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Categoria: Comuni

Acid-Rock dalle contaminazioni etniche: i Giöbia al GB20

La prossima serata in programma questo sabato 21 Aprile al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i milanesi Giöbia, dei veri e propri veterani dell’acid-rock e dello space rock. La…

La prossima serata in programma questo sabato 21 Aprile al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i milanesi Giöbia, dei veri e propri veterani dell’acid-rock e dello space rock. La formazione è infatti attiva da svariati anni, e il primo disco d’esordio è datato 2004, intitolato “Beyond The Stars”, seguito poi da “Hard Stories” quasi sei anni dopo. Paragonabili ad altre band già ospitate al GB20, come i New Candys, i Giobia godono anch’essi di buona fama internazionale.

Beyond The Stars” è un disco che introduce subito alla caratteristica fondamentale della band che tutt’ora è rimasta, ovvero un sound sfaccettato e vario, che attinge dal rock, dal pop, dalla dance, introducendo pure intriganti atmosfere etniche. Un disco da “beata incoscienza”, che, come tutte le band all’esordio, è caratterizzato da musica visionaria e voglia di stupire l’ascoltatore. Nuovi equilibri e una maggiore maturità invece vengono raggiunti nel terzo disco “Introducing Night Sound”, forse avvicinandosi, in qualche modo alle sonorità dei Kasabian, pur mantenendo quella cifra stilistica fatta da interessanti contaminazioni tra musica etnica e psichedelia.

Certo, c’è da dire che forse questo genere negli anni è andato verso la saturazione di proposte, ma quello che conta è la piacevolezza e la qualità della proposta e i Giöbia di certo hanno sempre saputo mantenere un buon livello complessivo nella loro discografia. Per farsi un’idea della loro resa in sede live, inoltre, la band ha pubblicato un CD live, “Live Freak”, nel 2017.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna dell’acid rock e di interessanti contaminazioni etniche. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Beyond The Stars (2004)
Hard Stories (2010)
Introducing Night Sound (2013)
Magnifier (2015)
Live Freak (2017)

Riferimenti:

Giöbia – Sito Ufficiale
Giöbia – Pagina Facebook

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Un Omaggio a Rino Gaetano a Torrita – Intervista a Claudia Campagnola

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni…

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni di una serie di tributi al cantautore crotonese-romano. Una piazza stracolma, come quella che si configura nella manifestazione romana, testimonia l’affezione che il pubblico di oggi mantiene per Rino Gaetano, scomparso tragicamente in un incidente d’auto il 2 giugno del 1981. Un’affezione che coinvolge anche il Teatro Golden di Roma, che sta portando in giro uno spettacolo intitolato Chi Mi Manca sei Tu (celebre refrain di Ahi Maria, successo gaetaniano del 1979) a lui dedicato e che farà tappa al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 10 febbraio 2018: sempre secondo lo schema comprovato di doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21:00.

Scritto e diretto da Toni Fornari e interpretato da Marco Morandi e Claudia Campagnola, si configura come uno spettacolo-concerto, nel quale si alternano interpretazioni dei brani a racconto in prosa. Sul palco, la band – che vede come frontman lo stesso Marco Morandi – è composta da Giorgio Amendolara, al piano e le tastiere, Menotti Minervini al basso e Umberto Vitiello alla batteria.

Claudia Campagnola interpreta invece un personaggio femminile, molto vicino a Rino Gaetano, ed è lei a guidarci nel racconto di Rino Gaetano. Le abbiamo rivolto delle domande prima della tappa torritese.

LaV: Che cosa rende Rino Gaetano ancora oggi così amato, celebre anche nelle giovani generazioni?

Claudia Campagnola: Sicuramente Rino diceva delle verità scottanti, parlava del presente ma in realtà dava già l’occhio al futuro, cioè era un genio che secondo me aveva uno sguardo ancora oggi attuale che racconta ancora oggi del nostro paese. Rileggendo le sue canzoni i suoi testi le sue canzoni il nostro paese non sembra aver fatto molta strada. È un po’ come fosse un personaggio shakespeariano, tipo fool, a me piace vederlo così, un fool che è l’unico a vedere la verità e raccontarla e quindi per questo considerato pazzo. Invece è semplicemente una capacità più ampia di guardare la realtà più ampia e sicuramente più autentica.

 LaV: Tu interpreti una “groupie” di Rino, che lo seguiva ovunque durante gli anni ’70…

CC: In realtà è una figura più complessa. Intepreto un personaggio femminile  che ha vissuto accanto a Rino Gaetano, che sa molte cose di lui. L’autore del testo non ha specificato se fosse la sorella, la fidanzata, la cugina oppure se sia un flirt che ha fatto parte della sua vita. Sappiamo solo che è una figura femminile, molto vicina a Rino, che ha passato molto tempo nella sua quotidianità, che ha vissuto accanto a lui. A me piace dire che questo personaggio può essere letto anche come la sua anima, la sua anima femminile, una Musa, oppure la sua linfa poetica…

LaV: È cambiato secondo te il rapporto con i divi? È cambiato il rapporto tra il pubblico e la celebrità della musica? Può esistere un personaggio come Rino Gaetano oggi?

CC: Be’ direi che il rapporto con il pubblico da parte degli artisti è completamente diverso. Soprattutto quando viene meno la “purezza” degli artisti. C’è sicuramente un grande intento da una parte di certi cantautori di descrivere il presente attraverso la musica e raccontare le emozioni delle persone. C’è però, devo dire, anche un lato commerciale con cui fare i conti. In questo momento è un po’ difficile per un artista – che sia musicista, cantautore, autore e anche attore – avere una poetica da poter portare avant una poetica pulita, scevra da compromessi commerciali o di mercato. Ma c’è chi ci riesce ancora per fortuna…

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“Tre Gotti al Campino”, il festival che scuote Trequanda

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In…

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In questo parco, da nove anni, i giovani gravitanti attorno ad un circolo ARCI presente nel piccolo borgo mettono in piedi un festival estremamente rock’n’roll. Estremamente puntuale nelle scelte stilistiche che offrono al pubblico agostino, invitano artisti sempre rigorosamente underground, orientanti nelle forme post-grunge del panorama rock italiano. È il quartier generale degli Impatto Zero, che noi abbiamo già incontrato (Impatto Zero) e che canalizza un flusso creativo locale in una delle ambientazioni più belle e particolari cui si possa ambire per un festival.  Il Parco della Mura Ornella Pancirolli si estende su una vasta area verde prossima al borgo di Trequanda e comprende, un campo di calcetto, una piattaforma in cemento, con tribuna ad anfiteatro.

Durante gli allestimenti del festival ho incontrato Domenico Perugini, direttore artistico del festival, e Fabrizio Nardi, presidente del circolo ARCI di Trequanda.

