In pochi ricordano che Wernher von Braun, genio del programma spaziale americano negli anni della corsa alla luna, avesse un passato lugubre nel campo di concentramento di di Dora-Mittlebau, come progettatore di Wunderwaffen, l’apparato missilistico nazista, creatore di “armi-miracolose” per dirla con le parole di Goebbels e della propaganda del Reich. Un’esistenza squadernata, tra l’inferno e l’orrore storico dell’Olocausto e la grande conquista dello spazio. Durante la sua esperienza a Dora ha probabilmente condiviso spazio esistenziale con il padre di Pierre Thiercelin, il quale, autore, drammaturgo e attore francese, ha inserito nei suoi testi il peso storico del patrimonio genetico, la trasmissione fisica del dramma di cui suo padre è stato vittima. Ha incentrato la sua ricerca nell’elaborazione del lutto collettivo, nei processi di stratificazione mentale, nonché nel lavorio mnemonico da parte dei figli e dei nipoti delle vittime del nazismo: Dall’Inferno alla Luna  è una di quelle pièce la cui contestualizzazione resta sempre opalescente, estraniante, nel suo condurre il racconto dell’indicibile, che sfrutta l’espediente del ricordo da parte della generazione successiva a quella dei deportati e i loro figli, mantenendo una linea di stemperante ironia: la prima nazionale italiana sarà in scena a Sarteano, nella giornata della memoria, con due repliche successive. Laura Fatini cura la regia di questa non facile resa scenica, così potenziante i termini della memoria, così riqualificante il valore di una giornata ufficialmente dedicata alla memoria delle vittime dell’Olocausto.

Abbiamo incontrato Laura Fatini qualche giorno prima del debutto. Ecco, di seguito, l’intervista.

Quali possibilità drammaturgiche fornisce “il giorno della memoria”, e più direttamente la “memoria” intesa come dato percettivo umano? Quali sono le difficoltà di metterla in scena?

La memoria offre enormi possibilità drammaturgiche, in quanto è un prodotto umano, così come il teatro. La parola detta è stata la prima forma in cui l’uomo ha tramandato i ricordi, che poi sono diventati, di bocca in bocca, essi stessi teatro. La memoria e il teatro sono quindi strettamente connessi. Secondo me lo sono soprattutto perché entrambi vivono di sfumature, di spazi bianchi, del non detto: I confini della memoria sono indefiniti, così come lo sono quelli della battuta detta dall’attore. Si può quindi pensare che teatro e memoria procedano di pari passo, che l’uno alimenti l’altro. Nel caso del giorno della memoria, il teatro fa della memoria il suo soggetto, ne diventa strumento di diffusione e comprensione.

Come si è sviluppato il rapporto tra te, e quindi la compagnia Arrischianti, e Pierre Thiercelin?

Ho conosciuto Jean-Pierre Thiercelin tre anni fa, grazie ad un comune amico, Vincenzo Sorrentino. Jean-Pierre è uomo di teatro, attore e drammaturgo, e per me è stata una gioia poter passare un pomeriggio a parlare delle sue esperienze e della comune passione per il teatro. Nonostante la differenza di età e il mio stentato francese, ci siamo come “riconosciuti” ed apprezzati reciprocamente. Ho scritto qualche articolo sul teatro per la sua rivista di drammaturgia on line, BAT, e abbiamo continuato a corrispondere finché quest’anno due sue opere, fra cui Dall’inferno alla luna, sono state pubblicate in italiano per la casa editrice Morlacchi di Perugia. Per queste opere ho scritto, insieme a Sorrentino, l’introduzione. Da lì a decidere di mettere in scena uno dei suoi testi, il passo è stato breve. Ed entusiasmante.

Il testo riflette una domanda più viva che mai: qual è il senso di tante commemorazioni, se poi le direzioni politiche, spesso e volentieri, assumono forme non propriamente inclini a perseguire la Dichiarazione universale dei diritti umani, conseguita alla tragedia dell’Olocausto? Ecco, quale risposta puoi dare?

Che senso ha ricordare? Potrei rispondere: quale è il pericolo di non ricordare? O di ricordare male? E non intendo solamente fraintendere, mistificare o negare. Ricordare male è anche rendere il ricordo “polveroso”, qualcosa di distante, non comprensibile, e alla fine inumano. Per questo credo che valga ancora la lezione di Hannah Arendt. Quello che è successo, il male commesso, non è inumano, ma banale. Comune, non fuori dalla sfera dell’umano. Se si rende anche il ricordo di cosa è stato l’Olocausto inumano, lo si perde: I deportati non erano sbiadite figurine in bianco e nero, ma uomini di carne e ossa, speranze e bassezze, piccolezze e cattiverie. Il ricordo non deve essere una foto in bianco e nero, ma una scena a colori, sempre viva e presente. Allora avrà un senso ricordare.

Si può avere memoria di qualcosa che non si è vissuto?

Credo di sì: I libri, le canzoni, I testi teatrali costituiscono u a dieta di memoria condivisa a cui tutti possiamo accedere. È la nostra porta sull’immortalità. Un’immortalità totalmente umana.

Come hai lavorato con la compagnia e quali sono stati i fulcri recitativi su cui hai insistito di più per rendere efficace il messaggio?

Nel testo ci sono delle frasi che abbiano scelto come guida: «si tratta di sapere come raccontarla, questa cazzo di storia», «se non si crede alle vittime, tutto sarà concesso ai carnefici», «vivere o parlare, bisogna decidere». Come ricordare, Perché ricordare e come continuare a vivere senza tradire il ricordo: abbiamo lavorato su questo. E devo dire che così facendo abbiamo potuto rendere la complessità del testo in maniera fluida e vivace, reale, vivida. Anche qui: si parla di uomini e donne reali, dopotutto.

In scena, il 27, 28 e 29 Gennaio saranno Francesco Storelli, Gianni Poliziani, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Maria Pina Ruiu e Giulia Peruzzi. Sabato 28 gennaio, nel pomeriggio, Laura Fatini insieme a Vincenzo Sorrentino e lo stesso Pierre Thiercelin, presenterà il volume in cui è raccolto il testo dello spettacolo, uscito in Italia per l’editore Morlacchi di Perugia.

Print Friendly, PDF & Email