas che è partita bene (9-5), ha conservato il vantaggio (14-8) ed infine ha chiuso con nove punti di scarto.

Nella seconda frazione tutto il gioco espresso è stato di altissimo livello e non ha concesso nulla agli avversari. Anche nel terzo la partenza della Emma Villas lascia sugli “stacchi” Santa Croce (8-5) che non riesce a recuperare lo svantaggio neanche nella parte centrale del gioco (14-8) e infine esce sconfitta per 25 – 18. Concentrazione, affiatamento e fiducia tra compagni il valore aggiunto espresso nell’ultima frazione soprattutto dai più giovani (Urbani e Pellegrini) che senza timori reverenziali hanno dato il proprio contributo per vincere la partita.

Per la squadra del Presidente Bisogno il primo obiettivo stagionale, quello della conquista della Final Four di Coppa Italia, è stato raggiunto mantenendo tra l’altro anche l’imbattibilità casalinga che dura da gara 1 play off contro Spoleto dello scorso anno.

In attesa di conoscere le altre tre squadre che contenderanno alla Emma Villas la Coppa Italia, il prossimo appuntamento sarà già sabato prossimo, 10 gennaio, ore 18.00, per la prima sfida di campionato del nuovo anno contro Mondovì, seconda in classifica, un vero e proprio scontro al vertice da non perdere.

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La Emma Villas batte la Monini Spoleto in amichevole

L’amichevole tra Emma Villas Chiusi e Monini Spoleto ha fatto vedere un buon gioco e una bella pallavolo. La partita è terminata a favore dei padroni di casa per 3…

L’amichevole tra Emma Villas Chiusi e Monini Spoleto ha fatto vedere un buon gioco e una bella pallavolo. La partita è terminata a favore dei padroni di casa per 3 a 1, risultato che ben fa sperare per i prossimi due importanti appuntamenti di martedì 6 gennaio in Coppa Italia e di sabato 10 gennaio in campionato per il big-match contro Mondovì, che impegneranno gli uomini bianco/blu.

Il primo set è stato condotto sempre in testa dalla Emma Villas che ha preso subito qualche punto di vantaggio (5-1), ha amministrato nella parte centrale (14-8) e infine ha chiuso vittoriosa per 25 – 17. Tra i migliori in campo sicuramente Spescha che ha ben gestito sia la fase di battuta che quella di attacco, ma anche la coppia centrale Braga/Di Marco sempre punti di riferimento importanti per le alzate di Marini. Il secondo set, è stato più equilibrato, le due squadre hanno lottato punto a punto sia nella parte iniziale (9-9) che in quella centrale (13-12 Emma Villas). Solo sul finale gli uomini di mister Giannini sono riusciti a prendere qualche punto di vantaggio (17-14 Emma Villas) e a vincere poi per 25-22. Aspetto positivo della seconda frazione la tenuta mentale dei padroni di casa che, nonostante il fiato sul collo degli avversari, non hanno mai perso la concentrazione conducendo il set fino alla vittoria. Nel terzo set la Emma Villas si presenta con una formazione completamente cambiata, Urbani entra al posto di Lotito, Romani per quello di Spescha, Lipparini per De Rosas e Muscarà per Di Marco. L’inizio non è dei più semplici e coach Romani sul 3-7 per Spoleto è costretto a interrompere il gioco. Spoleto, nonostante un accenno di rimonta da parte dei padroni di casa, continua a condurre anche nella parte centrale (14-18) e chiude, vincendo il set per 25-20. A contraddistinguere il terzo set sono stati i troppi errori, sia in servizio che in fase di ricezione, dei padroni di casa che nonostante un buon attacco non sono riusciti ad impostare al meglio il gioco e ribaltare il punteggio. Con un set perso alle spalle il rientro della Emma Villas nel quarto set è devastante e, grazie ad un bel turno di Lipparini al servizio, si porta subito avanti per 5-0. Nonostante il rientro degli umbri, che arrivano fino ad un solo punto di svantaggio (12-11), la Emma Villas mantiene il vantaggio anche nella parte centrale (15-12) e chiude infine per 25 – 18.

Sebbene qualche fase di gioco contraddistinta dagli errori, l’amichevole con Spoleto è servita a riavviare i motori in vista delle partite che contano e che da calendario arriveranno molto presto. Nel giorno dell’Epifania la Emma Villas Chiusi ospiterà in casa i lupi di Santa Croce con l’obiettivo di guadagnare l’accesso alla Final Four di Coppa Italia.

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