La vostra ambientazione è diversa rispetto a quella di altri festival che si fanno da queste parti. Cosa ha signficato per voi tirare su un festival di rock undeground qui?

Domenico Perugini: Abbiamo iniziato nove anni fa, un po’ per la solita apatia di provincia, un po’ per il paese piccolo che ci sembrava limitante. Non c’era altro, oltre la festa de l’Unità. Decidemmo quindi di offrire qualcosa che fosse più interessante per noi. Eravamo giovanissimi e mettemmo in piedi un festival di due giorni senza un soldo. L’anno di svolta è stato il 2014, in cui hanno suonato da noi i Management del Dolore Post Operatorio. Abbiamo iniziato ad invitare artisti che avessero un pubblico nazionale. Da lì abbiamo fatto sempre meglio, e siamo arrivati ad ospitare importanti nomi del panorama indipendente italiano: Diaframma, Giorgio Canali, Gazebo Penguins, Gli Scontati. Tutto questo senza grandi sponsor, contando solo sui soldi che abbiamo raccolto ad ogni edizione per quella successiva.

 

Fabrizio Nardi: le associazioni del luogo devono portare vantaggi al territorio cui appartengono. L’arci non solo con il Tre Gotti al Campino ma anche con la festa dell’olio, fa da collettore sociale, riunisce i giovani e migliora il posto in cui viviamo. Trequanda ci fornisce uno spazio bellissimo in cui organizzare una festa e noi cerchiamo di ricambiare anche nei confronti del paese attraverso aiuti alle altre attività culturali svolte nel nostro paese durante l’anno. Il nostro circolo conta cinquanta tesserati, una minima parte è formata da over-sessanta, la stragrande maggioranza invece è composta da ragazzi introno ai vent’anni, ed è una cosa molto particolare, rispetto alla media dei tesserati ARCI del resto d’Italia. Quando andiamo alle riunioni provinciali infatti siamo sempre i più piccoli. Qui c’è un presidente di 23 anni, un vice di 25, e su dodici consiglieri, dieci hanno meno di trent’anni.

Parliamo dell’evento di quest’anno: quali sono le novità?

Domenico Perugini: la novità più grande è che quest’anno ci siamo ancora di più allargati e abbiamo aggiunto un ulteriore giorno. Da quest’anno c’è anche il giovedì. C’è un ulteriore dispendio di energie. Tutto il festival si è ingrandito. Dal punto market, agli incontri presentazioni di libri che verranno fatti tutte le sere prima dell’inizio dei live, fino allo spazio tattoo. La proposta è ancora più varia. La formula è quella collaudata degli altri anni con rilevanti ampliamenti.

Sugli artisti? Come vi siete orientati?

Domenico Perugini: Abbiamo come sempre cercato di osservare le proposte del mondo musicale attuale e guardare all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti che ovviamente ci piacciono, preferiamo sempre chiamare quelle persone che conosciamo personalmente. Nella nostra breve esperienza come band (gli Impatto Zero, Domenico ne è il bassista. ndr) siamo entrati in contatto con un reticolo sociale che cerchiamo di sfruttare, quando ci troviamo a dover definire la line up di Tre Gotti al Campino.  Sia per la serata di apertura, per la quale si esibiranno tre band locali che si stanno affermando in un’area più vasta e stanno ricevendo critiche positive – i Canale 52 di Cortona, i Dudes di Chiusi  e i Belindà di Farnetella –  sia per i nomi più importanti di questa edizione: i Voina che quest’anno abbiamo fatto benissimo, aperti dagli A Pezzi, e gli One Dimensional Man, che sono una di quelle band che ci ha cresciuto e che non ci sembra vero aver portato qua. Domenica suoneranno gli Sbanebio, che sono amici se non altro perché già hanno suonato in al Tre Gotti al Campino, e i Carbonara Blues, che vengono da Rapolano Terme e quindi giocano in casa. Viviamo questo festival come un ritrovo tra musicisti che conosciamo e a cui ci fa piacer mostrare casa nostra. In più diamo la possibilità a tutti di sentire qualcosa di diverso. Cerchiamo di essere ancora marcatamente underground e non cedere alla dimensione “pop” dell’indie italiano.

Gli Impatto Zero suoneranno Sabato prima degli One Dimensional Man. Come la vivete?

Domenico Perugini: Noi come impatto zero partecipiamo ancora una volta al “nostro” festival. Abbiamo preso poche date perché stiamo scrivendo e lavorando al nostro album e abbiamo delle scadenze impellenti, però questo è il nostro festival, qui siamo nati e qui continuiamo ad essere…

È un po’ il vostro quartier generale… e invece, l’aspetto gastronomico?

Fabrizio Nardi: Come ogni festa che si rispetti a TGAC non può mancare lo stand gastronomico e presenta una selezione di piatti che è molto legata alla tradizione,  non possono mancare i pici e la tagliatella al ragù di chianina. Ogni sera poi c’è anche una pizzeria. Oltre alle birre artigianali poi, facciamo una selezione dei vini del comune di Trequanda, che sostengono il festival. C’è buona musica, buon cibo, buon vino e ottime birre. La scenografia è tra le più belle cui si potrebbe auspicare. Mancare sarebbe un peccato.

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Sinalunga “Città che Legge” al Salone Internazionale del Libro

Al Salone del libro di Torino era presente anche Tiziana Angioli, una delle responsabili della  biblioteca di Sinalunga. Il comune di Sinalunga è uno dei 23 toscani selezionati dal bando “Città…

Al Salone del libro di Torino era presente anche Tiziana Angioli, una delle responsabili della  biblioteca di Sinalunga. Il comune di Sinalunga è uno dei 23 toscani selezionati dal bando “Città che Legge”, insieme a Barga, Capalbio, Castelfiorentino, Certaldo, Massarosa, Pieve Santo Stefano, Piombino, Pisa, Pistoia, Poggibonsi, Pontremoli, Prato, S. Maria a Monte, Santa Croce sull’Arno, Scandicci, Scarperia e San Piero, Seravezza, Sesto Fiorentino, Siena, Torrita di Siena, Viareggio e Volterra.

«Il Salone Internazionale del Libro di quest’anno» mi dice Tiziana, dopo essere tornata dalla spedizione torinese «è stata l’occasione per convocare un coordinamento dei selezionati de “La Città che Legge”: un progetto lanciato nella primavera scorsa dal ministero della cultura, in collaborazione con il Centro per il Libro e con l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, volto ad incentivare la costituzione di reti tra comuni, finalizzate ovviamente alla promozione della lettura».

