“Vorace lettore” (che cioè di-vora i testi) è un sintagma nominale aggettivale che indica un individuo che instancabilmente legge testi letterari, anche molto lontani fra loro, affamato di storie e percezioni date dalla parola scritta. Allo stesso modo, la parola, può essere detta, esplicitata in luoghi appositi, quali possono essere i teatri. Fraseologie come cibo per la mente o l’etimo di “cultura” da coltura, dimostrano che  la parabola immaginifica della metafora tra alimentazione e acquisizione conoscenza attraverso l’arte, sia costantemente presente nel nostro linguaggio.

Andrea Pergolari ha estremizzato queste forme idiomatiche della nostra lingua curando uno spettacolo  nel quale i brani da recitare sono letteralmente scelti da un menù, divisi secondo sapidità e dolcezza nell’ordine antipasti, primi, secondi, contorni, vini e dessert. È lo spettatore, quindi, che definisce una scaletta. Gli attori, conseguentemente, “impiattano”, propongono cioè il loro repertorio, preparandolo di volta in volta. Pascal, Jerome, Cortazar, Calvino, Voltaire, Dürrenmatt, Grimm, Chiara, La Bruyère, e tantissimi altri autori, che vengono preparati secondo la ricetta del Teatro le Sedie e servita ai commensali. Tutto questo è andato in scena – e in sala – a Sarteano, domenica 7 febbraio 2017. La platea del teatro Arrischianti si è trasformata in un raffinato ristorante letterario, in cui le parole degli autori “ordinati” hanno saziato i palati, pur diversi, del pubblico.

Il teatro Le Sedie è un’interessantissima realtà del panorama drammaturgico romano. Sorto nei primi anni duemila in un quartiere periferico romano, zona Labaro, ha da subito esercitato un forte mandato sociale nella vecchia borgata romana, a ridosso della via Flaminia, digiuna da servizi culturali, come quelli proposti dall’associazione che gestisce autonomamente il teatro, produce spettacoli e li porta in giro.

Ho fatto qualche domanda a Andrea Pergolari, curatore di “Storie Cotte e Mangiate”, nonché presidente dell’associazione Il Rinoceronte, che gestisce il Teatro le Sedie

Cosa accomuna, secondo te, il lavoro del regista  – o di attore – teatrale a quello di cuoco?

La creatività. La costruzione di uno spettacolo è data dalla manipolazione di diversi ingredienti, così come quella di una pietanza cucinata. In entrambi i casi ci vuole immaginazione, fantasia e, nello stesso tempo, disciplina e competenza. Tutto ciò che accomuna le discipline che richiedono inventiva sottostà alle medesime strutture compositive.

Storie Cotte e Mangiate” propone un vastissimo menù di testi aforistici e umoristici, più o meno contemporanei. Ecco: come si cucina un testo letterario? E come può essere ingerito dal pubblico, una volta pronto?

A questa domanda non saprei cosa rispondere. Non c’è una regola per scrivere un testo, altrimenti avremmo tanti esiti tutti uguali uno all’altro. Posso dire, casomai, come e perché è nata quest’iniziativa di Storie cotte e mangiate, e da cosa è dipesa la scelta dei testi. Tutto è nato all’insegna del gioco, dalla volontà di proporre testi brevi di grande incisività e fantasia, fulminanti nelle loro trovate, di andare a ripescarli nel limbo della grande letteratura meno conosciuta, e di proporli al pubblico chiedendo agli spettatori una collaborazione fattiva. È lo spettatore stesso che costruisce lo spettacolo, scegliendo dal menù ciò che più gli aggrada: e dalla diversità delle scelte discende la grande varietà dello spettacolo, che è ogni volta diverso l’uno dall’altro.

Il Teatro le Sedie è una delle più interessanti realtà “off” del teatro romano, sorta ai margini della metropoli. Nonostante un tale contesto periferico, TLS è riuscito a divenire un importante polo creativo della Capitale, proponendo una singolarissima personalità gestionale nello spazio nel quale opera, producendo spettacoli e portandoli anche in giro. Vi sentite parte di un circuito “underground” italiano? Come se la passano, dal tuo punto di vista, questo tipo di realtà oggi?

Siamo una realtà che si è ritagliata il suo spazio, abbiamo provato a mantenere una nostra linea direttiva nella scelta degli spettacoli, sia quelli nati da noi, sia quelli scelti in giro per l’Italia. Non siamo parte di nessun circuito (anche a malincuore) e non credo nemmeno che possiamo mantenere addosso a noi l’etichetta di “underground”: facciamo teatro per quello che possiamo e sappiamo fare, avendo una certa autonomia. E questo mi sembra già tanto, ai tempi d’oggi.

Print Friendly, PDF & Email