Il Comune di Sinalunga è stato ammesso al progetto, insieme ad altri quattro comuni della provincia di Siena. Al SalTo è stata convocata per il primo coordinamento tra i vari enti partecipanti, nei quali sono state illustrate le finalità del progetto che andrà finanziato. «Lo status permette al comune di Sinalunga di accedere a finanziamenti per il “patto della lettura”, il quale prevede che più soggetti territoriali – oltre alla biblioteca sono infatti considerate anche le scuole e l’associazionismo, come elementi costituenti – dovranno sottoscrivere impegnandosi in un’attività di rete finalizzata alla promozione culturale».

Il riconoscimento di “città che legge” è stato agevolato dalle molteplici attività che la biblioteca di Sinalunga, insieme alle istituzioni culturali limitrofe, ha portato avanti negli ultimi anni. A questo proposito, Tiziana Angioli aggiunge: «Quello che mi ha spinto ad essere presente al Salone del Libro di Torino, oltre ovviamente ad una passione personale, è stato il Premio Nazionale Nati per Leggere, nella sezione “reti di libri e nuovi progetti”, assegnato alla rete ReDoS (la rete documentaria senese), con la biblioteca degli Intronati di Siena come centro rete»

Nati Per Leggere è un’iniziativa nata nel 1999 per mano di tre soggetti: l’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e  il Centro per la Salute del Bambino di Trieste. Si prefigge di promuovere l’attitudine alla lettura nella fascia di età dai sei mesi ai sei anni, attraverso un processo cognitivo di affinamento della memoria testuale, l’inclinazione alla proiezione dell’immaginario legata al testo e al libro.

«Le biblioteche senesi hanno – a partire dalla fine del 2016 – iniziato a lavorare al progetto “Nati per Leggere”, formando volontari attraverso corsi, riconosciuti dal coordinamento nazionale, curati da professionisti negli ambiti della pedagogia, della pediatria e della psicologia cognitiva infantile. I corsi si sono svolti a Sinalunga, per la Valdichiana senese, a Colle val d’Elsa, per le aree settentrionali della provincia, e a Piancastagnaiao per la zona dell’Amiata. In tutto, sono stati formati un centinaio di volontari che stanno supportando le varie attività svolte nel territorio».

Il premio nati per leggere si articola in più sezioni: vengono sì premiati autori di libri per le fasce di età interessate, ma anche le attività che vengono svolte sui territori. A Torino ero insieme ai rappresentanti della biblioteca degli Intronati, alla dottoressa Silvia Dragoni che è la pediatra che opera su Torrita di Siena è che è anche responsabile provinciale del progetto a Siena, e a due classi del liceo delle scienze umane di Montepulciano, studenti del corso di socio-pedagogia, che hanno partecipato alla formazione come volontari Nati per Leggere». Il coronamento di una stagione di grandi novità che preannuncia un prossimo calendario invernale pieno di iniziative. «Ci hanno premiato» dice Tiziana, «Ora dobbiamo lavorare».

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Jean-Pierre Thiercelin racconta “Dall’Inferno alla Luna” – Incontro con l’autore

Jean-Pierre Thiercelin è un autore francese, drammaturgo e autore per la televisione, le cui opere sono caratterizzate da una profonda perizia nella ricerca storica e storiografica, da un encomiabile lavoro…

Jean-Pierre Thiercelin è un autore francese, drammaturgo e autore per la televisione, le cui opere sono caratterizzate da una profonda perizia nella ricerca storica e storiografica, da un encomiabile lavoro sulle fonti e da una raffinata gestione dei registri con cui le narrazioni si snodano. C’è sempre dell’ironia nelle sue opere, anche quando queste trattano di orrori storici come l’olocausto.

Thiercelin è giunto a Sarteano, in occasione della prima nazionale della sua pièce “Dall’Inferno alla Luna”, portata in scena dalla Compagnia della Nuova Accademia degli Arrischianti, con la reia di Laura Fatini. Durante la sua permanenza Thiercelin ha incontrato il sindaco, parte della giunta e la cittadinanza, in un incontro moderato dalla stessa Laura Fatini e da Vincenzo Sorrentino, che insieme hanno curato l’introduzione al volume che raccoglie due testi dell’autore francese, tradotti da Gianni Poli, edito per la Casa Morlacchi Editore di Perugia.

Ascolta un estratto audio dell’incontro:

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Nero su nero – Night Garden della Evolution Dance Theater in prima nazionale a Chiusi

«Qual è il tuo disco preferito?» chiedo ad Anthony Heinl durante l’incontro pomeridiano nel foyer del teatro Pietro Mascagni di Chiusi, poche ore prima del debutto in prima nazionale del…

«Qual è il tuo disco preferito?» chiedo ad Anthony Heinl durante l’incontro pomeridiano nel foyer del teatro Pietro Mascagni di Chiusi, poche ore prima del debutto in prima nazionale del nuovo spettacolo della Evolution Dance Theater, Night Garden, «Oh ce ne sono tantissimi» dice «Sicuramente qualcosa dei Led Zeppelin» mi fa, con la dilatazione delle formanti vocaliche propria degli americani che parlano italiano mantenendo, fortemente, il loro accento d’origine. Una risposta quasi estraniante per un coreografo come lui, attento alle più innovative trovate digitali che il nostro presente offre, tanto estraniante quanto le scelte drammaturgiche che trasferisce in scena attraverso la compagnia EDT di cui è direttore dal 2008. Sembra quasi storcere il naso quando ci si riferisce alle sue creazioni come “coreografie di ballo”: la danza non è che una porzione dell’intero scenico che la sua centrifuga creativa elabora costantemente. Heinl infatti ha una formazione di base scientifica: «studiavo fisica e chimica all’università di Boston» dice «prima di dedicarmi completamente al teatro», e la capacità alchemica di mescolare elementi e farli reagire, di misurare i dosaggi delle componenti per un equilibrio efficace, ha visibilmente permeato tutta la sua carriera di ballerino e coreografo.

Night Garden è una raccolta poetica in verso libero, con un’estrema prepotenza visuale. No, non è uno spettacolo di danza, è performance totalizzante, è quintessenza del superamento. La tecnica di palco non è affidata alle americane, né a faretti o puntatori di sala. Tutto ciò che è luminescenza all’interno nel contesto scenico viene prodotto – dal punto di vista del pubblico – direttamente dai corpi dei performer, che si muovono sulla parete scura della superficie della boccascena. Il 75% della funzionalità e del movimento è legata alla luce e non ai corpi in sé, il pubblico osserva figure eteree mobili, luminescenze, fluorescenze che si imprimono su velatini a tagliafuoco, filamenti di tessuto illuminati da neon e led, lampade in resina o UV, tutto marcato dal punto di vista illusionistico e onirico. Non si vedono i volti, non si vedono i confini esatti delle fisicità, ma solo la loro rappresentazione fosforescente.

La scelta musicale è sopraffina: AIR, Radiohead, Woodkid, Sneaker Pimps, Darkside, Joni Mitchell, ed altri, coronano la perizia immaginifica e creativa della compagnia. «Tutto inizia dalla musica» ripete più volte durante l’intervista Heinl: «la mia mente produce immagini infinite e confuse, attraverso la musica tutto prende forma».

Anthony Heinl insieme a Nadessja Casavecchia hanno elaborato una formula estremamente efficace di spettacolarità, collisione pop di esperienze divergenti, la quale carpisce perfettamente l’attenzione del pubblico più digiuno dalla danza, il pubblico apparentemente meno interessato. Con la Evolution Dance Theater hanno riunito sei danzatori provenienti dalle formazioni più poliedriche: Chiara Morciano, Chiara Verdecchia, Carim Di Castro, Lavinia Scott, Bruno Batisti ed Emiliano Serra spaziano dal classico alla breakdance, dagli esercizi degli acrobati ai ginnasti. Lo spettacolo scuote l’abitudine del guardare, producendo un potenziamento di ogni singolo movimento di palco attraverso gli effetti speciali di luce e di strumentazione scenica.  Un complesso estetico totale, inseribile ovunque, dai teatri tradizionali ai palchi dei maggiori festival techno e rock d’Europa.

 

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E saldava la terra con il cielo – Un Michele Riondino “ligure” interpreta Don Andrea Gallo

Contemporaneamente alla consegna dei premi UBU, molti dei quali sono finiti tra le mani di diversi nomi che sono stati presenti nei programmi di Teatro Mascagni e Orizzonti Festival, a Chiusi…

Contemporaneamente alla consegna dei premi UBU, molti dei quali sono finiti tra le mani di diversi nomi che sono stati presenti nei programmi di Teatro Mascagni e Orizzonti Festival, a Chiusi è arrivato Michele Riondino. Il rituale ATUPERTU delle 17:30, ha visto una nutrita affluenza, con un target anagrafico molto ampio – con un termine minore nei ragazzi del progetto redazione-a-scuola dell’istituto Graziano da Chiusi, che hanno partecipato all’intervista – tra cui un gruppo di avventori anconetani, venuti in Valdichiana appositamente per lo spettacolo nel teatro chiusino.

Angelicamente Anarchici è il titolo di una notevole elaborazione dei codici interni al teatro-canzone, con la mescita di parole, opere e musiche di due personalità enormi nel canone culturale italiano contemporaneo: Don Andrea Gallo e Fabrizio de André.  « I miei vangeli non sono quattro» diceva Don Gallo, «Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo Fabrizio De André, un cammino cioè in direzione ostinata e contraria». Una coppia ormai entrata nell’immaginario collettivo, legata imprescindibilmente a quella Genova portuale, spigolosa e ricurva in sé stessa, la Genova dei camalli, degli operai portuali e dei benedettini, la Genova della sacralità terrena, della natura umana del Cristo. Da quando nella seconda metà degli anni ’50, le vite di De André e Don Gallo si incrociarono – per l’infausto avvenimento del suicidio di un compagno di scuola di Faber – il binomio è divenuto uno dei simboli più efficaci della città: entrambi legati agli “ultimi”, ai “vinti”, agli emarginati. Le tematiche comuni – delle composizioni per il cantautore e dell’impegno sociale per il prete – hanno da sempre inquadrato i due personaggi sotto la stessa aura. L’ultima pubblicazione, postuma di Andrea Gallo, edita dai tipi Piemme, si intitola  «Sopra ogni cosa. Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta». Nel modo più laico possibile, Fabrizio de André pare abbia fornito la più grande dimostrazione di Fede, di sacralità e di santità. Angelicamente Anarchico, quindi, non è un ossimoro, ma un’endiadi di impegno sociale, solidarietà, gioia dell’azione.

Dall’altra parte della strada della fermata della metro genovese Darsena c’è Via del Campo, dalla cui quarta traversa – se si procede verso il centro – si accede in Piazza Don Andrea Gallo. Sulla pietra cui è inciso il nome della via, c’è anche un’apposizione: Prete di Strada: è su quella strada, in direzione ostinata e contraria, che la vita di Don Gallo si è consumata tra amicizie “poco raccomandabili” agli occhi della curia, difese acerrime dei diritti umani, della non-violenza, delle fasce deboli della società, che accoglieva nella Comunità di San Benedetto al Porto, ponendosi al fianco di omosessuali e transessuali, i “senza nome” – come ai funerali ricordò Don Ciotti – «a cui Don Gallo ne diede uno».

Ed è proprio da questa idea di Genova che lo spettacolo di Michele Riondino decolla. Sulla scena un lungo pannello in 16:9, da quinta a quinta, taglia la profondità del palco in due, immettendo il gioco delle proiezioni posteriori, delle illuminazioni diegetiche, nella dinamica dello spettacolo. La tecnica appare subito come fulcro dell’evoluzione scenica, elemento illustrativo centrale dello spettacolo. Riondino si presenta con un cigarillo, una bombetta e uno spiccato accento ligure (gestito perfettamente lungo tutte le scene, alternandolo alle interpunzioni dialogiche di personaggi “altri”, dimostrando ottime capacità di tenuta dei personaggi), presentando un Don Gallo – il cui appellativo non viene mai nominato – fumettistico e calibrato, estremamente efficace, di una poeticità sovrastante.

Oltre alla tecnica e alle capacità di Riondino, il terzo elemento chiave dello spettacolo è quello Musicale. un trio composto da Francesco Forni (che si è occupato anche degli arrangiamenti), Ilaria Graziano e Remigio Furlaunt, alimentano e riempiono i quadri con doviziose esecuzioni del repertorio deandreiano. Si parte da Crêuza de mä per poi sciogliere, in un ping-pong tra resa cantata e racconto in prosa, un florilegio delle “parabole” di De André, storie proprie di quel vangelo che Don Gallo leggeva tra le righe delle liriche. Una rispettosa e piacevole declinazione postmoderna di Teatro-Canzone, in cui si comprimono messaggi fondamentali di solidarietà e comunitarismo e celebrazione di due figure da tenere salde dentro il canone culturale italiano.

Il Don Gallo rappresentato – possiamo dire – è contemporaneo, ovvero post-mortem. Michele Riondino si assume la responsabilità di un D.G. nell’aldilà, lasciato solo per condanna, il quale lampeggia nel nereggiare degli sfondi di un limbo solitario, in cui non c’è nessun volto in cui incastrare lo sguardo, per uno come lui, «con migliaia di storie e nessuno a cui raccontarle». Una solitudine, però, che «mette a contatto con il circostante» e lo eleva e lo rappresenta.

Riondino è di fatto l’unico attore in scena, ma quello cui si assiste non è un monologo: l’aspetto dialogico con figure o entità che sembrano apparire alle sue spalle si configura in rimasugli di ricordo, lampi di luce esistenziale in una catabasi che è un inno alla vita, con una quarta parete che si assottiglia sempre di più tanto è accogliente quell’ondulazione delle parole del protagonista. Il testo è impreziosito da frasi potentissime, quasi evangeliche, e rappresentazioni pantomimiche dei brani di De André (tra cui, è indubbio, la più potente, virtuosa ed efficace è quella de La Ballata dell’Amore Cieco).

Uno spettacolo che intrattiene ed educa, che dissente ma celebra, uno spettacolo che riempie ed è riempito, che cammina con gli ultimi e li rende giganti, anteponendoli alla vista dei primi. Che sembra ricominciare, ad ogni cambio scena, da un punto qualsiasi delle vite di tutti, uno spettacolo che spalanca le braccia, che lascia danzare le parole ed utilizza uno dei dialetti più ritmicamente accelerati d’Italia. Uno spettacolo che rappresenta qualcosa di indicibile, che non si può dire ma che si deve raccontare, oggi e sempre.

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“Finché Giudice non ci separi” al Teatro degli Oscuri: le interviste

Lo scorso venerdì 11 Novembre è partita la stagione teatrale al Teatro degli Oscuri, in collaborazione con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, con la commedia “Finché Giudice non ci separi”…

Lo scorso venerdì 11 Novembre è partita la stagione teatrale al Teatro degli Oscuri, in collaborazione con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, con la commedia “Finché Giudice non ci separi” che ha come protagonisti gli attori Luca Angeletti, Augusto Fornari, Laura Ruocco, Toni Fornari e Nicolas Vaporidis.

“Finchè giudice non ci separi” racconta la storia di Mauro, Paolo, Roberto e Massimo, quattro amici, tutti separati. Massimo è fresco di separazione e ha appena tentato il togliersi la vita. Il giudice gli ha levato tutto: la casa, la figlia e lo ha costretto a versare un cospicuo assegno mensile alla moglie. Con quello che resta del suo stipendio si può permettere uno squallido appartamento, 35 mq, ammobiliato Ikea. I tre amici gli stanno vicino per rincuorarlo e controllare che non riprovi a mettere in atto l’insensato gesto. Ognuno da consigli su come affrontare la separazione, questa nuova situazione e come ritornare a vivere una vita normale. Proprio quando i tre sembrano essere riusciti a riportare alla ragione il loro amico, un’avvenente vicina di casa suona alla porta. Massimo ha una crisi isterica, perché la vicina è… “Finchè giudice non ci separi”, analizza, ma allo stesso tempo ironizza sul difficile tema della separazione trascinando lo spettatore, attraverso sensi di colpa, arrabbiature, disperazione, ironia e sarcasmo, all’interno di una divertente vicenda piena di colpi di scena. Luca Angeletti, Augusto Fornari, Toni Fornari, e Nicolas Vaporidis danno vita ai quattro amici interpretando, ognuno a proprio modo e con caratteristiche e comportamenti completamente diversi, le difficoltà che sono costretti ad affrontare. L’inaspettata e sorprendente presenza della vicina di casa di uno di loro, interpretata da Laura Ruocco, stravolge il già precario equilibrio del gruppo e costringe tutti alla riflessione.

La produzione dello spettacolo è del teatro Golden di Roma e porta la firma di un collettivo di autori che sempre più soddisfazioni regala alla commedia italiana – sia teatrale che cinematografica – Augusto e Toni Fornari, anche attori, Andrea Maia, direttore del Teatro Golden, e Vincenzo Sinopoli. Lo spettacolo si presta ad essere ingerito da qualsiasi pubblico, poiché non è mai di volgarità gratuita, non cade mai nel cliché, rispetta le dinamiche della commedia senza banalizzarle. Commedie come questa possono far veramente bene al teatro italiano, spesso vittima di facilonerie, di abbassamento della qualità, in cerca di un vago consenso di pubblico. Si può far ridere anche affrontando temi caldi, senza pernacchie o audacie da trogloditi.

Ecco le interviste agli attori protagonisti della commedia “Finché giudice non ci separi” realizzate da Valentina Chiancianesi e Tommaso Ghezzi in diretta streaming dal palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena prima dello spettacolo!

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Storia ed emozioni del Palio del Cacio 2016 vinto da Borgo Nuovo

Domenica 14 agosto i concorrenti delle quattro contrade di Celle sul Rigo, Case Nuove, Pianetto, Borgo Nuovo e Cantone, si sono sfidati all’ultima scorza di formaggio, per contendersi il tradizionale…

DSC_0042Domenica 14 agosto i concorrenti delle quattro contrade di Celle sul Rigo, Case Nuove, Pianetto, Borgo Nuovo e Cantone, si sono sfidati all’ultima scorza di formaggio, per contendersi il tradizionale Palio del Cacio. Un pubblico numeroso ha seguito con grande partecipazione prima il corteo in abiti tipici della tradizione contadina, la corsa, potendo godere anche di una vista privilegiata, grazie all’apertura della torre campanaria.

L’edizione 2016 ha visto, per la prima volta, le quattro contrade darsi battaglia in tre diverse categorie, bambini, giovani e big. Le Case Nuove hanno dominato nelle prime due, mentre il Borgo Nuovo ha primeggiato nella categoria principe, aggiudicandosi l’ambito Palio dell’Assunta, dipinto da Lara Selva con la tecnica dell’aerografia, che raffigura proprio la Madonna che abbraccia il paese di Celle.

L’artista di Città della Pieve, che ha ricevuto nel 2008 il 1° premio per in concorso internazionale di aerografia e numerose pubblicazioni in riviste di settore, l’ultima delle quali in Aerografo 2.0- The Icons-, è ormai una firma storica della manifestazione cellese, avendo realizzato altri pali in passato, e cerca di raccontare con la propria arte, il clima di unione e condivisione che i piccoli borghi vivono grazie a queste manifestazioni.

DSC_0050I pali, in realtà piccole come quelle di Celle, servono per creare unità e consolidare i rapporti tra le persone e le generazioni. I giovani, che molto spesso navigano senza una rotta ben precisa, riscoprono in queste occasioni un sentimento di appartenenza che per la maggior parte dell’anno resta sopito, e che si infiamma grazie anche alla competizione. La comunità, intesa come luogo di identità e condivisione di un medesimo patrimonio di tradizioni, rivive grazie a questi giochi popolari” –  Sono queste emozioni che attraverso Celle, e numerose altre realtà, in queste giornate di rievocazione, secondo Lara Selva. 

Gli stessi sentimenti che elle stessa cercherebbe di comunicare nel realizzare un palio meno vincolato dalla committenza. Tradizione che però non deve diventare oppressione, e questo fin dalla scelta dei colori.

Il colore deve avere un’impronta giovanile e restituire freschezza, non solo all’opera ma anche all’intera manifestazione. Il rischio di queste manifestazioni è che perdano appeal, e che vedano un calo sensibile di interesse, se vivono unicamente nei fasti del passato.  Un palio deve saper trasmettere visivamente la tensione verso un continuo rinnovamento, che solo l’arte è in grado di dare. Ecco perché la mia scelta nei colori è caduta su colori più vivi, spingendo verso tonalità brillanti, senza dover cadere necessariamente in tinte cupe, che richiamassero ambientazione medievali”.

DSC_0022L’arte è dunque come veicolo principale per il rinnovamento e la sperimentazione, parola questa che assume un rilievo di prim’ordine nel percorso artistico di Lara Selva. Sperimentare vuol dire prima di tutto un percorso esperienziale e di maturazione attraverso la pratica e il contatto diretto con la cosa.

Qualsiasi filtro teorico che non si supportato da un’adeguata preparazione pratica e da una conoscenza delle tecniche, costituisce una zavorra più che un aiuto – continua Lara – ecco perché anche ai giovani che vengono da me per formarsi chiedo prima di tutto di farmi vedere se mano e preparazione teorica vanno di pari passo, senza che la seconda sovrasti o annulli la prima”.

Fare arte significa “sporcarsi le mani” con la materia, come del resto fa chi gioca il cacio, per esprimere non solo emozioni visive, ma anche, dove possibile, olfattive e gustative. La passione per il cibo va di pari passo con quella per l’arte, due strade che per Lara possono costituire una fonte di contaminazione reciproca.

L’amore per il cibo è stata una delle spinte la futura realizzazione di un progetto che contempli dei quadri che non solo possano essere ammirati, ma anche annusati. Questo inserendo degli aromi nei colori affinché si possano riprodurre tutti gli aspetti di un piatto.”

 Un assist perfetto per capire come Lara selva rappresenterebbe una forma di cacio, come la userebbe e in che modo trasmettere il feeling che si crea nel discobolo cellese quando si appresta a tirare il formaggio.

Un quadro astratto che quasi graffia la tela, sarebbe il miglio modo per rappresentare il formaggio. In questo modo riuscirei a comunicare da una parte la perfezione circolare della forma, ma con all’interno la possibilità di trasformare il materiale, e annullare questa perfezione, sia attraverso il calore per fondere il formaggio, sia frantumandolo proprio. Un mix di quiete e movimento, di essere e non essere, che si ritrova nel binomio giocatore-formaggio, dove la concentrazione prima del tiro cela in sé la tensione”.

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 Chi conosce e ha vissuto per molto tempo l’adrenalina che la competizione suscita è Settimio Bonemei, storico giocatore del palio che da due anni ha deciso di appendere il cacio al chiodo per lasciare spazio alle giovani leve.

Ho giocato 15 pali consecutivamente– sottolinea con una nota di orgoglio- e ne ho vinti sei. Ricordo ancora quando da giovane seguivo il gioco, che si svolgeva, secondo la tradizione, il Martedì grasso, ultimo giorno di carnevale. Non c’era contrattempo o intemperia che potesse fermare la contesa: sia con la pioggia che con la neve, ci si sfidava per aggiudicarsi il formaggio dell’avversario. In tempi dove l’abbondanza non faceva da padrona, portarsi a casa quasi un chilo di cacio, voleva dire assicurarsi del cibo per un bel po’.”

 DSC_0147Non mancano poi alcune riflessioni tecniche.

La regola principale è non muovere mai il piede di appoggio dal punto in cui è caduto il cacio. Una volta questo caposaldo veniva rispettato con molta più attenzione di adesso, questo anche dovuto diversità tra le forme di cacio di adesso e quelle di allora. Prima infatti si gareggia con del formaggio che veniva prodotto in modo artigianale. Ognuno portava la sua forma, e queste rendeva impossibile trovarne due identiche. Inoltre erano leggermente più leggere e più schiacciate. Questo faceva sì che le forme scivolassero di meno in salita. Oggi per evitare che tornino indietro nei punti in pendenza, e visto che sono più pesanti e rotonde, si cerca di imprimere una forza maggiore, con il rischio di muovere il piede d’appoggio.”

Le ultime parole vanno alla bellezza e imprevedibilità del gioco del cacio e alle nuove generazioni, che dovranno farsi carico di continuare questa tradizione.

L’esperienza e la bravura sono due fattori importanti, perché ti permettono di poter afferrare e lanciare nel miglior modo, e valutare la traiettoria più adatta. Ma il caso regna sovrano su questo gioco, e anche la maestria viene soppiantata quando la sorte fa rotolare il formaggio addosso ad uno scalino. I giovani saranno coloro porteranno avanti questo gioco, è dunque importante lasciar loro spazio, affinché familiarizzino e si affezionino a questo spaccato di vita cellese. Questa è forse la ragione principale per quale non partecipo più alla gara, pur non risparmiandomi nel dare consigli e suggerimenti”.     

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Rocca Manenti: il contenitore d’arte di Sarteano

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande…

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande offerta turistica nel settore della cultura, dell’architettura e dell’arte, non è un’impresa semplice. Soprattutto se ogni piccolo paese o borgo può vantare edifici storici che meritano attenzione e progetti di valorizzazione. La sfida quindi è quella di fare sistema, di trovare sinergie, di focalizzare gli impegni in alcuni settori principali che possano fungere da traino, per evitare la dispersione di energie e di risorse.

Rocca Manenti Art (RAM, come da presentazione dello scorso luglio) ha l’ambizione di diventare un progetto che spicca nell’offerta culturale del territorio. Un progetto promosso dalla Pro Loco di Sarteano, dalla cooperativa Clanis Service con il supporto dell’amministrazione comunale, che ha trovato piena sinergia oltre che dal mondo associativo anche dalle imprese del territorio, che hanno sponsorizzato l’evento culturale che ha avviato il nuovo corso di Rocca Manenti.

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Il castello che domina Sarteano ha una storia millenaria: prende il nome dai Conti Manenti, signori della cittadina in epoca medievale, e nel corso dei secoli ha goduto di una notevole fama militare per la sua capacità di resistere agli assedi degli eserciti nemici. La struttura del castello, così austera e squadrata, crea un particolare fascino in quella che non è soltanto una fortificazione, ma un’opera architettonica di enorme valore storico e culturale. Eppure, la principale funzione del castello in epoca medievale, ovvero quella di garantire la difesa di Sarteano, ha perso importanza già dal Rinascimento.

Quale poteva essere il futuro per Rocca Manenti, se non quello di una riconversione? Da una difesa militare, alla difesa dell’arte e della cultura. Una volta ristrutturato, il castello di Sarteano è stato protagonista di eventi teatrali, spettacoli e iniziative di vario tipo per animare la vita della cittadina. Tuttavia, questa è la prima volta che ci troviamo di fronte a un progetto di ampio respiro: RAM, Rocca Manenti Art, aspira a trasformare il castello in un contenitore d’arte per ospitare in maniera continuativa mostre di fotografia ed eventi artistici in generale. Quattro piani, quattro stanze per piano, quattro metri per quattro di grandezza per ogni stanza: una disposizione che sembra studiata appositamente per i percorsi artistici. Le opere fotografiche esposte lungo i binari delle sale, con quelle forme pulite e contemporanee, si mischiano alle strutture austere e medievali del castello, in un suggestivo percorso che dal ponte levatoio si snoda fino alle terrazze che si affacciano sul meraviglioso panorama circostante. E poi dalla cima di nuovo fino al piano terra, seguendo una lunga scalinata a chiocciola scavata nella roccia.

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La prima mostra di questo ambizioso progetto è una personale di Yoshie Nishikawa, fotografa giapponese di fama internazionale. L’artista lavora tra Tokyo, New York, Londra e Milano e può vantare una carriera trentennale e numerose pubblicazioni di rilievo. Le opere in mostra a Rocca Manenti si susseguono lungo le sale in un percorso a ritroso, attraverso particolari giochi di luci e di ombre; dalle bambole della madre ai pesci in ambienti metafisici, dai corpi nudi e sofisticati, alla convivenza tra analogico e digitale nell’arte fotografica. Un percorso artistico di rilievo internazionale, quindi, che vuole anche celebrare i 150 anni dalla firma del trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone. La mostra ha avuto il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia ed è stata inaugurata nel giorno dell’anniversario dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima: un altro elemento simbolico che trasforma il castello di Sarteano da opera architettonica per la guerra a contenitore d’arte in tempo di pace.

L’obiettivo del progetto non è soltanto quello di valorizzare il castello a livello artistico, ma anche quello di utilizzare la cultura come volano per il settore turistico fuori dai mesi estivi: grazie all’organizzazione di eventi culturali di alto livello, Rocca Manenti potrebbe infatti favorire gli afflussi turistici, oltre ad ampliare l’offerta per i visitatori già presenti nel territorio. Nella prima settimana di apertura sono stati registrati circa 1500 ingressi al castello, il doppio rispetto ai numeri dello scorso anno, quindi i primi riscontri sono positivi; un altro elemento importante è rappresentato dall’impegno delle associazioni e delle attività commerciali che hanno deciso di investire nel progetto, come tassello del sistema di promozione del buon vivere locale chiamato Sarteano Living.

Rocca Manenti 2

Il nome della mostra di Yoshie Nishikawa è “Tutto Scorre” (Shogyoumujoi): ogni istante è diverso e la fotografia registra, interpreta e commenta il cambiamento. Anche se la fotografia potrebbe essere considerata come l’arte capace di rendere un’immagine ferma e immobile nel tempo, in realtà tutto cambia a seconda della percezione dell’osservatore. Lo stesso concetto potrebbe essere applicato al castello di Sarteano: tutto scorre, tutto cambia, la prospettiva muta continuamente. Da struttura militare a contenitore d’arte, il cambiamento percorre inesorabile anche opere architettoniche che potrebbero sembrare immobili e immutabili. La sfida per il futuro sarà quella di affrontare il cambiamento, mantenendo alto il valore culturale e mutando la funzione in base al contesto: una sfida raccolta da Rocca Manenti Art per un progetto che non vuole rimanere confinato in un istante nel tempo, ma lanciarsi verso un futuro a difesa dell’arte e della cultura.

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Montepulciano e Nobile, un legame che va oltre il disciplinare

Montepulciano, perla del Rinascimento nel cuore della Valdichiana, celebra quest’anno i 50 anni della Doc del Vino Nobile. Era infatti il 12 luglio del 1966 quando venne disciplinata la produzione…

Montepulciano, perla del Rinascimento nel cuore della Valdichiana, celebra quest’anno i 50 anni della Doc del Vino Nobile. Era infatti il 12 luglio del 1966 quando venne disciplinata la produzione di questo vino, un riconoscimento che non si è fermato a questo risultato: in poco meno di vent’anni, nel 1980, il Nobile di Montepulciano fu il primo vino in Italia a fregiarsi della sigla Docg.

Ma il legame tra Montepulciano e il vino è molto più antico di quello che il disciplinare ci racconta. Nel 1868 venne ritrovata una kylix, una tazza da vino a figure rosse di origine etrusca. L’oggetto recava la rappresentazione di Flufluns, il dio Bacco della tradizione etrusca, che insieme ad una menade si dedica al cottabo, un gioco che aveva come protagonista il vino. Viene datato al VII secolo d.C. e si tratta del primo documento che ci dà una testimonianza del vino di Montepulciano.

Nel corso della storia si sono susseguiti diversi estimatori del vino nato dalle colline poliziane. Francesco Redi in un poemetto della fine del XVII secolo, Bacco in Toscana, esalta la bontà della produzione vinicola di Montepulciano. Anche filosofi e presidenti rientrano nella lista degli ammiratori del Nobile. Nel Candido di Voltaire, in una tavola imbandita di cibi e bevande, fa la sua comparsa il vino di Montepulciano.

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La New York Public Library ha recentemente digitalizzato alcuni documenti privati di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti ed uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza, nei quali possiamo leggere una lista di vini da lui ordinati, tra i quali è presente anche il Nobile.

Il 1873 è un anno nefasto per la produzione vinicola poliziana, che sembrerebbe avere una fine definitiva durante la mostra di Vienna. In quell’occasione, infatti, l’enologo di Sua Maestà Britannica esprime un giudizio negativo sui campioni di vino provenienti dalle terre del Poliziano.

Un oblio che si interrompe negli anni ’30 dello scorso secolo, grazie all’opera di Adamo Fanetti, fondatore dell’omonima cantina ancora attiva. Durante l’Ente Mostra-Mercato Nazionale dei Vini Tipici e Pregiati tenutasi a Siena nel 1933, Fanetti presentò 30 quintali di vino, che ricevettero un diffuso consenso. Lo stesso Tancredi Biondi-Santi, nome di spicco dell’enologia italiana, amico ed estimatore di Fanetti, non poté non apprezzare la bontà e le potenzialità del rosso di Montepulciano. L’esempio fu seguito da altre aziende, tanto che nel 1937 venne creata la cantina sociale, con lo scopo di aumentare la produzione e il raggio per commercializzare il prodotto.

L’origine del nome è di difficile individuazione. L’utilizzo del termine Nobile compare per la prima volta nel 1787, in un documento del Conservatorio di San Girolamo. Nel testo si parla di 28 fiaschi di vino provenienti da Montepulciano, che vengono etichettati con il nome che tutt’oggi conosciamo. Ma è stata ancora una volta l’azione instancabile del Fanetti a veicolare l’uso del nome “Nobile”. Infatti fino agli anni’30 del ‘900 ma anche oltre, quello che oggi conosciamo come Nobile, veniva indicato semplicemente come “vino scelto di Montepulciano”.

vino nobile montepulciano 1Il nome è legato anche alle proprietà organolettiche del vino. La base del Nobile è costituita per un 70-80% dal Sangiovese, che i Poliziani chiamano Prugnole Gentile. Altri vitigni a bacca rossa ammessi sono il Canaiolo o il Mammolo, o altre tipologie presenti nel territorio toscano. Di un rosso rubino, che con l’invecchiamento tende ad assumere riflessi sul granato, il Nobile presenta un bouquet complesso ed equilibrato, nel quale dalla frutta rossa, come la ciliegia, si passa a note erbacee e terrose di sottobosco. Rispetto ad un Brunello, molto più austero e con spiccato sentore minerale, il Nobile si fa apprezzare per i suoi tannini delicati e per lo spiccato gusto di prugna. Molto più che aromi e sapori, il Nobile racchiude e restituisce, a chi lo degusta, il legame profondo e millenario con le terre di Montepulciano. Non dovrebbe infatti sorprenderci se, nelle vene dei Poliziani al posto del comunissimo sangue, scorra dell’ottimo Nobile.

 

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La direzione ostinata. Il giro del mondo in 80 giorni al Castello

Il 22 luglio 2016, si è svolta al castello di Sarteano, la quinta replica de “Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni”. L’estate sarteanese ormai ha inciso nella sua nomenclatura…

Il 22 luglio 2016, si è svolta al castello di Sarteano, la quinta replica de “Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni”. L’estate sarteanese ormai ha inciso nella sua nomenclatura culturale stagionale questo particolarissimo evento, che colora il fermento culturale del luglio valdichianense di scelte mai scontate. Quest’anno la scelta di Laura Fatini, autrice dell’adattamento dal romanzo, è caduta sull’opera di Jules Verne, che tanto ammaliò i lettori contemporanei, affascinati dalle infinite possibilità tecniche e tecnologiche, ai fini degli spostamenti, che il fermento scientifico positivista aveva portato nel mondo. Gabriele Valentini, che firma la regia, sceglie di evidenziare l’apporto mimetico della resa recitativa, spingendola ai margini del metateatro da commedia dell’arte, con efficacissime macchie di avanspettacolo, rendendo la messa in scena poliedrica ed estremamente ritmata.

13690806_10209821632928287_630473027777135116_n La sinossi vede una compagnia di circensi (tanto per ribadire la scuola Strehler della nostra commedia dell’arte) imbastire la rappresentazione del capolavoro di Jules Verne, con tanto di ornatus prologi iniziale e disvelamenti della finzione (con finte dimenticanze, goffaggine attoriale rimarcata, a smembrare il naturalismo). L’esplicitata finzione si erge a chiave di lettura, diventa dichiarazione di poetica, chiarifica l’assoluta importanza (quasi totale) nella collaborazione immaginativa dello spettatore: il teatro è quindi un motivo di immaginazione, uno incentivo al sogno e al disegno mentale guidato dalla fantasia: l’arma più forte che l’essere umano abbia mai avuto. Non appare mai il protagonista, Phileas Fogg, che sentiamo solo da un voice over registrato – ma che non manca di interagire con gli attori in scena – e che scandisce i ritmi e le tappe del viaggio che per scommessa, con il Reform Club, dovrebbe coprire la circonferenza del globo terrestre in ottanta giorni. Appaiono però Calogero Dimino, il Passepartout, fedele servitore di Fogg, e il detective Fix, interpretato dall’incorruttibile Gianni Poliziani. Flavia del Buono, Brunella Mosci e Maria Paola Bernardini, formano un trio esilarante e coprono magistralmente le vette comiche della rappresentazione. In più guarniscono l’integrità dello spettacolo, Francesca Paolucci, che interpreta il “ragazzo” tuttofare di Fix, Erica Fatini, jolly che appare in più vesti e in più forme durante lo spettacolo e che raggiunge alti livelli di intenti comici nella figurazione della guida indiana tra Bombay e Calcutta, e infine la coppia Mascia Massarelli e Francesca Fenati che compiono una contro scommessa sul viaggio di Fogg.

Il 22 luglio è stato – internazionalmente – anche l’ennesimo giorno di attentati, di terrore, di odio, di speculazione giornalistica e politica, di risentimento e di immobilismo. Ogni spettacolo, per essere acquisito da un pubblico, necessita di un contesto storico che lo caratterizzi e che – già di per sé – fornisca un piano analitico di base. Il giudizio che si da ad un’opera dell’ingegno artistico nel contesto dell’estate 2016, in pieno allarme attentati, con le città europee che sembrano basi antiaeree assiepate di militari in divisa, molteplici controlli ad ogni ingresso in qualsivoglia luogo pubblico, risente, per forza di cose, delle tensioni umane contemporanee. Un adattamento teatrale de “Il giro del mondo in ottanta giorni” diventa un mantra, una preghiera laica di serenità e affrancamento; è – da una parte – l’inno all’immaginazione, all’assenza di limiti, barriere, frontiere fisiche e mentali, che ci permetta di pensare ad un globo “piccolo”, raggiungibile, a misura d’uomo, in cui il terreno è l’unico piano di riferimento, le gambe l’unica carreggiata; dall’altra la forza che comunque ci dovrebbe spingere a non fermarci di fronte alla paura, continuare a girare le città di oriente, occidente, sud e nord del mondo, ci dovrebbe comunque spingere a co13686734_10209821633928312_7916746006683631137_nnsiderare l’altrove come una declinazione diversa del “qui, gli altri, una declinazione del “noi”, sempre simili, sempre esseri umani. Le culture diverse come un’occasione di confronto e l’immobilismo come unico male possibile. Il mondo, come è oggi, come è quest’estate, così elasticizzato ed esteso, bloccato dal terrore, dall’informazione che eccede negli allarmi e nelle idiosincrasie, ha bisogno di una corrente opposta, ha bisogno di voci diverse.

(SPOILER ALERT à) Mr. Fogg riesce a vincere la scommessa poiché, scegliendo di compiere il viaggio verso est, e non verso ovest, andando quindi contro al sole, contro allo scorrere delle ore, e non a favore, guadagna un giorno in più, rispetto a quelli che aveva calcolato. Opporsi agli obblighi dettati dal terrore internazionale, opporsi all’immobilismo, alle scelte convenzionali, diventa – oggi – un conatus esistenziale, oltre che un dovere spirituale. Ché la direzione contraria, come ci dice il buon Jules Verne, si rivela, quasi sempre, quella giusta.

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